NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 31 marzo 2014

Amedeo IX di Savoia Il Re che servì i poveri per costruire la pace

Da www.avvenire.it
Il santo del 30 Marzo

Amate i poveri e Dio vi garantirà la pace: è questa l'eredità spirituale lasciata dal beato Amedeo IX di Savoia. Un testimone della fede nobile, un sovrano che non disdegnò nemmeno da duca la compagnia degli ultimi, degli affamati, che alle volte sedevano alla sua mensa.
Era nato nel 1435 in Alta Savoia, il padre era Ludovico I di Savoia, dal quale nel 1464 ereditò il ducato. Nel 1452 sposò in un matrimonio combinato Jolanda di Valois, figlia del re di Francia: i due trovarono profonda affinità soprattutto nella scelta di vivere secondo il Vangelo, ma senza per questo rinunciare alle responsabilità di governo, ed ebbero otto figli.
Amedeo condusse una vita austera e, segnato dall'epilessia, morì nel 1472 a Vercelli.

domenica 30 marzo 2014

Intervista del 1947 a Re Umberto II

Famiglia Reale in esilio. Estoril. Umberto II e i principini osservano un pescatore che aggiusta le reti. 
Foto di Patellani Federico. www.lombardiabeniculturali.it 
















Un'intervista del 1947 sul sito dedicato a Re Umberto II. Il Re non ancora a Cascais, la famiglia Reale ancora sotto lo stesso tetto, la Regina che prepara il suo trasferimento. Giudizi poco lusinghieri nei confronti di Badoglio.

Varese, Guardie del Pantheon a Villa Mirabello

Il comandante D'Atri in un momento della cerimonia
Una cerimonia che si è svolta a Villa Mirabello, ora sede dei Civici Musei di Varese. Sul muro esterno una vecchia lapide scolorita, dimenticata, che evoca l’arrivo di Vittorio Emanuele II nella città giardino: questa mattina è stata scoperta una targa esplicativa che riproduce il testo della lapide rendendolo leggibile. Una cerimonia che ha visto, su insegne, sulle divise, sui distintivi, il simbolo dei Savoia.
Protagoniste della cerimonia i rappresentanti dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’onore alle reali tombe del Pantheon. Delegazioni di Bergamo, di Milano e, soprattutto, di Varese. Poi garibaldini in armi, fanfara dei bersaglieri di Vergiate, rappresentanti delle associazioni d’arma. A rappresentare il Comune di Varese, che ha patrocinato l’iniziativa, l’assessore di Forza Italia, Simone Longhini.
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http://www.varesereport.it/2014/03/29/varese-guardie-del-pantheon-a-villa-mirabello-gonfalone-del-comune/

sabato 29 marzo 2014

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - XVII

L'on Alfredo Misuri
L'on. Misuri è bastonato a sangue dai fascisti ma la Camera vota ugualmente il giorno dopo la fiducia a Mussolini.

L'on. Misuri, nella seduta del 29 maggio, in un discorso benché intonato alla difesa del fascismo ed alla sua opera redentrice, osa affermare: «Gli apologisti dell'on. Presidente del Consiglio ricorrono spesso a paralleli biografici. Per una volta tanto mi permetterò di seguirli. Con l'insistenza dei ricordi dell'infanzia mi sovviene un trattatello elementarissimo di storia, un capitolo del quale era intitolato Bonaparte abbatte l'inetto Direttorio, e al capitolo seguente si leggevano le buone e grandi opere compiute dal Bonaparte dopo liberatosi dall'inetto Direttorio ». La sera stessa il Misuri viene aggredito in un vespasiano nei     pressi della Camera e bastonato a sangue. All’apertura  della seduta seguente l'on. De Nicola così annuncia il fatto che avrebbe potuto essere mortale: Onorevoli colleghi!Ieri sera l’on. Misuri, in seguito al discorso pronunciato in quest’aula, fu vittima di una vile aggressione che io, interprete della vostra unanime indignazione solennemente deploro, non solo per la violenza esercitata sulla persona di un deputato, ma anche per la violazione di una delle più sacre guarentigie parlamentari, la libertà di parola che è assicurata a tutti i rappresentanti della Nazione ».
Si associa alla protesta l'on. Acerbo a nome del governo e nessun altro fiata. Subito dopo viene presentato un ordine del giorno sulla libertà sindacale e contro il monopolio delle corporazioni fasciste fatto con minacce ai singoli e con violenze esercitate contro le sedi di altri sindacati, ma nessuno prende la parola, all'infuori del presentatore dell'ordine del giorno on. Mastracchi che lo illustra in un discorso ad intonazione drammatica ed accusatrice contro il governo. Solo l'on. Conti interrompe investendo Mussolini per avere accolto come collaboratori «questi ex bolscevichi che sono i colleghi popolari». Alcuni colleghi fascisti di Misuri che si erano congratulati con lui per lo scampato pericolo, Chiostri, Paolucci, Di Trabia, Benni, Mattoli sono da Mussolini minacciati di punizione e più tardi il Misuri sarà inviato al confino, quale atto di solidarietà del governo con gli aggressori.

Nello stesso giorno a Torino Piero Gobetti direttore di Rivoluzione Liberale è arrestato per la seconda volta per attentato contro la sicurezza dello Stato. La rivista è di pura cultura, ma si contesta al Gobetti il diritto alla critica poiché questa è considerata un reato.
All'indomani a Montecitorio si vota l'ordine del giorno Renda: «La Camera conferma la sua fiducia nel Governo e passa alla discussione dell'articolo unico della legge sull'esercizio provvisorio per l'anno finanziario 1923-1924 ». Votano la fiducia al governo tutti i deputati dei gruppi nazionali, da destra a sinistra e cioè: fascisti, nazionalisti, popolari, democrazia sociale, liberali di tutte le tendenze, socialisti riformisti.
Voti favorevoli al Governo: 238; contrari: 83. (31 maggio 1923).
Senza discussione poi, si approva l'articolo unico della legge che a scrutinio segreto dà il seguente risultato:
Voti favorevoli al Governo: 188; Contrari: 62.
Con l'approvazione dell'esercizio provvisorio la Camera ripete la sua fiducia al governo, poiché se il voto contrario su di un bilancio solo è atto di sfiducia verso il titolare di un dicastero, quello contrario all'esercizio provvisorio suonerebbe invece sfiducia a tutto il governo che verrebbe così a trovarsi nella necessità di rassegnare le dimissioni.
Nell’atmosfera di contrasti, di equivoci e di ipocrisia il governo annuncia, attraverso il Gran Consiglio, che intende portare a termine la riforma elettorale introducendo il sistema « maggioritario », seppellendo così la proporzionale che aveva tanto contribuito a trasformare il governo parlamentare in “Direttorio di gruppi”, ossia di partiti.

