NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 29 maggio 2014

“Mille cartoline per un Regno”: la storia dei Savoia in una mostra


di Francesca Dighera

A partire da sabato 7 giugno, il Castello Ducale di Aglié, già sede di numerose iniziative, quali la mostra dei 150 anni della Croce Rossa Italiana, all'Ospedaletto, e del ciclo di conferenze “Un'Ora di Storia”, dedica un altro appuntamento alla storia dei Savoia.

Ha infatti inizio “Mille cartoline per un Regno”, una mostra tematica di Casa Savoia, attraverso le cartoline postali iconografiche del Regno d'Italia, dal 1896 al 1946 organizzata dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte, la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Torino, Asti, Cuneo, Biella e Vercelli e il Gruppo “Amici del Passato Volpiano.

Le cartoline esposte saranno circa 2500, dalle prefilateliche alle prime affrancature facenti parte dell'archivio storico della casa museo “Casale Armanda” di Robella d'Asti. 

Ad accompagnare il visitatore verso la visione delle prime cartoline postali che partono dal 1874, verranno presentate tratti di corrispondenze relative ai personaggi legati a vario titolo alle vicende della dinastia di Savoia nei secoli. Le lettere in questione, inedite e autografate, comprendono, oltre ai Duchi e Re di Savoia, personaggi come Carducci e Garibaldi.

All’inaugurazione della mostra parteciperà anche Dino Ramella, autore dei libri: "Ritratti sabaudi vizi e virtù di Casa Savoia" e "Amori e selvaggina vita privata di Vittorio Emanuele II" (Edizioni Ananke – Torino), con presentazione dei volumi stessi. 

La mostra, che è stata curata dalla dottoressa Annamaria Aimone, direttore delle collezioni e storico dell'arte, si protrarrà fino al 28 giugno, nella Galleria alle Tribune, dal martedì alle domenica, dalle 9 alle 19.30.

lunedì 26 maggio 2014

sabato 24 maggio 2014

La presa del potere da parte dei Fascisti fa ancora discutere su 7 del Corriere della Sera

In merito alla presa di potere dai parte di Mussolini, bisogna leggere i nomi i degli autori, quando hanno scritto e di che parte politica erano dal momento che nell'ascesa regolare al governo dei fascisti, pesantissime responsabilità ricadono sui socialisti, incapaci di intraprendere la strada positiva del riformismo, sognando invece la rivoluzione di tipo "sovietico", e sui popolari (i democratici cristiani dell'epoca), che rifiutarono l'appoggio a Giolitti, per poi darlo, all'inizio, a Mussolini. 
Quanto al delitto Matteotti, è tutto un altro discorso, avvenuto nel 1924, ed anche qui nella mancata sfiducia a Mussolini, vi è la pesantissima responsabilità degli “aventiniani" che, disertando il Parlamento e non cercando di operare lo sgretolamento della maggioranza, dove i fascisti, incredibile a dirsi e a credere, non erano la maggioranza dei gruppo, diedero campo libero a Mussolini, che poté pronunziare il celebre discorso del 3 gennaio 1925. 
Quanto alla pistola, la sua similitudine è suggestiva, ma nell'ottobre 1922 la pistola era scarica!
Domenico Giglio



Lei sostiene che la conquista del potere da parte di Mussolini non fu democratica. lo direi che nella valutazione del modo ci si debba basare non tanto sull'assegnazione, dopo la marcia su Roma, della funzione di Primo Ministro in un governo di coalizione nel quale i fascisti erano largamente minoritari ma su come andarono le successive elezioni tenute nel 1924, nelle quali ci fu un avallo finale e decisivo secondo il sistema della  democrazia elettorale. 

I risultati in cifre sono questi: votanti 7.614.451, di cui voti    validi 7.021.551. con un aumento dei 5,4% rispetto alle antecedenti elezioni del 1921. Il listone fascista prese 4.305.936 voti, più 347.552 che raccolse la cosiddetta lista bis, pari dunque al 66,3% dei voti validi. Le liste parallele liberali altri 199.024 voti, 2,8%. Le opposizioni ebbero i seguenti voti: Liste costituzionali 124.360, 1,8%; Democrazia sociale 100.174,1,4%; Ppi 637.649, 9,1%; Psu 415.148,5,9%;  Psi 341.528,4,9%; Pri 112.906,1,6%; PUI 268191,3,8%. C'erano poi il Partito dei contadini 1%, quello Sardo d'Azione, 0,3%, le Minoranze tedesche e slave con lo 0,9% e dei dissidenti fascisti con lo 0,2%. 

Molto interessante mi sembra poi la distribuzione dei voti fascisti: al Nord 54,3%, al Centro 76%, al Sud 81,5%, nelle Isole Il 69,9%. Aggiungo come la roccaforte fascista fosse risultata l'Emilia, 459.154 voti contro 181.213 alle altre liste. Risulta dunque innegabile che queste elezioni, le ultime, poi la dittatura, furono largamente vinte dal Partito fascista. 

Se questa non fu una conquista per via democratica in elezioni nelle quali il popolo avrebbe potuto esprimersi in altro modo, cosa altro è stata o come la dobbiamo chiamare? 
A me sembra espressione di una volontà popolare i cui componenti non possono non avere valutato i precedenti metodi non democratici di lotta delle fazioni politiche in campo.

