NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 31 ottobre 2015

Un francobollo...

I dettagli non sono dettagli. 
Questo il francobollo scelto dall'Ingegnere Giglio per spedirci la prima parte del programma del benemerito Circolo Rex.
Non poteva assolutamente passare inosservato. 

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA “REX” LXVIII CICLO DI CONFERENZE

PROGRAMMA DELLE RIUNIONI 2015/2016 
PRIMA PARTE



8 Novembre
- on. dr. Antonio TAJANI

Vice Presidente del Parlamento Europeo

"Europa di oggi, Europa di domani"


15 Novembre

- dr. Antonio GALANO

"Sergio Boschiero e la proposta politica del Fronte Monarchico Giovanile"


22 Novembre

- Dr. Ing. Domenico GIGLIO

Presidente del Circolo Rex

"Vittorio Emanuele III  Re e Soldato"


29 Novembre

- dr. Gianluigi CHIASEROTTI

"Dante e l'Unità d'Italia "

venerdì 30 ottobre 2015

Re Vittorio Emanuele III ricordato a Landiona, Novara


CON IL PATROCINIO DEL COMUNE DI LANDIONA








DELEGAZIONE PIEMONTE

Istituto Nazionale per la Guardia d’Onor e alle Reali Tombe del Pantheon
Fondato nel 1878, confermato con R.D. 24 settembre 1932 n. 1348
- Ente Morale sotto l'egida del Ministero della Difesa con D.P.R. 27 febbraio1990 -
Aderente ad Assoarma 11 maggio 2012

DELEGAZIONE PROVINCIALE DI NOVARA

Nel Centenario delle Celebrazioni della Prima Guerra Mondiale
Ricordiamo il Re Soldato, la Regina che aprì il Quirinale per curare i Soldati Feriti
E di tutti i Soldati che Caddero nell’Adempimento del Dovere


SABATO 31 OTTOBRE 2015 - COMUNE DI LANDIONA 
 PROVINCIA DI NOVARA


ORE - 15,45 RITROVO – VIA DELLA CHIESA, 8 - 
PARROCCHIA SANTI PIETRO E PAOLO
S. MESSA - PREFESTIVA
SARANNO RICORDATI  VITTORIO EMANUELE III, LA REGINA ELENA,

TUTTI I SOLDATI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE CADUTI 
NELL'ADEMPIMENTO DEL DOVERE





Presente l’Assistente Spirituale della Delegazione Comm. Can. Mons. Gian Luca Gonzino
Presente il Presidente d’ASSOARMA NOVARA – Sig. Gen. di Brig. Dr. Dario Cerniglia

“Lettura di testimonianze su italiani che hanno partecipato alla Prima Guerra Mondiale”
Al termine del Corteo un breve corteo partirà all'uscita dalla Chiesa, per collocare un omaggio alla Via dedicata a Vittorio Emanuele III concludendosi con la deposizione sempre di un omaggio floreale al Monumento dei Caduti.

Sarà consegnato un omaggio al Sindaco da parte della nostra delegazione, ringraziando così la Cittadinanza di Landiona nell'aver mantenuto la Via intitolata a Vittorio Emanuele III
Le associazioni combattentistiche sono invitate a partecipare con le bandiere e i labari

LA CITTADINANZA E’ INVITATA A PARTECIPARE PORTANDO CON SE IL TRICOLORE, UNENDOSI A NOI TUTTI



IL DELEGATO PROVINCIALE

MARCO LOVISON

mercoledì 28 ottobre 2015

La Monarchia e il fascismo - XII capitolo - VI

La Monarchia tradita per la terza volta
Partito il Re, la fazione del Viminale, con De Gasperi alla testa, è padrona del campo. Mai come in quel giorno comunisti e democristiani si sono sentiti fratelli. Nel pomeriggio del 17 giugno si riunisce, in Camera di Consiglio, la Cassazione per giudicare sul ricorso Selvaggi per la questione del quorum, sul ricorso Biamonti e sulla mozione liberale. La Cassazione avrebbe potuto, anzi avrebbe dovuto dichiarare violata la legge elettorale, ma ormai, partito il Re, diffusa la paura di gravi conseguenze se questi dovesse tornare in seguito ad una sentenza consacrante brogli e violenze, molti elementi della Corte, che pur si sapevano favorevoli al ricorso Selvaggi, votano contro. Il lavorio in seno alla stessa Corte è stato eccezionale. Si parla con insistenza di una riunione preventiva e separata di alcuni consiglieri anti-monarchici, dei quali si fanno i nomi.

Tiene alto il decoro della Magistratura il Procuratore Generale, Massimo Pilotti il quale chiede l'accoglimento del ricorso in forza non solo della lettera della legge, la quale impone di interpretare il termine «elettori votanti» nel senso di elettori che hanno comunque compiuto le operazioni di votazione, ma anche per i principii del diritto, per la nostra tradizione, per la consuetudine in atto alla Camera ed al Senato, e soprattutto per lo spirito della legge che mira a costituire garanzie per la formazione della volontà collettiva.
Ma il ricorso Selvaggi (e di conseguenza anche quello del Biamonti e la mozione liberale) è respinto: 12 voti contrari e 7 favorevoli.

Il Presidente Pagano ha votato con la minoranza, in favore dell'accettazione del ricorso.

Alle ore 18 del giorno 18 giugno la Corte si riunisce in seduta pubblica per dare lettura del dispositivo della sentenza maturata il giorno precedente in Camera di Consiglio «relativa al giudizio definitivo sulle contestazioni, le proteste e i reclami». Essa è una ben misera cosa: i 30 mila e più ricorsi sono seppelliti in blocco. Nel verbale la Corte si limita a dare atto dei voti attribuiti alla Monarchia e di quelli attribuiti alla Repubblica. Si dà pure atto che vi sono 1.498.136 voti nulli, cioè si ammette che tanti elettori hanno votato male, ma hanno votato: dunque sono votanti. Il giorno prima su parere di 12 consiglieri la Corte aveva sentenziato che costoro non erano «votanti» ed aveva proceduto al conteggio ignorandoli.

