NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 28 giugno 2013

La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - XIII

Il deputato socialista Giuseppe Di Vagno, ucciso dai fascisti 
I fascisti di Bologna e di Firenze sconfessano Mussolini ed il Congresso di Roma rinnega il Patto.

A Bologna i fasci chiedono per l'Emilia libertà d'azione. Ovunque riprendono i conflitti. Contemporaneamente si acuisce sempre più l'attrito fra socialisti e comunisti. Questi, che al Patto furono decisamente avversi, tendono alla lotta ad oltranza. Atroci accuse si scambiano a vicenda i due partiti. Vi è meno asprezza nel linguaggio dei comunisti contro i fascisti che contro i cugini socialisti che chiamano «traditori». I fascisti dissenzienti temono che un periodo prolungato di questa pacificazione possa essere funesto al movimento che andrebbe a poco a poco spegnendosi. Il germe della indisciplina e della violenza dilaga, anche i fascisti fiorentini si pronunciano contro la pacificazione. Qualche giornale crede di intravedere una grave crisi nel fascismo. Questa crisi - scrive il Corriere d’Italia - dipende principalmente dal fatto che, avendo il suo capo condannato il fenomeno della violenza, espressione fondamentale, viene a mancare a questo movimento la sua base e la sua forza». Il Giornale d’Italia constatando la crisi rileva che, dopo avere disarmato «con santissima violenza» la violenza rossa, ha tolto di mezzo la sua ragione di essere ed è segnata l'ora della sua fine, pur auspicando che in caso di riapparizione del pericolo, «si ricomponga come per incanto e risorga con la più efficace e rapida energia».
Mussolini protesta che bisogna tener fede al Patto di pacificazione ma vede sfuggirgli di mano la sua creazione e si dimette da membro del Comitato Esecutivo dei fasci in seguito alla sconfessione inflittagli dal convegno di Bologna: «Dopo il Patto di Roma egli scrive - il partito che avesse dato ferma prova di disciplina unitaria, sarebbe stato in realtà il vittorioso. Il fascismo esce da questa prova sconfitto. Altre più crudeli ragioni di ciò saranno esaminate a suo tempo, la partita è oramai chiusa. Chi è sconfitto deve andarsene. Ed io me ne vado dai primi posti. Resto e spero di poter restare, semplice gregario, del Fascio milanese». Mussolini rimane e finisce per riprendere la direzione del movimento, ma non riesce a frenare i suoi. Dopo aver portato in piazza le squadre educate alla violenza ed alle spedizioni punitive, non può capovolgerne la tattica.
Ricominciano infatti ovunque azioni e reazioni fra partiti avversari: aggressioni, imboscate, incendi di circoli, invasioni delle leghe di resistenza. A Mola di Bari viene ucciso il deputato socialista Giuseppe Di Vagno, fervente sostenitore del collaborazionismo (1). A Modena in un conflitto con la polizia vi sono 7 morti ed è ferito l'on. Arturo Vicini. Il Corriere della Sera dopo alcune considerazioni sulle provocazioni socialiste e sulle reazioni fasciste aggiunge: «Oggi, purtroppo, gli eccessi si succedono agli eccessi, gli odi si perpetuano e si rinfocolano le passioni travolgendo talvolta gli stessi agenti dell'ordine. Così a Modena, dove alle assurde pretese fasciste le guardie regie hanno risposto con impulsività tragicamente eccessiva, impugnando i moschetti e le rivoltelle. E' dunque ora di arrestare la fatale altalena ».
La verità è che cittadini e soldati, carabinieri e guardie regie, tutti sono esautorati e stanchi, nessuno è più padrone dei propri nervi, il paese vive in stato anormale. Mentre il governo emana provvedimenti eccezionali per il disarmo e l'ordine pubblico, anche i combattenti pensano alla costituzione di squadre d'azione e così i cattolici formano i loro «Avanguardisti bianchi» che fanno sfilare a Milano alla maniera fascista. Dal canto suo l'Avanti! riprende contro Bonomi l'accusa fatta al Ministero Giolitti: «Non era stato forse da tempo proibito il porto d'armi? E non l'hanno per contro sempre autorizzato le autorità ai nostri nemici e nei nostri danni? Si è mai visto usare tante armi, circolare tanti camions, esplodere tante bombe da quando un decreto ne fece tassativa proibizione? Non è stato ad esuberanza dimostrato che è proprio nelle caserme dei carabinieri che i violenti si armano? Che si preparano le spedizioni punitive?».
Ma l'impotenza del governo ed un poco l'atmosfera medioevale che avvolge il Paese mutano anche la mentalità e gli atteggiamenti degli uomini nella lotta politica. A Bologna compaiono le squadre d'azione liberali al comando di Sandro Ruggiero mentre a Salerno domina la Legione Amendola costituita, secondo alcuni per fronteggiare le bande fasciste ma in effetti per tener testa alla candidatura del nazionalista Camera. Scrive il prof. Gaetano Rossi, presidente del Gruppo nazionalista di Salerno che «a testimonianza di reggenti di partiti avversari questa Legione amendoliana - avente per distintivo un nastrino verde - era composta « dalle più tipiche canaglie del Sarnese e da delinquenti comuni regolarmente e lautamente stipendiati, portavano spavaldamente armi, bivaccavano sui treni e sui tramvai in funzione di spie, provocavano tumulti, intimorivano gli elettori, contrattavano voti».

Il Congresso dei fasci a Roma (9-11-1921) segna la fine definitiva del Patto di pacificazione coi socialisti. Mussolini subisce l'influenza e la volontà dei più facinorosi e di Grandi il quale parla fra le acclamazioni dei congressisti con una certa asprezza rivolgendosi a Mussolini. A questi il congresso ha riserbato le più entusiastiche ovazioni, ma col chiaro ammonimento: Se tu vuoi essere il nostro Duce devi seguirci. A Roma i ferrovieri scioperano per impedire ai congressisti di affluire alla Capitale o di ripartire e vi sono scontri con 2 morti e 150 feriti: i fascisti ristabiliscono il servizio con personale aderente ai fasci di combattimento. Vi è del disagio per la denuncia del Patto, ed alcuni esponenti cercano di attribuirlo ai conflitti di Roma ma quando Grandi parlò all'Augusteo i fatti non erano ancora avvenuti. La denuncia del Patto è stata senza dubbio un grave errore che peserà sul Paese, poiché l'intolleranza politica si esaspera sempre più: i fascisti danno origine a conflitti per un fazzoletto rosso, socialisti e comunisti per una bandiera tricolore.

(1) Canditato in una lista opposta alla sua, ebbi col Di Vagno durante le elezioni un contraddittorio a Casamassima. Equilibrato e misurato, uomo generoso e sollecito del bene degli umili, intendeva il socialismo come una fede politica. Espansivo ed affettuoso, diventammo amici. La sua uccisione ed il trionfo decretato in seguito ai suoi uccisori - tutti giovani studenti - fu una brutta pagina nel passivo del fascismo. Il delitto venne organizzato a scopo vendicativo. I funerali furono veramente imponenti, fra una pioggia di fiori, data la mitezza e la lealtà della vittima e l'ingiustificato atteggiamento dei fascisti.

giovedì 27 giugno 2013

Castelli Aperti: tutti gli appuntamenti del 30 giugno

Un emozionante itinerario tra Racconigi e Savigliano



Domenica 30 giugno la rassegna propone un itinerario che parte da Racconigi e prosegue alla scoperta delle bellezze architettoniche di Savigliano.
Cuore dell’itinerario è il castello Reale di Racconigi residenza molto amata dai Savoia e oggi ritornata agli antichi fasti. 
Del castello si apprezzano i grandi saloni e gli appartamenti della vita quotidiana della corte, ma anche il grande parco romantico che si estende per più ettari, frutto dell’architetto paesaggista X. Kurten. E’ un luogo incantevole per passeggiare, meditare e godere delle belle giornate di sole. 
Inoltre, il parco, ospita fino al 13 ottobre, l’edizione 2013 della Biennale Internazionale di Scultura dal titolo Pensare lo spazio. Dialoghi tra natura e immaginazione.(ore 10.00 – 19.00; ingresso 2 euro). L’esposizione consiste in 62 sculture di grande dimensione realizzate da artisti provenienti da Italia, Spagna e Germania. La mostra è un esempio di espressione artistica multigenerazionale, con scultori che provengono da percorsi culturali eterogenei. Sono artisti affermati nel pieno della loro maturità creativa, noti per le personali scelte di poetica e di linguaggio.
Nei locali sottostanti la serra della Margaria sarà presentata una sezione storica di scultori operanti nel secondo dopoguerra in Italia, una sorta di “numi tutelari” degli artisti le cui opere sono disseminate nel grande Parco. 