Carlo Dinale

martedì 20 maggio 2014

La Monarchia e il Fascismo - sesto capitolo - VII

Anche il Senato approva la riforma elettorale

Al Senato il 14 novembre la nuova legge elettorale trova una accoglienza favorevole quasi unanime. Il repubblicano Clemente Caldesi ed i socialisti Alfredo Bertesi e Gerolamo Gatti sono fra i più entusiasti. Il Gatti fa addirittura risalire le ragioni della legge ai principii fondamentali del 1779, ai diritti dell'uomo, alla formula liberté, egalité, fraternité «che per un intero secolo ha orientato l'opinione pubblica e i partiti politici nel nostro come negli altri paesi». Rimprovera al Partito Socialista di avere degenerato nel bolscevismo specialmente alla vigilia della guerra quando più necessitava una solidarietà fra le classi. A questo punto - prosegue - sorse un'altro partito, il popolare, il quale pareva dapprima opporsi alla degenerazione del bolscevismo, e che per contrario adottò metodi di concorrenza al bolscevismo dominante, cosicché lo si vide, soprattutto nelle sue punte più estreme che arrivarono al così detto migliolismo, adottare del bolscevismo tutte le forme più illegali e violente». Il discorso del Socialista Gatti si può dire che rifletta l'atmosfera del Senato, lo stato d'animo dei senatori. Egli aggiunge ancora: «Il fascismo, che oggi è al governo, è sorto a portare, diciamolo pure con sentimento di sincera riconoscenza, la salvezza al Paese, nella sua fase rivoluzionaria, come oggi opera per dare al Paese la ricostruzione desiderata... ». « lo ricordo la difficoltà in cui lo stesso Ministero Giolitti, il più forte ministero che noi avemmo dopo la guerra, si trovava di fronte alla invasione delle fabbriche, alla invasione dei negozi, agli arresti frequenti dei treni, alla impossibilità persino di far viaggiare i carabinieri; ricordo che l'on. Giolitti è stato persino costretto dalla ribellione in una caserma d'Italia a rinunciare al possedimento di Valona, sul quale, durante la guerra, lo Stato italiano aveva fissato i suoi diritti storici». Il Gatti invoca dai colleghi l'approvazione della nuova legge elettorale senza timore dell'origine rivoluzionaria del governo mussoliniano, poiché «la dittatura non era assolutamente evitabile quando il fascismo aveva dovuto salvare il Paese con la rivoluzione; non si fa una rivoluzione senza la dittatura! Si voti quindi la nuova legge così come è stata votata quella dei pieni poteri, anche se la dittatura continua ancora». Egli giustifica la dittatura come una necessità storica e per il suo carattere democratico. Ma qualunque siano le giustificazioni, sta il fatto indiscutibile che l'organismo dello Stato con la nuova riforma viene impregnato di spirito repubblicano. Togliendo ogni potere alla Corona, subentra in pieno nelle responsabilità future la Repubblica la cui potenzialità nefasta è ormai in atto.

Non meno esplicito è il democristiano Filippo Crispoli il quale, come il Gatti, nella esaltazione del progetto di legge contesta le dichiarazioni contrarie alla legge stessa, fatte dal liberale per eccellenza senatore Gaetano Mosca. Del resto, anche i contrari alla legge limitano - come alla Camera dei deputati - la loro avversione non al principio in sé, quanto alla percentuale del quorum; essi vorrebbero che il premio di maggioranza venisse dato alla lista che riporterà non il 25 % ma almeno un terzo dei votanti, cioè il 33%.
La Commissione del Senato relatrice del disegno di legge ne proponeva l’integrale approvazione per “ ragioni inerenti alle condizioni politiche del Paese, nella gravità di quest’ora che l’Italia vive, uscita appena da un pericolo mortale”. Ed affermava ancora “tra l’approvazione di questo disegno e la fiducia del Governo c’è un nesso inscindibile.”

Un solo oratore, il senatore Marioo Abbiate parla chiaro ed energico contro :
“Viene meno con la riforma il governo parlamentare e neppure si fa ritorno al governo costituzionale di scelta del Re.
La designazione del governo si trasferisce dal Parlamento autonomo dinnzi al corpo elettorale, ai comizi elettorali, ai comitati elettorali, ai comitati elettorali irresponsabili sostenuti da una minoranza degli elettori che può essere del 25 per cento dei votanti corrispondente al 16% per cento degli iscritti. La scelta della Corona, che può essere moderatrice ed arbitra tra i vari partiti, viene effettivamente annullata. Il malcostume parlamentare viene aggravato dal malcostume dei partiti ».

Votazione a scrutinio segreto del siegno di legge per la modifica della legge elettorale:
Senatori votanti: 206; favorevoli: 165; contrari: 41. (14 novembre 1923).
Per la cronaca e per la storia di domani rileviamo che alla votazione non presero parte alcuni senatori il cui dovere imprescindibile sarebbe stato quello di intervenire, opporsi al progetto di legge e votare contro.