Pertanto la Corte di Cassazione, anche in questa seconda seduta conclusiva si astiene dal proclamare la Repubblica.
Questa sentenza è il riflesso dello stato d'animo dominante in Italia, sia nelle classi che nei partiti. Le masse operaie, volubili e dimentiche delle conquiste e delle provvidenze conseguite sotto la Monarchia Sabauda si gettarono al seguito di sopraggiunti speculatori politicanti interessati a deviare le loro gravi responsabilità; la borghesia poco lungimirante non ebbe altra preoccupazione che la salvezza delle proprie posizioni. Ma soprattutto sono responsabili i partiti, specialmente il democristiano ed il liberale. Il primo non vide che la vendetta della Chiesa contro l'Unità nazionale entrata da Porta Pia; il secondo si imbrancò nell'agnosticismo che fu la vera causa della sua clamorosa decadenza. Esso non seppe superare
Ai ingiustificati rancori verso il vecchio Sovrano in esilio e mettersi alla difesa di una Istituzione che aveva unificato l'Italia. Per una inconcepibile deviazione mentale, unitari ed anti unitari si trovarono d'accordo nell'abbattere lo strumento, il simbolo dell'Unità. Fu grave errore quello dei liberali poiché se fossero rimasti fedeli alla tradizione risorgimentale, e avessero affrontato la lotta a viso aperto, il loro esempio avrebbe servito, oltre che alla loro riabilitazione, da guida a quanti erano tenuti nell'incertezza da qualche cosa di inafferrabile: disorientamento, indifferenza, inerzia, delusione, scetticismo e soprattutto paura. Tre anni di velenosa e bugiarda propaganda poiché in questo consisteva la libertà di stampa dei Comitati di Liberazione - avevano prodotto il loro effetto e convinto molti liberali che la Monarchia avesse perduto ogni potere di attrazione sulle masse, e il paese l'avesse abbandonata al suo destino. Solo dopo il risultato del referendum essi compresero come l'amore per Casa Savoia fosse ancora e fortemente radicato nel cuore del popolo.

Ma la Monarchia non è stata sconfitta. Abilmente è stata tradita per la terza volta.

Se si considera che il governo era dominato da Romita all'Interno e da Togliatti alla Giustizia, e che i monarchici affrontarono da soli e senza mezzi finanziari la campagna del referendum contro i due partiti di massa, democristiani e social-comunisti, affratellati nel tenace spasmodico proposito di fare trionfare la Repubblica a qualunque costo. Se teniamo presente che codesti due partiti impiegarono nella lotta miliardi di lire e migliaia di mezzi di trasporto per attivare ed intensificare la loro propaganda in ogni punto della penisola e delle isole, noi dobbiamo convenire che i dieci milioni e 700 mila voti a favore della Monarchia assumono un immenso valore morale e di certezza per l'avvenire. Essa è posta in leggera minoranza da un pugno di avventurieri annidati al Viminale, mentre nasce una Repubblica che non riesce nemmeno ad avere uno stato civile regolare. Questo stesso pacifico trapasso è merito della Monarchia: soprattutto in questo momento essa ha rivelato di essere un grande elemento di equilibrio, di solidarietà nazionale e di coesione unitaria al di sopra e al di fuori di tutte le contese politiche e sociali. Mai questa Repubblica sarà capace di tanta saggezza. Non è infrequente sentire suoi esponenti affermare: a costo di spianare i mitra la Monarchia non tornerà. Le fucilate contro la folla operaia a Napoli invocante il Re dopo il referendum ne sono la prova. Le leggi anti-monarchiche sono un saggio della faziosità repubblicana. Il linguaggio della Voce repubblicana sempre pronta ad eccitare il governo al sequestro dei beni di Casa Savoia e le persecuzioni di Pacciardi contro ufficiali di fede monarchica e contro funzionari di valore e di alta fama danno la misura della intolleranza politica nella quale è piombata l'Italia. La loro morale è racchiusa tutta in questa massima «Quando io sono il più debole vi chiedo la libertà, perché è il vostro principio, ma quando sono il più forte, ve la tolgo perché non è più il principio mio».
 
La tattica democratica italiana ha fatto scuola: in Romania, dove la Monarchia è stata licenziata pur avendo ottenuto l'89% dei suffragi; nel Belgio, Leopoldo ebbe bensì la maggioranza, ma la faziosità democratica  dei Signor Spaak lo costrinse ugualmente ad abdicare.


Tutto questo si chiama democrazia... Costoro parlano sempre in nome della probità, della libertà e dell'onestà, assumendo il tono di moralisti. Ma, diceva il De Maistre: «Io non conosco l'anima di un delinquente; conosco quella di un galantuomo e ne ho spavento ».

martedì 27 ottobre 2015

Gli articoli della Sinistra Monarchica

Nel 1954 usciva questa rivista, diretta da Giovanni Semerano, che riportava una serie di articoli di una parte poco diffusa e soprattutto  poco conosciuta dei monarchici.
E' bella ed è da sottolineare l'apertura mentale dei monarchici verso chi, in evidente minoranza nel Partito, si professava di sinistra e proponeva soluzioni di sinistra alla politica del partito.
Noi, che di sinistra non siamo, riportiamo con piacere l'intero contenuto della rivista convinti come siamo che nella democrazia retta a Monarchia il naturale punto di equilibrio costituito dal Re consenta di guardare all'avversario politico come ad una ricchezza di pensiero piuttosto che come ad un nemico, come invece accade puntualmente ad ogni legislatura repubblicana.

Buona lettura!


Rifare la Nazione
 di Giovanni Semerano

  

Una novità di rilievo è intervenuta nella situazione politica italiana, caratterizzata, al presente, da un certo immobilismo che pone i diversi partiti su posizioni, talvolta polemiche, scontate o tali almeno da non destare alcun particolare interesse come prova di un'evoluzione in atto o in potenza della politica o delle idee. La novità viene dai monarchici, da quella parte politica cioè che ha movimentato in tempi recenti le note di prima pagina dei quotidiani e che, nonostante la scissione del PMP dal PNM, dà in questi giorni una nuova prova di vitalità per merito della «Corrente di Sinistra Sociale» che al Il Congresso Nazionale del PNM indica una strada da battere che, seppure non può dirsi nuova, costituisce sempre un itinerario che non si troverà nei progetti dei vari partiti politici, essendo stato fissato secondo il punto di vista di rappresentanti del Paese che per la loro particolare posizione sono in grado di osservare la vita della Nazione senza il paraocchi della divisione classista, senza pregiudizi, in un quadro più vasto nel quale il Paese appare unito nel comune denominatore dell'Idea monarchica.

