Benedetto Croce smentito da se stesso
Quali siano state le responsabilità del Partito Liberale
nella creazione e nel potenziamento del fascismo lo abbiamo dimostrato alla
luce dei documenti: come il fascismo non sarebbe nato senza il disordine
bolscevico e senza l'iniziativa repubblicana, così senza l'appoggio liberale e
democristiano Mussolini sarebbe caduto nel 1923-24 o quanto meno avrebbe
seguito una via di moderazione.
Fra gli adulatori di Mussolini, fra i sostenitori con deboli
riserve, contendono il primato ai democristiani gli uomini del Partito
Liberale. Tutto quello che si è fatto dopo il delitto Matteotti contro
l'Aventino per scagionare dalle responsabilità Mussolini è stato fatto col
consenso dei due rappresentanti liberali nel Governo: Casati e Sarrocchi. In
quanto all'opposizione assunta - nel nome del Partito - da Benedetto Croce,
occorre tener presente che questo atteggiamento ha inizio col Manifesto degli
intellettuali (maggio 1925), aspra critica alla natura del fascismo, al suo contenuto
di «concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti
assolutistici e di tendenze bolsceviche, di sdilinquimenti mistici e di cinismo»,
ecc. ecc; ma il filosofo napoletano che era stato ministro di Giolitti quando
questi fece il blocco elettorale coi fascisti, per oltre tre anni aveva dato a
questi il suo appoggio e la incondizionata fiducia a chi li impersonava. Evidentemente
Croce dimenticava che in una recensione ad un volume di Salvatorelli, Casa
Savoia nella Storia d'Italia aveva scritto: «Il passato bisogna bensì
intenderlo, ma non già presumere di censurarlo, né di somministrargli
l'errata-corrige».
Tutti gli scritti di Benedetto Croce in materia politica
sono una continua, patente contraddizione e noi ci limitiamo a farne qui una
breve cernita.
Pensiero Politico e Politica attuale (Laterza, Bari). Parlando
degli Aosta-Orleans che trescavano col fascismo e miravano a sostituire il ramo
primogenito, dice che «questo sospinse il re alla sciagurata transazione col
fascismo» (pag. 42). Il Croce votò in favore di questa transazione.
- «Il metodo liberale vuole la discussione e la persuasione,
si vale dei mezzi morali ed esclude l'uso della forza» (pag. 26), ma per
quattro anni egli assecondò ed approvò la forza e la violenza.
- Pranzando a Roma nell'ottobre del 1923 con Rajna
dell'Università di Pisa, ed avendogli il Croce chieste delle novità di Firenze,
si stupisce come il suo interlocutore non gli abbia enumerato certi fatti di
sangue avvenuti tra fascisti e comunisti e cosi lo biasima: «Non si era accorto
di nulla». (pag. 77). E non ricordava che nell’autunno del 1923 gli studenti a
Napoli venivano arrestati in massa perchè dimostravano contro la riforma
Gentile. Questi non era che un pretesto, ma il movente vero era l'avversione al
Fascismo. La cittadinanza fu indignata contro queste severità ed i più illustri
avvocati di colà si costituirono in collegio di difesa. Croce non si fece vivo
che per difendere Gentile, cioè il fascismo. Non una parola commossa per gli
studenti bastonati ed imprigionati. Non si era accorto di nulla!
- «... mentre l'annunziata marcia su Roma fu il contrario di
una impresa guerriera, la prima di una lunga serie di tristi buffonate». (pag.
43). Quando essa venne annunciata a Napoli, al San Carlo, egli era presente e
consenziente, con De Nicola, nella prima fila di poltrone...