Pochi giorni dopo ha luogo la votazione per la nomina di un vice presidente. Sono candidati il senatore Perla per la maggioranza devota al governo ed al fascismo, ed il senatore Quarta. Riesce il primo. L'oppositore Quarta, la cui elezione poteva essere interpretata come un monito per il ritorno alla normalità e per la fine dell'arbitrio imperante, ottiene soltanto 78 voti. Ma la responsabilità più grave delle due Camere risalta dal fatto che la dimostrazione di fiducia nel governo avvenga proprio nei giorni in cui al Consiglio dei Ministri Mussolini fa approvare il regolamento capestro contro la stampa, regolamento che con la istituzione della «diffida» mette i giornali dell'opposizione nella impossibilità di vivere. Ma va rilevato che alle minacce mussoliniane non fanno contrasto opposizioni di liberali né di demosociali né di popolari.

domenica 18 maggio 2014

Varese rievoca la battaglia di Garibaldi

Con un po’ di fibrillazione, dovuta ad una manifestazione politica precedente che è terminata in ritardo, si è svolta in piazza Podestà la manifestazione che celebra ogni anno la battaglia di Varese combattuta vittoriosamente da Garibaldi il 26 maggio 1859, evento che quest’anno è stato anticipato per non finire nel tritacarne dell’ultima settimana di campagna elettorale.

Un corteo è partito da piazza Carducci ed è giunto in piazza Podestà dove si è svolta la celebrazione della battaglia. Oltre alla banda di Velate, erano in corteo uomini in divisa, le Crocerossine, rappresentanti delle associazioni d’arma, ma soprattutto i promotori dell’iniziativa, l’associazione “Varese per l’Italia” presieduta da Luigi Barion, questa volta supportata da un gruppetto di Giovani Monarchici, con bandiere dei Savoia tra le mani, capitanati dal varesino Davide Colombo, segretario nazionale dell’Unione Monarchica Italiana. Del tutto assenti gonfalone o rappresentanti ufficiali del Comune.
[..]
Al termine della rievocazione, il vertice di “Varese per l’Italia” depone una corona ai piedi della statua del Cacciatore delle Alpi (la copia, perchè l’originale è ancora alla Caserma Garibaldi). Qualche fumogeno tricolore spande fumo. La banda intona l’inno di Mameli. I giovani monarchici sventolano le loro bandiere con lo stemma dei Savoia. Scarsi i varesini partecipanti.
http://www.varesereport.it/2014/05/18/varese-si-rievoca-la-battaglia-di-garibaldi-ma-il-comune-non-ce/
A pochi passi da Cascais, dove l'ultimo Re d'Italia Umberto II ha passato la sua triste vita in esilio (1946-1983), vengono esposti capolavori artistici della sua grande e illustre Dinastia. Dall'alto delle nuvole guarderà con soddisfazione questa ulteriore tappa di rivalutazione storica sabauda. Il tempo aiuta a superare gli odi e gli ostracismi!


Da oggi fino al 28 settembre il Museu Nacional de Arte Antiga di Lisbona ospita "Os Saboias reis e mecenas. Turim 1730-1750 (I Savoia re e mecenati. Torino 1730-1750)" selezione di capolavori provenienti da Palazzo Madama Torino, dalla Galleria Sabauda, da Palazzo Reale, dall'Archivio di Stato di Torino, dalla Biblioteca nazionale di Torino, dal Castello di Racconigi e altri istituzioni piemontesi =>>www.piemonte.beniculturali.it

Umberto e Maria José. Ultimi principi al Palazzo

16 APRILE - 15 GIUGNO

Il Palazzo Reale di Torino dal 16 aprile riapre al pubblico il percorso completo dell'Appartamento dei Principi di Piemonte in cui è allestito il percorso di mostra Umberto e Maria José. Ultimi Principi a Palazzo. 

A Torino la presenza del "principe charmant" - sin dal 1925 - e poi della sua bellissima consorte - dal 1930 - aveva portato una ventata d'aria nuova in Palazzo, dove si susseguivano ricevimenti, udienze, funzioni religiose ufficiali e private, balli, viaggi.
Tutto veniva annotato dai prefetti di Palazzo nelle loro agende che fungono oggi da fil rouge della mostra che vuole ricordare i momenti della vita dei principi: il fidanzamento e il fastoso matrimonio, l'arrivo del corteo a Torino, la vita a corte, gli sport e i viaggi, le nascite dei quattro principini...
Una storia lunga venti anni: dalla vita solare degli inizi e alla conclusione a Cascais, dove Umberto resterà in esilio per oltre un trentennio. Nel 1976, ad un giornalista che gli chiedeva che cosa gli mancasse di più nella vita, rispose con la consueta sobrietà "Il mio Paese".

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Orario: 8.30 – 19.30 (chiusura biglietteria ore 18.00) – Visite guidate in orari prestabiliti in biglietteria
Biglietto:
intero € 6,50
ridotto € 3,25 (18 – 25 anni)
Gratuito (minori 18 anni / maggiori 65 anni / insegnanti con scolaresche / guide turistiche / personale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali /membri ICOM / portatori di handicap e accompagnatori)
Martedì, mercoledì, giovedì e domenica visite guidate da personale ministeriali
Venerdì e sabato visite guidate dai volontari dell'Associazione "Amici di Palazzo Reale " onlus

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sabato 17 maggio 2014

I monarchici scrivono a Renzi per riportare i Savoia in Italia

Carlantonio Solimene c.solimene@iltempo.it Da qualche giorno sulla scrivania del presidente del Consiglio Matteo Renzi, accanto agli spinosi dossier economici, c’è anche la lettera dell’Unione...


