NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 29 aprile 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - VI

I variopinti atteggiamenti del «Corriere della Sera».

Fra tanta sconfortante decadenza morale emerge la condotta del Corriere della Sera nelle persone dei suoi editori i fratelli Crespi, Mario, Aldo e Vittorio e della maggior parte della redazione che li ha serviti. Riassumiamone in breve la non edificante storia: Il giorno 21 novembre 1925 essi, unitamente alla madre signora Giulia Morbio ved. Crespi, nell'intento di rompere i loro rapporti contrattuali coi fratelli Albertini, approfittano di una mancata formalità nella revisione dello statuto della società (pubblicazione dell'atto di proroga della sua durata fatta il 31 marzo 1930 e richiesta dall'art. 96 del Codice di Commercio) ne chiedevano lo scioglimento. Nel numero del 28 novembre 1925 lo stesso direttore Luigi Albertini nell'articolo «Commiato» dice che, vista la minacciata sospensione delle pubblicazioni, «abbiamo dovuto, mio fratello ed io, rassegnarci alle conseguenze dell'intimazione dei Signori Crespi, cedere loro le nostre quote e rinunciare alla gerenza ed alla direzione di questo giornale».

Albertini combatté costantemente e tenacemente la politica interna di Giolitti, Orlando e Nitti in nome dell'idea liberale, che gli sembrava compromessa e violata dalla dedizione continua ai partiti estremi ed aggiunge di aver «fatto opera pubblica e privata perché l'on. Facta lasciasse presto il suo posto e permettesse così quell'avvento dei fascisti al potere per vie normali che si stava preparando sotto la guida di autorevoli uomini politici di parte liberale». Il Corriere si schierò contro il fascismo quando questo ebbe conquistato il potere con metodo insurrezionale perché usciva così dalla legalità. Questo principio l'Albertini non cessò di sostenerlo anche in Senato, come Amendola lo fece tenacemente alla Camera. Mussolini non perdonò ai suoi contradditori. Amendola dovette emigrare ed Albertini fu costretto a cedere il Corriere ai fratelli Crespi per la pressione delle squadre armate e minacciose sotto gli uffici del giornale.

Dopo l'atteggiamento filofascista del 1919-1922 seguì l'atteggiamento contrario al fascismo dal 1923 al 1925 per diventare in seguito - al passaggio totale delle quote di proprietà - ultra fascista fino al 25 luglio 1943; il giorno successivo improvvisamente subisce una grave crisi di coscienza e sotto un grande titoIone su tutta la pagina «Il saluto del popolo italiano al Governo del ministero Badoglio» appare questo articolo di fondo: (1)

«L'Italia è immortale. Questa certezza, documentata da una storia che ha conosciuto ore di oscuramento ma che non ha mai mancato al suo nobilissimo, civile destino, deve essere più che mai presente alla coscienza degli italiani in quest'ora solenne. Mentre il Sovrano, assumendo il comando di tutte le Forze Armate, rinnova il patto che lo consacra alle sorti e alle fortune del Paese, ogni esitazione, ogni discordia deve essere assolutamente evitata. La voce del dovere deve risuonare limpida e imperiosa nelle coscienze, dando il massimo vigore al nostro sentimento di disciplina, di collaborazione incondizionata e operante.
«Già il popolo ha parlato e con vibrante spontaneità ha espresso il suo consenso alle direttive date da Sua Maestà il Re. Le folle che si gono radunate nelle piazze acclamando al Sovrano, all'Esercito e alla Patria immortale, hanno detto come l'imperativo dell'ora sia stato subito sentito con una freschezza d'animo che è sicura promessa per l'avvenire. Obbedire, essere accanto all'uomo che deve guidare le sorti della Nazione in così grave momento: questo sia l'unico proposito d'ogni italiano. Obbedire nell'assoluto rispetto delle istituzioni all’ombra delle quali l'Italia ha conquistato la sua Unità e la sua indipendenza.
E così conclude: «Italiani! Dobbiamo stare al posto di lavoro e di lotta: al posto dell'onore. La concordia ha da illuminare la nostra via. Il valore dei soldati, l'operosità e l'antica saggezza della nostra gente sono una garanzia dell'audacia ».
Nella edizione del pomeriggio troviamo questa confessione: «E' difficile fare da noi stessi un giornale quando per vent'anni ce lo siamo visto dettare da un ministero». Ma questa crisi e questa confessione durano lo spazio d'un mattino. Con l'8 settembre il Corriere fiuta il vento e, dimentico di avere per ben quindici anni esaltato sotto dettatura lo spirito guerriero del regime ed eccitato gli animi alla guerra a fianco dei tedeschi in nome della volontà popolare, così commenta la notizia dell’armistizio:
«Giorno di profonda tristezza per il popolo italiano, se anche nel primo momento la fine di una guerra impopolare, che ha sparso di lutti e di rovine tutto il Paese, abbia potuto dare un senso d'istintivo sollievo». Accenna alla «evidente insufficienza materiale », alla « impreparazione che la lunga durata della lotta doveva rivelare sempre più calamitosa» e così termina: «Due date sorgono nella niente: il 4 novembre del 1918, l'8 settembre del 1943. Due guerre: col popolo, senza il popolo. E nel confronto è tutta la storia da cui bisogna risalire ».

Durante tutto il periodo della Repubblica del Nord il giornale - sotto la direzione di E. Amicucci - assume la nuova intonazione: la Patria è identificata nel connubio nazi-fascista; chi non ha aderito al nuovo partito fascista repubblicano è uno spergiuro e un traditore, e ripete a sazietà l'elogio «di questi sublimi vent'anni che pure hanno visto, nonostante resistenze occulte e palesi, sorgere opere grandiose e svilupparsi un programma sociale...»; fa continui appelli per gli arruolamenti e questo accorrere dei giovani alle armi lo chiama orgogliosamente «segni della rinascita». Il 25 luglio è battezzato «vento di follia così detta libertaria» e nello stesso tempo esalta le nuove manifestazioni squadriste.

La disinvoltura eccezionale del nostro magno organo - che è poi il rappresentante della mentalità intellettuale italiana - si rivela negli articoli di due suoi collaboratori: lo svizzero Gentizon e quel tal redattore che si firma semplicemente « il giramondo » (2). Del primo il giornale riporta una serie di lunghi articoli apparsi su Le mois suisse, che suonano esaltazione vera e propria del fascismo e di Mussolini, mentre condannano il Re e la Monarchia colpevoli di avere sempre ostacolato il regime: «Questa crisi, l'armistizio e la capitolazione, sono stati il prodotto d'una volontà manifesta del trono e dei capi superiori dell'Esercito. Per comprendere l'ingerenza del Re in queste decisioni di una tale gravità non bisogna dimenticare che vi è stata sempre in Italia, dopo il 1922, una rivalità sensibile tra gli elementi fascisti e gli elementi schiettamente monarchici. La dittatura mussoliniana ha dato sempre ombra alla Casa Savoia ». «...Certo il Duce governava ma non regnava». Mette in evidenza come la resistenza della Monarchia abbia impedito al fascismo di creare un regime così totalitario come il nazionalsocialismo che riuscì a forgiare una armata veramente repubblicana e socialista. Fu così che tutte le correnti di opposizione si appoggiarono sulla Monarchia, ed ammette che il fascismo «non avrebbe potuto essere rovesciato fino a che il Duce restava al potere»; soltanto, egli dice, «occorre sottolineare che le masse italiane non hanno affatto partecipato al colpo di forza che ha temporaneamente abbattuto il fascismo e il suo capo». Indi continua: «Il popolo ha appreso l'evento a mezzo della radio. Il regime mussoliniano non è stato dunque rovesciato il 25 luglio 1943 da un movimento popolare spontaneo ed irresistibile, da una esplosione unanime di odio e di rancore contro il sistema politico e sociale, la dottrina e l'uomo che guidava da più di 20 anni i destini d'Italia. In nessun momento vi fu la minima ondata di fondo per ristabilire la democrazia o il minimo sforzo per imporre il ritorno del liberalismo. Non vi furono barricate come non vi fu alcun romanticismo rivoluzionario. Sangue non ne fu sparso. Gli operai non si mossero, i contadini continuarono tranquillamente a mietere. Insomma non vi fu rivoluzione antifascista. Malgrado le amarezze e l'umiliazione delle disfatte africane, la lunghezza della guerra, le delusioni provate, i lutti, le privazioni, il rincaro della vita, la miseria delle classi povere, i bombardamenti, il popolo italiano in nessun luogo ha preso l'iniziativa di mettere fine al regime. Il popolo non ha avuto alcuna parte nell'avventura. La corrente che ha rovesciato il fascismo non è dunque stata di natura popolare. Il contrario sarebbe stato inconcepibile ».

Per il Corriere della Sera - e lo fa ripetere dal suo collaboratore straniero - non è nemmeno ammissibile che il popolo italiano fosse contrario alla guerra e potesse insorgere contro l'uomo che gli fece dono della Carta del Lavoro, delle Corporazioni, delle pensioni agli operai e contadini, dell'assicurazione sulla vecchiaia, del Dopolavoro, dell'Opera maternità ed infanzia, delle vacanze pagate, dei treni popolari, dei prestiti matrimoniali, ecc. ecc. E conclude: «In quest'ora cruciale l'Italia ha la grande fortuna di avere alla sua testa un uomo il cui potere emana dal fondo stesso della storia e che si identifica con i destini del proprio Paese».