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http://www.targatocn.it/2013/06/27/leggi-notizia/argomenti/eventi/articolo/castelli-aperti-tutti-gli-appuntamenti-del-30-giugno.html#.UcywsDtM_Z0

Rimpiangiamo la monarchia

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it


Giovedì, 27 giugno 2013 - 09:29:00
Tutti siamo soliti pensare a Montesquieu come ad uno dei padri della moderna concezione dello Stato e in effetti la sua teoria della divisione dei poteri, per non citare che questa, è un prezioso principio di buon governo. Tuttavia molti sarebbero sorpresi di sapere che per questo philosophe il regime ideale non è la democrazia, di cui sembra essere il padre, ma la monarchia. Proprio quella monarchia francese assoluta in cui era nato e che ancora dominava la Francia quando lui morì.

Il fatto si spiega tenendo conto che egli aveva sotto gli occhi una nazione con un forte senso di quella che inglesi chiamerebbero "decency". Il re aveva un potere assoluto ma era lungi dall'abusarne, tanto che, nella concezione di Montesquieu, nella monarchia, nel quadro di leggi stabilite, l'individuo è libero anche più che in democrazia, dove il moralismo del popolo può divenire opprimente. Infine la monarchia si distingue dal dispotismo perché mentre quest'ultimo riposa sulla paura che il dittatore incute a tutti, il sovrano  fonda il suo potere sul consenso e sul senso del dovere dei sudditi. Anche per ambizione, gli stessi aristocratici che gli fanno corona desiderano piacergli e dimostrarsi degni della sua stima. In una parola, il collante dell'intero Paese è il sentimento dell'onore che domina tutti, re compreso.

Qui non si tratta tanto di sostenere teorie che oggi suonano più sorprendenti che convincenti, quanto di notare perché un pensatore come Raymond Aron ha considerato Montesquieu uno dei padri della moderna sociologia. Pur essendo il più noto sostenitore della teoria della divisione dei poteri - cioè dello strumento tecnico fondamentale per evitare l'assolutismo - il giurista francese era infatti molto sensibile al dato (anche economico e climatico) della società cui si riferiva. Ciò che egli sostanzialmente diceva di Luigi XIV, del Reggente e di Luigi XV non l'avrebbe certo detto di Ivan il Terribile. Ed è a questo punto che si inserisce un problema riguardante l'Italia attuale.
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mercoledì 26 giugno 2013

IL SENSO DEL RIDICOLO

dell'Ing. Domenico Giglio

“Liberiamo  Roma“, ”Roma  è  stata  liberata“:  siamo  nel  1944  o  nel   2013 ? Io  penserei  al  1944, quando  Roma  è  stata  liberata  dopo  i  nove  mesi  dell’occupazione  tedesca  con  le  perquisizioni, le deportazioni , le  retate, le  fucilazioni  e  le  stragi, perpetrate  dalle  S.S.  naziste. Invece  queste  frasi  sono  del  2013  ed  hanno  fatto  parte  della  campagna  elettorale  del   candidato  Sindaco  della  sinistra  e  si  riferivano  ai  5  anni  dell’amministrazione  Alemanno.

Ora  io  ho  vissuto  a  Roma  tutti  questi  anni  e  non  mi  sono  mai  sentito  prigioniero  se  non  in  occasione  di  assembramenti,  sit-in, manifestazioni , comizi , marce  organizzate  dal  sindacato  di  sinistra, o  da  partiti  sempre  di  sinistra  o  dalla  sinistra  extraparlamentare   quando  polizia  e  carabinieri  hanno  dovuto  bloccare  strade, dirottare  il  traffico  degli  effettivi  lavoratori  romani,intendendo  per tali  l’operaio, il  commerciante, l’impiegato  e   il  professionista  o  fronteggiare  attacchi  se  non  addirittura  sommosse.

In  questo  stesso   periodo  non  ho  sentito  il  passo  cadenzato  di  truppe,  né  visto  cannoni  e  carri  armati , né  posti  di  blocco  se  non  per  i  controlli  della  polizia  stradale, ma  forse  ero  sordo  o  cieco.  Perciò  parlare  di  “liberazione”  , paragonando  Alemanno, a  suo  tempo  elettoralmente  eletto  da  una  larga  maggioranza  di  romani, accorsi  a  votare  in  un  numero  molto  superiore  a  quello  registrato  il  26  maggio  ed  il  9  giugno, ad  un  “gauleiter”  è  ridicolo, se  non  offensivo, ma  la  cosa  non  deve  stupirci  perché  la  tipologia  della  propaganda  di  sinistra  è  sempre  stata  improntata  alla  esagerazione, od  al  ricatto  od  all’invenzione, esempi  tipici  “O  la  repubblica  o  il  caos “( Nenni  all’epoca  del  referendum), ”le  forze  oscure  della  reazione  in  agguato” ( !!!,sempre  nel  1946  e  seguenti),  “Il  generale  Peste” (riferendosi  al  comandante  americano  delle  Forze  della  Nato  in  Europa), senza  mai  un  filo  di  umorismo  anche  nella  satira ,eredità  storica  dei  loro  vecchi  giornali  satirici, pesanti  e  volgari  nelle  battute  e  nelle  vignette, di  cui  il  famoso  “Asino”  di  Podrecca   fu  l’esempio  più  tipico.

In  ogni  caso  siamo  stati  “liberati”  e  vediamo  subito   come  il  “liberatore”  inizi  la  sua  attività  con  un  divieto  della  circolazione  automobilistica  in  Via  dei  Fori  Imperiali  a  partire  dal  15   agosto  prossimo, provvedimento  di  cui  tutti  i   romani  votanti  e  non  votanti  sentivano  l’impellente  necessità ,mentre  le  buche  nelle  strade, la  raccolta  e  lo  smaltimento  delle  immondizie, il  (dis)servizio  pubblico  possono  logicamente  aspettare ! Ora  il  discorso  sulle  pedonalizzazioni  è  un  discorso  da  tecnici  del  traffico ,in  quanto  le  stesse  possono  riuscire  quando  non  strangolano  il  traffico  veicolare ,che  non  è  né  di  destra, né  di  sinistra, ma  di  centinaia  di  migliaia  di romani  di  tutte  le  opinioni  politiche, se    continua  a  svolgersi  ai  suoi  margini, come  nel  caso  della  Piazza  di  San  Lorenzo  in  Lucina, dove  appunto  la  pedonalizzazione  è  ottimamente  riuscita, di  Piazza  San  Silvestro, riuscita  meno  bene, così  pure  di  Piazza  del  Popolo  e  della  zona  tra  il  Colosseo  e  l’arco  di  Costantino, nonché  della  chiusura  della  vecchia  via  del  Carcere  Tulliano.

Il  flusso  veicolare  è  infatti  molto  simile   all’acqua : bloccata  o  crea  un  invaso  od  esonda, ma  per  il  traffico  questo  non  è  possibile,  o  cerca  e  trova  altre  strade  ed  altri  sbocchi, aumentando  la  portata  di  corsi  d’acqua  preesistenti  e  creandosi  una  via  nuova , il  che  anche  qui  è  possibile  per  l’acqua, ma  lo  è  molto  meno  o  addirittura  impossibile  per  il  traffico  in  una  città  già  intensamente  costruita  ed  abitata  come  Roma, se  non  con  sventramenti  massicci  come  quelli  effettuati  a  suo  tempo  per  realizzare   proprio  la  via  dei  Fori  Imperiali  e  per  Via  della  Conciliazione, con  l’abbattimento  della  famosa  spina  dei  Borghi , oggi  irrealizzabili  per  l’assoluta  mancanza  di  spazi. La  chiusura  proposta  saturerà  quindi  oltre  ogni  limite  strade  come  Via  del  Teatro  di  Marcello, Via Petroselli , Via  degli  Annibaldi, cambiandone  il  senso  di  marcia  e  lascerà  un  enorme  senso  di  vuoto  nel   tratto  della  Via  dei  Fori  dal  momento  che  per  i  turisti, gli  unici  a  percorrerla, sono  più  che  sufficienti  i  normali  ampi  marciapiedi  esistenti. Se  poi  il  divieto  sarà  parziale  e  vi  transiteranno  i  mezzi  pubblici, avremo  la  conferma  di  un  atteggiamento  politico  contro  gli  automobilisti  privati  che  ripetiamo  non  girano  per  turismo, ma  per  lavoro, forse  che  gli  elettori  del  nuovo  Sindaco  non  hanno  anche  loro  un’automobile  od  un  motorino ?