Da qualche giorno sulla scrivania del presidente del Consiglio Matteo Renzi, accanto agli spinosi dossier economici, c’è anche la lettera dell’Unione Monarchica Italiana che reclama il ritorno in Italia delle salme dei Savoia ancora sepolte all’estero.
«Dopo quasi settant’anni - si legge nella lettera scritta dal presidente dell’Umi Alessandro Sacchi - il Re Vittorio Emanuele III riposa ad Alessandria d’Egitto; la Regina Elena, Sua consorte, riposa a Montpellier. Nello stesso Paese, in Savoia, nell’Abbazia di Hautecombe, sono sepolti Umberto II e la Regina Maria Josè».
«In nome di una comunità silenziosa della quale fanno parte molti milioni di italiani che guardano l’Istituto monarchico come possibile soluzione di molte incognite nei percorsi costituzionali, ma anche in nome di una ritrovata concordia nazionale che forse la mia e la Sua generazione potrà raggiungere - continua Sacchi - Le rivolgo istanza affinché le spoglie dei due ultimi due Re d’Italia e delle Loro Consorti siano finalmente traslate in Patria, al Pantheon di Roma».
Adesso si attende un riscontro da parte di Renzi che, stando a quanto si vocifera da settimane in ambienti monarchici sarebbe pronto a prendere almeno in considerazione le possibilità tecnico giuridiche di una simile operazione. «Sono maturi i tempi per far terminare serpeggiante guerra civile che dura da 70 anni - spiega a Il Tempo Alessandro Sacchi - poiché sono venute meno le ragioni di fondo di quelle scelte, ovvero l’esilio dei vivi. È un dovere morale della Repubblica riprendersi salme con tutti onori al Pantheon». Ma Sacchi va oltre, mettendo in discussione tutto l’impianto repubblicano dello Stato. «Ritengo che Italia sia matura per discutere della revisione dell’articolo 139 della Costituzione - spiega – era una scelta comprensibile nel 1948, quando il margine tra repubblicani e monarchici era esiguo. Ma ora una norma che comprime fortemente la sovranità popolare va ridiscussa».
[...]

giovedì 15 maggio 2014

Castello ducale di Aglié: “Un’ora di storia” Re Carlo Felice


Tutti invitati all'incontro che si terrà al Castello Ducale di Agliévenerdì 23 Maggio 2014 alle ore 17.00, nel Salone di S.Massimo.
Sarà ospite il Prof. Michele Ruggiero, docente dell'UNItre di Rivoli, e parlerà dell'importante figura storica dell'ultimo re dei Savoia, Carlo Felice, importante per la residenza alladiese nella quale risiedette e trasformò insieme alla consorte Maria Cristina di Borbone Napoli a partire dal 1824 quando Carlo Felice la ricevette in dono da sua sorella Marianna, vedova di Benedetto Maurizio duca del Chiablese.
Carlo Felice, …"altezzoso distacco che rivelò per la borghesia, diffidenza verso gli intellettuali e il rancore verso nobili liberali gli alienarono le simpatie dei sudditi, gli atteggiamenti perentori lo resero inviso persino alle corti straniere…questo e molto altro ci racconta il Prof. Ruggiero anche nel suo ultimo libro dal titolo: "La Storia Ritrovata" - Carlo Felice Re di Sardegna - di Michele Ruggiero Neos ed. Storia che a partire dal 23 maggio sarà presente anche presso la Proloco di Agliè.

Presso Castello Ducale di Agliè23/05/2014

I Collari dell'Annunziata dei Savoia erano in comodato: andavano restituiti alla morte dell'insignito. Hanno fatto fuori anche questi

di Riccardo Ruggeri  
A Torino, al fondo della via Po, a poche decine di metri dal civico 9 di piazza Vittorio dove c'era la nostra portineria, dominava il palazzo dell'antiquario Pietro Accorsi. Mio papà ne parlava con grande rispetto per come si era opposto a Benito Mussolini. Nel '35 aveva comprato, avendo come sponsor addirittura il Principe di Piemonte Umberto di Savoia, la grande collezione Trivulzio-Belgioioso, in quel di Milano, con l'idea di portarla a Torino. Irato, Mussolini non lo permise, ma Accorsi, grande mercante, ottenne, in cambio della rescissione del contratto, il “Ritratto d'uomo” (1476) di Antonello da Messina, che ora è a Palazzo Madama (l'affare della vita per Torino). Luigi Einaudi gli affiderà il riordino dell'arredamento del Palazzo del Quirinale: ne uscirà un capolavoro.
La sua immensa collezione personale di raffinatissimi arredi del '700 italiano ed europeo, e il palazzo al civico 55 di via Po che la contiene sono parte della Fondazione Accorsi-Ometto. Una Fondazione che ha, per me, lo stesso fascino di quella di Yves Saint Laurent-Bergé, pur così diverse, per la capacità che hanno entrambe di trasferirti sensazioni e sensibilità di un'altra epoca, di uomini colti e sensibili rivolti all'arte. Solo in questo luogo poteva tenersi una mostra (“I cugini del Re”, fino al 29 giugno) dei celebri Collari dell'Annunziata, la più antica e alta onorificenza di Casa Savoia, che equiparava l'insignito al rango di cugino del Re. All'inizio, non potevano essere più di 22, e nobili da almeno 5 generazioni, poi le regole divennero più lasche.
[...]
http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1888425&codiciTestate=1

martedì 13 maggio 2014

Le salme dei Savoia dividono i monarchici

Il Partito Real Democratico contro l’Umi: «Riportarle in Italia? Lo chieda la famiglia»