Agli articoli del Gentizon si alternano quelli del Giramondo, sotto l'insegna di una rubrica «Dopo il 25 luglio». Questi è spietato contro tutti e quando parla del periodo badogliano nei momenti tragici in cui l'armistizio si imponeva e del risorgere dei vecchi partiti, osserva che in questo frangente «il re era in grado di dare dei punti a tutti in scaltrezza, in abilità manovriera, in perfidia, in malvagità». E più avanti, Badoglio e Vittorio Emanuele per l'azione del 25 luglio sono diventati «due sozzi sotto uomini». Non meno esplicito è verso Benedetto Croce «il cui crepuscolo, egli dice, è veramente inglorioso, perché nella storia della filosofia italiana l'azione svolta da Benedetto Croce dal 25 luglio in poi rimarrà come pagina di eterna vergogna. Quest'uomo ha scritto volumi e volumi di filosofia, ma non è un filosofo. Egli si è palesato un opportunista, un politicante fazioso, un profittatore che ha scroccato la fama di un inesistente martirio». Cinque anni più tardi il Corriere della Sera ospiterà le Memorie politiche del filosofo, esponente dell'antifascismo esarchico nelle quali verranno, come vedremo, servite ai lettori le più ingiuste e spietate accuse al Sovrano ma per ragioni precisamente opposte a quelle che hanno ispirato le contumelie del Giramondo. Così come inviterà alla collaborazione lo Sforza dimentico di avere detto di lui: «Egli non chiama in soccorso soltanto il delitto ma apre una scuola di delitto».

Le parole di disprezzo verso il Re, fino a chiamarlo mercante e usurario, non si contano, mentre poi pubblica la fotografia di Hitler in prima pagina per onorare il giorno del suo onomastico. Le 8 condanne a morte del Tribunale Speciale di Torino ai componenti di quel Comitato di Liberazione sono un «esemplare dovere di giustizia ».
Improvvisamente il 26 aprile 1945 il quotidiano milanese che ha assunto la testata di Nuovo Corriere e poi di Corriere di Informazione - passa agli ordini del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia del quale pubblica l'ultimatum ai nazifascisti: «Arrendersi o perire! ». Ma c'è poco da scegliere: gli Alleati sono nei sobborghi della città, tedeschi e fascisti sono in fuga e l'invito allo sciopero è semplicemente superfluo. L'insurrezione divampa quando il nemico non c'è più. E incominciano le vendette, l'orgia di sangue, la caccia all'uomo. Si uccide per uccidere, e l'epilogo ha luogo nella carneficina di Piazzale Loreto. Chi sono questi cosidetti insorti? Forse gli stessi che ancora quattro mesi prima avevano acclamato Mussolini.

Nel numero del Corriere d'Informazione del 25 maggio 1945, Mario Borsa, direttore, terminava un suo articolo di fondo, Sincerità: «Cerchiamo di essere soprattutto e anzitutto, uomini di carattere. E così - soltanto così - finiremo con l'essere buoni italiani». Non era quello del Corriere il pulpito più autorevole per un così nobile appello, ed i fatti, gli sviluppi della politica e gli stessi susseguenti atteggiamenti del Corriere d'Italia, del Corriere della Sera e dei maggiori quotidiani d'Italia dimostrano che la invocazione non ha sortito esito felice. Ancora il Borsa è costretto a scrivere il 2 giugno 1945: « ... far intendere ai C.L.N. periferici - e francamente ce n'è bisogno - che in questo momento il loro dovere è quello di impedire le violenze personali, i ricatti, le estorsioni arbitrarie di danaro; contenere, fin dove è possibile, l'arrembaggio, per non dare l'impressione che i rivolgimenti auspicati abbiano a risolversi nel prendere gli uni il posto lasciato dagli altri». Richiamo un poco blando se si considerano la crudeltà e la enormità dei massacri, ma tuttavia molto significativo e che conferma l'opera nefasta e deleteria dei Comitati di Liberazione. Nefasta e deleteria per il fatto che, invece di preoccuparsi dell'organizzazione della vita e dei servizi compromessi dalle necessità della guerra e dalle inevitabili incertezze del trapasso dei poteri, mirarono soprattutto alle sistemazioni personali lasciandosi andare alle vendette ed alla predicazione dell'odio.

Con questi precedenti: fiancheggiatore ore del fascismo dal 1919 alla vigilia della marcia su Roma; organo apologetico del regime dal 1925 al 25 luglio 1943; strumento della Repubblica del Nord e del Comando tedesco fino al 25 aprile del 1945, ecco che alla morte di Re Vittorio Emanuele III il Corriere della Sera assume l'atteggiamento della pulzella immacolata, scaricando sul Sovrano la responsabilità di colpe ed errori coscientemente commessi dal suo complesso editoriale e redazionale. L’articolo in morte del Re sull'edizione del mattino 30 dicembre 1947 diceva: « Come mai, avendo vinto con il popolo, e in nome del popolo l'ultima guerra di unificazione, si abbandonò alla dittatura, negò la libertà, accettò le responsabilità della Monarchia assoluta rinunziando alla pienezza del potere e si illuse di essere re costituzionale in un dispotismo che aboliva anche i controlli amministrativi? Certo Vittorio Emanuele non seppe, non vide o non potè ».

Ammette che il 25 luglio e l'8 settembre la Monarchia rese l'ultimo servizio all'Italia e la Luogotenenza «giovò a mantenere una continuità che sostenne la unità, avviò la ricostruzione dello Stato, evitò i pericoli della guerra civile». Ma nella stessa pagina, dopo la notizia della morte, in una notizia da Roma nella quale si afferma che il patrimonio del Re sarebbe di 15 miliardi, l'ufficio romano del Corriere - che fu fra i più sottomessi al regime ed è ancora composto delle stesse persone con Silvio Negro alla testa dei denigratori del Re, già alla testa dei servizievoli esaltatori del peggiore gerarchismo fascista - sferra la prima pugnalata: «Ora ci si domanda se questo testamento fatto da Vittorio Emanuele quando era del tutto imprevedibile ogni minaccia di esilio, possa ancora considerarsi valido » (testualeM). La salma del Sovrano non era ancora scesa nella fossa e già si pensava di spogliarne gli credi. Con questo inqualificabile
atteggiamento i fratelli Crespi intendevano forse assicurarsi - come si sono assicurata – l’intangibilità di quella parte di patrimonio accumulato coi « profitti di regime » nonché la descriminazione in Senato?
Quando si pensa che per 5 anni venne tenuta sotto sequestro la barca con la quale a Rimini un modesto e povero barcaiolo (essa era l'unico strumento in suo possesso per campare la magra vita) portava in gita Mussolini nelle sue brevi apparizioni in quel mare.
Venne sequestrata come « profitto di regime »! Due pesi e due misure. Evidentemente deve avere ragione Nitti là dove nelle sue Rivelazioni muove un'aspra critica alla condotta delle Commissioni di epurazione.
Nell'edizione serale del quotidiano milanese che porta la testata di Corriere d’Informazione, diretto da Guglielmo Emanuel, compare un articolo a firma di Cesare Spellanzon: « Il Re che non tenne fede allo Statuto », nel quale l'autore fà un accenno alla salita sul trono dopo il regicidio di Umberto I e poi continua: «Nel discorso che il nuovo re pronunciò in questa occasione, disse recisamente che non sarebbe mai mancata in lui la più serena fiducia nei nostri liberali ordinamenti», né gli sarebbe mai mancata «la forte iniziativa per difendere vigorosamente le gloriose istituzioni del Paese, retaggio prezioso dei nostri maggiori ». Esser venuto meno a questa solenne promessa e a tal suo giuramento, « fu colpa gravissima di re Vittorio Emanuele III, che portò sciagura a lui, alla sua casa, e all'Italia tutta ».

Passa in rassegna la guerra di Libia v quella 1915 - 1918 e prosegue: «Se il re avesse saputo conservarsi fedele allo Statuto e impedirne la manomissione, e conservare soltanto ciò che tra il 1911 e il 1918 era stato dall'Italia conquistato, il suo regno sarebbe stato memorabile», Si richiama alle prime agitazioni del dopo guerra, alla debolezza dei Governi di allora che lasciavano ingrossare il partito fascista» il quale con i suoi capi «commise innumerevoli atti di violenza, feroci delitti, distruzioni e rapine, col mezzo di squadre organizzate militarmente». Non una parola di biasimo alle violenze selvaggie del bolscevismo il quale, con la caccia agli ufficiali, ai soldati decorati, ai combattenti e le intemperanze in ogni settore della vita economica e civile provocarono la reazione del fascismo.
Egli dimentica che in quel periodo persino Arturo Labriola che pur fece la carriera politica socialista nella frazione rivoluzionaria, ebbe ad esclamare: «Temo di dover diventare reazionario per disperazione ».
Lo Spellanzon rimprovera al Re di aver accolto Mussolini dopo la marcia su Roma ma si guarda bene dal constatare che questi era accompagnato dal favore popolare, così come dimentica che l'azione rivoluzionaria del fascismo ebbe sì una soluzione extra parlamentare, ma perfettamente costituzionale. Lo Spellanzon avrebbe voluto lo stato d'assedio con lo incarico all'esercito di sparare sugli insorti i quali, egli ci assicura, «si sarebbero rapidamente squagliati al primo segno dì una energica resistenza». Ammette pertanto che «il Parlamento ebbe il torto di sanzionare il fatto compiuto», anche perché «nelle assemblee non è facile trovare atti di eroismo». Il Re invece avrebbe dovuto, per far piacere allo Spellanzon ed al Corriere d'Informazione, agire anche contro la volontà delle Camere, fare cioè un colpo di Stato! Ed il nostro storico continua: «Un'ultima occasione fu offerta al re per liberare il Paese da Mussolini e dal suo Governo nefasto: alla fine del 1924 alcuni uomini devoti alla Corona portarono al Sovrano la prova documentata che Mussolini era responsabile dello assassinio del deputato Matteotti, e che perciò doveva essere allontanato dal potere. Ma il re non volle ascoltare quei suoi fedeli servitori: si copriva gli occhi, si turava le orecchie, diceva che i suoi occhi e le sue orecchie erano la Camera e il Senato. Pretendeva che una Camera eletta con una legge elettorale fascista e un Senato intimidito dal Governo che disponeva di tutti i poteri si ribellassero al dittatore fascista e lo condannassero». «Il re, dopo qualche debole resistenza, approvò perfino la istituzione del Gran Consiglio del fascismo, che intaccava anche la normalità della successione al trono ».