Nella mozione, presentata dalla Corrente di Sinistra Sociale al II Congresso Nazionale del Partito Nazionale Monarchico si dà mandato agli organi responsabili del Partito di seguire «una linea sociale ed economica la quale conduce all'attuazione di una politica sociale decisa e realistica - che senza tergiversazioni né infingimenti, predisponga i mezzi ed i sistemi necessari per effettuare una più equa ripartizione proporzionale del reddito secondo funzioni, capacità e rendimento, attribuendo così a ciascun partecipante alla Comunità nazionale, la quota attribuibile a seconda della sua funzione o posizione sociale di proprietario, di tecnico, di professionista, di lavoratore, di indigente, di invalido, di vecchio e così che tale quota sia per ciascun nucleo familiare non mai inferiore al minimo vitale necessario».

La mozione prosegue affermando che l'azione deve tendere «alla rapida effettuazione di quelle riforme di struttura - cosi costituzionali come economiche dell'assetto sociale della Comunità nazionale italiana le quali urgono non meno per debito di Giustizia che per assicurare quella collaborazione di tutte le classi nell'interesse unitario della Nazione la cui origine può soltanto riposare nella comune coscienza dell'attuato diritto di ciascuno, nel rispetto del diritto altrui e delle funzioni e dei doveri propri a ciascuno sotto l’egida della libertà assicurata per tutti e per ciascuno dalla legge».

A questo punto i commentatori politici diranno che non si tratta di una novità, che l'esigenza di riconoscere i diritti fondamentali del popolo è un problema di vecchia data e che oggi tale esigenza, sotto lo slogan «andare a sinistra » si ripresenta un po' da tutti i partiti e gli uomini politici. Verissimo, ma occorre distinguere tra il formalismo che ha caratterizzato l'atteggiamento di tali partiti, i quali si sono piuttosto preoccupati di fare della demagogia, tanto che si è vista la Democrazia Cristiana « far concorrenza » al comunismo sul terreno sociale per riuscire a combattere e a vincere l'altro partito con le sue stesse armi, occorre distinguere, dicevamo, tra il formalismo di questi partiti e la posizione assunta dalla Corrente di Sinistra Sociale del Partito Nazionale Monarchico.
Si potrebbe dire che mentre per i primi il problema di « andare a sinistra » è in sostanza un atteggiamento letterario, un modo come un altro per mettersi in vista e soprattutto per non passare di moda, per la seconda si tratta di un vero problema da, risolvere sul piano pratico, per il quale si danno suggerimenti non viziati da concezioni classiste e si propone un’azione ragionata, un'azione cioè che porti a quei risultati ai quali si mira, senza dare solo l'impressione che i risultati siano stati raggiunti, mentre nella realtà essi sono ancora di là da venire. Vogliamo riferirci alla cosiddetta «riforma agraria» che ha scontentato un po' tutti - proprietari e lavoratori - perché fabbricata negli ambienti di Piazza del Gesù con il solo scopo di offrire un'alternativa alla propaganda comunista che chiedeva a gran voce per i contadini il diritto alla proprietà terriera, così come è della « riforma burocratica» che, come una qualsiasi «pratica » ha smarrito la via nei labirinti dei ministeri, ma non viene attuata perché il Governo ha timore dell'impopolarità e non solo non provvede a snellire la pubblica amministrazione ma crea nuovi uffici e moltiplica il numero degli enti. Vogliamo riferirci a tutte le varie, sbandierate « riforme » che sono state agitate per un momento come un vessillo e sono poi dignitosamente sparite nell'immobilismo di tutti i giorni che caratterizza una maggioranza che non ha la maggioranza e che è costretta a sopravvivere sugli allori di un « quadripartito » che non si regge più nemmeno con l'equilibrismo di Saragat o con la compiacenza dei liberali.

La Corrente di Sinistra Sociale, sorta in seno al Partito Nazionale Monarchico, non è cioè l'ultima incarnazione di uno slogan vecchio e stravecchio, ma il primo serio tentativo di guardare alla situazione del Paese come ad essa guarderebbe il Sovrano: con la superiorità cioè di chi non è «parte» ma «tutto» e con la partecipazione e la comprensione di chi ha la responsabilità di quel «tutto» nel quale si trovano unite tutte le parti che compongono il corpo vivo della Nazione. Non c'è da farsi illusioni: otto anni di governo democristiano non sono riusciti ad eliminare il «pericolo rosso»; il cosiddetto «partito-diga» è stato anzi travolto dall'ondata rossa, fino ad accettare gli stessi sistemi dell'avversario nel settore della propaganda. Ci si illude che le misure di polizia, che i progetti (perchè sono rimasti allo stato di progetti le varie leggi anticomuniste in cantiere) per controllare il movimento comunista o per metterlo fuori legge possano aver in qualche modo contribuito ad allontanare o rendere meno pressante la minaccia comunista. Ci si illude soprattutto che con lo « scandalo Sotgiu» dovrebbe in qualche modo compensare lo «scandalo Montesi», così nel campo delle riforme e delle istanze popolari basti promettere il paradiso in terra o attuare male una riforma per neutralizzare la azione comunista che trova alimento, nello scontento delle masse sempre più vaste e nelle accresciute difficoltà della maggioranza (lei cittadini.

Non si tornerà qui sull'argomento, ormai ben conosciuto, della necessità che ha la Democrazia Cristiana di un «pericolo comunista» che ne giustifichi la discutibile funzione politica che essa ha nel Paese; a parte considerazioni di questo genere si deve osservare che l'azione dei partito di maggioranza negli anni di governo non ha portato ad apprezzabili risultati, risultando il PCI rafforzato dalla politica DC.

Quel che occorre sottolineare è la situazione reale del Paese che vede diminuire di giorno in giorno il potere d'acquisto della lira, che si sta avviando verso una crisi economico-finanziaria - dalla quale sarà ben difficile riprendersi, che vede la ricchezza mal distribuita con una sperequazione di così vaste dimensioni da assumere il carattere di un'ingiusta discriminazione dei cittadini e una divisione tra coloro che hanno tutto e coloro che hanno niente.

La Corrente monarchica di Sinistra Sociale ha avvertito prima degli altri il pericolo e la minaccia presenti nel Paese in queste condizioni; mentre altri partiti si sono preoccupati di distrarre l'opinione, pubblica con gli «scandali» o di imbonirla con le promesse, i monarchici hanno posto in evidenza la necessità di far presto, di risolvere i problemi essenziali per assicurare al Paese la tranquillità se non la prosperità.