Il ritorno delle salme dei Savoia in Italia riaccende vecchi rancori. E il fronte dei monarchici si spacca anche per motivi di successione. Persino un’operazione gradita a tutti i rami della famiglia, la sepoltura al Pantheon delle spoglie dei quattro sovrani attualmente tumulati all'estero, rischia di trasformarsi in un duello tra i «fan» di Vittorio Emanuele IV e quelli di Amedeo di Savoia.
I fatti. Nelle ultime settimane in ambienti monarchici si è fatta insistente la voce di un impegno del governo Renzi per favorire la sepoltura in Italia degli eredi dei Savoia. Così l’Unione Monarchica Italiana, per voce del presidente Alessandro Sacchi, ha deciso di cogliere la palla al balzo annunciando una lettera al premier (ancora non inviata) per sollecitarlo a stringere i tempi. Nel frattempo, dalle colonne del Tempo si sono uniti all'appello i rappresentanti dei due rami della famiglia reale: Emanuele Filiberto e Amedeo di Savoia.
[...]
http://www.iltempo.it/politica/2014/05/12/le-salme-dei-savoia-dividono-i-monarchici-1.1248946

Nota dello Staff
Nulla di nuovo: siamo sicuri che tra un po' ci saranno monarchici che non vorranno la monarchia. Pur di farsi dispetti.

lunedì 12 maggio 2014

La Monarchia e il Fascismo - sesto capitolo - VI

Cittadini, mutilati, combattenti, festeggiano il primo anniversario della marcia su Roma.

Sbarco di truppe Italiane a Corfù
Fra tanto imperversare di ire e rancori giunge la tragica notizia dell'eccidio della Missione italiana a Janina che ha indotto Mussolini all'impulsivo e pericoloso gesto dell'occupazione di Corfù e fa convergere l'attenzione del mondo e la simpatia anche di molti dissidenti italiani verso di lui, quale reazione alla campagna denigratoria del Foreign Office e della stampa britannica. 



Gli onori alle salme dei Caduti Italiani
L'atto espiatorio della Grecia davanti alle navi d'Italia mentre i morti di Janina salpano verso la Patria tocca i cuori e le anime anche meno sensibili le quali vedono in Mussolini il difensore della dignità nazionale. Vi è tale entusiasmo all'estero che il governo di Poincarè premuto dall'opinione pubblica francese fa di tutto per salvare Mussolini quando è costretto dall'Inghilterra ad abbandonare l'isola. Persino il Corriere della Sera si rammarica della condotta dei giornali stranieri e aggiunge: «Ora è impegnata l'azione. Opportunamente il governo chiede che la piazza sia calma, che l'opinione pubblica sia silenziosa ed aspetti. Del governo sono la direzione e la responsabilità. Il Paese è disciplinato e fedele all'onore».
La flotta greca rende omaggio alla Bandiera Italiana nella rada di Falero

Per la celebrazione del primo anniversario della marcia su Roma il Comitato dell'Associazione fra Mutilati dirama precise istruzioni dove fra l'altro è detto: «La nostra partecipazione sarà, non nel rango degli spettatori abulici che accettano il fatto compiuto, ma nel ruolo degli attori, di quelli che delle gesta furono i lontani profeti e furono i primi martiri, che la predissero e la prepararono nel sacrificio delle trincee».
 L'Associazione, Combattenti solidarizza con questo comunicato: «In tutte le località l'intervento dei combattenti dovrà essere uguale a quello dei mutilati di guerra, in guisa che alla luce della più perfetta armonia l'Italia di Vittorio Veneto rechi il suo saluto alla giovinezza che compì la marcia su Roma e attinse il fremito del rinnovamento nazionale dalla gloria indistruttibile della trincea. I combattenti attenderanno il corteo fascista per salutare, in nome dell'Italia vittoriosa in guerra, l'Italia redenta nella pace e per formulare, nella composta eloquenza dei silenzio, il voto fervidissimo che le forze due volte vittoriose diano alla Patria che attende, il suo fulgido destino di concordia e di grandezza. Tale è il significato della partecipazione che il Comitato Nazionale ha indetto nella sua qualità di rappresentante della moltitudine dei grigio-verdi, moltissimi dei quali sotto la camicia nera lottarono, sanguinarono morirono per la rivoluzione nazionale ».
A capo scoperto il popolo di Roma saluta i suoi Caduti

Il Partito Mazziniano pubblica a sua volta un manifesto nel quale si legge. «Ricordiamo! Un'ondata di follia demagogica infuriava in Italia: tutti i partiti bolscevizzanti dal repubblicano ufficiale all'anarchico cantavano Bandiera Rossa con voci rauche di odio a lungo represso, di devastatrici visioni e di orribili sopraffazioni a lungo accarezzate».
Il Presidente del Consiglio va a Torino ed il corrispondente del Corriere della Sera, dopo avere descritto l'arrivo alla stazione e la rivista passata alla Milizia ed ai «moschettieri», così narra: «La folla che in piazza Carlo Felice si è addensata più fitta che altrove prorompe in un lungo applauso, sventolando cappelli e fazzoletti. Dai balconi sono lanciati fiori. Echeggiano grida di evviva. Le fanfare intonano gli inni patriottici e fascisti. Il corteo si ordina faticosamente. La vettura che porta l'on. Mussolini si può muovere solo lentamente, a passo d'uomo. Il Presidente passa sotto un nutrito lancio di fiori; gli applausi e gli evviva al suo indirizzo sono incessanti». Alla sera grande fiaccolata in piazza Castello dove dal palazzo della Prefettura Mussolini parla alla folla. Riceve poi una commissione di liberali piemontesi i quali lo «ringraziano dell'opera possente compiuta, intesa ad ottenere la riaffermazione dell'autorità statale e la ricostruzione nazionale».