Auguriamoci che lo Spellanzon quando scrive di storia esprima nel rilievo e nella valutazione degli avvenimenti, un animo diverso da quello col quale ha commentato gli atti di Re Vittorio, altrimenti ci sarebbe da reclamare che la sua produzione venga mandata al macero. Infatti: dove ha imparato che la Camera - in funzione quando avvenne il delitto Matteotti derivava da una legge fascista? Non sa lo Spellanzon che questa legge venne proposta da una commissione della quale facevano parte Orlando, Giolitti e Salandra, essendovi alla Camera soltanto 47 deputati fascisti? Non sa lo Spellanzon, che il Gran Consiglio venne approvato da un Consiglio dei Ministri nel quale erano popolari e liberali salandrini, i beniamini del giornale milanese? Non sa che alla notizia della costituzione del Gran Consiglio nessun giornale - dico nessuno, nemmeno il Corriere della Sera - fece la minima obbiezione al nuovo Istituto? Non sa lo Spellanzon che quanto riguardava la successione al trono era già di pertinenza delle Camere e passò al Gran Consiglio per via naturale dappoichè questo aveva assorbito le principali prerogative delle Camere? In quanto alla «prova documentata portata al Sovrano che Mussolini era responsabile dell'assassinio del deputato Matteotti» il nostro storico sa benissimo che tutto questo è frutto di pura fantasia. Ne abbiamo dimostrata la falsità nelle pagine precedenti contestando il discorso di Sforza al Senato, discorso che costui ama ricordare al fine di ripetere questa sua insulsa vanteria.
La verità sta in questo: le tanto strombazzate prove portate al Sovrano consistono nel memoriale di Cesare Rossi che l'on. BonDini voleva consegnare al Re. Questi lo respinse perché non era di sua competenza, ma bensì dell'alta Corte di Giustizia: denunciassero a questo consesso il crimine dì Mussolini.
In quanto ad «alcuni uomini devoti alla Corona che portarono al Sovrano la prova documentata che Mussolini...» ecc., sappiamo che si tratta degli on. Albertini, Sforza ed Amendola i quali recarono al Sovrano non accuse specifiche, ma soltanto recriminazioni di oppositori. Ciò è tanto vero che nessuno riuscì ad avere in mano un minimo di documentazioni sufficienti per denunciare Mussolini all'Alta Corte di Giustizia. Mancarono le prove come mancò il coraggio. Una denuncia venne bensì fatta ma nel 1944 dall'on. Berlinguer, quando però il pericolo era scomparso, il fascismo era disciolto ed il presunto colpevole defunto... I parlamentari che andarono dal Re a chiedere l'allontanamento di Mussolini si fecero sopratutto forti delle esigenze dell'opposizione. Possiamo assicurare per averne avuto confidenza da persona che in quei giorni avvicinava il Re, che questi avrebbe messo in imbarazzo i suoi interlocutori con questa osservazione: «Ma qual è l'opposizione che non chiede al Governo in carica di andarsene? Datemi un voto di maggioranza contrario o provocate dimostrazioni pubbliche e soltanto allora io potrò intervenire ».

Cosa avrebbero detto i critici della Monarchia se questa nel 1945, ascoltando l'invocazione di milioni di italiani, avesse destituito e magari fatto arrestare il governo dell'Esarchia, governo colpevole e confesso di ben più gravi delitti, le stragi del Nord? Forse che Einaudi ha destituito i ministri Sforza e Pacciardi, inseguiti da accuse specifiche di alto tradimento? Nessuno chiese mai alla Camera l'allontanamento di Mussolini, ma fu bensì chiesto quello di Pacciardi, accusato in pieno Parlamento dall'on. Cuttitta di collaborazionismo col nemico, la stessa accusa elevata contro il maggiore Tamagnini presidente dell'Associazione Reduci dalla prigionia e, fusa questa con l'Associazione Combattenti, vice presidente del nuovo organismo. Costui si salvò sotto le ali dell'art. 16 del Diktat, ma i suoi accusatori furono assolti per avere raggiunta la prova dei fatti ed egli dovette dimettersi da ogni carica e scomparve dalla circolazione. Malgrado il precedente del caso Tamagnini, Pacciardi e Sforza rimangono al governo e si recano all'estero a rappresentare l'Italia!
Durante il ventennio mai vi furono in Parlamento accuse specifiche contro Mussolini, non vi fu voto contrario, non vi furono dimostrazioni di piazza. Il popolo italiano si avvicinò sempre più a lui fino a fondersi tutto in un solo partito. Noi contrari eravamo come le mosche bianche, derisi e compatiti, anche da molti che ora si atteggiano a vittime e sono in prima fila ad accusare il Re.
Spellanzon non disdegnò andare dal tanto esecrato Sovrano ad offrire la sua Storia del Risorgimento e ad ascoltare quei consigli che lo convinsero a sviluppare la sua opera in 8 volumi invece che in 4. In pieno fascismo lo Spellanzon era grande ammiratore del Re. Ma dopo...
Non crediamo degno di rilievo il periodo col quale lo Spellanzon si avvia alla fine, del suo infelice articolo: «Re Vittorio Emanuele III solo l'anno dopo, [1946] costretto dai partiti antifascisti e principalmente dal rappresentante dell'America e della Gran Bretagna, consentì a rinunciare all'esercizio dei suoi poteri sovrani... ». Lasciamo alla sua insensibilità patriottica il compiacimento di vedere il Capo del proprio Paese umiliato dallo straniero.

(1) Durante il fascismo il Corriere della Sera è diretto da Aldo Borelli; dal 26 al 31 luglio 1943 da Filippo Sacchi; dal 1 agosto all'11 settembre da Ettore Janni; dopo una breve gerenza di Lasagna la direzione passa ad Ermanno Amicacci che la tiene fino al 25 aprile del 1945, periodo in cui il giornale per punizione dei Comitati di L. N. deve assumere prima il titolo di Nuovo Corriere e poi di Corriere d'Informazione. In seguito riprende le pubblicazioni con la vecchia testata di Corriere della Sera come premio per avere proficuamente soffiato sul «vento del nord» e per il silenzio sui delitti e sulle vendette dell'antifascismo.

(2) Dice il Silvestri (Mussolini, Graziani e l'antifascismo), allora a contatto con Mussolini, che in alcuni di quegli articoli si condensava un pensiero mussoliniano ed aggiunge: «E' oramai stabilito che gli articoli furono sempre coordi nati e completati dallo stesso Mussolini. Alcuni furono esclusiva opera sua ».



lunedì 27 aprile 2015

Riflessioni a margine del 25 aprile. A quando una Festa “della Nazione”?

Ospitiamo, copiandolo di sana pianta, un articolo del Prof. Dr. Salvatore Sfrecola tratto dal suo sito, http://www.unsognoitaliano.it/, su sua segnalazione.
Ne siamo particolarmente onorati..