La tirannia delle fazioni non può trovare altro rimedio all’infuori della dittatura, nel quale la farà sfociare la riforma elettorale.

mercoledì 26 marzo 2014

Dittatura e monarchia, intervista a Fisichella

di Marco Bertoncini
Il nuovo volume di Domenico Fisichella, “Dittatura e monarchia. L’Italia tra le due guerre” (Carocci ed., pagg. 416, € 22), è da poco nelle librerie. Cattedratico di scienza della politica, dottrina dello Stato e storia delle dottrine politiche a Firenze, Roma “La Sapienza” e Luiss, Fisichella ha unito a una lunga carriera accademica un’ampia esperienza politica e istituzionale come senatore per quattro legislature, ministro per i Beni culturali e ambientali, vicepresidente del Senato per dieci anni. Per decenni editorialista di grandi quotidiani (La Nazione, Il Tempo, Il Sole 24 Ore, Il Messaggero), Fisichella è autore di una lunga serie di volumi tradotti in più lingue.
Il Regno d’Italia nasce liberale nel 1861 e si sviluppa in chiave liberal-democratica. Poi, nel 1922, si avvia la dittatura. Come mai?
Il problema di tale transizione è complesso, e nel libro è affrontato a livello sia di politica internazionale sia di politica interna. Sul primo terreno, si deve ricordare che la Grande Guerra ha dato luogo a un profondo rivolgimento dell’intero equilibrio europeo, con la fine degli Imperi tedesco, austro-ungarico, russo e anche ottomano. L’Italia, potenza vincitrice nel conflitto, ne risente in ragione della “vittoria mutilata” e quindi pure per i rapporti con gli alleati, specie francese e inglese. Sul piano interno, già da tempo, prima soprattutto a sinistra poi anche a destra, erano emerse suggestioni e spinte antiparlamentari, che gli eventi post-bellici e le violenze acuiscono e approfondiscono, in un quadro ove il disagio sociale estremizza i comportamenti collettivi.
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martedì 25 marzo 2014

Il Regno d'Italia da Brindisi a Salerno: 8 Settembre 1943 - 4 Giugno 1944

Salerno  diventa  “Capitale”