Alla Fiat - scrive il cronista dello stesso giornale - «la grande massa delle maestranze ha ascoltato con la più deferente attenzione il discorso del duce».

A Milano alla folla adunata a piazza Belgioioso Mussolini chiede se sia disposta a continuare la marcia ed a spingerla a fondo «verso altre direzioni». E la folla urla: «Si!».
A pochi giorni di distanza è celebrato con grande solennità fra cortei e manifestazioni popolari l'anniversario della Vittoria. A Roma la manifestazione dura tre giorni. Il Corriere della Sera, scrive che «la ricerca di alloggi è stata affannosa; nei giardini, nelle piazze, stalle, gradinate delle chiese, nei caffè, ovunque si è bivaccato; le fanfare hanno riempito di marcie e di inni le vie cittadine». Mussolini è in testa al grande corteo che passa per corso Umberto fra due fitte ali di folla e si avvia alla tomba del Milite Ignoto. «Applausi e fiori - continua il giornale - ai mutilati e alle medaglie d'oro; applausi ai fascisti di Zara, Fiume e della Venezia Giulia; acclamazioni particolarmente nutrite alle note della marcia reale e della Leggenda del Piave. Terminata la cerimonia i dimostranti, sempre con Mussolini in testa, si recano al Quirinale a rendere omaggio al Sovrano. La piazza è gremita. Il Re riceve le rappresentanze e queste sono in tal numero e si succedono così rapidamente che Egli è costretto a rimanere per interi minuti nella posizione di saluto. Ad un certo momento la folla che si pigiava dietro i cordoni in piazza del Quirinale e in via 24 Maggio «è riuscita a romperli e si è riversata fin sotto il balcone reale plaudendo freneticamente».

In questa circostanza Piero Gobetti così critica gli avvenimenti su Rivoluzione Liberale: «II recente tentativo di creare il mussolinismo accanto al fascismo è stata la prova più pietosa della mancanza di dignità degli italiani non fascisti. La gara nel servilismo non poteva svelarsi più   ripugnante. Dopo un anno di esperimenti gli italiani non hanno imparato nulla. Il signor Giovannini continua ad offrire la sua collaborazione; i combattenti conie Arangio Ruiz e Savelli non chiedono che di ubbidire lealmente al Duce, di sostituire i ras in tutti i servizi; i socialisti unitari e i confederali non rifiuteranno la collaborazione tecnica: essi si dispongono al sacrificio solenne per salvare le organizzazioni e il proletariato Chi dice di resistere parla a sproposito di Italia libera e con metodi perfettamente fascisti si nasconde dietro l'equivoco simbolo della medaglia d'oro di Rossetti. Ma la cosa più buffa sarà la lega democratica di Bonomi. Anche Bonomi dichiara di non essere aprioristicamente antifascista. Sul terreno della libertà e del consenso anche Bonomi tratterà per la collaborazione. Se queste nostalgie per il potere nascondono un calcolo macchiavellico, bisogna sorridere per l'ingenuità di Bonomi e dei suoi amici. La loro vanità si direbbe proprio allegra se non hanno ancora capito di essere dei vinti. Essi sperano di giocare Mussolini sul terreno parlamentare e con le astuzie della politica. Essi non si sono accorti che Mussolini li vale tutti, che la ricchezza dei suoi espedienti è addirittura fantastica, che devono confessarsi novellini di fronte al nuovo domatore e alle sue capacità di non tener fede ai patti, di guadagnare la popolarità ad ogni costo, di asservire abbagliando e lusingando ». E così conclude: «Dopo dodici mesi di esperienza noi ripetiamo l'esortazione dell'intransigenza: e questo per la nostra forza».


Ma l'opinione pubblica è sempre più che mai orientata verso Mussolini. Egli ne approfitta per iniziare la costituzione dello Stato-Partito e della dittatura personale. Al primo anniversario della marcia su Roma ha fatto dare carattere di festa nazionale confondendolo con quello prossimo della Vittoria; ordina le dimissioni della Giunta esecutiva del partito e contesta ai «ras» provinciali il diritto di porsi al di sopra dei Prefetti, che devono rimanere la massima autorità alla quale debbono obbedienza assoluta tutti i cittadini. Mussolini intende ora governare lo Stato coi suoi organi statutari.

giovedì 8 maggio 2014

CONVEGNO SALERNO CAPITALE D'ITALA E GLI AVVENIMENTI 1943/44

ISTITUTO NAZIONALE PER LA GUARDIA D'ONORE ALLE REALI TOMBE DEL PANTHEON

      PROVINCIA DI SALERNO


CONVEGNO   
Salerno Capitale d'Italia e gli eventi del 1943/44






Lunedi 12 Maggio 2014 Palazzo della Provincia


Ore 15:00 Saluto del Presidente della Provincia On. Antonio Iannone

Ore 15:15 " Salerno Capitale d'Italia", Prof. Massimo Mazzetti, professore emerito dell'Università di Salerno

Ore 15:45 " Le Forze Armate nella Guerra di Liberazione", Gen. Enrico Boscardi, Prof. Ciro Romano

Ore 16.30 "Alfredo Covelli nel Centenario della nascita" Ing. Domenico Giglio, presidente del Circolo Rex

Ore 17:00 Dibattito e conclusioni

Il Presidente dell'Istituto Capitano di Vascello Ugo d'Atri
Il  Presidente della Provincia On. Antonio lannone

martedì 6 maggio 2014

La Monarchia e il Fascismo - sesto capitolo - V

Benedetto Croce afferma essere un «dovere» riconoscere i benefici del fascismo.