- «Soltanto non posso far di meno come italiano di ricordare
che in Italia l'imitazione di quel metodo russo già ci è stata e si è chiamata,
ahimé, il fascismo. Una imitazione senza
dubbio tra canagliesca e buffonesca che ancora ci riempie di vergogna e di
furente dolore; ma che imitazione pur fu». Sul Corriere della Sera nei suoi
ricordi ( aprile 1949) scrive: «Assunto dunque atteggiamento avverso e
combattente ( dopo il delitto Maettotti) non solo condussi la mia opposizione
nella mia rivista e nei miei libri, nei giornali, e nei congressi liberali fin
quando fu ancora possibile, e nelle discussioni e votazione del Senato, ma
scrissi io, negli ultimi di aprile del 1925 la risposta al Manifesto degli
intellettuali fascisti».
Però due mesi più tardi e precisamente il 29 giugno del 1925
Croce dopo la risposta suddetta parlando al Consiglio Nazionale del Partito
Liberale ed accennando alla ricerca manifestatasi nei paesi della Europa
occidentale di un sistema «fuori del regime liberale», metteva in evidenza il
fatto che l'Italia avesse preso il primo posto in questo tentativo cioè con
l'esperimento fascista - e se ne compiaceva «per questo nuovo primato
dell'Italia». Primato che diventa ora imitazione tra canagliesca e buffonesca.
Alle invettive postume contro il Re e contro il fascismo
basterebbe contrapporre questa sua sentenza: «Un popolo non deve mai, come
tutti sanno, dimenticare, e molto meno rinnegare, il suo passato per diversi
che siano i suoi concetti e i suoi propositi nel presente».
Volendo registrare le contraddizioni crociane occorrerebbe
un intero volume. Ma per mettere in evidenza le animosità ond'egli è pervaso
basta che ci soffermiamo sui suoi Ricordi. Egli pretende che il Re dovesse
opporsi alla nuova legge elettorale votata nel 1923 da una Carnera che non era
neppure fascista! In quanto alla sua vantata opposizione al fascismo appare chiaramente
come sia fatta unicamente di pettegolezzi e di piccoli insignificanti episodi: «ho
detto questo al tale, ho detto questo al tallaltro. Ho risposto così ad un
certo ambasciatore ecc. ecc.»
Nulla di geniale. Niente di coraggioso. Prudenza, grande
prudenza e nulla più.
Benedetto Croce insiste sovente e volentieri sopra questo tema
della sua opposizione al fascismo fatta sulla sua rivista. La verità è che,
anche sulla “Critica” i suoi interventi contro il regime - sempre dopo il 1926 poiché
fino alla metà di quell'anno egli fu favorevole, malgrado il Manifesto degli
intellettuali furono blandi e senza energia. Ciò è tanto vero che la rivista
venne liberamente pubblicata e non ebbe mai un solo numero di sospensione. Egli
è l'unico scrittore ed editore non iscritto nei ranghi del fascismo che durante
il ventennio poté liberamente scrivere e pubblicare. Ma si guardò bene dalla
scrivere e dal pubblicare, contro Mussolini e contro il partito allora
dominante, quello che ora scrive e pubblica contro il suo Sovrano. La sua
rivista fu invece soppressa dagli Alleati ma Croce non protestò.
Egli scrive ancora: «La prima grave delusione che il Re
dette ai liberali fu dopo il delitto Matteotti, quando il suo ritorno dalla
Spagna, dove era andato a restituire la visita a quel sovrano, era atteso come
risoluzione del nodo aggrovigliato, ed egli, invece di adoperarsi a scioglierlo
o a tagliarlo, lo serbò intatto a salvazione del fascismo, raccomandando agli
italiani tutti, indistintamente, la concordia». Croce in quei giorni votava non
solo la fiducia a Mussolini ma anche la risposta al discorso della Corona, letto
e approvato per alzata, all'unanimità, subito dopo il voto di fiducia. Diceva
la risposta:
« Ora con Voi, Sire, invochiamo la concordia che la carità
di Patria ansiosamente - consiglia ed urgentemente impone e che è come Voi
diceste, elemento fondamentale di civile progresso» e «fonte di maggiore operosità
delle varie classi sociali rese tranquille e liberate dalle insidie, dai
contrasti irosi, dalle truci contese che aduggiavano e intiepidivano il lavoro in
tutte le sue manifestazioni». L'indirizzo così concludeva: «L'Italia ha bisogno
di lavoro, di concordia, di libertà nell'ordine e di pace. Voi, Sire, avete
richiamata alla ferma disciplina di una vita civile, ed operosa. Ai Vostri
voti, purché tutti adempiano il dovere nostro, essa non verrà meno».