Con  Salerno, capitale  d’Italia, anche  il  governo  dei  “sottosegretari” fu  trasformato  in  un  nuovo  governo  di  “Ministri”, dopo  la  necessaria  revoca  sovrana  dei  ministri  del  Gabinetto  costituito  da  Badoglio  dopo  il  25  luglio, “riconoscendo  che  essi  si  trovavano  nella  impossibilità  di  esercitare  le  loro  funzioni”,  mantenendo  come  ministri  quasi  tutti  i  precedenti  sottosegretari, ma  con  l’ingresso  dell’avvocato  Falcone  Lucifero, il  futuro  Ministro  della  Real  Casa, al  Ministero  dell’Agricoltura. Veniva   ricostituito  l‘8  febbraio, l ‘ Ufficio  Stampa, diretto  da  Nino  Bolla, brillante  scrittore  e  polemista, al  quale  si  devono  nel  dopoguerra  due  importanti  libri  sui  “Colloqui  con  Vittorio  Emanuele  III“  e  “Colloqui  con  Umberto  II”, ed  il  14  marzo, giornata  importante  anche  per  un  altro  evento  sul  quale  ci  soffermeremo   successivamente, usciva  “Il  Corriere”, quotidiano  ufficioso  governativo, diretto  nominalmente  da  Ugo  Scaramella, ma  effettivamente  da  Nino  Bolla, che nel  primo  numero  pubblicava  un  articolo  di  Badoglio, che  onestamente diceva: “Ci  si  potrà  fare  critiche  di  ogni  genere  perché  solo  chi  opera  può  commettere  errori,  ma  nessuno  potrà  mettere  in  dubbio  il  nostro  immenso  lavoro  per  questa  dilaniata  Italia…”.
L'eruzione del Vesuvio del 1944
Avevamo  detto  che  le  forze  antifasciste  preparavano  a  Bari  il  loro  Congresso, per  il  28  e 29 gennaio, assise  nella  quale  prevalevano  nettamente  gli  avversari  non  solo  del  Re, ma  della  stessa  istituzione  monarchica, per  cui  il  suo  svolgimento  non  fece  che  confermare  la  posizione  di  intransigenza  dei  partiti  per  l’ immediata  abdicazione  del  Re, ed  i  discorsi  più  infiammati  furono  quelli  degli  “azionisti”  Alberto  Cianca  ed  Adolfo  Omodeo, e  del  conte  Sforza. Il  liberale  Arangio  Ruiz, fu  il  più  moderato, riuscendo  nella  sua  relazione  a  non  nominare  il  Principe  Umberto,  e  di  accennare  invece  alla   distinzione  tra  la  persona  del  Sovrano  e  la  Monarchia, ed  il  democristiano  Rodinò, fu  il  solo, con  Benedetto  Croce   a  dire : ”Ai  soldati, o  signori, a  questi  fanti  che sono  morti  nell’ adempimento  di  un  loro  dovere, vada  il  nostro  pensiero  grato  e riconoscente”. Quanto  a  Croce, il  pontefice  laico  della  libertà, che ironicamente  gli  universitari  cattolici su  di  un  loro  giornale, chiamarono  Benedetto  XVI° (sic ), tenne  pure  l’unico  discorso  degno  di  questo  nome, pur  associandosi  anche  lui  alla  richiesta  di  abdicazione  del  Re.
Sempre  a  proposito  di  congressi, pochi  giorni  prima, egualmente  a  Bari, il  5 gennaio, si  era  tenuto  il  congresso  del  Partito  Democratico  Liberale, dei  De Caro, Perrone  Capano, confluiti  successivamente  nel  P.L.I., Caramia, che  troveremo  nel  P.N.M., ed  anche  Deputato  dello  stesso, unico  partito  di  convincimenti  monarchici  ed  al  di  fuori  dell’ esarchia, ed  il  25  gennaio, a  Taranto , un  congresso  dei  Combattenti  della  Puglia  e  Campania, con  discorsi   patriottici  e  monarchici, un  intervento  di  De Caro  e  l’adesione  di  Badoglio  e  Messe  e  la  nomina  a  Commissario  dell’ Associazione  Nazionale  Combattenti, del  generale  Niccolò  Giacchi, che  aveva  passato  avventurosamente  le  linee  per  raggiungere  il  Re  ed  il  Governo.
Con  il  trasferimento  della  capitale  a  Salerno, anche  i  Reali  lasciavano  le  semplici  stanze  occupate  a  Brindisi  e  prendevano  alloggio  a  Ravello, nella  villa  di  Sangro, ed  il  Re, con  il  Principe, riprendevano  le  visite  di  ispezione  nella  zona  del  fronte, dove  erano  i  soldati  del  Corpo  Italiano  di  Liberazione, che   era  la  nuova  denominazione  delle  forze  combattenti, dopo  l’esperienza  del  Primo  Raggruppamento  Motorizzato, e che  avevano  raggiunto  la  ragguardevole  cifra  di  21.000  soldati, comandati  dal  generale  Umberto  Utili. In  questo  periodo  o  meglio  in  quello  successivo, quando  già  si  profilava  la  Luogotenenza, si  inserisce  un  aneddoto, raccontatomi  dal  Ministro  Lucifero, che  una  mattina, dovendosi  recare  a  Salerno, al  suo  ufficio , in  quanto  uffici  e  residenze  erano  sparpagliate  per  la  Campania, rimasto  in  “panne”,con  la  sua  automobile, vide  sopraggiungere  un  altro  autoveicolo, che  si  fermò  a  soccorrerlo  e  sul  quale  era  il  Re. Alle  prime  ripulse  di  Lucifero  che  non  voleva  recare  disturbo  al  Re, il  Re  quasi  lo  obbligò  a   salire   al  suo  fianco, dicendo  una  frase   molto  amara   “salga  che  lo  accompagno  io  a  Salerno, così  sarò  stato  utile  in  qualche  cosa”.
Riguardo  ai  militari, agli  stessi, nella  campagna  antimonarchica, non  erano  stati  risparmiati  dalle  sinistre, violenti  attacchi , specie  nei  confronti  dei  vertici  con  termini  ignominiosi, per  cui  corre  l’obbligo  morale  e  storico  di  ricordare, come  giustamente  rileva  Domenico  Bartoli, nel  suo  libro  “L’Italia  si  arrende”, che  dopo  l’ 8 settembre: ”…gli  alti  gradi  dell’ Esercito (generali, colonnelli, stato maggiore), subirono  gravissime  perdite , le  più  alte in  proporzione  al  numero. Otto  generali  caddero  nei  giorni  dell’ armistizio. A  loro  si può  aggiungere  il  Maresciallo  d’Italia  Cavallero. Tre  furono  trucidati  alle  Fosse  Ardeatine, …l’ ultra  decorato  generale  Simoni ,  Ferulli  ed  Artale , nonché  i  tenenti  colonnello  Montezemolo  e  Frignani. Altri  due  generali  furono  uccisi  nella  resistenza  (Perotti  e  Dodi). Altri   sei   vennero  ferocemente  soppressi  dalla  scorta  tedesca  durante  una  terribile  marcia  di  trasferimento  dai  campi  di  prigionia..”  e  ad essi vanno  aggiunti  quattro  ammiragli. Per  tutti  o  quasi, dice  sempre  Bartoli, fu  dominante  l’ impegno  del  giuramento  prestato  al  Re. “ E’  ingiusto  dire, dunque, come  spesso  si  dice, che  gli  alti  gradi  non  abbiano  subito  le  conseguenze  della  tragedia”.