di Salvatore Sfrecola

Il 25 aprile, appena ricordato nel settantesimo anniversario dell’insurrezione contro i tedeschi invasori e la Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.), è senza dubbio una ricorrenza che nella storia d’Italia è certamente più importante di quanto sia stata e sia vissuta nella contrapposizione politica che l’ha caratterizzata per essersene, fin dall’inizio, impossessati alcuni partiti, in particolare il Partito Comunista Italiano. Sarebbe stato tutto sommato più semplice ricondurre la rivolta e la sua conclusione nei termini esatti che certamente gli storici, negli anni a venire, le riconosceranno come una reazione, diffusa in vasti strati delle popolazioni del Nord Italia, contro l’occupazione tedesca e il Governo di Salò. Variegate sono state, infatti, le componenti del movimento partigiano, in parte riconducibili a partiti, il comunista e il democristiano, in primo luogo, altre più “patriottiche”, come quelle che Eugenio Scalfari su La Repubblica di ieri definisce “monarchiche”, che più semplicemente si riferivano allo stato nazionale, strumentalmente definito “Regno del Sud”, più esattamente il Regno d’Italia. Erano reparti formati da militari che non avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana e che, mantenendo fede al giuramento prestato al Capo dello Stato, si erano mobilitati sulle montagne per sfuggire ai bandi di arruolamento della RSI e combattere gli invasori. Reparti sui quali si è tentato di stendere il velo del silenzio, proprio perché non riferibili a partiti politici, nonostante il loro sia stato un apporto certamente significativo alle operazioni militari per l’ovvia ragione che erano gli unici inquadrati ed addestrati all’uso delle armi.
In una visione realistica e corretta degli avvenimenti che hanno preceduto la rivolta contro gli invasori e la Repubblica di Mussolini (del cui ruolo gli storici scriveranno ancora per ricordare le azioni violente delle Brigate Nere, ma anche per segnalare che la repressione tedesca è stata in qualche misura condizionata e a volte frenata dalla presenza dell’alleato fascista), non si può fare a meno di riandare a quel 25 luglio del 1943 quando il Re mise fine al Governo fascista dopo un voto del Gran Consiglio sull'ordine del giorno Grandi concordato, com'è noto, con il Ministro della Real Casa, Duca d’Acquarone e con lo stesso Sovrano che il suo ministro aveva autorizzato a trattare con i dissidenti del regime.
Il fatto ha un ruolo cruciale nella dinamica degli avvenimenti successivi. Perché se l’Italia non avesse avuto un Re che, nonostante fosse stato abbandonato dalle forze politiche antifasciste fin dal 1922, impersonava comunque lo Stato e manteneva l’autorità suprema sulle forze armate, la defenestrazione di Mussolini non ci sarebbe stata. Se, cioè, l’ordinamento costituzionale fosse stato come quello della Germania nazista, con un Capo dello Stato asservito completamente al regime, anzi espressione del regime, l’Italia non avrebbe potuto giungere all'armistizio e definire una pace separata con gli alleati. In proposito vale la pena di ricordare le ricorrenti sollecitazioni di Hitler a Mussolini di “sbarazzarsi” della monarchia.
Questo quadro sfugge a molti perché non fa comodo, perché a quanti (Sturzo, Turati) non avevano voluto, alla vigilia della Marcia su Roma, assumersi la responsabilità di un governo che fermasse la rivoluzione fascista, è tornato agevole far ricadere su Vittorio Emanuele III le loro responsabilità, fino a definire “fuga” l’abbandono di una Roma militarmente indifendibile e possibile oggetto di rappresaglie degli anglo-americani e dei tedeschi. Anche dal Vaticano, oggi è accertato, erano venute significative sollecitazioni perché il Sovrano ed il Governo lasciassero la Capitale per evitare di farne un campo di battaglia che avrebbe portato alla distruzione dei più straordinari monumenti della civiltà romana e della cristianità.
Ma quella bandiera ammainata a Roma è rimasta a sventolare nei territori non occupati dai tedeschi e, ben presto è tornata a sventolare al Nord dove i reparti dell’esercito avevano formato le prime formazioni della resistenza anti nazista. È un dato storico che non può essere ignorato e, del resto, nei giorni scorsi i documentari con i quali le televisioni hanno ricordato gli eventi di 70 anni fa, molti dei reparti che sfilavano a Torino, a Milano, a Bologna erano preceduti dalla bandiera nazionale, quella delle guerre del Risorgimento e della liberazione di Trento e Trieste. Ed anche dai balconi delle città in festa sventolava la stessa bandiera.
Queste considerazioni inducono a riflettere sulla circostanza che l’Italia, a differenza di altri nazioni, non ha una festa nazionale ma ricorda tante diverse occasioni della storia, il 25 aprile, ad esempio, il 4 novembre, ribattezzato festa delle forze armate, il 2 giugno, data del referendum che ha data la vittoria alla repubblica. Solamente nel 2011, nel centocinquantesimo dell’unità d’Italia fu ricordato il 17 marzo 1861, data della proclamazione ufficiale del Regno d’Italia. Quella deve essere la Festa della Nazione Italiana perché quel giorno il Parlamento subalpino, divenuto italiano, ha votato la legge che ha proclamato la costituzione dello Stato nazionale unitario succeduto agli stati che avevano disegnato la geografia politica della penisola dopo il Congresso di Vienna.
Quella data, solo quella, può dare il senso dell’unità della Nazione, così contribuendo a superare i particolarismi culturali ed economici che negli anni successivi al 1861 e ancora oggi alimentano contrapposizioni, anche di interessi, che è necessario superare in un’ottica di sviluppo economico e sociale all’interno dell’Unione Europea.
27 aprile 2015

sabato 25 aprile 2015

25 aprile, le storie degli "altri" partigiani: "Andavamo all’attacco urlando viva il Re"

Augusto De Luca era un ragazzo che scelse di combattere assieme al raggruppamento Mauri. "Andavamo all’attacco urlando viva il Re"
Augusto De Luca, classe 1927, è un vecchietto incredibilmente lucido e arzillo. Non a caso ogni tanto lo invitano nelle università a parlare. E uno dei maggiori storici della resistenza, Ruggero Zangrandi, ha sfruttato le sue memorie per uno dei suoi libri più famosi 1943: 25 luglio - 8 settembre (Feltrinelli, 1964).De Luca, «Benemerito della lotta di liberazione», ha molto da raccontare non soltanto sull'8 settembre, ma anche su tutto ciò che accadde sino al 25 aprile del 1945. Infatti, anche se era appena un ragazzo ha combattuto con i reparti partigiani - ma lui precisa subito: «Noi ci definivamo patrioti, non partigiani» - nei violenti scontri di Forti di Nava (11 marzo 1944). Faceva parte del cosiddetto Gruppo divisioni alpine, forze organizzate dal maggiore degli Alpini Enrico Martini, nome di battaglia Mauri, di cui fece parte poi anche Beppe Fenoglio. Quei partigiani, molto spesso ex militari, combattevano i fascisti in nome dell'Italia, senza posizionamenti ideologici insomma. Come dice De Luca: «Pensavamo che la politica venisse dopo la liberazione, non prima, molti erano monarchici, andavamo all'attacco gridando “viva il Re”».
De Luca si unì ai partigiani, pardon patrioti, giovanissimo. Ha un ricordo nitido dei fatti, per nulla oloegrafico. Innanzitutto c'era grande confusione, il che faceva sì che coraggio e paranoia si mischiassero. I tedeschi erano spietati e professionali, quelli che li affrontavano sui monti erano una compagine fragile, e poco disciplinata. All'inizio De Luca si trovava a Ormea con la famiglia durante i brevi combattimenti in cui l'esercito italiano venne travolto dai tedeschi, subito dopo l'8 settembre. Riesce a nascondere una pistola, un moschetto e si mette, con un amico, a cercare di raccattare armi da dare alla Resistenza. Il suo unico contatto con quelli che stanno in montagna è un tizio che al paese vive di espedienti: «Diceva di chiamarsi Beppe Ravotti. La cosa che gli interessava di più era raccogliere armi e alla fine mi presentò ai partigiani». De Luca si aggrega per un breve periodo al gruppo comandato da Martinengo (al secolo Eraldo Hanau): la 13ª Brigata Val Tanaro. Il primo passaggio in montagna è quasi una scampagnata. Si conclude quando viene a riprenderlo la mamma. Gli altri, vista la donna disperata, lo autorizzano a scendere, anche se non prima di avergli fatto uno “scherzone”: «Passai dieci minuti di spaghetto, mi legarono a un albero e si apprestarono a fucilarmi chiamandomi traditore. Era uno scherzo, però erano talmente seri che ci credetti veramente».
Poco tempo dopo i partigiani occupano Ormea e De Luca torna a combattere con loro. Però ha un'amara sorpresa proprio sull'uomo che glieli ha presentati: «Ravotti viene arrestato con l'accusa di essere un accaparratore e di aver venduto armi e viveri alla borsa nera». Vero o falso? Ma non c'è molto tempo per pensare a dettagli di questo tipo, c'è da affrontare i tedeschi. Si combatte a Forti di Nava, dove i partigiani armati sono in fortissima inferiorità numerica... All'inizio gli insorti resistono, poi vengono costretti a ripiegare. Si cerca di organizzare dei punti di raccolta. Quello a cui era diretto De Luca è alla Colla di Casotto. Quando ci arriva... «quale fu la nostra sorpresa e quella di altri partigiani giunti da altre direzioni nel non trovare nessuno... gridammo al tradimento degli ufficiali». Non era vero, Mauri e gli altri erano braccati. De Luca e i suoi ripartono. Ma poi si ritrovano di fronte a un quesito tremendo. Hanno dei prigionieri: due carabinieri catturati a Pieve di Teco e il figlio di un «fascista notorio». Tenerli non possono e lasciarli è rischiosissimo. Votano per fucilarli, ma quando De Luca ha già il mitra in mano si rifiuta: «Una cosa era uccidere in combattimento, una cosa era uccidere così a sangue freddo... poi fra i tre c'era un ragazzo più giovane di me, che probabilmente non aveva nessuna colpa, per le idee e il comportamento del padre». Anche gli altri allora optano per lasciarli andare. E forse la bontà ha un prezzo, perché quando le SS attaccano la Val D'Inferno mettendola a ferro e fuoco sembra che sappiano dove andare a cercare i partigiani.
De Luca dopo molto vagare finirà per tornare dai suoi a Torino. E i genitori gli fanno fare quello che è normale per un ragazzo della sua età. Lo rispediscono a scuola. Lui si mette allora a fare campagna antifascista negli istituti della città. Anche con qualche piccola gaffe. La maggior parte dei fiancheggiatori partigiani sono socialisti o comunisti. Alla fine di un bel discorso di propaganda De Luca vuol fare il saluto col pugno chiuso ma, per colpe di anni di abitudine, sbaglia: gliene parte uno col palmo aperto... E poi arriva il 25 aprile: «Ho cercato con alcuni compagni di avere delle armi... siamo andati alla caserma abbandonata di Piazza Bernini, sono riuscito a prendere un moschetto con delle munizioni. C'è stata una scaramuccia contro due carri armati tedeschi. Però con dei fucili contro i panzer si è potuto fare ben poco. Poi ho rastrellato i cecchini, mentre in città diventavano tutti partigiani... E lì la storia è finita».
Però anche se la storia è finita da tanto tempo c'è qualcosa che a De Luca non è mai andata giù. «Alla fine la rappresentazione che è passata della Resistenza è quella di una Resistenza ideologizzata, tutta spostata a sinistra, ma i comunisti saranno stati al massimo il 30 per cento di quelli che hanno partecipato... Degli altri non si parla quasi mai...».