Riforma fiscale, politica creditizia, riforma previdenziale, legislazione sindacale, riforme di struttura nell'industria, politica dell'agricoltura, politica edilizia, immissione dei giovani nel lavoro, politica del commercio con l'estero. Si può dire che non vi sia aspetto della vita del Paese che non sia stato preso in considerazione dalla Corrente di Sinistra Sociale. Con ciò i monarchici denunciano  quello che si sarebbe dovuto ,e si deve fare; quello stesso che il Governo democristiano non è riuscito a fare in otto anni: formulare un piano che possa essere realizzato per il bene della Nazione e non per quello di un partito o per soddisfare gli interessi di una classe. L’esame della mozione che è pubblicata in altra parte della presente rivista può dare un'idea ancor più chiara di quali siano gli intendimenti e i fini che noi ci proponiamo. Si tratta di attuare una riforma fiscale che non porti il nome di Vanoni e non sia perciò determinata dagli interessi di una parte o suggerita da una categoria sociale alla quale il Partito di Vanoni è legato; attuare una politica creditizia che non apra la strada all'inflazione (come è nelle segrete intenzioni dei sovversivi che caldeggiano l'apertura di crediti illimitati) e che nello stesso tempo non paralizzi il commercio, per eccesso di prudenza; una riforma previdenziale che non risponda a fini demagogici sì bene ai diritti sconosciuti o non riconosciuti di una vasta categoria che ha lavorato ed ha diritto alla vita; una legislazione sindacale che non sia in funzione «anticomunista» e finisca per togliere ai lavoratori quei mezzi di difesa che essi debbono avere per poter esercitare i loro diritti; affrontare con serietà il problema dei giovani, non respingere le nuove leve ai margini della società per timore o per difendere altri interessi che sembrano minacciati dalla partecipazione dei giovani alla vita nazionale. E una politica del commercio con l'estero che non faccia discriminazioni tra Oriente e Occidente e una politica dell'industria che non si lasci intimorire dagli industriali che antepongono il bene privato a quello pubblico ma nello stesso tempo non risolva con faciloneria i problemi sul tappeto con troppe e disordinate nazionalizzazioni che aggraverebbero la situazione industriale. Si tratta insomma di un programma nazionale e sociale che risponda agli interessi e alle aspettative del Paese.

A risolvere il problema del comunismo afferma la mozione della Corrente di Sinistra Sociale del P.N.M. - non tanto possono valere restrizioni delle libertà democratiche e misure di polizia - che anzi lo esasperano - quanto può e deve valere una direzione della Cosa Pubblica che sia sollecita e risolvere i problemi economici e sociali pendenti ed a risolverli in spirito di solidarietà e di giustizia sociale.

Il comunismo non si batte con la demagogia; non si elimina con le leggi specialisti rende inutile con la realizzazione di quei postulati di vita civile senza i quali un Paese è condannato a morte – che sia la rivoluzione comunista o la crisi economica non conta.


I monarchici possono trovare nel programma della Sinistra Sociale del PNM un punto       di incontro, un’occasione per ritrovarsi uniti, al di sopra degli interessi contingenti e personali nella battaglia per la vita del Paese, considerata nel quadro più vasto e completo della  restaurazione monarchica che rappresenta sempre la maggiore garanzia di difesa degli Italiani.

lunedì 26 ottobre 2015

Il nostro saluto a Carlotta Guareschi, la Pasionaria di Giovannino

Oggi ha concluso serenamente il suo percorso terreno mia sorella Carlotta riunendosi in cielo ai nostri genitori. Sposa, madre e nonna ammirevole, ha dedicato tutta la sua vita alla famiglia, alle persone che la circondavano e alla cura della memoria di nostro padre. Sono certo che la “Pasionaria” sia già tra le braccia di Giovannino e Margherita.

Alberto Guareschi,
Roncole Verdi, 25 ottobre 2015



Con questa breve nota Alberto Guareschi, figlio del Nostro Giovannino, ha comunicato che sua sorella Carlotta non era più tra noi.

La notizia addolora tutti quanti hanno amato e amano suo padre, il grande Giovannino  e che hanno amato anche lei, protagonista bambina ed inconsapevole di tanti suoi racconti, con il soprannome di Pasionaria.


Nata nel Novembre del 1943, mentre Giovannino era in prigionia con altre migliaia di militari italiani in un campo di concentramento tedesco per non rinnegare il suo giuramento di fedeltà al Re aveva potuto conoscere il padre solo due anni più tardi quando era ritornato dalla prigionia con il peso di 45 kg. "Non muoio neanche se mi ammazzano!", aveva detto.

Aveva ricevuto dalla madre il nome di uno dei personaggi nati dalla fervidissima fantasia del padre, Carlotta, del romanzo "Il marito in collegio" ed era stata grande amore e grande ispiratrice di deliziosi racconti paterni.

Inutile dire il nostro dispiacere, per aver perso una persona che avevamo visto crescere fino ad arrivare al matrimonio nella lettura dei racconti paterni, oltre che congiunta di un nostro punto di riferimento.

Alla famiglia di Carlotta Guareschi, al Marito Signor Annoni, a suo fratello Alberto, a tutti i parenti giungano le condoglianze affettuose nostre, di lettori delle sue gesta di bambina, e dell'opera tutta di suo padre Giovannino.

Lo Staff

mercoledì 21 ottobre 2015

La Monarchia e il fascismo - XII capitolo - V

Il ricorso Selvaggi e il colpo di Stato dì De Gasperi che si sostituisce al Re

Sulla faccenda del quorum si accendono le dispute fuori e dentro la Corte di Cassazione. L'on. Enzo Selvaggi presenta un ricorso nel quale è denunciato il trucco ed il presidente dell'Unione Monarchica Italiana on. Tullio Benedetti indirizza una lettera al Capo della Commissione Alleata, ammiraglio Stone, chiedendo una «verifica di tutto il materiale elettorale accentrato presso la Suprema Corte di Cassazione ».