Tornando  alla   retrocessione  di tutte  le  province  meridionali  al  Governo  Badoglio, questa  nuova  responsabilità, anche  se  auspicata  e  richiesta, creava  problemi  gravissimi  in  tutti  i  settori, specie  per  le  difficoltà  economiche,  alimentari  e   sanitarie, che  affliggevano  la  popolazione, insieme  con  la  distruzione  delle  case  di  abitazione, i  crolli  di  ponti, il dissesto  delle  strade  e  delle  linee ferroviarie, che  rendevano  difficili  trasporti  e  comunicazioni, la  perdita  di  valore  della  moneta, ed  infine  rivolte  contadine  e  cittadine, nelle  quali  si  distinguevano  i  comunisti, come  ad  esempio  a  Sassari, dove  tra  gli  attivisti  scesi  in  piazza, vi  era  un  giovane, Enrico  Berlinguer, arrestato  e  condannato a tre  mesi  di carcere, ed  anche  congiure  neofasciste, e  fatto  ancora  più  grave, l’ esplosione  in  Sicilia, di  tendenze  separatiste, con  la  necessaria  nomina da  parte  governativa  di un Alto  Commissario  per  la  Sicilia.
Il  successivo  mese  di  marzo  del  1944  è  talmente  ricco  di  avvenimenti  di  ogni  genere  da  meritare  una  attenzione  ed  una  descrizione  particolareggiata. La  sera  del  3  marzo  una  strana  comunicazione  di  Radio  Londra, dava  notizia  di  una  conferenza  stampa  di  Roosevelt, nella  quale  il  Presidente  degli  Stati  Uniti, parlava  di  una  parte  della  flotta  italiana  da  mettere  a disposizione  dell’ Unione  Sovietica. La  reazione  del  nostro  Governo  fu  veramente  esemplare: richiesta  immediata  di  chiarimenti  o dimissioni  del  Governo  stesso  senza  che  il  Re  ne  nominasse  un  altro. Questa  notizia  infatti  colpiva  al  cuore  la  Regia  Marina, l’ arma  che, in  occasione  dell’ armistizio  aveva  dato  la  più  alta  prova  di  fedeltà  al  giuramento,  e  che  per  prima  aveva  iniziato  la  collaborazione  con  la  flotta  inglese. Era  sconvolgente  compromettere  così  tutto  il  lavoro  ed  i  sacrifici  svolto  dalle  forze  armate  e  dal  governo  dopo  l’ armistizio! Finalmente  il  10  marzo, l’ ammiraglio  Stone , piombava  a  Salerno, mentre  era  in  corso   un  Consiglio  dei  Ministri, per  precisare  che  la  dichiarazione  di  Roosevelt  era  stata  mal  riportata e che  nessun  cambiamento  era  previsto  per  le  nostre  navi. A  questo  successo  del  Governo  Badoglio  per  la   sua  ferma  e  pronta  reazione, della  quale, una  volta  tanto, diedero  atto  anche  i  partiti  dell’esarchia, seguiva  dopo  quattro  giorni, il  14  marzo, la  comunicazione  della  Presidenza  del  Consiglio  del  ristabilimento  delle  relazioni   diplomatiche  dirette  fra  “l’Unione  delle  Repubbliche  Socialiste  Sovietiche  ed  il  Regio  Governo  Italiano. In  conformità  a  tale  decisione   sarà  proceduto  fra  i   due  Governi  senza  indugio  allo  scambio  di  Rappresentanti  muniti  dello  statuto  diplomatico  d’uso”, rappresentanti  che  per  l’ URSS  fu  Kostilev  e  per  l’Italia, l’ambasciatore  Quaroni. Si  suggellava  così  una  operazione  condotta  dal  nostro  Prunas, che  prendeva  questa  volta  di  sorpresa  gli  angloamericani  e  che  collegata  al  discorso  di  Ercole  Ercoli, alias  Palmiro  Togliatti, del  successivo  31  marzo, il  discorso  della  “svolta di  Salerno“, dimostrava  l’ intelligenza  della  grande  strategia  politica  sovietica   per  porre  piede  in  Italia, rilanciando   così  il  partito  ad  essa  legato, e  dalla  stessa finanziato,  come  un  grande  partito  “nazionale“.
Abbiamo  parlato  del  3, del  10, del  14  e  31  marzo , ma  vi  erano  altri  gravi  avvenimenti, questa  volta  non  politici,come  la  tragedia  di  un  treno  a  carbone, stracarico  di  viaggiatori, fermatosi  in  una   galleria  verso  Potenza, dove  morirono, soffocate  dal  fumo, 426  persone, ed  il   19  marzo, l’eruzione  del  Vesuvio, l’ ultima  fino  ad  oggi, durata fino  al  29, con  torrenti  di lava, emissione di  ceneri  e lapilli, giunti  fino  a   Torre del  Greco, Vietri  e  Torre  Annunziata, ed  anche  Salerno,  con  il Re  ed  il  Principe  Umberto, che  si  recarono  subito  sul  posto, nello  spirito  di  quella  tradizione  sabauda, che  aveva  visto  sempre   i  Re, accorrere  per  primi  a  portare  la  propria  solidarietà  alle  popolazioni  colpite, dovunque  fosse  avvenuta  una  sciagura. 
Nel  frattempo  anche  il  doloroso  problema  dell’ abdicazione  del  Re , stava  trovando  una  soluzione  di  compromesso  grazie  all’opera  di  Enrico  De Nicola, già   Presidente  della  Camera  dal  1921  al  1924, personalità  di  indubbia  competenza   e  capacità  giuridica  e  di  grande  prestigio, che  non  essendosi  confuso  nel  “ tolle, tolle“  degli altri  uomini  politici, Croce  compreso, nei  riguardi  del  Sovrano, poteva  avere  accesso   da  Vittorio  Emanuele, e  la  soluzione  proposta  era  quella, non  dell’ abdicazione, ma  di  un  regime  luogotenenziale, da  affidare  al  Principe  Ereditario  Umberto, con  conseguente  ritiro  a vita  privata  del  Re.
La  soluzione  della  Luogotenenza, insieme  con  il  discorso  di  Togliatti , non  più  Ercoli, poteva  così  portare  a  quell’ allargamento  del  governo  agli  esponenti  dei  partiti  del  CLN, che  sarebbe  stato  raggiunto  entro  pochi  giorni.  Ma  cosa  aveva  detto  Togliatti  il  31  marzo  e  ribadito  il  14  aprile  di  così   sconvolgente? Aveva  detto  quello  che  da  tempo  avrebbero  dovuto  dire  gli  uomini  del  CLN, in  primo  luogo  i  liberali  ed  i  democristiani, cioè  che : “ogni  questione  d’ indole  interna, anche  quella  dell’ epurazione, doveva  essere  subordinata  alla  necessità  bellica”  e che  il fine  immediato  dei  comunisti (!!), doveva  essere  la  formazione  di un  governo  di  unità  nazionale, per   incrementare  lo sforzo  bellico  dell’Italia, anche con  il  Re  e  Badoglio! Ed  il  Re, proprio  il 12  aprile, dopo  un  incontro-scontro  con  i  rappresentanti  angloamericani, aveva  comunicato  ufficialmente, con  un  messaggio  agli  italiani, trasmesso  dalla  radio, la  sua  volontà  di  ritirarsi  dalla  vita  pubblica, il giorno  in  cui  Roma, la  Capitale, sarebbe  stata  liberata. Degli  Espinosa  descrive  con  parole  commosse  l’evento, commozione  che  aveva  preso  anche  il  maresciallo  Badoglio, mentre  il  Re “… non  violava  le  norme di  quella  discreta   dignità  che   impone  il  silenzio  e  la  compostezza  ai  momenti  più  drammatici.”