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/e-tito-resta-cavaliere-repubblica-italiana-911419.html

venerdì 24 aprile 2015

Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II

Per il 25 Aprile, che nel corso di 70 anni ha assunto significato affatto diverso da quello originale, pubblichiamo la lettera scritta dal ministro della Guerra Stefano Jacini, al Luogotenente Generale del Regno, Principe Umberto con l'invito a fregiarsi del distintivo di Combattente della libertà, come tanti soldati del ricostituito Regio Esercito, che adesso non vengono invitati in parlamento ma che fecero il loro dovere mantenendo integro il loro giuramento di fedeltà al Re.


Buona lettura!

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - V

Il 25 aprile, il 2 giugno e la costituzione costituiscono la trinità laica fondante della repubblica. In questo settantesimo 25 Aprile abbiamo voluto cambiare il titolo del capitolo del libro la Monarchia e il Fascismo per ricordare che la quasi totalità degli antifascisti repubblicani fu, durante il vituperato ventennio, fascistissima al di là di ogni ragionevole dubbio. 
La repubblica antifascista è in realtà la repubblica dei fascisti che cambiarono casacca davanti alla guerra persa scaricando sul Re le colpe della loro ignavia.


La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - V
Gli antifascisti dell'ultima ora primi nello scaricare sul Re le loro miserie

L'«intellighenzia» italiana: ieri in orbace ad acclamare il Duce: oggi a chiedere la condanna del Re per averlo tollerato

Non altrimenti è la condotta dei neo repubblicani della politica del giornalismo e della letteratura: qualcuno lo abbiamo visto sfilare pettoruto nei cortei del regime vestito di orbace o fra le folle oceaniche, molti li rammentiamo fra i precursori nei lontani anni della vigilia e di altri ci sovvengono gli scritti adulatori del Duce e dei gerarchi. Per metterli tutti nella giusta luce occorrerebbero dei volumi. Ci limiteremo ad alcuni di essi, i quali, o per essere stati fra i più compromessi, o per non aver fatto nulla, pur potendolo, contro l'affermarsi del regime, hanno inveito sia contro Mussolini che contro la Monarchia:

L'on. Lussu, tenace assertore sino al 1923 della fusione del Partito d'Azione Sardo col Partito Fascista: nel numero del 26 gennaio di tale anno (attenti alle date) del Giornale d’Italia che riporta la cronaca della seduta del Consiglio provinciale di Cagliari, sotto il titolo a due colonne «La fine del Partito d'Azione Sardo annunziata dall'on. Lussu» leggiamo riportate queste sue parole: «Sin d'ora dichiariamo che coloro che entreranno nel Fascismo vi porteranno tutta la loro passione di combattenti, tutta la loro anima sarda nutrita di speranza, tutta la loro consapevolezza di sardi cui si può solo rimproverare la grande passione per la nostra terra. Da questa fusione deve derivare, come è mio augurio, ogni fortuna dell'isola come noi abbiamo sognato in guerra».

Mario Panunzio, già direttore della rivista Oggi, paladino anti-monarchico in seno alla direzione del Partito Liberale sempre inteso a protestare contro la «Monarchia fascista».

Luigi Salvatorelli detto anche mangiamonarchici, lo storico dell'anti Savoia che collaborò ai più importanti periodici fascisti, da Oggi al Primato di Bottai e scrisse sul fascismo e su Mussolini parole di sperticato elogio; scrivendo pagine critiche su Casa Savoia, acido e demolitore, è sempre del parere che Re e Principi hanno sbagliato, egli solo detiene i segreti del giusto governo: dovevano fare, secondo lui, il contrario di quello che hanno fatto. La sua critica storica non ha altro fondamento. Infatti nella valutazione dell'opera dì Vittorio Emanuele III lo definisce «il Re di Caporetto». E Vittorio Veneto? E' merito di chi? del Salvatorelli? La nuova teoria crociana uscita dalla faziosità politica induce anche i discepoli del maestro a rilevare soltanto i fatti negativi tacendo quelli gloriosi e costruttivi.
Lo stesso atteggiamento assunto contro Mussolini e specialmente contro il Re, accusato di aver tollerato il fascismo, anzi di averlo creato. illumina la poca serietà con la quale questi storici crociani trattano la storia. Basta dare una rapida scorsa a qualche periodo del suo Corso di Storia per i licei (Mondadorí, vol. III, pag. 410) libro che è servito alla educazione della gioventù fascista ed a creare il clima del littorio: «Tutta questa operosità si accentua nella persona di Benito Mussolini. Non solo per i meccanismi costituzionali, che a lui fanno capo, ma per l'impulso personale da lui proveniente, per l'attività sua molteplice e instancabile e per il prestigio superiore ad ogni altro di cui egli gode. Tenacia di volontà, capacità straordinaria di lavoro, rapidità di comprensione ed elasticità di intelligenza, dominio delle masse, queste sono le doti che hanno conferito alla sua figura un posto singolarmente eminente del inondo internazionale». Tutte le pubblicazioni del Salvatorelli sono dense di riconoscimenti piaggiatori e di elencazioni delle «benemerenze» e «provvidenze» del regime
fascista e di Mussolini, nel quale egli personifica il genio. Nel volume «Ventanni fra due guerre» a pagina 478 dice che «con l'Asse l'Italia fascista aveva realizzato la vera democrazia». Questo libro giustifica tutta l'opera di Mussolini che è messa in particolare evidenza. I neo fascisti infatti, che vogliono farsi una cultura di fascismo ortodosso, hanno adottato questo volume come loro breviario. Sembra di leggervi le apologie dei gerarchi.
Eletto presidente dell'Associazione della Stampa, il Salvatorelli nel convocare il primo convegno nazionale dei giornalisti emanava una circolare nella quale si escludevano quei colleghi «che abbiano svolta una notoria opera di apologia del regime fascista e della sua politica». Eppure quanti giovani fascisti, cresciuti all'educazione ed all'ammirazione del Duce proprio sui libri di testo del Salvatorelli, sono stati ignominiosamente epurati per avere scritto qualche articolo o libercolo! Mentre invece, il suo libro era imposto ai giovani e da questa imposizione egli ritraeva anche dei lauti diritti d'autore.

Domenico Bartoli, altro ingeneroso critico della Monarchia, alle volte anche irriverente, alla quale rimprovera di avere assecondato Mussolini, è nientemeno che l'autore del volume “Il volontario delle camicie nere” adottato dalle scuole della Milizia alla quale appartenne in qualità di ufficiale. Il Bartoli spiega ora una particolare attività a rivelare sull'Europeo il suo livore contro il fascismo e contro Re Vittorio Emanuele III, contro Re Umberto e la Regina Maria Josè a base di volgarità da giornale di provincia. Il grande giornalone milanese anti-monarchico ed anti-fascista è edito da Gianni Mazzocchi e diretto da Arrigo Benedetti, entrambi ex fascisti militanti e turibolanti del regime. Altra palestra del Bartoli è La Stampa di Torino, il cui direttore e i redattori furono persone di fiducia di De Vecchi di Val Cismon durante il ventennio. Lo stesso proprietario senatore Frassati, dopo una energica leale esemplare opposizione al fascismo durata parecchi anni, finiva per accordarsi con Mussolini al quale portava sovente i suoi devoti omaggi salvando così la presidenza dell'Italgas e gli interessi del giornale. Per la campagna del 2 giugno editore, direzione e redazione aderirono alla tesi repubblicana in odio alla Monarchia che aveva tollerato il nefasto regime, al quale essi hanno collaborato supinamente, e continuano oggi in atteggiamenti repubblicani sempre in forza dello stesso principio.

Arrigo Cajumi, critico letterario della Stampa che in un articolo su Ponte scende ad insulti volgari contro Re Vittorio Emanuele chiamandolo «vigliacco», non è altro che un fascista mancato perché gli fu negata la tessera che pure aveva chiesto con insistenza; ebbe dal regime incarichi redditizi come quello di direttore dell'Illustrazione Italiana e della Casa Editrice Garzanti, incarichi che non era possibile ottenere se non si era ossequienti e acclamanti al Duce ed ai gerarchi.

J. C. Jemolo attivista antimonarchico al 2 giugno ed ora filo comunista, non rammenta di avere giurato, come professore universitario, fedeltà al regime, di averlo servito e di avere proclamato Mussolini «l'Uomo sublime, la cui figura poderosa sta sui cieli del mondo».

Sibilla Aleramo passata improvvisamente al comunismo ed alla propaganda anti-monarchica, dopo essere stata fra le esaltatrici del Duce nel periodo della Quartarella quando condannava «gli abbietti nella professione dello scandalismo, criminali contro la dignità ed il prestigio della Patria ed i suoi più gelosi interessi». Continuò l'apologia per tutto il ventennio approfittando di ogni manifestazione, come, quando descrive una sua visita alla bonifica pontina dove sente spirare «aura di redenzione, aura di fede» e così conclude: «Se anche questo solo avesse Benito Mussolini compiuto per il proprio e nostro Paese, resterebbe nella storia quale un taumaturgo gigantesco». La gentile letterata percepiva un sussidio fisso dal dittatore e non disdegnava neppure di implorare la generosità affettuosa ed elargitrice della Regina Elena...

Luigi Meda che aveva contribuito con scritti e discorsi a tenere unita la parte cattolica al fascismo o meglio «all'epopea fascista» come usava chiamarla, ed a Mussolini ch'egli saluta nel 1938 «il nostro Capo il quale a Monaco, quando oramai la guerra sembrava inevitabile riaffermava la solidità dell'Asse Roma-Berlino», lo vediamo fra gli esponenti della sinistra democristiana, presidente del C.L.N. di Milano e repubblicano intransigente in odio alla Monarchia fascista che ha tollerato l'alleanza coi tedeschi.