Mentre il Re è ancora in Italia i Consiglieri di Cassazione ostili al ricorso sono in minoranza, ma il governo tenta il colpo definitivo: in seguito al computo delle addizionatrici, ritenuta la Repubblica in prevalenza e la Monarchia soccombente, viene organizzato un corteo nel quale la massa delle folle oceaniche, precettata dai nuovi padroni dimostra in silenzio e con atteggiamento quasi funebre la sua scarsa convinzione circa le capacità del nuovo regime a risolvere i problemi che incombono; dimostrazione che però ha, nell'intenzione del Governo, soltanto un significato intimidatorio. La minaccia interna, la complice indifferenza degli Alleati e la pressione di Tito alla frontiera sono le formidabili pedine del Governo. Questo organizza dimostrazioni contro la Monarchia ma impedisce quelle a favore, o le fa disperdere dalla celere, allora composta esclusivamente di elementi comunisti. E nella notte sul 13 il Consiglio dei Ministri approva un ordine del giorno in cui si afferma che «l'esercizio delle funzioni di Capo dello Stato spetta ope legis al presidente del Consiglio». De Gasperi si presta alla manovra e compie il colpo di Stato sostituendosi al Re. Umberto è oramai isolato, non ha modo di difendersi, il virus del panico ha invaso persino i più eletti. Anche l'ammiraglio De Courten si trincera dietro l'espediente di essere egli un ministro tecnico, come se la tecnica impedisse all'uomo di avere una fede, e dei doveri verso il suo Re; nemmeno lo difende il liberale Corbino. Solo Cattani ha scatti di nobile e coraggiosa protesta. L'on. Romita, ministro dell'Interno e gran manipolatore dei risultati del referendum, non solo faceva sequestrare nelle tipografie manifesti ed opuscoli di propaganda monarchica, ma fece arrestare alcuni firmatari dei ricorsi alla Cassazione. Il Cattani dovette intervenire in Consiglio dei Ministri a protestare contro simili soprusi chiedendo l'immediata liberazione degli arrestati.

La Monarchia italiana, la secolare Monarchia, simbolo dell'Unità e dell' Indipendenza nazionale, è battuta da un gruppo di faziosi, alcuni con cittadinanza straniera, quasi tutti asserviti ad interessi stranieri. E' battuta per il tramite di un Presidente del Consiglio che forse gioisce della compiuta vendetta per la distruzione dell'Impero asburgico di cui fu fedelissimo servitore, interprete del pensiero di quel Partito Popolare Trentino che faceva credere ai fedeli essere il Papa in catene a dormire sulla paglia (1).

Qualcuno di essi, i più turbolenti, quelli che pensano di fare una rivoluzione ogni otto giorni ed incitano continuamente le masse ingenue alle rivolte incomposte, vorrebbero impossessarsi della persona del Sovrano. Trapelata la notizia i monarchici sono subito in fermento e si improvvisa un piano per l'arresto degli elementi più facinorosi del Governo. Questi impauriti non escono dal Viminale dove si trattengono persino di notte. Come durante la resistenza si erano nascosti nei conventi travestiti da preti, ora pensano di asserragliarsi nel fortilizio del Ministero, protetti da ex militi fascisti trasformati in guardie rosse. Contemporaneamente fanno scatenare sulla loro stampa - sistema che non comporta rischio alcuno alle persone - una campagna di denigrazione e  di minacce con un linguaggio in cui vengono oltrepassati i limiti della dignità e del decoro. Vi eccellono, come al solito, la Voce repubblicana, dove primeggia in volgarità il Pacciardi, l'Avanti e l’Unità.

Intanto l'Italia è nuovamente sulla soglia della guerra civile. Umberto per evitare tanta sciagura parte in volontario esilio non senza avere prima denunciato agli italiani la prevaricazione rivoluzionaria del Governo.

E' bene pertanto rammentare questo proclama, atto di accusa ai mistificatori del 2 giugno, documento di alta saggezza politica e umana, espressione di caldo e sincero patriottismo di un Re generoso:

Italiani!
Nell'assumere la Luogotenenza Generale del Regno prima e la Corona poi, io dichiarai che mi sarei inchinato al voto del popolo, liberamente espresso, sulla forma istituzionale dello Stato. E uguale affermazione ho fatto subito dopo il 2 giugno, sicuro che tutti avrebbero atteso le decisioni della Corte Suprema di Cassazione, alla quale la legge ha affidato il controllo e la proclamazione dei risultati definitivi del referendum.

Di fronte alla comunicazione di dati provvisori e parziali fatta dalla Corte Suprema; di fronte alla sua riserva di pronunciare entro il 18 giungo il giudizio sui reclami e di far conoscere il numero dei votanti e dei voti nulli; di fronte alla questione sollevata e non risoluta sul modo di calcolare la maggioranza, io, ancora ieri, ho ripetuto che era mio diritto e dovere di Re attendere che la Corte di Cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta.
Improvvisamente questa notte, in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della Magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale ed arbitrario, poteri che non gli spettano e mi ha posto nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza.
Italiani!Mentre il Paese, da poco uscito da una tragica guerra, vede le sue frontiere minacciate e la sua stessa unità in pericolo, io credo mio dovere fare quanto sta ancora in me perché altro dolore e altre lacrime siano risparmiate al popolo che ha già tanto sofferto. Confido che la Magistratura, le cui tradizioni di indipendenza e di libertà sono una delle glorie d'Italia, potrà dire la sua libera parola; ma, non volendo opporre la forza al sopruso, né rendermi complice dell'illegalità che il Governo ha commesso, lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare agli Italiani nuovi lutti e nuovi dolori. Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della Patria, sento il dovere, come Italiano e come Re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta; protesta nel nome della Corona e di tutto il popolo, entro e fuori i confini, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della legge e in modo che venisse dissipato ogni dubbio e ogni sospetto.
A tutti coloro che ancora conservano fedeltà alla Monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all'ingiustizia, io ricordo il mio esempio, e rivolgo l'esortazione a voler evitare l'acuirsi di dissensi che minaccerebbero l'unità del Paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri, e potrebbero rendere più gravi le condizioni del trattato di pace.
Con animo colmo di dolore, ma con la serena coscienza di aver compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia terra. Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà al Re, non da quello verso la Patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove. Rivolgo il mio pensiero a quanti sono caduti nel nome d'Italia e il mio saluto a tutti gli Italiani.
Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli.
Viva l'Italia!                                                                                Umberto
Roma, 13 giugno 1946.


