Niente è meglio di Giovannino Guareschi per ricordare il Re Soldato nel giorno della Sua scomparsa.
NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
sabato 28 dicembre 2013
L’utopia politica reazionaria di Dante che ammalia la sinistra
[...]
Scritto in latino agli inizi del Trecento contemporaneamente alla Commedia, il trattatello costituisce la sintesi estrema del pensiero politico di Dante: l’uomo, composto di corpo e anima, ha bisogno di due guide, l’Imperatore per perseguire la felicità terrena, e il Papa per perseguire quella ultraterrena, secondo l’ordine gerarchico predisposto dalla provvidenza divina. Così si legge nel capitolo conclusivo della “Monarchia”, tanto scomodo da essere dimenticato da Canfora nella sua proposizione di modernità. A conclusione del suo excursus Dante, usualmente celebrato come un campione della critica al potere temporale della Chiesa, sancisce infatti la necessaria reverenza dell’imperatore al papa. Una soggezione che rispecchia la gerarchia obbligata tra ragione e religione: come si sa, e non solo in Dante, la filosofia è ancella della teologia. Ciononostante, l’utopia restauratrice della “Monarchia” non fu ritenuta abbastanza ortodossa dal Santo Uffizio, perché di fatto lesiva del potere temporale della Chiesa: nel 1559 il trattato fu messo all’indice. Ma, venuto meno a Porta Pia il potere temporale della Chiesa, nel 1921 Benedetto XV, nell’enciclica “In Praeclara summorum” dedicata a Dante, indicò il poeta come «validissima guida per gli uomini contemporanei». I Patti lateranensi nel 1929 recepirono l’istanza cattolica, che poi fu ratificata nell’articolo 7 della Costituzione con l’approvazione del PCI di Togliatti.
[...]
Non sarà inutile rileggerlo: «L’autorità dell’imperatore deriva dunque direttamente da Dio; ma non si deve escludere ogni vincolo di soggezione al sommo pontefice, dal momento che questa nostra felicità terrena è, sotto un certo rispetto, in funzione della felicità eterna. L’imperatore usi dunque verso il pontefice quella reverenza che il figlio primogenito deve al padre; e il pontefice, benedicendolo, lo illumini con la luce della grazia, acciocché possa più efficacemente esercitare sul mondo quel governo che gli è stato conferito da Dio». Ogni riferimento a persone e fatti della scena politica attuale è del tutto casuale.
martedì 24 dicembre 2013
Un fiocco rosa
Cari amici,
ho il piacere di condividere con voi una bella notizia.
La mia casa è stata allietata dalla nascita di una bellissima bambina cui è stato dato il nome di Letizia.
La nuova arrivata è già la Letizia di papà Roberto, mamma Livia, dei nonni, degli zii, dei cugini e della bisnonna Anna.
Questo è il motivo per cui negli ultimi tempi l'aggiornamento dei sito è stato poco puntuale.
Ma sono sicuro che avrò la Vostra comprensione.
Buon Santo Natale a tutti! Per me il più bello dei Natali.
Roberto
mercoledì 18 dicembre 2013
Destra radicale, monarchici e nobili contadini: ecco la 'corte' dei Forconi
Destra radicale, monarchici e nobili contadini: ecco la 'corte' dei Forconi
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Destra radicale, monarchici e nobili contadini: ecco la 'corte' dei Forconi
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Destra radicale in piazza ma senza bandiere. Da Milano arriva l'incitamento a "Marciare su Roma come nel 1922". Con i Forconi anche i Monarchici Tradizionalisti
“
Una mobilitazione diversa e diversificata che ha creato spaccature, dubbi, paure ma che ha anche risvegliato interessi e partecipazioni di monarchici tradizionalisti e malinconici di tempi andati. Piazza del Popolo a Roma ha almeno cinquanta sfumature del tricolore: avvolti in bandiere non ci saranno soltanto i Forconi che hanno bloccato le strade del paese il 9 Dicembre. L'Italia ferma di quei giorni ricordava forse i tempi in cui "i treni arrivavano in orario"? Ma in qualche modo ha suscitato vecchie emozioni e resuscitato personaggi d'altri tempi. Ma andiamo con ordine.