Benedetto Croce, interrogato sulla polemica dal Giornale d'Italia (27 ottobre) spiega come le forme degli Stati e dei Governi vengano dissipate e sostituite non da una critica teorica, che si eserciti su di loro, ma dalla presenza e dall'azione di altri gruppi che rappresentano o fanno sperare una maggiore utilità sociale. « Se volete mettere ciò in forma negativa spiega il Croce - ricordatevi di Matteo Visconti che, scacciato da Milano, se ne stava tranquillo a pescare sul lago di Garda, e a un milanese che gli domandava quando avrebbe ripreso il dominio di Milano rispose serenamente: Quando la somma delle bestialità di coloro che ora governano avrà superata quella delle bestialità compiute da me.
«Fate voi l'applicazione ai casi presenti, e lasciate che aggiunga che non mi sembra tanto facile superare presto la somma delle bestialità commesse, in Italia, nei primi anni del dopo guerra!
«Nel fatto, dunque, non esiste ora una questione di liberalismo e di fascismo ma solo una questione di forze politiche. Dove sono le forze che possano, ora, fronteggiare o prendere la successione del governo presente? Io non le vedo. Noto invece grande paura di un eventuale ritorno all'anarchia del 1922. Per un tale effetto nessuno che abbia senno augura un cambiamento».
Dopo avere espresso la necessità di instaurare in Italia il Partito Liberale, e avendogli l'intervistatore chiesto se non vi era una contraddizione fra questa sua fede liberale e l'accettazione e giustificazione da lui fatta del fascismo, testualmente Croce risponde:

«Nessuna contraddizione. Se i liberali non hanno avuta la forza e la virtù di salvare essi l'Italia dall'anarchia in cui si dibatteva, debbono dolersi di se medesimi, recitare il «mea culpa» e intanto accettare e riconoscere il bene da qualunque parte sia sorto e prepararsi per l’avvenire. Questo è il loro dovere».
Contemporaneamente la segreteria del P.L. «ricorda alle sezioni, a proposito della commemorazione della marcia su Roma, che l'avvenuta restaurazione dello Stato e dei valori nazionali si compì col consentimento e con l'opera di quanti liberali trassero dalla degenerazione dei costumi parlamentari la volontà di un rinnovamento che restituisse la lotta politica e le istituzioni fondamentali dello Stato alle migliori tradizioni nazionali. Tale consentimento il P.L rinnova anche oggi partecipando alla celebrazione dall'avvenimento storico, nella ferma fiducia che l'opera dei partiti nazionali assicurerà le maggiori fortune alla Patria ». Il presidente Bozzino manda a Mussolini un telegramma di solidarietà «in quest'ora nella quale si commemorano, con la marcia su Roma, i martiri tutti della Rivoluzione Nazionale». Ferdinando Martini, luminare del liberalismo nostrano, parlando a Monsummano si duole di avere un tempo votato a favore dal suffragio universale, ed approva in pieno la rivoluzione fascista e la conseguente dittatura, in nome del vecchio liberalismo.
In quanto al Partito Socialista è sempre in piena babele, dilaniato dalle lotte intestine, mentre la Confederazione del Lavoro - nella quale Bruno Buozzi e D'Aragona difendono la collaborazione col fascismo - è in continuo attrito coi massimalisti che puntano sulla più assoluta intransigenza. Essa fa dichiarare a mezzo del suo organo Battaglie Sindacali che bisogna considerare il fascismo come «un fenomeno di singolare eccezione che tiene il potere ben saldo nelle mani, disposto a difenderlo con ogni mezzo», e conclude sulla necessità di coadiuvare le forze che convergono alla pacificazione. Infatti si tentano e si stringono qua e là accordi fra socialisti e fascisti, il che non evita il ripetersi di fatti dolorosi, come l'uccisione selvaggia di don Minzoni a Ferrara, l'assalto al villino di Nitti, e a fine d'anno l'aggressione a Roma di Amendola, bastonato e ferito in pieno giorno nel centro della città.

Nel seno stesso del fascismo imperversano le scissioni e le beghe personali tra intransigenti e revisionisti, e fra i primi i più accesi sono Farinacci e Curzio Malaparte, mentre Massimo Rocca invoca l'abbandono della violenza, sostenuto fino a un certo punto da Mussolini che è discusso dai suoi stessi seguaci. Circa i rapporti fra il Duce ed il fascismo sono significative queste osservazioni della Voce Repubblicana: «La devastazione della casa di Nitti è stata compiuta non solo a insaputa dell'on. Mussolini (il che è ovvio), ma anche contro i suoi sentimenti, tanto è vero che l'on. Nitti era venuto a Roma munito di una lettera assicuratoria di lui, Mussolini. Avvenuto il fatto l'on. Mussolini ritenne suo dovere deplorarlo pubblicamente; ma, prima di essere licenziato alla Stefani, il suo pensiero fu incarcerato, non sappiamo personalmente da chi». Dopo avere accennato ad un discorso tenuto dal Duce a Monterotondo e ad un'altro nella redazione del Popolo d’Italia nei quali erano chiare le allusioni per un riavvicinamento all'opposizione, il giornale così conclude: «E' certo, intanto, che l'aggressione contro l'on. Amendola, avvenuta dopo il discorso di Monterotondo e prima della pubblicazione della nota conciliativa nei giornali ufficiosi, ha un suo riposto significato. L’on. Mussolini dunque è prigioniero».