(1) Maggio 1951: in occasione del matrimonio di Otto d'Asburgo il P.P.T.T. (Partito Popolare Trentino Tirolese) il vecchio partito di De Gasperi, inviava al pretendente al trono d'Austria gli auguri di un felice e prossimo ritorno!


domenica 18 ottobre 2015

Aggiornamento del sito dedicato a Re Umberto II

Sul sito dedicato a Re Umberto II la XII parte della lunga intervista di Nino Bolla, pubblicata dapprima su "La Stampa " e poi raccolta nel libro "Colloqui con Umberto II".

Buona lettura!


http://www.reumberto.it/bolla0.htm

venerdì 16 ottobre 2015

Cerimonia in memoria di Re Vittorio Emanuele III



Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon
Fondato nel 1878, confermato con R.D. 24 settembre 1932 n. 1348
- Ente Morale sotto l'egida del Ministero della Difesa con D.P.R. 27 febbraio1990 -
Aderente ad Assoarma 11 maggio 2012

DELEGAZIONE PROVINCIALE DI NOVARA
Via R.Sanzio,9 – 28068 Romentino (NO) Tel. 0321-867235 Cell. 346-8345183 Mail marco.lovison1981@libero.it

Nel Centenario delle Celebrazioni della Prima Guerra Mondiale
Ricordiamo il Re Soldato, la Regina che aprì il Quirinale per curare i Soldati Feriti
E di tutti i Soldati che Caddero nell'Adempimento del Dovere

SABATO 17 OTTOBRE 2015  - COMUNE DI CASALBELTRAME - PROVINCIA DI NOVARA

ORE 18,00
RITROVO DELLE ASSOCIAZIONI COMBATTENTISTICHE E D'ARMA E DEI CITTADINI

Piazza della Chiesa, a fianco del Palazzo Municipale (Via Vittorio Emanuele III)
Un breve corteo partirà per collocare un omaggio alla via dedicata a Vittorio Emanuele III concludendosi con la deposizione sempre di un omaggio floreale al monumento dei caduti.

ORE - 18,30 PARROCCHIA SANTA MARIA ASSUNTA
S. MESSA - PREFESTIVA
SARANNO RICORDATI  VITTORIO EMANUELE III , IL RE SOLDATO,
E TUTTI I SOLDATI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE


“Lettura di testimonianze su italiani che hanno partecipato alla Prima Guerra Mondiale”

Presente l’Assistente Spirituale della Delegazione Comm. Can. Mons. Gian Luca Gonzino
Presente il Presidente d’ASSOARMA NOVARA – Sig. Gen. di Brig. Dr. Dario Cerniglia

Verrà consegnato un omaggio al Sindaco un omaggio della nostra delegazione per ringraziare la Cittadinanza di Casalbeltrame nell’aver mantenuto la Via intitolata a Vittorio Emanuele III                   
Le associazioni combattentistiche sono invitate a partecipare con le bandiere e i labari .

martedì 13 ottobre 2015

La Monarchia e il fascismo - XII capitolo - IV


Computo dei voti secondo la tesi del Governo:

Repubblica voti . . .      12.717.923
Monarchia voti ....10.719.28,1

23.437.207

Computo dei voti secondo la legge:

Repubblica voti 12.717.923
Monarchia voti . . . 10.719.284
Voti nulli     1.498.156

24.935.363




Col computo fatto secondo la legge, invece dei due milioni di maggioranza, la Repubblica non può contare che sopra una maggioranza ben meschina: poco più di 250 mila voti!

Dal conteggio, seguente si ha poi la rivelazione uscita dalle due votazioni - Forma istituzionale e costituente - e cioè che la Repubblica è nata a carattere schiettamente social-comunista:

Voti riportati dalla Repubblica... 12.717.923

»                    dai Social-comunisti ... 9.117.703

Questi 3 milioni e mezzo di voti vanno suddivisi fra liberali democrazia cristiana e qualunquisti. La stragrande maggioranza dei voti alla Repubblica dunque, è data dai social-comunisti, poiché di questi solo una minima parte ha votato per la Monarchia.

La Repubblica è nata sotto il segno di coloro che domani dichiareranno apertamente che in caso dì guerra anche se l'Italia sarà aggredita passeranno dalla parte del nemico. La votazione dimostra anche lo spirito di tirannia dal quale è dominata la Democrazia Cristiana. Questa ha avuto, nel referendum, circa 9 milioni di voti e, ciò prova che la quasi totalità dei democristiani circa 8 milioni di elettori - ha votato per la Monarchia. Tuttavia quasi tutti i capi, eludendo la volontà popolare, si sono dichiarati repubblicani. Mai partito politico ebbe così profondo divario fra eletti ed elettori. Questo imbroglio lo si è voluto chiamare democrazia e, colmo della beffa, cristiana. Il carattere filo-bolscevico della Repubblica sia ancora dì monito a quei borghesi che l'hanno votata e che ora piangono, soltanto perchè gli operai chiedono loro un giusto aumento di mercede.

Ma più evidente ancora appare l'imbroglio elettorale se si seguono le ricerche, i recenti studi ed i calcoli fatti da specialisti in materia, che ci permettono alcune conclusioni:

1) Dai dati dell'Istituto Centrale dì Statistica si desume che la popolazione italiana residente valevole agli effetti elettorali è, al 31 dicembre 1945, di 43 milioni escluse le province di Bolzano e la Venezia Giulia.

2) Poiché dalle stesse statistiche si rileva che i cittadini di età maggiore di anni 21 - cioè aventi diritto a voto - costituiscono il 60 % dei cittadini, vanno calcolati come presumibilmente elettori a questa data, circa 25.800.000.

3) Da questi vanno defalcati: i sottoposti ad epurazione, i morti nel frattempo, gli ufficiali che prestarono servizio nei campi di concentramento, i prigionieri di guerra non ancora rimpatriati, gli sfollati non iscritti, gli abitanti delle colonie, ecc. calcolati oltre 1 milione e 800 mila.

4) Tengasi presente che negli uffici elettorali rimasero giacenti (solo a Roma furono 250.000) poco meno di 3 milioni di certificati (il 12 %) non pervenuti agli elettori sia per ostruzionismo politico che per negligenza dei destinatari.

5) Oltre 1 milione e 800 mila di certificati non emessi, più 3 milioni di certificati giacenti, fanno quasi 5 milioni di elettori che non hanno votato.