Libero Bigiaretti, «poeta del tempo di Mussolini» come si diceva allora e durante il quale conquistò il premio di poesia, scrittore di politica filo tedesca, la sua prosa è piena di questo «fervore per la Germania amica, esultante nell'aura favolosa ed entusiastica creata dalla presenza di Mussolini tra il popolo tedesco... » lieto di poter constatare che «i due popoli amici marciano all'avanguardia della civiltà». Ora, questo suo fervore è tutto per la Russia e per il piccolo padre Stalin.

Goffredo Bellonci, articolista convincente del Giornale d'Italia durante il regime, si specializzò nella difesa della cultura fascista e nella campagna contro le manovre del Comintern. Ecco due brani della sua prosa ortodossa: «Scrittori italiani gelosi della purezza della loro arte hanno anche dato esempio di una nuova letteratura civile esprimendo i loro sentimenti fascisti da Marcello Gallian rievocatore dello squadrismo ad Adriano Grande, cantore delle gesta africane; dal Soffici, poeta delle adunate, ad Ungaretti che ha dedicato odi alla Rivoluzione ed al suo Capo; da Baldini che ha ritrovato nel fascismo lo spirito del nostro popolo, al Cecchi che ha in alcune prose esaltato la figura del Duce e analizzato criticamente il suo stile per mostrare la forza; e non seguito perché non ho spazio per elencarli tutti: dal Marinetti, il poeta futurista della vigilia, al Govoni e gli altri». Ed ecco qui un attacco a fondo al comunismo: «L'insidia è invisibile, ma in ogni luogo; e certi paesi democratici, che sembrano in pace e in ordine, hanno già sul loro suolo, agguerritissimi, l'esercito del comunismo. L'Italia Fascista non ha nulla da temere perché i suoi lavoratori vivono lieti e operosi in un regime che fa del lavoro la suprema dignità umana e civile; ma, con la Germania, vigila perché il comunismo non distrugga la civiltà europea e mediterranea: romana». Nel suo salotto si tiene cattedra domenicale di comunismo e si rimprovera alla Monarchia il suo atteggiamento filo fascista e filo tedesco e si fanno aperte dichiarazioni repubblicane. La moglie, Maria Bellonci, che non disdegnò collaborare a riviste fasciste, è ora membro del Comitato filo-comunista di cultura e gran paladina della Resistenza...

Alberto Mondadori già direttore del Tempo rivista di fascismo ortodosso che tirava allora centinaia di migliaia di copie, è passato all'attività democristiana di parte repubblicana, in forza ben inteso dei noti demeriti e delle colpe della Monarchia per la iniqua guerra. Ma noi sappiamo che nel giugno 1940 egli scriveva: «L'ora attesa, l'ora dell'azione, l'ora della guerra è scoccata, puntuale e fatale, sul quadrante della storia. L'ha annunciata Mussolini, la dichiarazione di guerra alle democrazie plutocratiche e reazionarie, dal balcone di Palazzo Venezia, con voce maschia e perentoria. Ineluttabile come il destino, precisa» «Guerra dell'Italia proletaria e fascista per la nascita della nuova Europa, che il capitalismo internazionale ha sempre ferocemente cercato di soffocare col ricatto e l'oro. Guerra giusta e santa per la libertà del nostro mare e delle nostre frontiere, per spaziare nell'oceano, civilizzatori e colonizzatori da secoli. Guerra che farà giustizia sommaria di mentalità, idee, civiltà superate. Guerra storica che demolirà gli assurdi storici della Corsica, Nizza, Savoia francesi, di Malta, Gibilterra, Suez, Cipro inglesi. Guerra necessaria perché il destino dell'Italia è in Africa e in Asia, là dove gli affamatori e i negrieri posero le mani sfruttatrici a nostro danno, contro la storia, contro il popolo nostro. L'ordine si è ripercosso in ogni cuore, in ogni petto, in ogni anima, confuso con la più grande certezza: Vinceremo, vinceremo perché la nostra guerra si inserisce nella storia. Vinceremo perché abbiamo ragione. Vinceremo perché la nostra idea è giovane, rivoluzionaria, giusta». Abbiamo riportato questo brano per la caratteristica del contenuto e dello stile, che erano quelli dei giornalisti e degli scrittori del regime fascista passati per la massima parte al comunismo, al socialismo, alla democrazia cristiana ed al liberalismo repubblicano con il compito specifico di accusatori della Monarchia. La rivista Tempo fu la pubblicazione che ebbe maggior diffusione ed effetto nella propaganda fascista non solo perché edita dal Mondadori padre che era l'editore di Mussolini, ma anche per la tenace insistenza di Massimo Bontempelli nel catechizzare la gioventù sulla necessità della guerra e per la notorietà dei collaboratori: Arturo Tofanelli, Lamberto Sorrentino, Irene Brin, Alfonso Gatto, Alba De Cespedes, Cesare, Zavattini, tutti quanti apologeti del Duce, del fascismo e della guerra, passati ora a sinistra a protestare contro la tolleranza monarchica verso il fascismo.

Arnoldo Mondadori, padre di Alberto e che della rivista Tempo era editore, scriveva: «La guerra dell'Asse è una guerra costruttiva, e all’opera delle armi segue immediatamente quella dell'organizzazione civile e quella dello spirito che illumina, conforta e insegna. Perciò in questa guerra anche una casa editrice è un esercito di spiriti, un esercito i cui soldati e armi sono libri e le idee». Il Mondadori ebbe dal Governo fascista tutte le concessioni, tutti i favori, tutti i privilegi possibili e immaginabili come la pubblicazione dell'opera dannunziana, del Libro Unico della Scuola e di tante altre edizioni statali e in questo modo la sua Casa Editrice diventò di fama mondiale ed. egli si consolidò e si arricchì. Il 25 luglio passò fulmineamente all'antifascismo e dopo la liberazione tutte le sue pubblicazioni assunsero l'aspetto di quel repubblicanesimo filo comunista quale era derivato dai Comitati di Liberazione.
I così detti intellettuali, editori, giornalisti e scrittori, un vero esercito di spiriti combattenti, improvvisamente voltarono casacca e designarono nella Monarchia il capro espiatorio, non senza proclamarsi vittime innocenti e perseguitate del nefasto regime. Non si trovò più un giornalista, uno scrittore, un uomo politico, tutti tesserati, tutti in orbace, che non fosse vittima di Mussolini. E per vendetta danno addosso alla Monarchia. Quei giornalisti dei grandi quotidiani che scrivono ora «il nefasto regime», «il bieco tiranno », «il re fuggiasco che ha tradito lo Statuto», ecc. sono gli stessi che durante il ventennio scrivevano «Mussolini ha sempre ragione» e lo definivano «superatore di Cesare e di Napoleone». Sì può dire che noi antifascisti di allora siamo oggi più misurati e più sereni nella critica: perché non abbiamo nulla da farei perdonare.

Vitaliano Brancati, il fortunato autore del film antifascista Anni difficili che nel Corriere della Sera dei fratelli Crespi - i quali, sempre dimentichi del loro passato politico si affrettano ad accogliere ogni attacco al regime ed alla Monarchia - faceva conoscere ai lettori i soprusi ricevuti negli anni del deprecato ventennio durante il quale, egli affermava, «non riuscì a pubblicare nulla», fu un apologeta di Mussolini nei giornali fascisti di avanguardia come Il Tevere (del quale era redattore), Critica fascista e corrispondente del Popolo d'Italia ed infine «comandato» come professore di belle lettere a Roma dal ministro Bottai.

Nel 1928 faceva rappresentare un suo lavoro, Everest, nel quale il fascismo è definito «un'accolta di uomini puri, vigorosi, dignitosi, intorno a uno che, nell'attirarli e sollevarli verso l'alto, mentre lascia libera la loro personalità, si serve d'una misteriosa ed invisibile forza che trascende lui e gli altri». Anche il Brancati condanna la Monarchia per l'appoggio dato al fascismo.

Di Curzio Malaparte la cui fama è stata ipotecata dal comunismo, si rammentano i suoi scritti fra i più violenti esaltanti il fascismo, Mussolini e lo squadrismo. La sua Cantata dell'Arci Mussolini è troppo nota per riprodurla. Vale però la pena riferirne i passi più significativi:
«O italiani ammazza vivi - il bel tempo torna già - tutti i giorni son festivi - se vendetta si farà.
O bastardi guardateci in faccia - non è più l'ora degli inchini - siamo pronti a dare la caccia - ai traditori di Mussolini».
«Spunta il sole e canta il gallo - o Mussolini monta a cavallo - o Mussolini facciadura - quando ti metti a far buriana? - Combatteremo alla vecchia maniera - guai a voi se prendiamo l'aire - vi bucheremo la panciera - a lama fredda vogliamo ferire».

Ebbe dal partito posti redditizi e di primo piano. Dopo il 25 luglio subì una forte crisi di coscienza: diventò comunista e si prodigò nella propaganda antimonarchica a fianco di Togliatti che al processo di epurazione depose in suo favore. Nelle polemiche sulla Monarchia non lascia occasione per insinuare fatti fantastici che possano indebolire il prestigio di Umberto Il ed offuscare la memoria di Vittorio Emanuele III. Si proclama eroe dell'esercito italiano di liberazione. Liberazione dal fascismo, di cui fu fra gli estremisti più accesi e intolleranti.