[...]
Insomma il mondo della nobilità vuole partecipare: pronti a scendere anche i Nobili Contadini e al loro fianco i Monarchici Tradizionalisti (Sabaudi ma anche Borbonici, Asburgici e Papalini...quindi anche le discendenze precedenti al 17 marzo 1861 saranno presenti!). Con loro anche i fratelli Diego e Mauro Zoia Puschina di Inveruno, dirigenti della Lega Nord, vicini a Mario Borghezio e il il Conte "Grappa" Alessandro Romei Longhena, imprenditore e allevatore di cavalli, che deve il suo soprannome alla passione che lo lega alla bevanda.
[...]
http://www.today.it/cronaca/forconi-piazza-popolo-roma-adesioni.html
martedì 17 dicembre 2013
Dei cambiamenti istituzionali
L'appello all'abolizione della monarchia britannica costituisce ancora un delitto di tradimento nel Regno Unito, passibile di carcere a vita e di deportazione oltremare.
Lo ha ricordato il governo di Londra, dopo che per errore aveva inserito questo reato in una lista di 309 delitti abrogati. Il ministero della Giustizia ha dovuto ammettere che la sezione 3 del «Treason Felony Act» del 1848, mai applicata dal 1879, non è mai stata soppressa.
Questo quanto recita un articolo de "Il Giornale" simile a tanti che ne sono usciti in questi giorni sottolineando il fatto come ridicolo o liberticida.
Nessuno che si sia stracciato le vesti o abbia provato il minimo scandalo per l'articolo 139 della costituzione che ad un popolo per metà, almeno, monarchico nel 1948 impose l'eternità della formula repubblicana.
lunedì 16 dicembre 2013
La Regina Giovanna di Savoia e Papa Giovanni XXIII
Il 27 Aprile 2014 il Beato Papa Giovanni XXIII, al secolo Angelo Giuseppe Roncalli, sarà canonizzato Santo da Papa Francesco.
| Mons. Roncalli e Re Boris a Plovdiv nel 1928, subito dopo il terremoto che colpi la Città. |
Mons. Roncalli durante la sua missione diplomatica in Bulgaria dal 1925 al 1934 - prima come Visitatore Apostolico e poi come Delegato Apostolico - chiese ed ottenne dal Papa Pio XI di cambiare il suo titolo arcivescovile assumendo quello di Arcivescovo di Messembria, l'attuale Nessebar in Bulgaria.
Alla vigilia della partenza per la Turchia, il 3 Gennaio 1935, Mons. Roncalli si recò alla residenza reale di Vrana per salutare il Re Boris III e la Regina Giovanna la quale, al momento del congedo, gli disse: "Mio marito e io verremo a renderle omaggio in Vaticano quando lei sarà Papa".
Su quell'incontro Egli scrisse nel suo diario: "... la buona Regina Giovanna di Bulgaria che mi profetizzava il pontificato, e che lei e suo marito sarebbero venuti a formi visita in Vaticano!".
La visita effettivamente avvenne, pochi giorni dopo l'elezione di Papa Giovanni, nel 1958, e la Regina Giovanna, purtroppo vedova, era accompagnata dai suoi due figli, S.M. il Re Simeone II e S.A.R. la Principessa Maria Luisa.