6) Gli elettori dunque recatisi alle urne non dovevano essere più di 21 milioni.

7) Poiché dalle urne uscirono 25 milioni di schede, i casi sono due: o furono introdotte furtivamente 4 milioni di schede nella notte sul 5 giugno, oppure 4 milioni di elettori hanno votato per interposta persona, la quale ha votato anche senza documenti, facendosi riconoscere da scrutatori amici, in pieno accordo con i componenti i seggi, che in molti comuni, specie dell'Italia Settentrionale erano composti esclusivamente di fautori della Repubblica o di persone intimorite dal terrore repubblicano.

In tal modo appare chiaro che si è consumato un broglio con mezzi legali, offerti dalla stessa legge elettorale.

I primi a meravigliarsi di siffatto imbroglio furono gli stessi uomini del governo e perciò tanto l'on Romita che l'on De Gasperi si affrettarono a comunicare che l'afflusso alle urne è stato dell'89% calcolato su un totale di 29 milioni di elettori iscritti. Tentano di sanare un falso enunciando un'altro falso, poiché dai dati dell'Istituto Centrale di Statistica gli elettori sono valutati a 25.800.000, ivi compresi epurati, sfollati, detenuti, prigionieri di guerra, ecc.

Altro segno: voci incontrollabili insistono nell'affermare che nella famosa notte sul 5 giugno, dopo che con futili motivi erano stati allontanati dal Viminale i rappresentanti dei partiti, sarebbero stati scaricati sacchi della nettezza urbana contenenti schede stampate alla macchia e segnate sul simbolo Repubblica. Si parla di 4 milioni di schede e la cifra corrisponde tanto al conteggio sulla base dei dati ufficiali dell'Istituto di Statistica quanto a quello che il giorno dopo circolava per Roma, riferita da elementi di fiducia del Ministero dell'Interno.

L'on. Coppa porta a questo proposito la testimonianza, da lui divulgata in scritti e ripetuta in pubblici comizi, dell'on. Arturo Labriola il quale asserisce che «in realtà la Monarchia aveva avuto quattro milioni di voti in più di quelli che le erano stati assegnati, vale a dire la Monarchia aveva superato di due, milioni le cifre della Repubblica». Noi sappiamo oramai l'atteggiamento assunto dalla Corte di Cassazione di fronte ai risultati che doveva pubblicare; però pochi sanno - e ad ogni modo diamo a questa notizia il valore di un «si dice» che qualcuno dei massimi esponenti di essa sembra fosse stato minacciato nella vita se non avesse sottoscritto il documento della sanzione di cifre non rispondenti alla verità. Del resto più e meglio di ogni altro potrebbe testimoniare il presidente Pagano sulle telefonate misteriose e non complimentose a tutte le ore del giorno e della notte...

Il prof. Agostino Padoan che in questo studio è stato il più diligente, il più efficace e persuasivo, così termina una sua dettagliata dimostrazione statistica


«La conclusione finale non può essere che una: il referendum istituzionale si è risolto in una colossale truffa elettorale, i cui risultati comunque lasciano gli italiani nell'incertezza e nel dubbio: necessariamente non persuasi i soccombenti fautori della Monarchia, logicamente dubbiosi e insoddisfatti i fautori della Repubblica. Sull'incertezza e il sospetto non può ovviamente reggersi un Regime che comunque la stragrande maggioranza degli italiani onesti avverte nato da una consultazione popolare insincera se non pur viziata da una preordinata frode. Ragioni morali e di onestà politica esigono che ogni incertezza sia sanata, ogni dubbio eliminato; e ciò non può conseguirsi se non col ripetersi del referendum, in un clima di pacificazione degli animi, con la partecipazione indiscriminata di tutti i cittadini, con ogni e più ampia garanzia di libertà di propaganda e di voto». Non altrimenti concludeva, la sera dell'annuncio dei risultati, in casa di amici in via della Conciliazione, il prof. Luigi Einaudi. Ma poi....

giovedì 1 ottobre 2015

La Monarchia e il fascismo - XII capitolo - III

I Comitati di Liberazione si accordano con Tito che minaccia di invadere l'Italia qualora trionfasse la Monarchia. Il Governo e la manipolazione dei risultati del referendum.

In questo clima di paura e di terrore che incombe sulla vita italiana, quando la Nazione non è per nulla entrata nella normalità, sempre occupata dagli Alleati, vigenti ancora alcune norme restrittive di guerra, ci avviciniamo al referendum. Tutte le armi sono buone per intimorire la base monarchica. In un comizio a Frascati l'on. Scoccimarro minaccia - «Nessuno in Italia potrebbe impedire la rivoluzione nel caso che il referendum fosse favorevole alla Monarchia ». Così parlava Mussolini quando affermava che non avrebbe abbandonato il potere nemmeno se i voti delle Camere fossero stati a lui contrari. L'on Sereni alla Consulta: «Se per lontana ipotesi la Monarchia dovesse prevalere per scarsa maggioranza si avrebbe la guerra civile e la Monarchia stessa non potrebbe resistere se non poggiandosi sulle baionette straniere». Non pensa il deputato comunista non pensano i costituenti che l'hanno calorosamente applaudito che proprio la Repubblica è in gestazione sotto la protezione dello straniero. In quegli stessi giorni (metà di marzo) si pronunciano discorsi pubblici in favore e contro la Monarchia: di due oratori favorevoli, Labriola e Zuppante, la Radio non dà che un breve cenno: di due contrari Pacciardi e Cingolani, ne fa una lunga e particolareggiata diffusione. Lo Stato fa una propaganda di parte ed a spese dei contribuente i discorsi dei due uomini politici hanno, con questo mezzo potentissimo di diffusione, il massimo effetto su milioni di italiani i quali hanno udito gli insulti e le accuse alla Monarchia senza che vi fosse modo di mettere con le spalle al muro i propagatori di tante falsità. Radio Roma vomita ingiurie contro la Monarchia e i suoi esponenti e vieta qualunque critica agli uomini ed ai partiti che la avversano, mentre alla Consulta si inneggia al regicidio. Nei cinematografi vige un veto severo di proiettare films della Settimana Incom che rappresentano trattenimenti dei Sovrani e dei principini fra i bimbi profughi e mutilatini nei giardini del Quirinale.