Il  messaggio  così  diceva: “Il  popolo  italiano  sa  che  sono  sempre  stato  al  suo fianco  nelle  ore  gravi  e nelle  ore  liete. Sa  che  otto  mesi  or  sono  ho  posto  fine  al  regime fascista  e  ho  portato  l’ Italia, nonostante  ogni  pericolo  o rischio, a  fianco  delle  Nazioni  Unite, nella  lotta  di  liberazione  contro  il  nazismo. L‘Esercito, la  Marina  e  l’ Aviazione, rispondendo  al  mio  appello, si  battono  intrepidamente  contro  il  nemico  a fianco  delle  truppe  alleate. Il  nostro   contributo  alla  vittoria  è, e sarà, progressivamente  più  grande. Verrà  il giorno  in  cui, guarite  le  nostre  profonde  ferite, riprenderemo  il  nostro  posto , da  popolo  libero  accanto  a  nazioni  libere. Ponendo  in  atto  quanto  ho  già  comunicato  agli  alleati ed  al  mio  governo, ho  deciso  di ritirarmi  dalla  vita  pubblica  nominando  Luogotenente  Generale,  mio  figlio  Principe  di  Piemonte . Tale  nomina  diventerà  effettiva, mediante  il  passaggio  materiale  dei  poteri, lo  stesso  giorno  in  cui  le  truppe  alleate entreranno  in Roma. Questa  mia  decisione, che  ho  ferma  fiducia  faciliterà  l’ unità  nazionale, è  definitiva  ed  irrevocabile.”

martedì 18 marzo 2014

24 Marzo 1983 - Il mio viaggio a Hautecombe.

di Costantino Lucatelli
"L'annuncio della morte del Sovrano mi sopraggiunge via radio nel tardo pomeriggio e allo sgomento per la notizia che non avrei mai voluto sentire, mi assalì anche una grande commozione.
Mi sentivo smarrito, perché Hautecombe era lontana e difficile da raggiungere, ma a tutti i costi volevo essere presente alle esequie del Re. Fui raggiunto per telefono, mi si avvertiva che dei pullman partivano da Roma e mi precipitai alla cieca senza sapere se avrei trovato posto.
Era notte fonda quando a Piazza Esedra mi mischiai ai tanti giovani e anziani che si apprestavano a fare quel lungo viaggio e come dichiarai alla TV presente, ero disposto a fare "anche a piedi".
La notte insonne trascorse fra mesti commenti e canti patriottici. Arrivammo all'Abbazia di Hautecombe nel primo pomeriggio e subito mi prostrai con evidente commozione davanti al mio Re adagiato in una semplice bara con indosso la Sua ultima divisa da militare del Regio Esercito Italiano.
Una grande folla continuava incessante ad invadere l'area antistante all'Abbazia e tanta era la gente che il protocollo accuratamente preparato saltò e il cancello fu spalancato dall'impeto dei tanti Italiani che non volevano che si frapponessero ostacoli fra il popolo ed il loro Re.
La cerimonia funebre fu seguita in religioso silenzio con il canto dei monaci che aleggiava sopra la folla e si disperdeva nei boschi e sulle acque del lago Bourget, mentre una fitta pioggia irrorava la folla mischiandosi alle tante lacrime.
Finito il rito funebre, incominciò il lungo e mesto corteo, che sotto la pioggia sempre più forte si snodò per circa tre Km, tanta era la distanza che ci separava dai pullman; non si sentiva un benché minimo lamento, ma solo i lenti passi che esaltavano la Fede di quanti hanno avuto la fortuna di essere stati ad Altacomba per onorare il nostro Re Umberto ll°."

Questa è la mia storia e di tutti i presenti ad Altacomba che chiedono un atto di Riconciliazione con la nostra Storia Nazionale, attraverso una degna sepoltura al Pantheon di Roma, del Re Umberto ll°, della Regina Maria Josè, di Re Vittorio Emanuele lll° e della Regina Elena.

L'Ultimo Re

Umberto II di Savoia, il re di maggio, l'ultimo re d'Italia, su Mix24 la storia a cura di Marina Milone racconta di una figura controversa...


Umberto II di Savoia, il re di maggio, l'ultimo re d'Italia, su Mix24 la storia a cura di Marina Milone racconta di una figura controversa, travolta dalle colpe di casa Savoia e dall'incalzare della tragedia. Per la casa reale quello con il regime fascista infatti è stato un vero e proprio patto con il 

diavolo: le leggi razziali e la catastrofe della guerra a fianco a Hitler sono il sigillo di un infamia incancellabile. Un giudizio che nemmeno la caduta del regime fascista, il 25 luglio del 43 e l'armistizio dell'8 settembre riusciranno mai ad attenuare. E poi la fuga da Roma di Vittorio Emanuele III e della corte che lascia il paese e l'esercito in balia dell'esercito tedesco. Lo stesso Re Umberto confermerà in una intervista a Nicola Caracciolo che fu un errore lasciare Roma in quel modo. Questi e tanti altri i nodi della vita dell'Ultimo Re d'Italia. Una puntata di Carlotta Bernabei e Sergio Leszczynsky.