sabato 14 dicembre 2013
La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - IX
Ambiguità dei popolari e filofascismo
dei confederali - I Fasci repubblicani «storici» a congresso affiancati dalla
Milizia
Come non si può comprendere la
nascita e la marcia trionfale del fascismo prescindendo dall'inconcepibile
anti-patriottico atteggiamento del Partito Socialista italiano nell'immediato
dopoguerra, così non si può comprendere il distacco della classe operaia dalle
organizzazioni sindacali operanti nell'orbita dello stesso partito,
prescindendo dalle continue convulsioni provocate dagli atteggiamenti rissosi
dei politicanti interessati a proclamare scioperi a getto continuo, che
portarono le masse all'aspirazione ad una vita tranquilla nell'ambito degli
ideali nazionali. Allora D'Annunzio era la bandiera della Patria vittoriosa,
era il fondamento, la base spirituale del fascismo. Questo sposalizio dei
rappresentanti più quotati della massa lavoratrice - socialisti e repubblicani
- con la Carta del Carnaro, significò sopratutto adesione al fascismo. E Nenni,
che due anni prima aveva esaltato la guerra, la Patria, la vittoria ed il Re,
ora ritornato pentito al vecchio ovile non sa commentare altrimenti: «La Nazione
né si nega né si afferma. Se mai si supera, e l'internazionalismo ne è il
superamento non la negazione ».
Mentre i partiti sono travagliati
da lotte intestine e da gelosie di concorrenza, il Partito Fascista va man mano
superando le crisi interne e quello che perde da una parte riacquista
moltiplicato dall'altra. Al fascismo aderiscono borghesia e ceto medio,
autentici lavoratori ed aristocrazia, riformisti e vecchi rivoluzionari così
come vi aderisce la massoneria che Trotski aveva definito forza
controrivoluzionaria per eccellenza una cattiva piaga che occorreva «bruciare
al ferro rosso».
In mezzo a tanto clamore di lotta
serrata ed aperta sia pure disuguale, il Partito Popolare si distingue per la
sua continua ambiguità. Ha convalidato l'entrata di tre ministri popolari nel
Gabinetto Mussolini, e nello stesso tempo afferma la sua decisa volontà di
difendere il sistema della proporzionale che Mussolini ha in programma di
distruggere. Ma la polemica che in un primo tempo potrebbe apparire di avversione
al governo non è altro che un tentativo sperimentale per indurre questo, e
quindi il Partito Fascista alla formazione dei blocchi elettorali nei quali i
candidati popolari vorrebbero entrare in misura rilevante. Al Consiglio
Nazionale dei sindacati cattolici (22 dicembre) interviene don Sturzo quale
segretario del partito e vi pronuncia un discorso di circostanza senza peraltro
accennare alle violenze fasciste contro le camere del lavoro socialiste e
contro l'assalto ai giornali ed ai liberi cittadini. Esce in quei giorni
l'Enciclica di Papa Pio XI, enciclica imperniata sul principio che tutti i mali
che affliggono l'umanità si devono al fatto che questa si è allontanata da
Cristo; è necessario dunque tornare a Cristo ed alla Chiesa e così i mali scompariranno.
Non un accenno però alle violenze passate e presenti onde l'Italia è percossa né
un ammonimento al prepotere di un partito che pochi giorni prima per la penna
del suo duce, che è anche capo del governo, aveva lanciato sul Popolo d'Italia
la grave minaccia: «La rivoluzione fascista è stata generosa. Ma guai se i capi
del socialismo e del comunismo ne abuseranno. La rivoluzione fascista non ha
proceduto ad esecuzioni sommarie - e lo poteva fare benissimo ma attenzione ai
mali passi, vecchie canaglie del socialismo italiano. Quello che non è stato
potrebbe essere. Perché, ricordatevelo bene, la rivoluzione fascista è appena
incominciata ».
A Rovigo. il Corriere, organo degli
agrari, così commenta un'adunata di fascisti, presente l'on. Finzi «Il fascio
littorio si erge possente e minaccioso entro e fuori i confini. Bisogna che
l'aquila continui il suo volo, al di sopra delle montagne». Le opposizioni si
vanno sgretolando nel paese; i partiti sono in lotta fra di loro, i socialisti
sono divisi e si lanciano l'un l'altro atroci,accuse, i popolari non riescono
ad ottenere quello che vogliono malgrado la loro adesione al fascismo ed i
repubblicani non hanno ancora trovata una chiarificazione pur continuando ad
essere in massima parte aderenti al nuovo movimento.