Domenico  Giglio – dottore  in  ingegneria  civile -

lunedì 24 giugno 2013

La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - XII

I corpi di alcune delle vittime della strage di Sarzana
Il ministero Bonomi, la strage di Sarzana e il Patto di pacificazione tra socialisti e fascisti.

Dopo faticose trattative si costituisce il Ministero Bonomi (4-7-1921) al quale partecipano riformisti, democristiani, democrazia sociale, liberali, e che l'Avanti! definisce «ministero di destra fatto con uomini di sinistra». Bonomi impernia la sua politica soprattutto sulla pacificazione interna ma nello stesso tempo esige il rispetto della legge: «Nessuno e tanto meno coloro che affermano voler salda e sicura l'autorità dello Stato, può chiedere che esso abdichi alla sua funzione, che è quella di severo, giusto, imparziale tutore della legge, nel cui ambito è la libertà necessaria alla vita ed allo sviluppo di tutte le idee e di tutti i partiti». E nel frattempo intensifica le iniziative per una pacificazione fra fascisti e comunisti.

L'Italia continua ad essere teatro di imboscate, assassini, aggressioni fra socialisti e fascisti. La stampa unanime invoca un ritorno all'ordine e alla pace. Il paese è stanco di guerriglie e di spedizioni punitive. Ma avvengono i fatti di Sarzana che mandano all'aria le trattative di pacificazione: 700 fascisti si sono radunati sul piazzale della stazione per una dimostrazione di forza contro gli arditi del popolo dei quali si teme un tentativo di rivolta. Il capitano dei carabinieri Jurgens ha avuto una consegna: «A nessun costo i fascisti devono entrare in Sarzana ». Poiché essi - con Dumini in testa - cercano di forzare la consegna, egli ordina di sparare: 13 morti e numerosi feriti. Una violenta, criminale, selvaggia brutalità omicida si scatena sui feriti e sui fuggiaschi, con raccapriccianti episodi di caccia ai fascisti sbandatisi per le campagne. Sono assaliti i treni per arrestare i fascisti che vengono a Sarzana. I fatti destano ovunque grande impressione ed in alcune città si sospendono gli spettacoli in segno di lutto. Manifestazioni e scontri si accendono in varie città con fucileria ed incendi a circoli sovversivi. L'atmosfera di violenza va aumentando, si ripetono episodi sanguinosi, alcuni fascisti sono barbaramente straziati e poi uccisi.
Alla Camera le discussioni si fanno violente e Bonomi dichiara che si opporrà ad ogni costo alle minacce insurrezionali, mentre la Confederazione del lavoro scinde le proprie responsabilità dall'atteggiamento dei comunisti. Turati accusa Mussolini quale artefice della guerra civile ma questi risponde: «Voi siete ancora capo di un partito che per due anni questa guerra civile ha predicato innanzi alle folle ». Ed aggiunge: «Noi siamo disposti, ripeto, alla pacificazione ma siamo anche disposti a continuare la lotta ed a portarla all’ultima conseguenza ».

Napoleone Colajanni, sul Popolo d’Italia in un articolo dal titolo «Le forze morali della nuova Camera contro i rinnegati e contro i disertori», dopo aver detto che i fasci sono in Parlamento una forza morale perché rappresentano la difesa della Patria italiana e che il fascismo ha salvato l'Italia anche attraverso la guerra civile, «mezzo per arrestare la marcia trionfale dei social comunisti che si proponevano di asservire l'Italia al turpe e disastroso bolscevismo russo», così concludeva: «A Montecitorio col fascismo per un momento è sembrato che entrasse la violenza; in realtà col soffio patriottico è entrata la libertà di discutere, che è la libertà di parola, la libertà di discutere che è la conditio sine qua non del regime rappresentativo e che i social-comunisti, invidi della servitù abietta del sovietismo, avevano completamente distrutta».
Bonomi riprende l'iniziativa tentata da Giolitti per la pacificazione ma le trattative sono lunghe e faticose: mentre a Roma si discute per trovare una via di accordo, altri conflitti turbano l'andamento delle discussioni. A Grosseto si hanno 13 morti e parecchi feriti. E mentre da una parte i dirigenti fascisti affermano la necessità di ristabilire l'autorità dello Stato, d'altro lato gregari indipendenti od indisciplinati organizzano concentramenti e manifestazioni precisamente per imporre la propria volontà agli organi dello Stato e si ribellano apertamente ai loro ordini. Farinacci si dimette dalla direzione del partito perché contrario alla pacificazione. A Montecitorio si chiacchiera, si fanno esercizi di pugilato e si congiura. Finalmente il 3 agosto nel gabinetto del Presidente della Camera on. De Nicola si firma il concordato tra fascisti e socialisti. Comunisti e popolari non vi partecipano. Nel concordato le parti fra altro «si impegnano a fare immediata opera perché minacce, vie di fatto, rappresaglie, punizioni, vendette, pressioni e violenze personali di qualsiasi specie abbiano a cessare». Sul Popolo d'Italia Mussolini scrive: «Difenderò con tutte le mie forze questo trattato di pace il quale, a mio avviso, assurge all'importanza di un avvenimento storico, anche per la sua singolarità senza precedenti: e metterò in pratica un vecchio proverbio che dice: Chi non usa le verghe odia suo figlio ».

Ma il concordato pacificatore non ha fortuna.

sabato 22 giugno 2013

IL RUOLO DELLA MONARCHIA E L’AZIONE DEI MONARCHICI DOPO IL REFERENDUM

Recensione al libro: "I monarchici e la politica estera italiana nel secondo dopoguerra",
del Nostro Amico, benemerito per i suoi preziosi consigli e collaborazione, 
Ing Domenico Giglio.