Ci avviciniamo al referendum e come un fulmine arriva la notizia, comunicata da giornali inglesi, che       Tito stà ammassando sulla nostra frontiera un esercito di 18 divisioni, pronte a dilagare nella valle padana qualora la Monarchia dovesse uscire vittoriosa dalle urne. L'ammiraglio Stone, subdolo come sempre,     ignaro della storia, dei sentimenti, delle tradizioni, dei costumi e della psicologia degli italiani si com   piace di avvertire Umberto che in caso di una debole   vittoria monarchica gli Alleati non potrebbero garantire con le loro forze i confini orientali minacciati da Tito e gli agita lo spettro di una terza guerra mondiale. Egli vede tutta la politica italiana con la ri  stretta visuale, col paraocchi del gretto antifascismo ed insinua certe sue informazioni secondo le quali la valle padana, in pieno accordo coi jugoslavi si solleverebbe in armi (le armi distribuite dagli Alleati dai partigiani comunisti) qualora non vincesse la Repubblica. Questa minaccia influisce sui timidi e sugli incerti i quali si decidono per la Repubblica nel timore di rappresaglie. Malgrado tutto la vitalità della Monarchia si rivela più forte di ogni aspettativa e stupisce i suoi avversari i quali si proclamano, si, democratici, ma sono decisi a tutto, anche a scatenare la guerra civile se le urne non daranno loro ragione.

Nella notte sul 5 giugno quando già si era profilata la vittoria monarchica, al Viminale avvengono mutamenti improvvisi. Sono fatti uscire i rappresentanti dei partiti che debbono sorvegliare gli scrutini, mentre si fa circolare la notizia di uno sciopero generale intimidatorio. Le informazioni ai ministeri accennano a «forte preoccupazione negli ambienti militari Alleati», e contemporaneamente si diffonde la voce che i comunisti dispongano di una forza armata di 75 mila uomini soprattutto al nord, pronti ad intervenire per impedire il trionfo della Monarchia. Ma nelle ultime ore la situazione si sarebbe capovolta: la Repubblica è in prevalenza. Infatti al mattino Romita, riuniti gli esponenti dei partiti ed i rappresentanti della stampa da un annuncio di carattere già ufficiale, precedendo così la vera proclamazione spettante per legge alla Corte di Cassazione.

De Gasperi va da Umberto col quale prende i seguenti accordi con queste precise parole: « Un netto passaggio di poteri dirà al Paese che il mutamento della forma istituzionale avviene in perfetta intesa fra la Corona e Il Governo. Subito dopo la proclamazione ufficiale verrò da Vostra Maestà, accompagnato dal Presidente della Corte S. E. Pagano, per la comunicazione del caso. Sarà poi mio dovere accompagnare Vostra Maestà al luogo che avrà stabilito per la partenza».

La preoccupazione di Umberto è quella di lasciare il Paese nel massimo ordine: non vuole spargimento di sangue. Ma è anche vero che la Corona non si affida al Governo, cioè all'altra parte in causa, bensì alla Corte di Cassazione.

Ma la prima tessitura della grande truffa era già compiuta. Se il referendum venne preparato con il massaggiamento della massa elettorale sotto un regime di terrore repubblicano, dai colpi alla nuca alle fucilate dietro le siepi ed alle soppressioni sommarie, la conclusione venne tutta intessuta di brogli inauditi e minacce alla persona del Re. Si è ripetuto e si continua a ripetere, che ogni decisione « spetta alla Cassazione » ma si pone il Re nella impossibilità di attenderne il responso. Tutto è stato tentato per estenuare la fermezza di Umberto e confondere la sua chiaroveggente saggezza. La legge - la legge del referendum - stabilisce che il computo dei voti Monarchia e Repubblica debba essere fatto in rapporto alla cifra dei « votanti »: in questi vanno quindi computati i voti nulli. Niente affatto, il Consiglio dei Ministri si aggrappa al computo di Romita che non tiene conto di questo enorme numero di elettori ai quali è stata annullata la volontà espressa, e considera senz'altro la Repubblica vittoriosa.

Nella prima seduta del 10 giugno la Corte di Cassazione si limita al conteggio puro e semplice dei risultati, secondo i verbali pervenuti dai  prefetti, i presidenti dei 31 collegi elettorali circoscrizionali, dovettero spedire a Roma i risultati del referendum, per lo più incompleti come risulta dal verbale, della stessa Corte. Interpellato in quei giorni dal Giornale, della Sera di Roma, S.E. Ranelletti, Primo Presidente Onorario della Suprema Corte, in un dotto articolo affermava che l'importanza della materia e la serietà del Corpo giudicante richiedevano assolutamente che i 35.000 verbali fossero esaminati uno per uno dalla Corte collegialmente e non rimessi al giudizio di funzionari estranei al corpo stesso. Invece, ne fu estratto un conteggio addomesticato, senza alcun controllo. Vi sono anche oltre 30 mila ricorsi (diconsi trentamila!) su abusi, brogli, violenze, ma nemmeno questi vengono tenuti in considerazione.
Eppure questi ricorsi denunciano gli abusi ed i brogli di certi seggi quando si trova una scheda non segnata vi si pone il segno sul simbolo repubblicano. Vi furono seggi nei quali al segno Monarchia si aggiungeva quello di Repubblica, e la scheda veniva dì conseguenza annullata. Non altrimenti si giustifica l’enorme numero di 1.498.156 voti nulli che in origine dovevano essere attribuiti alla Monarchia.

La Corte, che quel giorno doveva proclamare la Repubblica, si limitò a comunicare le cifre uscite dalle addizionatrici. Non proclama la Repubblica, non dice che la Monarchia è decaduta, non sentenzia se sia bastevole lo scarto di voti a       determinare la maggioranza valida. Non dice se sono esatti i computi delle 31 circoscrizioni... Non indica nemmeno il numero degli elettori iscritti nelle liste della Nazione.
Sintomatico il fatto che tanto il Corpo Diplomatico che la Commissione Alleata e lo stesso Stone non avevano voluto assistervi, forse già consapevoli della inaudita vicenda. E quando alla sera l'on. De Gasperi si reca dal Re a Comunicargli 1’esito del conteggio, il Presidente della Corte, Pagano. si rifiuta di accompagnarlo come era invece previsto , volendo dimostrare la sua disapprovazione ai sistemi di sopraffazione che avevano dominato prima e dopo il referendum.