Il Partito Repubblicano, uscito
dall'intervento tutto impregnato di nazionalismo e dannunzianesimo, diventò più
tardi preda a tentazioni fasciste. Era già stato abbandonato dalla borghesia
mentre si avvicinava, attraverso la fase del radicalismo sacchiano, alla
Monarchia; poi veniva abbandonato dal proletariato al quale il socialismo
offriva oltre che una dottrina di completa liberazione, un metodo ed un mezzo,
la lotta di classe. Le superstiti schiere conservatrici di Romagna passarono subito
nel modo come abbiamo visto, al fascismo lasciando in asso i dirigenti. Al
Congresso di Roma (dicembre 1922) si tenta una tiepida chiarificazione, ma non
è né adesione né opposizione; è attesa benevola e speranzosa. In questo
congresso le discussioni si imperniano sopratutto sulla necessità di combattere
il socialismo, il che viene ad essere un diretto aiuto al fascismo che nel
movimento socialista ha il suo più feroce avversario. L'on. Macrelli, deputato
di Cesena, ammette che «nella grande linea in Romagna i repubblicani hanno
guardato con simpatia al fascismo come ad una reazione contro le forze
antinazionali ». E nell'ordine del giorno votato, a firma Pistocchi e
Calderoni, si limita a constatare che esaminato e seguito l'esperimento
fascista, questo ha soltanto operato una sostituzione di uomini al governo
della pubblica cosa. Nessun accenno alle manganellate ed agli incendi alle
camere del lavoro.
Ma i dissensi e le scissioni in
seno al partito si intensificano: la corrente che si è avvicinata al fascismo
tende a mettere da parte la pregiudiziale monarchica. Da Crispi a Nicotera a
Barzilai a Comandini a Sacchi la storia si ripete. L'agitazione è imperniata
sul movimento suscitato dal Sindacato Nazionale delle Cooperative del Prof.
Carlo Bazzi, direttore del Nuovo Paese, che col Comandini, Campagnoni, Marinelli,
Pacetti e Armando Casalini tenta la formazione di un partito repubblicano
autonomo. Già il Comandini, neutralista nel 1915, era stato poi durante la
guerra ministro del Re, del quale non disdegnava gli inviti a pranzo dove
eccelleva in calorosi brindisi anche fuori dal protocollo. Se è indiscutibile
il patriottismo dimostrato dai repubblicani durante la guerra, è altrettanto
indiscutibile il loro filo fascismo; e in Romagna lo urlano a squarciagola, e
nel giornale di Ravenna avviene, per esempio, di leggere che in occasione di
certe feste «fascisti e repubblicani, lietamente riuniti a bicchierata versano
ai rispettivi giornali la somma di lire .... ... ». Nel cesenate come nel ravennate
sono addirittura interi circoli repubblicani che passano volontariamente nei
Fasci di combattimento. Si acuisce il contrasto fra la Voce Repubblicana,
organo del partito, ed i filofascisti di Romagna, raccolti intorno a certe
consociazioni che si ribellano ai deliberata della direzione del partito. Alla
fine di gennaio del 1923 si ventila la costituzione ufficiale di una
«Consociazione» fra repubblicani dissidenti, ed una delegazione ne offre la
presidenza all'on. Comandini il loro maggiore e più autorevole esponente, ed a
Genova si inaugurava un congresso nazionale dei Fasci repubblicani: il corteo
in pellegrinaggio alla tomba di Mazzini è aperto dalla Milizia e vi prende
parte ufficialmente il Partito Fascista.
sabato 7 dicembre 2013
Prosegue la mostra dedicata a Umberto II nelle sale di Palazzo Monferrato
Prosegue con un grande afflusso di pubblico la mostra "Umberto II e Alessandria :testimonianze di vita pubblica e privata " a Palazzo Monferrato di Alessandria .