Il diplomatico Raffaele Guariglia,
esponente del PNM
Dopo  silenzi  ultra decennali  qualcosa  si  sta  muovendo  nella  pubblicistica, relativamente  alla  Monarchia  Sabauda  nella  storia  dell’Italia  unita  ed  ai  monarchici  dopo  il  referendum  del  1946. Nel  giro  di  qualche  mese  dall'uscita  del  fondamentale  testo  di  Domenico  Fisichella, ”Dal  Risorgimento  al  fascismo”, (editore  Carocci), ricco  di  dati  statistici  e  di  analisi  storico-politiche  sul  ruolo  della  Monarchia  nello  sviluppo  e  nel  progresso  dell’Italia, insieme  con  il  giudizio  durissimo  sulle  responsabilità  del  partito  popolare  e   di  quello  socialista  nell'avvento  al  potere  del  fascismo, tema  sul  quale, più  recentemente, ha  portato  un  ulteriore  contributo  di  documenti  inoppugnabili, oltre  ad  un  commento  rigoroso  delle  vicende  dei  governi  Facta  nel  1922,  Aldo  Mola, con  il  suo  “Mussolini  a  pieni  voti”, (edizioni  del  capricorno), si  sono  aggiunti  contributi  più  specifici  sul  ruolo  dei  monarchici  dopo  il  referendum  del  1946, dal  libro  di  Fabio  Torriero  su  “Alfredo  Covelli – la  mia  destra” (i  libri  del  Borghese), arricchito  da  interventi  e  ricordi  di  qualificati  esponenti  monarchici, ancora  oggi  presenti  ed  attivi, da  uno  studio  sul  movimento  monarchico  in  Sicilia  ed  infine, recentissimo, “I  monarchici  e  la  politica  estera  italiana  nel  secondo  dopoguerra”, di  Luciano  Monzali  ed  Andrea  Ungari, (editore  Rubbettino), libro diviso  in  due  parti, la  prima  aderente  al titolo, di  Ungari, la  seconda  invece  specifica  sulla  figura  di  Raffaele  Guariglia, diplomatico, ambasciatore, ministro  degli  Esteri, nel  Governo  Badoglio, ed  infine  senatore  del  Partito  Nazionale  Monarchico  e  successivamente  Presidente  dell’Unione  Monarchica  Italiana.
Dal  nostro  punto  di  vista  la  prima  parte  di  Ungari, già  autore  de  “In  nome  del  RE - i  monarchici  italiani  dal  1943  al  1948 - “(edizioni  Le  lettere – anno  2004), affrontando  lo  studio  dell’azione  del  P.N.M., basandosi  principalmente  sul  periodico  “Italia   Monarchica”, e  su  articoli  di giornali  ideologicamente  vicini fra  i  quali  “Governo”, diretto  da  Cantalupo, e  di  cui  ricordo  la modestissima  sede  in  Via  del  Piè  di  marmo, il  tutto  con  ricchezza  di  citazioni  di  documenti  politici  e  partitici, e di  interventi  parlamentari, riveste  quel  necessario  carattere  di  documentazione  e  di  memoria, di  cui  oggi  vi  è  particolarmente  bisogno  per  rinforzare  le  convinzioni  degli  attuali  monarchici, che  lo  sono  diventati  quasi  per  germinazione  spontanea  non  avendo  conosciuto ,per  motivi  anagrafici  questi    loro  predecessori  ed  il  loro  operato, positivo  o  negativo  che  fosse.
Ungari  ad  esempio  sottolinea  il  significato  che  ebbe  l’ingresso  nel  P.N.M.  di  un  gruppo  qualificato  di  ambasciatori, da  Roberto  Cantalupo, a  Guido  Rocco, (questi  due ricordo  facevano  parte  della  Giunta  Esecutiva  del  Partito  fino  al  1958 ), ad  Emanuele  Grazzi, ad  Armando  Koch, a  Raffaele  Guariglia, il  tutto  pare  per  sollecitazione  del  Re  Umberto, che  Re  di  tutti  gli  italiani, non  poteva  non  guardare  con  particolare  interesse  e  simpatia, e  lo  provano  anche  alcuni  Suoi  iniziali  messaggi, a  questa  giovane  formazione  politica, il  P.N.M., dove  mancava  una  vera  classe  dirigente, che, appunto, poteva  essere  costituita  da  diplomatici, ricchi  di  personali  esperienze  nei  più  diversi  paesi  del  mondo, e dotati  di  una  cultura  storico -politica  di  elevato  livello, che  era  stato  il  vanto  della  nostra  scuola  diplomatica  durante  tutto  il  Regno. 
Sui  principali  ed  in  molti  casi  dolorosi  argomenti  che  si  susseguirono  dal  1946  al  1954, periodo  preso  in  esame in  quanto, come  dice  giustamente  Ungari, dopo  la  scissione  laurina  del  2  giugno  1954: “…da  quel  momento  il  monarchismo  come  partito  politico  organizzato  scivolò  progressivamente  verso  l’irrilevanza  politica…”; la  posizione  parlamentare  dei  monarchici  fu  da  un  lato  coerente  con  la  loro  ispirazione  nazionale, solo  in  alcuni,moderatamente  nazionalista, vedi  il  problema  della  ratifica  del  Trattato  di  Pace, di  Trieste  e  dei  confini  con  la Jugoslavia, e delle  Colonie  dell’Africa, e  dall'altra  aperta, concreta, moderna  e  lungimirante  come  per   l’adesione  al  Patto  Atlantico  e  per  gli  inizi  della  costruzione  europea, anche  se  sempre  sensibile,  propositiva  e  di  stimolo  nei  confronti  del  Governo, nel  riaffermare  la  posizione  storica  e  geopolitica  dell’Italia,ricollegandosi  in  questo più  all'Italia  liberale, e    sempre  con  ricchezza  di  argomenti, grazie  alla  preparazione  specifica  dei  suoi  esponenti, riconosciuta ed  in  diversi  casi  apprezzata anche  dai  nostri  avversari. Del  resto  se  vediamo  il  nome  dei  parlamentari  del  P.N.M., eletti  il  7  giugno  1953, tra  militari, giuristi, scienziati  e  tecnici  possiamo  affermare  che  i  monarchici  avrebbero  potuto  ricoprire  incarichi  in  tutti  i  ministeri  di  un  eventuale  Governo!
Da  questa  analisi  serena, ricca  anche  di  nominativi  di  altri  esponenti  del  movimento  monarchico, quale  ad  esempio  il  colonnello  Enzo  Avallone, esperto  di  problemi  militari, dobbiamo  trarre  il  convincimento  che  non  siamo  stati  né  figli  di  un  dio  minore  né  i  parenti  poveri  della  politica  italiana, almeno  sicuramente  fino  al  1954  ed  ancora  fino  al  1958.



Domenico  Giglio

La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - XI

L'ordine nuovo, giornale diretto da Gramsci
Mentre liberali e repubblicani solidarizzano col fascismo, socialisti e comunisti si accapigliano fra di loro.

Fuori dal Parlamento la vita politica dei partiti continua ad avvelenare l'atmosfera. Al convegno fascista di Milano il Consiglio Nazionale si dichiara solidale con Mussolini per la sua tendenzialità repubblicana. I fasci che salgono oramai a 1500 telegrafano quasi tutti la loro adesione. Di fronte a questo ingiusto ed ingeneroso contegno contro la Monarchia il convegno liberale di Milano viene fuori con questa inconcepibile dichiarazione: «Non bisogna svalutare l'opera dei fasci di combattimento poiché non sono le pregiudiziali che contano dal momento che c'è un comune denominatore che unisce, cioè l'amore per il Paese». E così i due movimenti politici sempre più si affratellano ed il liberalismo delinea sin dalla costituzione in partito la sua responsabilità nello sviluppo del fascismo.
Socialisti e comunisti continuano a dilaniarsi ritorcendosi atroci accuse in una polemica detta dei «puri e impuri». Vi sono in palio le organizzazioni economiche. Interessanti le accuse del sindacalista Mario Guarnieri contro Antonio Gramsci considerato il capo degli intellettuali del comunismo, ex redattore dell'Avanti!. Il Guarnieri conferma che «Tonino Gramsci doveva andare al Popolo d'Italia ed era quasi deciso a partire per Milano ed a farsi arruolare da Mussolini». E Mario Gioda del Popolo d’Italia annota che Gramsci, « il capo dei pari non è altro che un bollato e matricolato interventista, un impuro che per mero caso non entrò nella nostra famiglia di venduti guerrafondai». I repubblicani continuano ad aggredire la periferia investe sempre più violentemente la direzione del partito. Si fondano nuovi circoli in contrasto coi dirigenti romani al fine di «separare la loro responsabilità da quella dei dirigenti i quali, pure invocando Mazzini seguono in pratica le vie che esso condannò». I circoli « mazziniani » mandano il loro saluto di solidarietà al congresso fascista. Battista P. Solinas, dirigente del Partito sardo d'Azione, di cui è primo esponente Lussu, scrive al Popolo d’ltalia: « Questo movimento che vive e rigurgita in Sardegna è vero e puro fascismo timbrato con etichetta di Partito sardo d'Azione per il fatto semplicissimo che il Fascismo originale non vi è stato importato da nessuno». Ed aggiunge che il movimento sardista si identifica col fascismo «in quanto tutti i postulati fascisti sono postulati di ordine nazionale».