domenica 4 maggio 2014

Appello dei monarchici a re Matteo

Pronta la lettera dell’Umi per chiedere il rientro delle salme reali in Italia. Già con Letta questione valutata. Sblocco dopo le anticipazioni de Il Tempo





Apparentemente tutto nasce da un invito. Quello spedito dall’Umi, Unione Monarchica Italiana, al presidente del Consiglio Matteo Renzi, con il quale si chiedeva al premier di partecipare ai festeggiamenti per il settantesimo compleanno dell’associazione, tenutisi ieri a Roma. La risposta di Renzi, costretto a disertare la manifestazione non per motivi «ideologici» ma semplicemente per un’agenda troppo intasata, ha rappresentato per l’Umi la conferma di quanto in ambienti monarchici si vocifera da tempo. E cioè che l’attuale inquilino di Palazzo Chigi non sarebbe del tutto ostile a portare avanti una pratica da troppo tempo aperta sui banchi dei vari governi succedutisi nel corso degli ultimi anni: quella del rientro in Italia dei Savoia sepolti all’estero. E così, nei prossimi giorni, il presidente dell’Umi Alessandro Sacchi dovrebbe prendere carta e penna per sollecitare ulteriormente l’esecutivo a prendere posizione in una querelle che, da qualsiasi ottica la si guardi, mette in gioco il destino delle spoglie di un capo di Stato italiano.
In realtà, però, la questione del rientro delle salme dei Savoia non si è riaperta solo negli ultimi giorni. Basta riavvolgere il naso di qualche mese. Siamo alla fine del 2013, in Egitto infuria la rivolta e Ugo D’Atri, presidente della Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon decide di sensibilizzare l’allora premier Enrico Letta al destino delle spoglie di Vittorio Emanuele III, custodite ad Alessandria. Nella missiva, come rivela ai primi di dicembre il settimanale Oggi, la Guardia d’Onore si dice anche «disponibile a coprire l’onere finanziario dell’operazione». Come? Grazie a un lascito ereditario di Umberto II che il «re di maggio» avrebbe vincolato proprio al trasferimento in Italia della salma del padre.
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sabato 3 maggio 2014

I nostalgici del Re fanno festa. E Renzi pensa a un bel regalo

Fra i monarchici voci sul rimpatrio dei Savoia sepolti all’estero. A Roma il settantesimo anniversario dell'Unione Monarchica


Negli ambienti monarchici la voce si fa sempre più insistente. Qualcuno alza gli occhi al cielo e sospira: «Magari, sarebbe un bel gesto, il primo vero atto di pacificazione nazionale». Qualcun altro è più scettico: «Se ne è parlato tante volte, ma alla fine non se ne farà nulla». Di cosa si tratta? Per adesso solo di un’idea, o di un progetto che è ancora nella fase embrionale. Il governo Renzi starebbe valutando l’opportunità di far rientrare in Patria le salme dei Reali attualmente sepolte all’estero. Proviamo a chiederne conferma all’avvocato Alessandro Sacchi, presidente dell’Unione Monarchica Italiana che oggi, a Roma, festeggia i primi 70 anni di vita. «Sì - conferma Sacchi - qualche voce è arrivata anche alle mie orecchie». E poi si scioglie in un sorriso che sembra sottintendere qualcosa di più di un semplice sentito dire.
Le salme «espatriate» dei reali sono diverse. Vittorio Emanuele III, ad esempio, riposa ad Alessandria d’Egitto. «L’Italia è il solo Paese al mondo nel quale non potrei entrare per deporre un fiore sulla tomba dei miei genitori - raccontò anni fa Umberto di Savoia al Corriere della Sera - ma continuerò a battermi perché possano riposare al Pantheon». Sua madre, la Regina Elena del Montenegro, dal 1952 è sepolta invece in una tomba comune del cimitero cittadino a Montpellier. Lo stesso Umberto II, con la moglie Maria Josè, è stato tumulato nell’Abbazia di Altacolomba, nella Savoia francese.
Perché Renzi dovrebbe interessarsi al destino di queste salme. Oltre ai motivi più «nobili», ce ne sono altri di opportunità. Il mondo monarchico italiano, per anni vissuto quasi in clandestinità, in realtà rappresenta un settore della società in crescita, con tanti insospettabili ammiratori anche tra i più giovani. «Alla nostra associazione - spiega l’avvocato Sacchi - sono iscritti persino alcuni militanti del M5S».
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giovedì 1 maggio 2014

Dichiarazioni di Re Umberto sul Fascismo e sulla guerra.


Sul sito dedicato a Re Umberto II un'intervista "giovane" del Re in esilio, rilasciata in Egitto pochi giorni dopo la scomparsa di Re Vittorio Emanuele III.

Stringata, è interessante per valutare anche l'evoluzione e la maggiore "diplomazia" acquisita in seguito dal nostro Sovrano al trattare certi argomenti.
Buona lettura.