Molti visitatori ,accompagnati nel percorso della mostra dalla Delegata provinciale dell'Istituto Nazionale per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon ,hanno manifestato grande interesse nei confronti dell'iniziativa che ha riportato alla memoria ricordi del passato nei meno giovani,e nel pubblico in generale ha creato un notevole interesse sulla figura del Principe di Piemonte legato a molti eventi del nostro territorio.
Anche le classi scolastiche intervenute si sono dimostrate interessate a questo percorso storico che rappresenta una parte importante del nostro passato dell' altro ieri.
Dopo tanto lavoro di ricerca ,una grande soddisfazione per gli organizzatori.
La mostra visitabile è stata prolungata di una settimana e sarà visitabile fino al 15 dicembre.
La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - VIII
Fronte filo fascista: dannunziani e
confederali, popolari e liberali; Bonomi e Giolitti, Vergnanini e Rigola,
Salandra e Gasparotto, Gronchi e don Sturzo.
Le discussioni con tumulti ed
invettive alla Camera dei deputati hanno le loro ripercussioni nel Paese. Le
lotte fra i partiti non sono ancora placate, si susseguono le bastonature, le
devastazioni delle sedi e delle organizzazioni dei rossi che sovente si
concludono con spargimento di sangue, mentre da parte di organismi politici di
primo piano si naviga in acque incerte ma anelanti soprattutto ad una intesa
col fascismo trionfante. La Confederazione del Lavoro - che ha già fatto
sentire il suo stato d'animo attraverso il discorso dell'on. D'Aragona - si
svincola da ogni patto nonché dalla situazione di sudditanza col Partito
Socialista e s'inquadra nello spirito filo fascista assumendo un atteggiamento
di attesa. «Intanto, dice il D'Aragona, noi auguriamo che il fascismo ora che è
al governo ristabilisca sul serio l'imperio della libertà e della legge». I
popolari che già hanno sei loro esponenti al governo - sono favorevoli ad una
politica filo fascista, così come del resto si può desumere dagli atteggiamenti
alla Camera.
Alla Tosi di Legnano nelle elezioni
della commissione interna i popolari fanno lista comune coi fascisti, e l'on.
Tovini in una intervista sostiene la identità del programma popolare col
programma fascista. Don Sturzo parla a Torino per 3 ore: come al solito è
ambiguo, poco chiaro. Di esplicito non vi è che la difesa della proporzionale,
vera sciagura d'Italia. E l’Avanti! così commenta: «Il duce ha schiacciato
l'Amleto di Caltagirone. Il Partito Popolare ha rinunciato ad essere un partito
di masse, anche di masse, per accettare di legittimare legalmente il colpo di
mano. Gli on. Tangorra. Gronchi e Cavazzoni, sono nel ministero fascista a far
da palo». Poi accusa i social democratici di tentare la collaborazione col
governo: «I discorsi di Turati e di D'Aragona ne sono la prova chiara». Intanto
a conferma del loro atteggiamento ultra favorevole al fascismo una deputazione
di tutti i deputati popolari si reca dal quadrumviro Michele Bianchi per
sottoporgli un progetto di alleanza coi fascisti nell'Italia meridionale. Ma
Michele Bianchi lo respinge.
Vittorio Emanuele Orlando parla a
Partinico e dopo avere giustificata la marcia su Roma, provocata dal fatto che
la nazione sentendo la necessità di darsi un governo vi provvedeva da sé con
un'azione che fu al di fuori del Parlamento, aggiunge: «La parola dittatura non
impaurisce, se essa significa eccezionale concentrazione di poteri in un periodo
eccezionale e transitorio». Quindi conclude vantandosi di avere lui stesso
sostenuto già sin dal maggio 1915 alla Camera, la concessione dei pieni poteri.