Dal Congresso di Falconara alla costituzione dei circoli repubblicani autonomi ed alle «Avanguardie repubblicane» è messo in rilievo come si prepari un urto fra le due anime che agitano il P.R.: quella tradizionale, classica, italiana e mazziniana e quella moderna che oscilla fra l'apologia del comunismo e la copiatura dei metodi fascisti. Questa crisi si era già delineata nel congresso di Roma del 1919 con attacchi a Chiesa ed a Comandini i quali, con Cappa, Federici, Mirabelli, Colajanni, demoralizzati dalle tendenze bolsceviche della direzione del partito, amoreggiano col fascismo. A Genova viene costituita l'Alleanza repubblicana composta delle associazioni genovesi «Mazzini» e «Unione repubblicana» che pubblica una rivista, L'Italia del popolo, diretta dall'on. Macaggi ed ha in testa questa dichiarazione di principi: culto della rivoluzione per la rivoluzione noi lo consideriamo, come Mazzini, pericoloso ed immorale». Quando la Voce repubblicana chiede in un violento articolo lo scioglimento delle squadre d'azione e Mussolini protesta, l'on. Eugenio Chiesa manda a questi una calorosa lettera di adesione.
Il dissidio repubblicano è caratterizzato tanto dalla personalità degli esponenti del movimento che dalla tendenza della massa degli adepti. Questi esponenti del partito hanno nella politica e nella cultura posizioni di rilievo, sia nel Foro che nelle cattedre Universitarie; la massa non è molto rilevante ma aggressiva e intransigente. In Romagna, animata dalla passione interventista che la fa scagliare contro le leghe socialiste, riprendono le antiche lotte che passarono alla storia sotto il nome di «gialli e rossi» preparando ai fascisti i quadri per la futura grande offensiva che ha la sua prima impostazione, all'inizio di settembre a Forlì, nel convegno delle Avanguardie e squadre d'azione repubblicane, assorbite poi in massima parte da quelle fasciste. Il pernio della crisi è Cesena con la sua Consociazione capeggiata dall'on. Ubaldo Comandìni sul quale puntano gli strali della Voce, mentre tutta la Romagna partecipa dello stato d'animo dei repubblicani di Cesena. Fra gli oppositori dei bolscevizzanti della direzione vi è, sempre il vecchio Napoleone Colajanni il quale nella sua Rivista Popolare così li investe: «Canaglie simili è difficile trovarne nei più bassi strati della delinquenza politica e della degenerazione parlamentare: chi vuole vederne i campioni più caratteristici deve cercarli presso la redazione della Voce repubblicana ». Questa poi, sia nel linguaggio dei suoi redattori che nelle vignette, cerca di superare in violenza le figure di Scalarini sull'Avanti!
Il settimanale socialista La lotta di classe di Forlì raccomanda ai comunisti di non scendere in piazza: «La nostra guerra deve essere l'imboscata». Compaiono qua e là gli arditi del popolo, lo squadrismo dell’estrema sinistra al Comando dell'on. Mingrìno, «militarmente inquadrati e marcianti al passo militarmente - come li descrive l'Ordine Nuovo - portano a spalla nodosi randelli e vere clave di legno, grossolanamente foggiate». La lotta sulle piazze fra i vari squadrismi, fascista-repubblicano e socialista, imperversa ancora: oltre alla delinquenza vi è il gusto sportivo della guerriglia. Si era tentata da Giolitti una intesa fra capi socialisti e fascisti al fine di gettare le basi di una durevole pace che ponesse termine alla violenza e conciliasse gli animi ma le trattative subirono impreveduti arresti.

Intanto si fatica per risolvere la crisi. Si pensa a De Nicola, sempre incerto e dubbioso, indi si profila la possibilità di un Ministero Orlando, che farebbe comodo ai socialisti per il dominio della politica interna e darebbe modo a don Sturzo di realizzare un potere superiore a quello che Giolitti gli aveva concesso. Ma dello statista siciliano sono troppi i ricordi che danno corpo alla sua debolezza per tener testa all'eccessivo assolutismo del prete di Caltagirone il quale vuol disporre di portafogli e sottoportafogli, nel trattare basi programmatiche, nell'accordarsi direttamente col Presidente del Consiglio, senza tener conto alcuno del Direttorio del Gruppo del suo partito, ridotto a funzioni puramente consultive e privo di qualsiasi mezzo d'azione.

giovedì 20 giugno 2013

"I monarchici e la politica estera italiana nel secondo dopoguerra" di Luciano Monzali, Andrea Ungari


La politica estera della “Repubblica dei partiti”, come lo storico Pietro Scoppola definì l’Italia in un libro del 1991, non può essere studiata prescindendo dalle decisioni e dalle preferenze dei movimenti politici organizzati. Soprattutto in un regime consociativo, infatti, dove “politics” e “policy” si stringono vicendevolmente senza lasciarsi un secondo, pesano i partiti di governo e anche quelli di opposizione, quelli grandi e quelli piccoli. Questo saggio, dunque, ha il merito di fare luce su un’area politica, quella monarchica, che ebbe un suo peso sulla scena italiana del Dopoguerra e che finora pareva trascurata dagli storici delle relazioni internazionali. Non che i legittimisti, negli anni in cui pure furono elettoralmente presenti (il risultato più significativo fu il 6,9 per cento dei consensi nel 1953), siano stati mai decisivi per le scelte del paese. Ma influenti e rappresentativi di un certo sentire dell’opinione pubblica e della diplomazia, questo sì. 
Andrea Ungari in particolare si concentra su tre fronti fondamentali di politica estera – il trattato di pace, la Guerra fredda e l’integrazione europea – studiando materiale archivistico vario e gli organi di partito come il quotidiano Corriere della Nazione e il settimanale Italia Monarchica, più il periodico d’area Governo. Sul trattato di pace, il Partito nazionale monarchico non smise mai di agire come pungolo del governo Dc, alternando critiche nette e non sempre consapevoli dei nuovi equilibri globali (vedi la totale contrarietà alla cessione delle colonie africane) a dosi di realismo e moderazione (quando ogni passo in più nel processo di integrazione atlantico ed europeo veniva visto come l’occasione per rinegoziare i confini dell’Italia con la Yugoslavia o rivedere i limiti imposti alla possibilità di armarsi).

[...]

http://www.ilfoglio.it/recensioni/786

mercoledì 19 giugno 2013

La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - X

Vignetta di Scalarini, vignettista dell'Avanti! più volte citato
Mentre liberali e repubblicani solidarizzano col fascismo, socialisti e comunisti si accapigliano fra di loro.

Fuori dal Parlamento la vita politica dei partiti continua ad avvelenare l'atmosfera. Al convegno fascista di Milano il Consiglio Nazionale si dichiara solidale con Mussolini per la sua tendenzialità repubblicana. I fasci che salgono oramai a 1500 telegrafano quasi tutti la loro adesione. Di fronte a questo ingiusto ed ingeneroso contegno contro la Monarchia il convegno liberale di Milano viene fuori con questa inconcepibile dichiarazione: «Non bisogna svalutare l'opera dei fasci di combattimento poiché non sono le pregiudiziali che contano dal momento che c'è un comune denominatore che unisce, cioè l'amore per il Paese». E così i due movimenti politici sempre più si affratellano ed il liberalismo delinea sin dalla costituzione in partito la sua responsabilità nello sviluppo del fascismo.
Socialisti e comunisti continuano a dilaniarsi ritorcendosi atroci accuse in una polemica detta dei «puri e impuri». Vi sono in palio le organizzazioni economiche. Interessanti le accuse del sindacalista Mario Guarnieri contro Antonio Gramsci considerato il capo degli intellettuali del comunismo, ex redattore dell'Avanti!. Il Guarnieri conferma che «Tonino Gramsci doveva andare al Popolo d'Italia ed era quasi deciso a partire per Milano ed a farsi arruolare da Mussolini». E Mario Gioda del Popolo d’Italia annota che Gramsci, « il capo dei pari non è altro che un bollato e matricolato interventista, un impuro che per mero caso non entrò nella nostra famiglia di venduti guerrafondai». I repubblicani continuano ad aggredire la periferia investe sempre più violentemente la direzione del partito. Si fondano nuovi circoli in contrasto coi dirigenti romani al fine di « separare la loro responsabilità da quella dei dirigenti i quali, pure invocando Mazzini seguono in pratica le vie che esso condannò». I circoli « mazziniani » mandano il loro saluto di solidarietà al congresso fascista. Battista P. Solinas, dirigente del Partito sardo d'Azione, di cui è primo esponente Lussu, scrive al Popolo d’ltalia: « Questo movimento che vive e rigurgita in Sardegna è vero e puro fascismo timbrato con etichetta di Partito sardo d'Azione per il fatto semplicissimo che il Fascismo originale non vi è stato importato da nessuno». Ed aggiunge che il movimento sardista si identifica col fascismo «in quanto tutti i postulati fascisti sono postulati di ordine nazionale».