Interessante il file Audio che ci fa ascoltare la voce del Sovrano in esilio.
Ovviamente per noi la figura di Re Umberto II è tutt'altro che controversa. E' invece la figura luminosa di un Re che sacrificò se stesso e la Dinastia che aveva fatto l'Italia per evitare una nuova guerra civile.
A quel Re, di cui oggi ricorrono i trentun anni della morte, il nostro affettuoso ricordo.

giovedì 13 marzo 2014

Il viaggio del Re Umberto II negli Stati Uniti d’America


SALA UNO
nel cortile della Casa Salesiana
San Giovanni Bosco
con ingresso in Via Marsala 42
(vicino Stazione Termini)

Roma

ORA INIZIO CONFERENZE: 10,45


16 marzo 2014



Il viaggio del Re Umberto II negli Stati Uniti d’America



La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - XVI

Chiarimenti coi liberali

Il Partito Liberale non è meno aderente al Governo fascista; soltanto lo è con più sincerità e con più lealtà. L'organo del partito, il Giornale d'Italia, in un editoriale del 30 gennaio su I liberali ed il fascismo» scrive: «Il Partito Liberale ha preso lodevolmente l'iniziativa di una intesa col Partito Fascista ed ha lealmente offerto al Presidente del Consiglio e Capo del fascismo la propria collaborazione, che è tanto più sincera in quanto è assai affine l'essenza dei due partiti nazionali. L'on. Mussolini ha risposto a questo amichevole passo prendendo atto « con molta soddisfazione della rinnovata ed aperta professione di fede nel governo, » e persuaso della necessità di stabilire saldi e schietti rapporti tra fascisti e liberali ed ha accennato all'opportunità di fondarli su una forma federativa, come per i rapporti fra fascisti e nazionalisti. Uguale accordo viene stipulato  con la democrazia sociale mediante uno scambio di lettere fra Mussolini e l'on. di Cesarò. Ma un mese dopo, alla fine di febbraio, avviene la fusione fra fascismo e nazionalismo e l'accordo diventa impossibile data la innata istintiva programmatica avversione del nazionalismo al liberalismo, avversione ispirata tutta dalle dottrine economiche antitetiche dei due partiti: al liberismo dei liberali i nazionalisti oppongono il  protezionismo ad oltranza e lo Stato nazionale, l'economia chiusa, l'autarchia. All'italiano Camillo Cavour contrappongono il tedesco List.

Il fascismo si avvia verso il metodo antidemocratico, e Michele Bianchi in un discorso al Lirico di Milano ne fa i primi accenni: «Il governo fascista da cinque mesi regge le redini dello Stato e, salvo pochi inaciditi politicanti e salvo la turpe masnada dei bestemmiatori della Patria, non vi è chi non senta come il governo fascista abbia risollevato le sorti della Patria». Il discorso può considerarsi come un « j'accuse » ai partiti democratici, più ancora che ai liberali, poiché soprattutto propone la incompatibilità fra regime e metodo democratico. Ma alla fine di marzo su Gerarchia, rivista diretta da Mussolini compare un suo articolo, «Forza e Consenso», che è tutto un attacco a fondo del liberalismo: «In Russia e in Italia si è dimostrato che si può governare al di fuori, al di sopra e contro tutta la ideologia liberale. Il comunismo ed il fascismo sono al di fuori del liberalismo»... «La libertà non è un fine; è un mezzo. Come mezzo deve essere controllato e dominato. Qui cade il discorso della forza». Proclama il fascismo illiberale e anti-liberale e conclude: «Il fascismo è già passato e, se sarà necessario, tornerà ancora tranquillamente a passare sul corpo più o meno decomposto della Dea Libertà».
L’articolo suscita profondo stupore e disagio dopo le precedenti dichiarazioni nelle quali Mussolini si diceva persuaso della necessità di stabilire saldi e schietti rapporti fra fascisti e liberali. Il Mondo protesta difendendo il liberalismo e il Giornale d'Italia loda praticamente l'articolo, ma dimostra che esso non riguarda affatto il suo liberalismo, cioè il vero liberalismo, ma la degenerazione social democratica e clericaloide di questo; e si augura che Mussolini «attui col proprio mirabile dinamismo i capisaldi della dottrina liberale». La Stampa e il Corriere della Sera proclamano la necessità di ritornare veramente alle fonti e di contrastare il campo alla completa soppressione di ogni libertà, alla insaturazione vera e propria della dittatura e del Primo Consolato.
I deputati liberali si riuniscono per costituire il Gruppo parlamentare, ma senza opposizione al Governo, e più tardi il Consiglio Nazionale del partito, riaffermata la fiducia e la solidarietà con Mussolini, dichiara che «il Partito Liberale fedele allo spirito di illuminata dedizione alla Patria che la gioventù italiana prodigò nelle trincee debba realmente sostenere col consenso e con l'opera il Governo di Benito Mussolini, mentre con mano ferma attende alla ricostruzione morale, economica e finanziaria della Nazione». E poiché continuano le intolleranze contro le sezioni del partito, la Giunta esecutiva di questo invia a Mussolini una lettera nella quale, pur chiedendogli un suo diretto intervento, così si esprime: «Il Partito Liberale è stato unanime nel suo recente C.N. di Milano nel riconoscere la necessità di sostenere col consenso e con l'opera il governo presieduto da V.E. E' implicita in questo voto la volontà della collaborazione, quando ciò possa giovare a raggiungere quei fini di ricostruzione nazionale a cui anche nella vigilia diedero opera comune in tanti luoghi fascisti e liberali. Il Partito Liberale si compiace quindi che i voti di Milano abbiano avuto il consentimento di V.E. verso cui oggi si rivolgono le speranze di quanti italiani non dimenticano i pericoli che ieri minacciavano la Nazione».
Il 3 maggio si inaugura in Roma il Congresso delle donne italiane con un discorso del ministro liberale dell'istruzione Giovanni Gentile il quale dopo aver messo in rilievo che « gli italiani stanno iniziando una nuova storia per sé e per il mondo», constata come «il decadimento del sentimento dell’autorità che - scaduto e massacrato nella tristezza di questi ultimi infelicissimi anni - vada ora invece riprendendo la sua dignità e la sua importanza civile: è questo uno dei veri e maggiori meriti del governo che ci regge». Il Congresso, nel quale aleggia il nascente spirito fascista, manda un caloroso saluto a Mussolini «per la sua missione di nazionale  restaurazione».
Nel Comitato d'onore siede Benedetto Croce accanto al Capo del Governo ed ai più bei nomi maschili e femminili del fascismo militante.
Il Mondo invece mette in evidenza la «sovrapposizione dell'organizzazione fascista all'organizzazione statale che ha dato luogo in tutta Italia ad un disordine giuridico così dannoso per il normale svolgimento della vita nazionale, nella svalutazione degli organi statali, dovuta al prevalere incomposto dell'iniziativa fascista». A Torino, Pietro Gorgolini e Mario Gobbi si ribellano a De Vecchi, ma questi li espelle dal fascio proclamando che l'unico mezzo di propaganda per il popolo è quello di «legnare, legnare, legnare»; e quando Mario Gioda, l'ex anarchico patriota ammalato e povero protesta, il dittatore piemontese ammonisce: «Lo tengo con la fame».
L'on. Misuri, già comandante di squadre, insorge contro il fascismo umbro e contro la direzione del partito, denunciando una situazione che non è particolare soltanto in Umbria, e che dimostra che si è già alle degenerazioni proprie e caratteristiche di ogni oligarchia. Egli scrive ai giornali: «Sarà definitivamente consolidata la restaurazione della Patria il giorno in cui il Duce si sarà deciso di far raddrizzare a scudiscio tutte le schiene curve dei servi per leggere ad essi negli occhi e molto in fondo il loro pensiero».
In varie provincie le camicie nere si azzuffano fra loro, e Mussolini al Gran Consiglio «constata l'attuale fase del fascismo delicata e non scevra per il fascismo stesso di qualche pericolo». A Firenze gli imputati dell'uccisione del giovane fascista conte Foscari sono assaliti dal pubblico: i difensori rinunciano al mandato ed il Consiglio dell'Ordine degli Avvocatirifiuta la nomina di difensori d’Ufficio. Le sedi del Partito Repubblicano vengono mano mano occupate e chiuse. Poco più tardi il ministro Gentile, dottrinario del liberalismo italiano, si iscrive al Partito Fascista con una lettera al Duce nella quale è detto che «il liberalismo che guidò l'Italia del Risorgimento non è oggi rappresentato dai liberali, ma da Mussolini». E si appella ai suoi ex colleghi perché si schierino al sito fianco.
Luigi Albertini è posto nella condizione di dover rinunciare alla direzione del Corriere della Sera - i cui proprietari fratelli Crespi assumono, l'impegno di affiancare la propaganda fascista - scrive a Mussolini (10 maggio) per fargli sapere che non intacca il suo liberalismo il fatto di avere, in occasione dell'occupazione delle fabbriche, visitato l'on. Turati per indurlo ad assumere il potere; e rivendica a sé ed al quotidiano milanese il merito di avere preparato il trionfo del fascismo: «Certo, se si doveva andare avanti così, era da preferire che l'on. Turati l'on. D'Aragona e i loro amici assumessero la responsabilità del potere»; altrimenti «lo sbocco fatale di un regime che non funziona più, che si corrompe in tutti i suoi organi, che si sgretola per impotenza sarebbe stato il comunismo. Ma sopra ogni altra cosa mi sorrideva la speranza di una profonda reazione della borghesia, di quella reazione che fortunatamente si è avverata e di cui l'on. Mussolini è stato l'organizzatore».
Anche se il fascismo attraversa un periodo critico per la baraonda che regna in certi centri come a Napoli per la questione Padovani, per le prepotenze di certi ras, per le aggressioni, duelli ed espulsioni, tuttavia qualunque tentativo di reazione è prontamente represso. A Palermo i cittadini girano col soldino portante la testa del Re fermato all'occhiello, ma la dimostrazione dura pochi giorni. A Messina vi sono violente dimostrazioni contro il governo e viene arrestato l'on. Lombardo Pellegrino per avere inneggiato al Re e a Casa Savoia. I deputati dell'estrema sinistra non possono recarsi in provincia e non riescono ad ottenere che un debole richiamo del Presidente della Camera De Nicola presso il governo affinché sia tutelata l'immunità parlamentare.