Il professore Piero Calamandrei, Rettore Magnifico dell'Università di Firenze, primeggia fra gli esponenti del Partito Repubblicano e si proclama vittima del fascismo che definisce «obbrobriosa schiavitù» della quale chiama responsabile la Monarchia. La sua personalità crediamo trovarla scolpita alla perfezione in una lettera che un gruppo di studenti dell'Università di Firenze - dove il Calamandrei il giorno 21 novembre 1946 aveva tenuto la sua prolusione ed era stato da essi fischiato - inviarono ad un quotidiano di Roma e nella quale era detto fra l'altro: «I fischi e le beccate che molti di noi hanno dedicato al pro   fessor Calamandrei volevano soltanto confermare la disistima per l'uomo. Noi pretendiamo che i nostri Maestri siano, prima di tutto, uomini di carattere.
Neghiamo al professor Calamandrei questa dote essenziale. Il suo passato è a noi troppo noto. Il professore Calamandrei che nel ventennio «di obbrobriosa schiavitù - come lui stesso ama definirlo - ha avuto tutto: onori, insegnamento, pubblicazioni, professione, e che ha collaborato alla preparazione e alla realizzazione dei Codici Fascisti, non può insegnare a noi. Lui stesso ha contribuito sensibilmente ad «avvelenare», tanto per usare un altro termine oggi molto in uso, la nostra generazione. Donde può trarre dunque quella forza morale per educare, per indicarci le giuste strade da seguire? Queste sono cose che possono fare soltanto gli uomini integri, gli uomini di carattere. L’idea politica dei nostri insegnanti a noi non  interessa».

Franco Calamandrei, suo figlio, fascista regolarmente iscritto al G.U.F. di Firenze - col consenso, anzi col plauso paterno s'intende - più volte premiato ai concorsi littoriali, entusiasta ed intransigente, di quelli che usavano più divise che abiti borghesi, il 25 luglio si risvegliò improvvisamente, come il padre, perseguitato del fascismo e della Monarchia e quindi fervente repubblicano. Egli è autore, con Rosario Bentivegna, dell'attentato di Via Rasella a Roma in seguito al quale i tedeschi trucidarono per rappresaglia 336 cittadini alle Fosse Ardeatine. Il Calamandrei sapeva benissimo, come lo sapeva il Bentivegna, che se gli autori dell'attentato si fossero presentati alle autorità tedesche, avrebbero salvato la vita a tante vittime innocenti (1).

Paolo Emilio Taviani già segretario generale della Democrazia Cristiana aderente alla frazione repubblicana e fra i più intransigenti, fa carico alla Monarchia di aver tollerato Mussolini, il dittatore megalomane e avventuriero per la conquista africana e per la dichiarazione di guerra agli Alleati. Ecco come parlava quando amoreggiava col fascismo:
«Addis Abeba è italiana! La pace è ristabilita! Vittorio Emanuele III Imperatore d'Etiopia!
«Il popolo italiano è ancora nell'entusiasmo di queste notizie. Riecheggia ancora il grido commosso del Duce: Viva l'Italia! A questa Italia dalla volontà possente il mondo guarda attonito, perplesso, ammirato.
«All'esercito vittorioso, alla Maestà Imperiale del Re, al suo Duce, al Maresciallo Badoglio, il popolo italiano ha elevato l'espressione della riconoscenza ... ».
«Anche il nuovo impero dell'Italia in Africa ha da avere un significato spirituale. Fondato sotto i segni del Littorio esso è l'erede di Roma imperiale: ha dietro a sé la più fulgida tradizione della storia, quella in cui s'è innestato il tralcio rinnovatore di Gesù Cristo... ».
«L'Italia ha oggi in Africa Orientale non le sue floride colonie, ma il suo impero, perché attua anche laggiù i principii mussoliniani del «vivere pericolosamente», del «credere, obbedire, combattere»; perché pone sull'Acrocoro, cuore dell'Africa, un segnacolo di quella civiltà che è, nella sua essenza positiva, la civiltà cristiana » (2).

Vinse a suo tempo il 13° posto in qualità di «littore» della cultura fascista, gara nella quale la Commissione giudicatrice era presieduta dall'on. Amintore Fanfani, altro uomo di carattere esponente della D.C. ora antifascista e repubblicano di marca schietta. Il Taviani fu anche libero docente di economia corporativa fascista presso l'Università Cattolica di Milano, ma improvvisamente l'8 settembre 1943 ebbe una crisi di coscienza e fondò il C.L.N. della Liguria: il fascismo venne sgominato e la Monarchia messa al bando, gloriandosi così di aver raggiunto gli ideali per cui aveva combattuto negli anni antecedenti: l'antifascismo e l'instaurazione della repubblica. Attualmente, dopo essere stato segretario della D.C., si gode i titoli accademici ottenuti durante la collaborazione al regime monarchico fascista.

Pietro Ingrao, direttore della comunista Unità di Roma fu ufficiale della Milizia ed aderente alla Repubblica Sociale del Nord e durante il ventennio concorse ripetutamente ai littoriali conquistando il premio «Poeti del tempo di Mussolini» istituito dal conte Ciano per gli autori della migliore poesia apologetica del fascismo. E' anche deputato.

Davide Lajolo (Ulisse) direttore dell'Unità di Milano, ex Federale di Ancona, direttore di giornali fascisti, gran littore, volontario nella guerra di Spagna, camicia nera nelle brigate della Repubblica del Nord! Ecco un saggio della sua prosa nel 1940: «Tu non sai che cosa è il Duce per noi. Ci ha fatti Lui, nello spirito e nella carne, ci ha ridato la Patria e noi siamo pronti a dargli la vita... ». E sentiva l'entusiasmo quando a Napoli era passato in rivista dal Re Imperatore, ed in un suo libro, Bocche di donne e di fucili, chiama i legionari di Mussolini «i mistici cavalieri dell'ardimento». La sua letteratura è tutta una esaltazione del Duce Principe di giovinezza e della guerra «voluta dal popolo italiano»: «Siamo la generazione dei cannoni, dell'acciaio, delle guerre» ed assicura che «in Italia si è ricorso persino alle raccomandazioni per andare a fare la guerra». E poi ancora: «Il fascismo ha fatto veramente un popolo di soldati. Si vede qui se il popolo è militare, se il popolo risponde. Con questi soldati vinceremo la guerra ad ogni costo, qualunque sia la potenza del nemico».

Fidia Gambetti, redattore capo dell'Unità di Milano, che si riprometteva di «bastonare, a sangue coloro che si ostinavano a dare del lei», fu collaboratore di giornali fascisti di punta come L'Assalto e Santa Milizia, autore di Cronache del tempo fascista, dove scriveva: «Ecco, noi, davanti a Mussolini, siamo come davanti al Signore...». In un volume di propaganda, Controveleno, pubblicato nel 1942, troviamo questo gioiello: «La nostra fede in Mussolini riflette la fede antica e nuova in noi stessi, nella superiore bellezza e nobiltà della ritrovata missione civile universale, alla quale ancora una volta il destino ci chiama. E' la volontà di servirlo con le opere e col sangue, il timore sempre vivo di essere indegni di Lui... ». « Finché c’è Mussolini è l'ora d'Italia. La fede in Mussolini è la seconda natura degli italiani. Fascisti si nasce non si diventa».

E l'on. Leonilde Jotti, anima gemella di Togliatti e deputata al parlamento per il Partito Comunista, proveniente dalle Figlie di Maria dove portava il giglio bianco come torcia di purità, non fu forse regolarmente iscritta al Guf? Così l'on. Laconi e molti altri dell'estrema comunista e socialista.
Gaetano Salvemini, lo storico anti fascista e repubblicano accanito che ha ripudiato la nazionalità italiana per assumere quella americana, interpellato nel 1923 dai repubblicani storici rispondeva: «E’ desiderabile che il regime fascista continui, bene o male, e magari più bene che male, a tenersi su. Perché tra Mussolini e tutti i suoi possibili successori attuali, non c'è da esitare: è preferibile il primo». E fra i successori il Salvemini faceva i nomi di Orlando, Bonomi, Gasparotto ed altri, tutti solidali poi con lui il 2 giugno nella lotta contro la Monarchia.

Bruno Barilli, noto critico musicale e compositore egli stesso, ha aderito entusiasticamente al Partito Comunista ed alla propaganda repubblicana dimenticando di essere stato un attivo fascista collaborando non solo a giornali ad atteggiamento moderato, ma peráno a quei fogli dell'estremismo che nel regime rappresentavano l'intransigenza, detta anche «fascismo integrale», dall'Assalto di Bologna al Tevere di Roma. Un comunicato Stefani del 21 aprile 1926 diceva: «In occasione del XXI aprile il segretario federale dell'Urbe avv. Italo Foschi, ha concesso la tessera d'ufficio del P.N.F. ai giornalisti Bruno Barilli e Vincenzo Cardarelli per i loro sentimenti di alto patriottismo e per l'opera continua di propaganda da essi svolta in favore del Governo fascista».
Sono senatori per la città di Roma i miei amici professori Alberto Canaletti Gaudenti e Quinto Tosatti che assieme alla onorevole Maria Guidi Cingolani (fiduciaria fascista al Ministero delle Corporazioni con stipendio ed incarichi speciali anche allo estero) hanno formato l'ariete per l'abbattimento della Monarchia. Essi rappresentano la corrente repubblicana democristiana più avanzata ed intransigente della Capitale, in quanto che negano persino ogni influenza di Casa Savoia nel travaglio del Risorgimento e dell'Unità nazionale. Concordi pure nell'addebitare alla Monarchia le responsabilità del regime. Il Canaletti, in i-in volume “Elementi di economia generale e corporativa” pubblicato nel 1942 espone ed illustra i principii, gli statuti, le finalità del corporativismo fascista, cioè quanto dire l'essenza stessa del fascismo: «Il fascismo, diceva Mussolini, o è corporativo o non è». Ed il Canaletti scrive che questo ordinamento costituisce «un sistema politico-economico, sintesi di superamento ad un tempo del liberalismo e del socialismo». Indi prosegue: «La Carta del Lavoro costituisce uno dei documenti fondamentali del Regime Fascista, l'enunciazione dottrinaria dell'etica sociale del Corporativismo italiano». L'autore si duole presso i suoi allievi che sia rallentato e disperso il senso dell'autorità civile e sminuito il prestigio della società nazionale» e non vede altro rimedio che «una ricostruzione anche giuridica sentita da tutti e da tutte le categorie ad un cenno di comando, autoritario partente dal sommo dell'autorità statale», cioè da Mussolini. E poi ancora: «Talune grandi realizzazioni sociali dell'epoca contemporanea, come in Italia l'ordinamento corporativo e in Russia il regime sovietico confermano la decadenza attuale della politica economica liberale».
Quinto Tosatti, suo collega in Senato, proviene dal socialismo estremista: fu, negli anni dolorosi dal 1919 in poi, corrispondente da Roma dello slavofilo Lavoratore di Trieste, e nel 1921 confermava con mia lettera a Vernocchi il perché aveva aderito alla frazione massimalista: «Tu conosci il mio pensiero sempre e integralmente socialista, contrario a collaborazioni e compromessi di qualsiasi specie». Verso il 1930 ha una prima crisi di coscienza e si iscrive al fascismo facendo il suo primo compromesso; nel 1943 caduto il regime subisce una seconda crisi, siamo al secondo compromesso con la D.C. dove si installa fra i repubblicani di sinistra che chiedono conto al Re del suo... compromesso col Regime, e non disdegna sfilare nelle processioni con torcia e saio francescano.