Dal Congresso di Falconara alla costituzione dei circoli repubblicani autonomi ed alle «Avanguardie repubblicane» è messo in rilievo come si prepari un urto fra le due anime che agitano il P.R.: quella tradizionale, classica, italiana e mazziniana e quella moderna che oscilla fra l'apologia del comunismo e la copiatura dei metodi fascisti. Questa crisi si era già delineata nel congresso di Roma del 1919 con attacchi a Chiesa ed a Comandini i quali, con Cappa, Federici, Mirabelli, Colajanni, demoralizzati dalle tendenze bolsceviche della direzione del partito, amoreggiano col fascismo. A Genova viene costituita l'Alleanza repubblicana composta delle associazioni genovesi «Mazzini» e «Unione repubblicana» che pubblica una rivista, L'Italia del popolo, diretta dall'on. Macaggi ed ha in testa questa dichiarazione di principi: culto della rivoluzione per la rivoluzione noi lo consideriamo, come Mazzini, pericoloso ed immorale». Quando la Voce repubblicana chiede in un violento articolo lo scioglimento delle squadre d'azione e Mussolini protesta, l'on. Eugenio Chiesa manda a questi una calorosa lettera di adesione.
Il dissidio repubblicano è caratterizzato tanto dalla personalità degli esponenti del movimento che dalla tendenza della massa degli adepti. Questi esponenti del partito hanno nella politica e nella cultura posizioni di rilievo, sia nel Foro che nelle cattedre Universitarie; la massa non è molto rilevante ma aggressiva e intransigente. In Romagna, animata dalla passione interventista che la fa scagliare contro le leghe socialiste, riprendono le antiche lotte che passarono alla storia sotto il nome di «gialli e rossi» preparando ai fascisti i quadri per la futura grande offensiva che ha la sua prima impostazione, all'inizio di settembre a Forlì, nel convegno delle Avanguardie e squadre d'azione repubblicane, assorbite poi in massima parte da quelle fasciste. Il pernio della crisi è Cesena con la sua Consociazione capeggiata dall'on. Ubaldo Comandìni sul quale puntano gli strali della Voce, mentre tutta la Romagna partecipa dello stato d'animo dei repubblicani di Cesena. Fra gli oppositori dei bolscevizzanti della direzione vi è, sempre il vecchio Napoleone Colajanni il quale nella sua Rivista Popolare così li investe: «Canaglie simili è difficile trovarne nei più bassi strati della delinquenza politica e della degenerazione parlamentare: chi vuole vederne i campioni più caratteristici deve cercarli presso la redazione della Voce repubblicana ». Questa poi, sia nel linguaggio dei suoi redattori che nelle vignette, cerca di superare in violenza le figure di Scalarini sull'Avanti!
Il settimanale socialista La lotta di classe di Forlì raccomanda ai comunisti di non scendere in piazza: «La nostra guerra deve essere l'imboscata». Compaiono qua e là gli arditi del popolo, lo squadrismo dell’estrema sinistra al Comando dell'on. Mingrino, «militarmente inquadrati e marcianti al passo militarmente - come li descrive l'Ordine Nuovo - portano a spalla nodosi randelli e vere clave di legno, grossolanamente foggiate». La lotta sulle piazze fra i vari squadrismi, fascista-repubblicano e socialista, imperversa ancora: oltre alla delinquenza vi è il gusto sportivo della guerriglia. Si era tentata da Giolitti una intesa fra capi socialisti e fascisti al fine di gettare le basi di una durevole pace che ponesse termine alla violenza e conciliasse gli animi ma le trattative subirono impreveduti arresti.

Intanto si fatica per risolvere la crisi. Si pensa a De Nicola, sempre incerto e dubbioso, indi si profila la possibilità di un Ministero Orlando, che farebbe comodo ai socialisti per il dominio della politica interna e darebbe modo a don Sturzo di realizzare un potere superiore a quello che Giolitti gli aveva concesso. Ma dello statista siciliano sono troppi i ricordi che danno corpo alla sua debolezza per tener testa all'eccessivo assolutismo del prete di Caltagirone il quale vuol disporre di portafogli e sottoportafogli, nel trattare basi programmatiche, nell'accordarsi direttamente col Presidente del Consiglio, senza tener conto alcuno del Direttorio del Gruppo del suo partito, ridotto a funzioni puramente consultive e privo di qualsiasi mezzo d'azione.

lunedì 17 giugno 2013

Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II



Il consueto aggiornamento mensile del sito dedicato alla memoria del Sovrano.
Un bell'articolo con parole dalla viva voce del Re sui travagliati giorni del referendum istituzionale a cui seguiranno interventi del ministro Lucifero ed anche qualche parola di Romita, l'infame ministro degli Interni che truccò l'esito del referendum

Buona lettura!

http://www.reumberto.it/rizzi65.htm

sabato 15 giugno 2013

La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - IX

Il disertore Misiano, eletto deputato comunista,
cacciato dalla Camera dai Fascisti 
Il «rinunciatario» Sforza accusato di proteggere gli interessi stranieri a danno dell'Italia provoca le dimissioni del ministero Giolitti.

Dallo svolgimento delle sedute si nota che un alito nuovo aleggia nel Parlamento. Mentre nella Camera precedente non era possibile nemmeno accennare alla Vittoria senza essere urlati, ora gli esponenti della guerra, i reduci, i decorati sono acclamati: tanto Paolucci che Zaniboni, applaudito questo dagli stessi socialisti. Altro segno della cambiata mentalità dei deputati dell'estrema sinistra è la poca resistenza alla espulsione dell'on. Misiano. Costui, eletto in due collegi, Napoli e Torino, per il solo fatto di essere stato disertore, viene espulso più volte dalla Camera (1).

L'estrema sinistra protesta ma non impedisce che il collega venga materialmente trascinato fuori dall'aula e buttato sulla piazza, pur essendo questo gesto stigmatizzato dalla stampa quotidiana. L'elezione è stata una aberrazione del corpo elettorale è vero, e un'offesa permanente al sentimento della Nazione, ma il Misiano, una volta eletto, deve avere il diritto di esercitare il suo mandato. Socialisti e comunisti intanto si palleggiano la responsabilità di non aver avuto il coraggio di difendere i diritti del loro collega. Tutto questo indica soprattutto che il Paese si trova in via di trasformazione ma pur sempre in una fase transitoria del che ne risente la struttura parlamentare, trasformata si, ma non ancora in grado di poter dare ad un governo una maggioranza omogenea veramente vitale.

Un grave colpo alla stabilità ministeriale è dato dal discorso Sforza di esagerato slavofilismo, ancora dopo che la Jugoslavia a Rapallo ha fatto vedere di essere riconoscente della nostra attitudine remissiva e conciliativa. Il Ministero inciampa nella politica estera dopo aver avuto speranze di vita relativamente tranquilla. Lo stesso Turati afferma, sia pure in forma indecisa. l'eventualità di una partecipazione socialista al governo, o quanto meno «una benevola attesa verso un governo possibile ed accettabile». Pur dubitando che questo orientamento possa essere seguito dall'intero suo partito, aleggiano nell'aula serie speranze sui risultati di questa dichiarazione del saggio leader dei socialisti intonate alla conciliazione tra i partiti e dette con accenti talvolta serafici. Comunque la situazione del ministero si è ormai chiarita specialmente nei riguardi della politica interna con l'approvazione all'unanimità dell'ordine del giorno Tovini accettato dal Governo: «La Camera, riaffermando essere il Parlamento l'espressione vera e maggiore della rappresentanza della sovranità popolare, fa appello a tutte le forze politiche nazionali perché rinuncino ad ogni forma di violenza e di sovrapposizione individuale o collettiva agli organi legittimi della vita civile».