Nonostante questa situazione il Consiglio Nazionale del Partito Popolare riunito a Roma «conferma il dovere dì continuare a cooperare, superando anche le difficoltà locali, alla normalizzazione e restaurazione della vita nazionale». Nessuna protesta ai disordini ed alle violenze che si abbattono sui partiti e sugli uomini di opposizione dichiarata.

giovedì 6 marzo 2014

Il Regno d'Italia da Brindisi a Salerno: 8 Settembre 1943 - 4 Giugno 1944

Il   Governo  dei  “ Sottosegretari  di  Stato”

Se  questo  era  il  difficile  panorama  politico Badoglio, d’ accordo  con  il  Re, si  muoveva  egualmente  per  ridare  una  struttura  al  suo  governo, che  privo  dei  ministri, che  non  si  erano  potuti  trasferire  a  Brindisi, aveva  potuto   contare  solo  sui  ministri  militari  e  per  i  problemi  interni  sul  Prefetto  Innocenti, richiamato  dalla  sua  sede  di  Taranto e  per  gli  affari  esteri  sul  diplomatico  Prunas, fatto  rientrare  da  Lisbona, rivelatisi  entrambi  energici, fattivi  e  competenti. Nasceva  così , il  16  novembre  il  governo  detto  “dei  Sottosegretari” in  quanto, nominalmente  si  ritenevano  ancora  in  carica   i  Ministri  del  Governo  del  25  luglio, dopo  che  il  Re, nei  giorni  precedenti  si  era  recato  a  Napoli  e  ad  Avellino, dove  aveva  passato  in  rassegna  i  militari  italiani  del   “Primo  Raggruppamento  Motorizzato”, fatto  oggetto  anche  qui  da  manifestazioni  di  entusiasmo  e  di  affetto  della  popolazione, e l’11 novembre, suo  giorno  genetliaco, i  palazzi  di  Bari  erano  apparsi  imbandierati, confermando  la  divaricazione  tra  l’ effettivo  sentimento  della  popolazione, che  ebbe  la  sua  conferma  due  anni  dopo, nel  referendum  istituzionale  dove  il  Sud  dette   una  schiacciante  maggioranza  alla  Monarchia, e  la  presunta  rappresentanza  popolare  dei  sei  partiti  riuniti  nel  Comitato  di  Liberazione.
I  sei  partiti  erano  il  Partito Liberale, la  Democrazia  Cristiana, la  Democrazia  del Lavoro, il  Partito  Socialista, il  Partito  Comunista  ed  il  Partito  d’ Azione, il  quale  ultimo  riuniva  numerosi  intellettuali  antifascisti, anche  nobili, come  un Caracciolo, (progenitore  dei  “radical  chic”) che  si  autoqualificavano  come  coscienza  critica  rivoluzionaria, ed  era  il  più  accanito  contro  il Re, la  Monarchia e  Badoglio, anche  se  poi  nella  verifica  elettorale  della  elezione  della  Costituente  nel  1946, avrebbe  dimostrato  la  sua  misera  base  elettorale, partito  però  in  quel  periodo  tra  i  più  attivi  ed  il  cui  spirito  giacobino, l’ azionismo, trasmigrò  successivamente  nei  partiti  socialista  e  repubblicano, spirito  che  oggi  possiamo  ancora  ritrovare  in  persone  come  Rodotà  e  Flores  d’  Arcais.
Con  il  governo  dei  “sottosegretari”  veniva  a  sentirsi  maggiormente  la  necessità  di  uffici  adeguati, sia  pure  disseminati  nelle  località  più  disparate  della  Puglia. Quanto  ai nomi, oltre  ai  militari  e  ad  alcuni  tecnici, vi  erano  anche  diversi  uomini  politici, al  di  fuori  dell’ Esarchia, termine  con  il  quale  venivano  chiamati  i  sei  partiti  del  CLN, quali  gli  ex  deputati  Vito  Reale, agli  Interni, Raffaele  De  Caro, ai  Lavori  Pubblici, con  a  capo  della  sua  segreteria, un  giovane  professore  ed  ufficiale  di aviazione, Alfredo  Covelli, Giovanni  Cuomo  alla  Pubblica  Istruzione  ed  un  noto  economista, il  prof. Epicarmo  Corbino, all’ Industria  e  Commercio, ed  un  industriale , di  origini  ebraiche, l’ing. Mario  Fano, alle  Poste  e  Telegrafi. Si  rafforzava  anche  la  struttura  di  Radio  Bari, con  alcuni  giornalisti  e  scrittori  noti  come  Alba  De  Cespedes, Diego  Calcagno, che  nel  dopoguerra  collaborò  con  “Il  Tempo” , di Renato  Angiolillo, firmandosi  don  Diego, Antonietta  Drago, il  conte  Boccabianca, che  usavano  tutti  dei  soprannomi  o  dei  nomi  fittizi, per  non  creare  problemi  ai  loro  parenti  e familiari, rimasti  a  Roma  o  in  altre  località  occupate  dai  tedeschi, ed  un  giovane  Ludovico  Greco, che ritroveremo  poi  nel  Partito  Nazionale  Monarchico, di  cui  fu  pure  senatore,   e  dalla  Radio  veniva  lanciata  una  nuova  trasmissione  serale, alle  23, chiamata  “ Italia  combatte “, che  dava  notizie  quotidiane  sulle  operazioni  militari. Veniva  anche  strutturato  un  Ufficio  Stampa, con  a   capo  un  giornalista  ed  uomo  politico  spregiudicato  e  pieno  di  iniziative, Filippo  Naldi.
Così  ristrutturati  alcuni  servizi  ed  il  Governo, riprendevano  i  Consigli  dei  Ministri, dopo  aver  conferito  ai  Sottosegretari  la  potestà  di  partecipare, in  prima persona, al  Consiglio  ed  effettuate  altre  modifiche  formali, ma  indispensabili, per  consentire  il  funzionamento  degli  uffici  ministeriali  e  la  validità  degli  atti. Nella  prima  riunione  di  carattere  programmatico, del  24  novembre, venivano  definiti  i  punti  relativi  alla  “defascistizzazione“  dello  Stato,   dopo  i  già  importantissimi  Decreti   che  erano   stati  emanati  tra  il  25  luglio  e  l’ 8  settembre,  per  cui  via  via  seguivano  i  decreti  di  soppressione  della  Milizia (6 dicembre), la  riammissione  in   servizio  degli  impiegati  licenziati  per  motivi  politici (6  gennaio  1944), l’ importantissima  abrogazione  di  tutta  la  legislazione  razziale, con  la  conseguente  reintegrazione  degli  ebrei  in  tutti  i  diritti  civili, politici  e  patrimoniali (20  gennaio 1944)  e  la  istituzione  di  una  Commissione  per  l’ Epurazione (23  gennaio 1944), alla  quale  fu  preposto  dopo  alcuni  giorni, come  Alto  Commissario , l’ ex  deputato  Tito  Zaniboni, socialista , che  fu  messo  “all’ indice“  dal  suo  partito per  aver   accettato  di collaborare  con  il  governo  del  Re!
Tutta  questa  attività  legislativa  e  la  presenza  di  personalità  notoriamente  antifasciste, non  soddisfacevano  i  partiti  dell’ esarchia, vedi  il  caso  Zaniboni, i  quali  proseguivano  la  loro  virulenta  campagna  per  l’ abdicazione , se  non  addirittura  per  il  “suicidio“ ( sic ) del  Re , con  una  inaudita  violenza  verbale  ed  una  sguaiataggine  tale  che  lo  stesso  Capo  dell’ Ufficio  Stampa  Interalleato, colonnello  Munro, ritenne  opportuno  intervenire, inviando  una  circolare  ai  direttori  dei  giornali, dove  si  diceva: “…non  saranno  più  permesse  le  incitazioni  all’ odio  di  classe, gli  epiteti  volgari, le  accuse  anonime, le  insinuazioni, i  malevoli  sottintesi, le denigrazioni  personali, le  accuse  in  malafede, le  minacce... Non  sarà  consentita  alcuna  critica  lesiva  dell’ onore  e  della  buona  fede  dei  militari  italiani  di  qualsiasi  grado, che  combattono  e  cooperano  con  le  forze  alleate. Circolare  che  non  era  un  attacco  alla  libertà  di  stampa, provenendo   da  un  uomo  rappresentante  di  un  paese  dove  la  libertà  di  stampa  era  sacra, ma  uno  schiaffo  a  questi  giornalisti  italiani, dispiace  doverli  così  nominare , che  non  avevano  rispetto  per  la  dignità  e  libertà  altrui, costume  perpretatosi  negli  anni  successivi   particolarmente  ad  opera  della  stampa  social comunista, essendosi  dissolta  poco  dopo  il  1946  la  stampa  azionista, che  fino  ad  allora  era  stata  la  prima nella  violenza  degli  attacchi .
Nel  frattempo  anche  nelle  Forze  Amate,  erano  intervenuti  due  importanti  cambiamenti  ai  vertici, con  l’uscita  di  scena  dei  generali  Ambrosio   e  Roatta,  e  l’insediamento  del  Maresciallo  Messe, fatto rientrare  appositamente  dalla  prigionia,  come  Capo  di  Stato  Maggiore  Generale, e  del  generale  Berardi, quale  Capo  di  Stato  Maggiore  dell’ Esercito, esercito  che, con  il  Primo  Raggruppamento  Motorizzato  aveva  avuto  il  suo  battesimo  del fuoco, a  fianco  degli  angloamericani,  con  l’ attacco   l’ 8  dicembre, alla  posizioni  tedesche  di  Monte  Lungo.
Di  fronte  all’ atteggiamento  fazioso  e  non  collaborativo, in  un  momento  così  delicato  per  le  future  sorti  dell’Italia, degli  uomini  politici  del  CLN, vi  era  stata  invece  la  ferma  presa  di  posizione  dell’ Episcopato  Pugliese, il  25  novembre, che  invitava  alla  concordia  ed  alla  accettazione  di  posti  di  responsabilità  “più  per  sentimento  del  dovere  che  di  ambizione ( personale )”.
E  sempre  negli  ultimi  due  mesi  del  1943, il  Principe  Umberto, che  fin  dal  suo  primo  incontro  con  Mac Millan  e  Murphy, aveva  suscitato  l’ apprezzamento  degli  stessi  per  “tatto  e  dignità“, intensificava   la  sua  attività, visitando  i  Comandi  Alleati, e  le  nostre  truppe  vicino  al  fronte,  per cui  in uno  di  questi  spostamenti, recandosi  il  20  novembre  con  la  sua  automobile  ad  Aversa, e  trovandosi  confuso  con  una autocolonna  americana, fatta  segno  ad  un  mitragliamento  di  velivoli  germanici, trasportava  sulla  sua  auto, al  più vicino   posto  di  Pronto  Soccorso, quattro  militari  americani  gravemente  feriti. Veniva  pochi  giorni  dopo  il  7  dicembre  il  volo  sulle  linee  tedesche  a  Monte  Lungo, il  9  la  visita  ai  militari  feriti, nell’Ospedale  da  Campo  244 ,  ed  il  23  una  nuova  visita  al  nostro  Raggruppamento, il  24  la  consegna  di  pacchi  natalizi  ai  feriti  ricoverati  nell’Ospedale  Militare  di  Maddaloni  ed  il successivo  giorno  di  Natale, consegna  di  altri  pacchi  agli  operai  dell’ Italia  Centrale  e  Settentrionale, rimasti  bloccati  al  Sud, lontani  dalle  loro  famiglie  di  cui  non  avevano  notizie.
Nel  mentre  le  forze  politiche  antifasciste  ed  anche  in  gran  parte  antimonarchiche, preparavano  la  loro  maggiore  manifestazione  unitaria,  cioè  il  Congresso  che  si  sarebbe  tenuto  a  Bari  il  28  e  29  gennaio 1944, il  Governo  Badoglio  otteneva  il   27  gennaio  il  ritorno  sotto  la  sua  giurisdizione  di  tutte  le  province  dell’ Itala  Meridionale  ed  Insulare, esclusa  ancora  Napoli, per cui  si  poneva  il  problema  del  trasferimento  della  “capitale”,  da  Brindisi  ad  una  località  più  centrale, per  cui  la  scelta  cadde  su  Salerno, dove, l‘11   febbraio   all’arrivo  del  Maresciallo  Badoglio, “si  raccolse  una  grande  folla  davanti  al  Municipio  e  Badoglio, lungamente  applaudito  si  affacciò  al  balcone  del  Palazzo  di  Città   e  tenne  un  breve  discorso “.  Per  questa  importante  e  significativa  retrocessione  da  parte  angloamericana, all’ amministrazione  italiana, di  una  così  notevole  parte  del  territorio  nazionale, ormai  libero,  vi  fu uno  scambio  di  cortesi  messaggi  tra  i  generali  Maitland  Wilson, comandante  in  capo  delle  forze  alleate  del  Mediterraneo, succeduto  in  tale  incarico  ad  Eisenhover, chiamato  a  preparare  e  dirigere  lo  sbarco  in  Normandia, avvenuto nel  giugno  successivo, ed  Alexander  da  una  parte   e  dall’altra  il  Governo  Italiano, e  lo  stesso  Badoglio, che, con  un  suo  proclama  affermava: “…. A  nessuno  sfuggirà  l’importanza  e  la  portata  dell’ avvenimento. E’  questa  la  prima  tappa  verso  la  rinnovata  unità  della  Patria… In  nome  della  libertà  che  c’ è  cara, ma  non  della  licenza… E’  questo  dopo  molte  dolorose  e  tormentose  giornate, un  primo  giorno  fausto… Perchè  sarà  il  primo  della  rinascita  che  può  venire  solo  dallo  sforzo  risoluto  e  concorde…”