Lo stesso Mussolini, dopo la lettura fatta del citato
indirizzo, chiedeva la parola e così chiudeva il suo discorso: «Si levi di
fronte alle vigilanti gelosie straniere il grido della concordia, fra quanti
italiani sono pensosi sopratutto delle sorti della Patria». (Vivissimi,
prolungati e ripetuti applausi a cui si associano anche le tribune) (1).
Dunque: Croce concede la sua fiducia a Mussolini e nella
stessa seduta si associa agli applausi per le invocazioni del Senato alla
concordia, consacra col suo voto all'indirizzo alla Corona l'appello del Re.
Vent'anni dopo lo condannerà, dimentico della sua approvazione e della
solidarietà col Sovrano e con Mussolini.
Sempre sul Corriere della Sera, egli qualifica Mussolini
come «un cretino» ed «un povero diavolo». Ma allora come giudica gli italiani
che lo hanno sostenuto ed acclamato con delirio per un ventennio?
In “Due anni di vita politica italiana” (Laterza, Bari) ci
riferisce che interrogato da un giornalista risponde: «Penso che il fascismo non
fu escogitato né voluto da alcuna singola classe sociale ne da una singola di
queste sostenuto. Fu uno smarrimento di coscienza, una depressione civile e un'ubriacatura
prodotta dalla guerra, che si avvertì in quasi tutti i popoli che vi avevano
partecipato, e in Italia, ma non solo in Italia, ebbe il sopravvento effettivo
mercè di illusioni, di inganni e di minacce. La classe operaia l’accettò non più
certamente ma non meno delle altre tutte, depose l’arma potente che aveva dello
sciopero e lasciò il capo del nuovo regime si presentasse ed aggirasse sicuro,
e spesso tra applausi, perfino in ambienti di spiccato carattere operaio».
Sempre nello Stesso volumetto (pag. 91) parlando dei Pattí lateranensi,
dopo aver accennato che in Senato nel 1929 fu il solo a manifestarsi contro.
pur ammettendo di aver dichiarato essere Stato favorevole alla Conciliazione,
aggiunge: «…la mia ripugnanza e opposizione si riferiva a quel caso particolare
di conciliazione effettuata non con un'Italia libera ma con un’Italia serva e
per mezzo dell’uomo che l’aveva asservita e che fuori di ogni spirito di religione
come di Pace, compiva quell'atto per trarne nuovo prestigio e rafforzare la sua
tirannia». Ci spiace rilevare che il nostro Maestro è caduto nel suo discorso
al Senato in una Stridente contraddizione: approvò la Conciliazione ma ne
criticava la rottura dell'equilibrio precedente. Ora approvando la prima doveva
per conseguenza non rilevare la seconda. In quanto alle parole dure che oggi vuole
fare apparire sotto l’aspetto di un atto di grande coraggio, come di
opposizione a Mussolini ed alla sua tirannia, si nota che il Croce criticò
bensì il modo, col quale si concluse il Concordato nella soluzione della
Questione Romana ma non per i motivi ch’egli dichiara a circa vent’anni di
distanza quando il suo antagonista è scomparso.
Egli avversò gli accordi per il timore che, potessero
rinascere certi «eccessi di clericalismo» in modo da provocare «il più violento
anticlericalismo». Niente dunque presa di posizione contro la «tirannia di Mussolini».
E se anche così fosse stato, il suo discorso lasciò indifferenti i suoi
colleghi poiché all'appello nominale cinque soli senatori lo seguirono.
1) Atti parlamentari, Senato del Regno, Vol. 1, Pagg. 72,
74, 78, tornata 24 giugno 1924