Il Ministero Giolitti non può più reggersi per un complesso di circostanze ma anche per la politica estera del conte Sforza col quale esso si è dichiarato solidale (2). Il discorso di Sforza non ha accontentato nessuno, specialmente per la incapacità dimostrata dal ministro nel negoziare. A lui soprattutto viene imputata la scomparsa del Montenegro che poteva e doveva essere una nostra pedina nei Balcani, ma del Montenegro egli rifiuta di farne cenno, malgrado le violente interruzioni e gli inviti di alcuni deputati repubblicani e nazionalisti. La Camera accusa Sforza di avere sacrificato il piccolo eroico regno balcanico: alle volte è costretto a sospendere il suo discorso. Si grida da ogni parte: « Ci parli del Montenegro! ». Seguono interruzioni, urla, invettive, rumori assordanti. Mai ministro degli esteri ha avuto una tale accoglienza. Per ben 20 minuti egli non può proseguire.
Quando si leva a parlare di fronte ai suoi violenti interruttori non è il ministro degli esteri di una grande nazione, ma un accusato chiamato a scolparsi. Nessuna politica estera nostra è stata così discussa e, disapprovata tanto in Italia come all'estero.
Il discorso, riletto ancora oggi, appare sempre scialbo, prolisso, slegato, pieno di contraddizioni. Non dà una giustificazione per la consegna del Montenegro alla Jugoslavia che con il possesso delle Bocche di Cattaro diventa una minaccia permanente sul nostro fianco. E’ evidente che il povero nostro alleato è stato dallo Sforza ignobilmente trattato per intromissioni diplomatiche e affaristiche. I baratti che Sforza ha fatto nel Trattato di Rapallo appaiono senza necessità alcuna e senza alcun diritto. Il Paese in un fondo intitolato «La libertà del popolo montenegrino venduta dal ministro Sforza al conte Volpi» riporta l'articolo 1 del Paragrafo V11 del Trattato nel quale il giornale ravvisa il sacrificio degli interessi nazionali a beneficio di particolari ceti affaristici (11). Lo Sforza si preoccupa, nel Trattato, di proteggere interessi bancari, privati e non fa cenno alla conservazione del Montenegro, questione nella quale è investito l'interesse nazionale. Egli, dimenticando le dichiarazioni fatte in Senato il 14 luglio 1920 e gli impegni internazionali, a Rapallo si impegna arbitrariamente segretamente e personalmente a liquidare la questione montenegrina a favore della Jugoslavia, senza portarla avanti ad un consesso internazionale e promettendo ai delegati jugoslavi di soffocarla a vantaggio del nuovo Stato. Nega di aver ceduto Porto Barros (sobborgo di Fiume) mentre sotto la pressione dell'opinione pubblica è costretto ad ammetterne il baratto stipulato di sua iniziativa con clausola segreta.
E' dimostrato trionfalmente che nessuna potenza aveva preso impegno di dare il Montenegro in pasto alla Jugoslavia. Anzi, America, Inghilterra, Francia e Italia avevano sempre manifestato il proposito di tutelare l'integrità dello Stato di Re Nicola. Colò a picco nei retroscena della Conferenza di Parigi e Sforza non ebbe né la volontà né la capacità di difendere questo popolo eroico che rappresentava la chiave dell'Adriatico in mano nostra. Solo il Corriere della Sera, poiché è tramontata anche l'eventualità di includere il piccolo Stato in una Federazione serbocroata, seppellisce cinicamente la questione: «Agli effetti adriatici che ci possono interessare importa poco che i montenegrini siano federati o siano... schiavi» i D'Annunzio manda al coraggioso popolo un suo messaggio: « Il vecchio capestro austriaco è da ritorcere per sostituire il collare cavalleresco intorno al collo dello svergognato barattatore del popolo montenegrino. Per ogni frode e per ogni tradimento il castigo si prepara». Del sacrificio del Montenegro se ne fa eco alla Camera - assieme ad Eugenio Chiesa - anche Mussolini che accusa esplicitamente lo Sforza di baratteria, e questi non perdonerà più a Mussolini l'atroce accusa, dalla quale del resto il ministro degli esteri non seppe mai discolparsi.
Così la politica estera va declinando: la politica di Sforza è tutto un complesso di opportunismo e di interesse personale che si risolve nel sollecitare l'ambita onorificenza del Collare dell'Annunziata che lo eleva a cugino del Re. Intanto i repubblicani storici, approfittano per definire il sacrificio del Montenegro e la cessione di Porto Barros operati dallo Sforza, «un misfatto della Monarchia»; fanno un'aspra critica al «nullismo» del ministro e ricostruiscono un panoramico quadro dei disastri materiali e morali in cui ci ha condotti la sua tattica di eterno «rinunciatario» (3). Fra le infinite contraddizioni nelle quali è inciampato lo Sforza si nota quella nei riguardi dei componenti la Missione militare di Vienna il cui arresto clamoroso mise alla berlina il decoro nazionale. Il ministro si scusa dicendo di non essere stato informato e di averlo appreso dai giornali, mentre il provvedimento era stato decretato dal suo Ministero.
Strana condotta quella dello Sforza: invoca continuamente gli «immortali principii» a favore della Serbia nostra acerrima nemica ma li nega energicamente al Montenegro, amico nostro ed alleato! Certo è che lo Sforza riscuote le lodi alla sua politica soltanto dagli stranieri nostri nemici. Egli darà poi la colpa della sua caduta al fascismo, in realtà è colpa della sua incapacità e della assoluta mancanza di sentimento nazionale.
Il Ministero Giolitti ottiene 34 voti di maggioranza ma si dimette egualmente. Si dimette per la insincerità del voto: la democrazia sociale aveva, sì, votata la fiducia, ma con riserva per via della questione montenegrina. Il paese è ferito dalla politica di Sforza il quale, al Quirinale, dopo il ritorno del Sovrano dalla seduta reale è stato urlato e fischiato dai combattenti al grido di Viva la Dalmazia! Viva il Montenegro! Abbasso il rinunciatario!. La politica sforziana non gli garantisce l'adesione incondizionata delle destre che minacciano da un momento all'altro di dare l'attacco al governo, mentre i popolari intendono negargli i pieni poteri per l'assetto del bilancio. Il deficit trovato da Giolitti di 14 miliardi è ridotto, dalla sua oculata politica, a 4. Egli vuole affrettare il pareggio, e gli occorrono pieni poteri per la riforma della burocrazia, onde smantellare l'amministrazione da quella immensa bardatura di guerra che pesa sul bilancio. Ma i popolari, dietro ordine di don Sturzo fanno conoscere la loro opposizione. Giolitti rifiuta di ricomporre il ministero e se ne torna a Cavour. Il Corriere della Sera, sistematico ed inesorabile e non sempre sereno avversario dello statista piemontese, questa volta ha uno spiraglio di sincerità: «Giolitti può tornare a Cavour con soddisfazione perché considerando obiettivamente, senza esagerazione e senza livore i grandi avvenimenti svoltisi entro l'anno del suo Governo, valutando così gl'infausti come i lieti, tenendo conto così degli errori come dei meriti e delle fortune avute, si deve riconoscere facilmente che il bilancio di quest'anno si è chiuso con notevole beneficio dell'Italia ».

Giolitti, come del resto Nitti, aveva assunto il potere in momenti veramente drammatici. Egli, elevato al governo sugli scudi di quegli interventisti che lo avevano fucilato in effigie, seppe superare, con saggezza veramente cavourriana ogni contrasto di politica personale per assurgere alla visione di una grande politica nazionale. Qualcuno aveva potuto temere che Giolitti potesse avere la tentazione di vendicarsi di costoro e della causa che essi avevano servita. Egli capì che non conveniva né a lui né al Paese assumere quella posizione e gli sorrise l'idea di disarmare uno per uno i suoi avversari conquistandoli personalmente con una politica che non rinnegasse i frutti della Vittoria, ma anzi li esaltasse. Questo inaspettato atteggiamento fu di grande vantaggio ed all'uomo che lo assumeva ed al Paese che veniva liberato dalla più triste lotta intestina. Nel suo ultimo discorso alla Camera egli conferma ancora chiaramente questo suo atteggiamento e per questo i giornali di sinistra lo accusano di aver fatto l'esaltazione del fascismo. Errore. Fra le righe del discorso si può trovare soltanto più una giustificazione al movimento di reazione, giustificazione ch'egli continuerà a fare per due anni successivi. I socialisti volevano, sì, batterlo quale complice dei fascisti o almeno come colui che aveva sciolto la Camera, ma egli cade per la politica estera, più che per la politica interna.


(1) Il Misiano si era fatto credere condannato a morte per avere disertato. Egli disertò, è vero, ma non per un'idealità politica. Passò la frontiera a Cuneo quando seppe che gli era stata negata la nomina ad ufficiale della sussistenza dove intendeva imboscarsi. Disertò per vigliaccheria e non venne nemmeno processato. Egli non smentì mai queste accuse rivoltegli dagli anarchici. Fu processato dopo, quando era già deputato, e condannato a 10 anni di carcere dal tribunale di Bari. Espulso dalla Camera fuggì in Russia dove alcuni anni dopo venne fucilato dai bolscevichi.