Giovanni Messe e la rinascita del Regio Esercito Italiano dopo l'8 Settembre

Domenica  9  marzo  p.v., ore  10,45 , in  Roma , via  Marsala  42, per  il  66°  ciclo  di  conferenze  del  Circolo  di  Cultura  ed  Educazione  Politica  Rex , il  generale  Enrico  Boscardi, uno  dei  maggiori  studiosi  e  storici  delle  nostre  Forze  Armate nella  Guerra  di  Liberazione, parlerà  di  

"Giovanni  Messe, Maresciallo  d' Italia, Capo  di  Stato  Maggiore  Generale  e  la  rinascita  del  Regio  Esercito  dopo  l' 8 Settembre  1943".

Ing.Domenico  Giglio 
Presidente  Circolo  Rex

mercoledì 5 marzo 2014

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - XV

Don Sturzo cacciato dal Vaticano, da una vignetta dell'epoca.
Don Sturzo silurato dal Vaticano

Sul Giornale d'Italia (26 giugno 1923) De Gasperi assumendo le difese di don Sturzo conferma ancora: «Abbiamo sostenuto il governo di Mussolini fino dalla marcia su Roma. Crediamo oggi che sia l'unico governo possibile e non sogniamo nemmeno di volergli sbarrare la via con abili barricate parlamentari». Ma mentre fa dire questo dal suo sostituto (De Gasperi è presidente del gruppo parlamentare) don Sturzo - vista l'impossibilità di tornare al governo - manovra sott'acqua e poi passa all'opposizione puntando improvvisamente i piedi sulla proporzionale e scrive sul Popolo: «Per noi la rivoluzione fascista non può ricercare il titolo della sua legittimità se non nella forma del voto di tutto il corpo elettorale che la proporzionale assicura come conseguenza diretta del suffragio universale. Indietro non è possibile ritornare se non rinnegando questo e togliendo ogni possibilità di «manifestazione concreta del consenso del popolo». E' una presa di posizione in contrasto alla deliberazione del gruppo parlamentare nell'ordine del giorno Gronchi di otto giorni prima, nel quale è detto: «Da tale punto di vista (al di sopra delle vedute di parte) il gruppo popolare intende valutare anche il problema della riforma elettorale coordinandola alle supreme esigenze del Paese». Don Sturzo dimentica che due giorni prima, riunitosi il Direttorio, presenti i maggiorenti del partito, fra i quali si notavano lo stesso don Sturzo, Mattei - Gentili, Cingolani, Bresciani, De Gasperi, Guarienti e Bertone votavano compatti, un ordine del giorno nel quale si riconfermava «la fiducia al governo fascista ripetendo i concetti di leale collaborazione già espressi nell'adunanza del gruppo parlamentare a palazzo Soderini».
Insiste il Corriere d'Italia: «La nostra collaborazione dovrà continuare anche se non saranno più al governo i nostri amici: perché siamo convinti che tutte le forze sane della Nazione devono proporsi oggi, più che mai, di guardare prima che al partito al Paese. Questo è il nostro pensiero; questo sarà il nostro atteggiamento».
Altro linguaggio tiene il Popolo che arriva al punto di fare richiami alla situazione internazionale, richiami che provocano un severo ammonimento del Popolo d'Italia: «Che cosa significa questo tortuoso giro di parole? Forse l'argano donsturziano tende a richiamare o minaccia di richiamare l'attenzione dei governi alleati sul regime fascista? Dobbiamo dunque, credere che don Sturzo si appelli allo straniero o tenda ad appellarsi allo straniero per una questione interna nella quale noi e solo noi intendiamo essere arbitri?».
L'on. Aroca, dimesso d'autorità dal partito così si esprime in una intervista: «Il compito dei deputati popolari è uno solo: obbedire. Quello di obbedire e votare secondo gli ordini ricevuti. Al principio della legislatura ci è stata consegnata una circolare che vieta nel modo più assoluto ai deputati di concedere interviste, scrivere articoli, prendere la parola alla Camera o in riunioni, presentare interrogazioni, interpellanze, mozioni, o soltanto firmarle, senza preventiva approvazione scritta della direzione del gruppo, direzione che ci fa imposto di votarla senza che neppure ne conoscessimo i componenti, posta com'è alle dirette dipendenze di don Sturzo, il quale poi chiama spesso anche i deputati a render conto durante lo svolgersi delle sedute e nei locali stessi di Montecitorio. Il partito si regge su questa strana struttura: Sturzo domina, comanda, decide, valendosi dei suoi spauracchi, da lui stesso fabbricati: i deliberati dei Congressi, il Consiglio Nazionale, la Direzione del Gruppo Parlamentare ».
Così don Sturzo esercita la dittatura. Ed il Popolo d'Italia lo mette alle strette: «O con noi o contro di noi», e sottolinea come il prete siciliano persista «a voler essere nello stesso tempo nostro amico e nostro nemico, nostro collaboratore e nostro oppositore, nostro compagno di lotta e domani forse nostro legittimo erede. Non si dice con questo che il P.P. debba scomparire. Si dice che non è possibile che esso continui a vivere nell'agguato, nell'equivoco, al riparo di quelle diocesi che ben altra luce sono chiamate a diffondere per paesi e città».

Stretto nella morsa della opposizione dei suoi e degli ammonimenti del governo, colpito dal siluro lanciatogli molto abilmente dal Vaticano a mezzo di monsignor Pucci, don Sturzo si dimette da segretario del partito motivando le dimissioni quale protesta contro la legge a sistema maggioritario, ma in realtà per la insostenibilità della sua politica ambigua. Politica che finisce di logorare quelle forze che avrebbero potuto fin dal principio portare un argine al fascismo, mentre invece rese inutile ed impotente la sua tardiva sfida. Non è concepibile che un sacerdote si eriga ad alfiere di una improvvisa ribellione contro un governo ch'egli aveva fino al giorno prima protetto e col quale il suo partito aveva collaborato nello stesso ministero. Fu una ribellione determinata soltanto per difendere posizioni elettorali e per non voler cedere la chiave strategica del Parlamento. Questo solo, e nulla più.