Il generale Azzi del quale sono note le adulazioni per Mussolini passò repentinamente al repubblicanesimo tenendo nei comizi un linguaggio scurrile nei confronti di Umberto. Egli assunse questo improvviso atteggiamento perché a guerra finita non furono soddisfatte alcune sue aspirazioni che egli, attraverso il ministro della guerra Casati, aveva fatto conoscere al Luogotenente: Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri o Comandante Generale della Regia Guardia di Finanza, oppure Primo Aiutante di Campo Generale di Umberto. Deluso nelle suo ambizioni, si vendicava passando al turpiloquio.
L'ammiraglio Maugeri nel giustificare il suo passaggio alla fede repubblicana afferma di aver persino rifiutato la carica di Aiutante, di Campo Generale del Luogotenente. E' vero invece il contrario: il Maugeri si era proposto per questa carica ma non poté essere assunto. Di qui la piccola vendetta col passaggio alla Repubblica e con la pubblicazione di quel non mai abbastanza biasimato volume Dalle ceneri della disfatta disonore della editoria americana.
Lo stesso De Gasperi del quale abbiamo ampiamente esaminate le compromissioni col fascismo, parlando alla Camera ed in pubblici comizi è solito protestarsi vittima, perseguitato e condannato per motivi politici a 4 anni di carcere ch’egli lasciava credere di avere scontato. Resa pubblica lo scorso anno la sentenza, apparve dal dispositivo di questa come il De Gasperi sia stato bensì condannato dal tribunale a 4 anni di reclusione, ma è anche vero che vennero ridotti in appello a 2 anni e 6 mesi di detenzione. In quanto al motivo della condanna - ch'egli definiva iniqua - non fu affatto di indole politica ma bensì per tentato espatrio clandestino, reato comune contemplato dal Codice Penale attualmente ancora in vigore. Il De Gasperi non scontò nemmeno i due anni e 6 mesi poiché venne liberato quasi subito, beneficiando di una clemenza che comunemente si accorda soltanto ai condannati politici. Egli amava lasciar credere di essere stato liberato in forza di certe disposizioni del Concordato, ma la verità è un'altra. Il De Gasperi, per mezzo di padre Tommassetti e di Edvige Mussolini faceva pervenire una «supplica» al Duce che immediatamente lo faceva scarcerare. «Del resto - scrive la sorella di Mussolini - non soltanto l'on. De Gasperi ma molti altri esponenti dell'antifascismo oggi alla Camera e al Senato, si sono rivolti a me per simili favori ed io mi sono sempre interessata per tutti, come ritengo avrebbe fatto al mio posto qualunque donna cristiana. Quanto al sentimento della gratitudine e al modo di esprimersi, ognuno si regola secondo la propria coscienza e il proprio carattere».
La lista potrebbe continuare con le relative  documentazioni, tali da coinvolgere giornalisti e politicanti passati improvvisamente dalla tensione esaltatrice a quella denigratoria: l'on. Bellavista, dirigente del GUF di Palermo ed ora repubblicano liberale.  Pella, assessore fascista al comune di Biella repubblichino iscritto al fascio di Orzinuovi (Brescia) monarchico a Biella e repubblicano a Roma, dove lo troviamo succube della severità implacabile del Cavaliere di Gran Croce e Gran Cordone dei Santi Maurizio e Lazzaro dottor Crudele, capo del demanio, ispiratori entrambi degli atteggiamenti poco cristiani di persecuzione contro i membri della Famiglia Reale nel sequestro dei beni privati; il gerarca on. Togni, consigliere della Corporazione, del marmo, arricchitosi sotto il fascismo, ed ora ministro della D.C. di fede naturalmente antifascista e repubblicana; l'on. Domenico La Russa, sindaco di Catanzaro e poi podestà, consigliere di Corporazioni, ora deputato d.c. di fede repubblicana; Giulio Einaudi, editore della fascista Politica Economica (trasformazione della vecchia Riforma Sociale del padre Luigi Einaudi), oggi editore di Politecnico e di libri cominformisti; Arrigo Jacchia, redattore per il ventennio del fascistissimo Messaggero di Roma nel quale si distinse nella campagna contro i suoi correligionari ebrei, poi direttore della comunista Repubblica di dove investe gli editori del vecchio foglio romano che per vent'anni lo hanno protetto e stipendiato. E poi ancora quella interminabile schiera di antifascisti che non disdegnano di assumere le difese di gerarchi e di imprenditori fascisti davanti alla Commissione dei sopraprofitti di regime: l'avv. prof. Vittorio Angeloni, repubblicano ultra storico ha sostenuto gli interessi di Ulisse Igliori e della consociata Federici Agliori; Umberto Tupini, che aveva votato la fiducia e i pieni poteri a Mussolini, guardasigilli in quel ministero Bonomi che emise le leggi eccezionali, gerarchissimo della D.C., è intervenuto in difesa della impresa Salvatore Scalera che fu una ditta segnalata come fra le più favorite durante il ventennio. Si fanno si, le leggi, per creare delle vittime, ma poi ci si affretta a partecipare alla loro difesa...

E che dire degli artisti? Da Ottone Rosai, sempre sul candelliere degli altari fascisti, a Guttuso, littore per la pittura e capo del Guf di Roma, legionario in Spagna, il quale gode persino la fiducia di Stalin, dopo aver goduta quella di Mussolini; da Trombadori a Elio Vittorini, fascista in Garofano rosso, poi direttore di riviste comuniste, a tutti gli altri cortigiani passati improvvisamente dalle sfere influenti del Minculpop all'attivismo artistico del repubblicanesimo comunista.

L'80% dei deputati e senatori della D.C., specie i più accaniti denigratori del passato regime e della Monarchia, furono iscritti al fascio e non meno della metà era decorata di onorificenze regie - cavalieri, commendatori, grandi ufficiali - da loro sollecitate prima o durante il ventennio.

A Venezia al Congresso della Cultura e della Resistenza a tinta schiettamente comunista e repubblicana, dove vennero esclusi i monarchici per mancanza di titoli resistenziali ed accusati di collaborazionismo col fascismo, troviamo fra gli intervenuti vecchie conoscenze viste sfilare in orbace nei cortei od a concionare nelle adunate domenicali: ricordiamo alcuni redattori entusiasti e lautamente retribuiti dei più intransigenti fogli fascisti, da Gerarchia a Civiltà fascista, altri vanitosi per l'ambita losanga carminia di «squadristi» all'occhiello. Ha presieduto Diego VaIeri, repubblicano di punta, già redattore di Cabala diretta da Nino d'Aroma (1932) di Cinema diretto da Vittorio Mussolini (1936) di Meridiano di Roma diretto da Cornelio Di Marzio e poi ancora di Tempo, tutto quello che vi è stato di più ortodosso durante il ventennio, ora collaboratore del repubblicano e antifascista Mondo.

Ma cosa credono tutti questi smemorati del politicantismo, dell'arte, della cultura, del giornalismo, che hanno inneggiato al fascismo a Mussolini ed al Sovrano, ed oggi rinnegano la loro condotta passata e insultano e accusano soltanto perché le cose sono andate male; cosa credono che la storia di ieri sia storia antidiluviana?


(1) Dedichiamo ai repubblicani Calamandrei Piero, al figlio Franco ed al Bentivegna, l'epigrafe scolpita sul monumento al vice brigadiere dei carabinieri D'Acquisto Salvo la cui fede monarchica e cristiana lo portava in un frangente come quello di via Rasella, lui innocente, al più sublime dei sacrifici:

«Esempio luminoso di altruismo - spinto fino alla suprema rinunzia della vita - sul luogo stesso del supplizio dove per barbara rappresaglia - era stato condotto, dalle orde naziste - insieme con ventidue ostaggi civili - del territorio della sua stazione - pur essi innocenti - non esitava a dichiararsi unico responsabile - d'un presunto attentato contro le forze armate tedesche.

«Affrontava così da solo, impavido la morte - imponendosi al rispetto dei suoi carnefici - e scrivendo una pagina indelebile di purissimo eroismo - nella storia gloriosa dell'Arma.

Torre di Palidoro (Roma), 23 settembre 1943»

(2) P. E. TAVIANI: La nuova pace e il nuovo Impero, in « Vita e Pensiero », fase. 6-6-1936, pp. 246-250.