(2) Nel dibattito sulla politica estera si rileva lo scambio di invettive fra gli on. Tuntar, Flor e De Gasperi. Poiché questi vanta il suo irredentismo Tuntar lo investe: «Ma se hai votato le spese militari contro l'Italia al Parlamento austriaco! ». L'on. Flor deputato trentino a sua volta rammenta all'on. De Gasperi che il Partito Popolare è venuto alla Camera italiana «a far pompa di un postumo patriottismo dopo avere in altri tempi benedetto le bandiere austriache». Risponde De Gasperi ed ammette timidamente di avere votato le spese militari contro l'Italia al parlamento viennese. Tuntar insiste ancora: «L'on. De Gasperi tenta di separare la sua responsabilità da quella del P.P. trentino di cui era l'esponente. Questo partito tenne sempre un contegno austriacante e votò lo spese militari, mentre i socialisti di qualunque nazionalità votarono sempre contro. Solo nel 1917, quando era evidente lo sfacelo dell'Impero asburghese i deputati clericali del Trentino mutarono contegno».



(3) L'art. 1 del paragr. V Il dei Trattato di Rapallo dice: « Le concessioni di carattere economico fatte dal Governo e da Enti pubblici degli Stati [Montenegro] ai quali è succeduto il Regno dei Serbo-Croati-Sloveni a società o cittadini italiani, sono pienamente rispettati, obbligandosi il Governo del Regno dei Serbo-Croati-Sloveni a mantenere gli impegni assunti dai Governi anteriori ». Le « società ed i cittadini italiani » erano il conte Volpi e le società da lui controllate.


Il Grassetto circa  il De Gasperi è opera dello Staff. Questo è il beatificando, mille volte traditore della nostra Patria.

mercoledì 12 giugno 2013

La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - VIII

Mussolini, la tendenzialità repubblicana del fascismo e la saggia parola del Re.

 

La berlina reale si reca all'inaugurazione della legislatura

 

Mussolini intanto è sempre più inquieto: in un momento in cui si delinea la necessità di creare un governo forte che sia veramente capace di instaurare l'autorità dello Stato, egli proclama che l'attitudine dei fascisti alla Camera sarà di opposizione al governo e soggiunge: «Il fascismo non ha pregiudiziali, monarchica o repubblicana, ma è tendenzialmente repubblicano, in ciò differenziandosi nettamente dai nazionalisti che sono pregiudizialmente monarchici. Il gruppo fascista si asterrà dal prendere parte alla seduta reale. Quanto al nostro contegno alla Camera esso sarà estremamente corretto. I fascisti rappresentano un'aristocrazia del pensiero e dell'azione».

 

Questa dichiarazione suscita un putiferio e provoca confusione e disorientamento proprio quando non vi è ancora abbastanza omogeneità tra fascisti e nazionalisti, in modo da formare un partito unico compatto e disciplinato. I nazionalisti sono rigidamente stretti alla formula monarchica, non accettano la politica sindacale, dissentono sulla questione della terra. Le due tendenze sono però unite nella forte volontà di opposizione al bolscevismo. Mussolini auspica un Ministero Salandra oppure del democristiano Meda come di persone che meno si discostano da lui. «Da una settimana - egli scrive - in tutta Italia la parola Repubblica, che sembrava quasi bandita dal vocabolario, circola ovunque e ovunque appassionatamente si discute al riguardo. Non saranno certamente poche diecine di migliaia di rammolliti territoriali del liberalismo a sbarrarci la strada. E passiamo oltre. E troveremo, al di là del liberalismo incanaglito, un altro bersaglio».

 

Forse vuole alludere alla Monarchia, ma proprio in quei giorni il Re è accolto trionfalmente in Sardegna, ed a  Cagliari è ossequiato dal socialista Paolo Orano e dal repubblicano Lussu... I liberali, che in misura cospicua hanno contribuito allo sviluppo del fascismo, sono risentiti delle dichiarazioni mussoliniane sia per la tendenzialità repubblicana che per le dure parole dette contro di loro. E la Perseveranza timidamente osserva: «Se il Partito Liberale favorì le candidature fasciste in genere e quella di Mussolini in ispecie lo fece solo per aggiungere imponenza e significato alla protesta antisocialista, ed alla affermazione nazionale. Non erano i fascisti i bersaglieri della lotta, i difensori dell'ordine costituito?» .

 

Degno oli rilievo un profetico articolo polemico di Gioacchino Volpe: «La borghesia italiana ha lasciato solo il Re. si è curata poco del Re, come poco, in fondo, degli interessi veramente nazionali. Ha cantato in mille toni il buon marito e il buon padre, quasi considerando esaurito con ciò il compito del buon Re. Che cosa è, realmente, il sentimento monarchico di quelli che monarchici si chiamano in Italia? Molti domani tradirebbero Re e Monarchia, per poco che i loro particolari interessi apparissero meglio realizzabili con una repubblica di banchieri ebrei o di avvocati e di arricchiti di guerra».

 

L'inaugurazione della legislatura dell’11 Giugno seppellisce i clamori della tendenzialità e riporta il Re alla ribalta. Vi è grande attesa per la seduta reale e Mussolini attutisce le sue dichiarazioni: «Il fascismo non è né monarchico né repubblicano; se fosse tale non sarebbe più fascismo» e riconosce ad alcuni deputati fascisti che sostengono vivacemente le loro dichiarazioni di fede monarchica, gli estremi della incompatibilità coi postulati fondamentali del fascismo che sono a tendenza repubblicana. Al discorso della Corona sono presenti solo una quindicina di deputati fascisti. All'ingresso del Re i socialisti dell'estrema escono in massa, la Camera acclama a gran voce, i fascisti sono in piedi ma non applaudono. Sono presenti i 4 deputati slavi che giurano alla presenza del Re.

 

I deputati fascisti seduti all'estrema destra "per motivi pugilistici"

Il discorso della Corona pronunciato dal Sovrano con voce chiara e ferma è tutto imperniato sulla necessità della restaurazione, nello Stato e negli Enti locali, della finanza pubblica, sulle semplificazioni e riduzioni in ordinamenti più snelli e più decentrati, col rafforzamento del «sentimento della devozione e della disciplina, da cui dipende gran parte del rigore e dell'autorità dello Stato». In questo rafforzamento dell'autorità dello Stato il discorso della Corona insiste in modo particolare. Una affermazione non priva di audacia e di modernità è quella fatta con solennità circa la concezione in materia economico-sociale: «Sarà vanto di questa assemblea, che trae la sua origine e la sua autorità dal suffragio universale, rafforzare gli istituti cooperativi per suscitare nuove forme di lavoro associato, consentire alle classi operaie di abilitarsi gradualmente al difficile governo dell'attività economica, rinsaldare il sentimento della previdenza e gli enti che la amministrano, disciplinare le rappresentanze delle classi per chiamarle ad indicare la soluzione dei grandi problemi del lavoro e tutto ciò con uno spirito di perfetta eguaglianza rispetto a tutte le organizzazioni e a tutte le loro tendenze» (i popolari sorgono in piedi ed applaudono freneticamente a lungo).

Il Re così conclude:

«Signori Senatori. Signori Deputati,

«L’Italia e stata forte e rispettata quando, pure nell'inevitabile contrasto delle opinioni, il sentimento della Patria comune ed il ricordo del danno delle fazioni guerreggianti entro le stesse mura cittadine, indussero alla concordia feconda i figli nati da una medesima terra (applausi). Oggi niuno che voglia la grandezza e la salvezza della Patria può coltivare discordie profonde che la indeboliscano (bene!).

 

«Una mèta può indirizzare tutte le menti e richiamare ad una collaborazione necessaria tutti gli spiriti: il rafforzamento della autorità dello Stato (applausi vivissimi).

 

«Lo Stato, espressione della volontà collettiva, forte di fronte alle pretese illecite ed equo di fronte a tutti, deve essere l'energia superiore che riconduce nei limiti della legge le passioni esorbitanti.

 

«Ma la rafforzata autorità dello Stato deve poggiare sul sentimento di disciplina dei cittadini. Il popolo italiano, che nella trincea bombardata e sulla nave minacciata ha appreso la vittoriosa virtù della disciplina deve sentire oggi che questa virtù è indispensabile all'opera lenta ed oscura, ma non meno aspra e difficile della ricostruzione.

Ho fiducia che l'Italia trarrà dalla sua storia antica e recente l'esperienza, i moniti, gli incitamenti; e che questo nostro popolo laborioso e possente saprà costruire con le sue salde mani, le sue nuove fortune».

 

All'uscita del Sovrano il popolare Pestalozza lancia il grido di Viva il Re, ripetuto dall'assemblea. La dimostrazione fatta al Re, alla Regina, ai Principi, ripetuta in piazza Montecitorio, lungo il Corso ed al Quirinale, è imponente (1).

 

 

(1) Atti parlamentari, Camera dei Deputati.