Luigi Gasparotto, in un comizio a
Milano al Dal Verme per le elezioni comunali, con Dino Alfieri, Misuri,
Farinacci, Giunta, non ha scrupoli ad affermare, dopo avere esaltata la marcia
su Roma: «Non siamo noi che possiamo dire la nostra parola contro i metodi
violenti. La tradizione garibaldina, dalla quale noi discendiamo, accettò la
violenza quando fu necessario. I grossi giuochi non spaventano gli uomini forti,
purché sia chiara la mèta. La marcia su Roma era diretta a mutare un costume
politico che ci portava nell'abisso ».
L'on. Giolitti scrive al ministro
Carnazza che «un ministero presieduto dall'on. Mussolini è il solo che poteva
ristabilire la pace sociale, prima necessità per un paese in gravi condizioni
come il nostro». Lo stesso Giolitti conferma questo suo punto di vista in una lettera
del 1 gennaio 1923 - e cioè solo due mesi dopo la marcia su Roma - diretta a
Luigi Ambrosini:
«Ella si meraviglia che un quinto
Stato venga su con rapidità eccezionale, in realtà è uno dei fenomeni più
comuni della storia. Dopo agitazioni violente (e quale più violenta dell'ultima
guerra!) vien su un'ondata di giovanissimi Saintjust, Napoleone, Hoche e
migliaia di ignoti. I veri valori si affermano e restano in prima linea, gli
altri scompaiono e poi il mondo riprende il suo ritmo normale.
«Certo le cose politiche e
specialmente parlamentari non potevano continuare senza portare il paese alla
rovina. La maledetta legge elettorale aveva frazionato la Camera in modo da
rendere impossibile un governo omogeneo, forte, capace di avere e di attuare un
programma. Le cose erano giunte ad un punto che un pretucolo intrigante, senza
alcuna qualità superiore, dominava tutta la politica italiana e ciò unicamente
per raggiungere miseri fini elettorali.
«Riuscirà il nuovo ordine di cose?
Io lo spero; intanto è certo che ha tratto il Paese dal fosso in cui finiva per
imputridire.
« Caro Ambrosini, noti riesco ad
essere pessimista ».
Giovanni Giolitti
Non è un reazionario che parla. E'
il liberale democratico per eccellenza che ha accompagnato la Monarchia sul cammino
delle riforme sociali e delle libertà politiche. Conoscitore come nessun altro
della nostra politica, riteneva il fascismo come un rimedio necessario onde
evitare la rovina del paese oramai nelle mani dei rossi e dei neri.
Intervistato dal Giornale d'Italia
l’on. Bonomi, socialista riformista, collaboratore di Giolitti come ministro
della Guerra e dei Lavori Pubblici, già direttore dell'Avanti! Presidente del
Consiglio nel 1921 e Collare dell'Annunziata, così si esprime: «Se vuole il mio
giudizio non tanto sulla situazione politica quanto sullo spirito che è entrato
in Roma, le dirò che noi, interventisti della primissima ora, lo abbiamo
invocato sempre. lo non ho mai dubitato che lo spirito foggiato dalla guerra e
dalla vittoria non dovesse prevalere rapidamente. Quasi all'indomani
dell'occupazione delle fabbriche quando io, ministro della Guerra, adunai sul
Campidoglio le bandiere dell'esercito e dell'armata, il sentimento non più
mortificato della Vittoria corse così fervidamente il Paese che annunziò fin da
allora la prossima guarigione. L'anno di poi, quando il gabinetto da me
presieduto volle, con la tumulazione sull'Altare della Patria del Milite
Ignoto, esaltare tutti i valori nazionali, l'Italia apparve interamente uscita
dal pericolo bolscevico e avviata verso i suoi nuovi destini. Se dunque lo
spirito della Vittoria e la consapevolezza del sacrificio compiuto affermano
oggi il loro completo trionfo, noi, che lo auspicammo e lo preparammo, non
possiamo che esserne lieti ».
Incerta è l'attitudine dei
dirigenti sindacali nei mesi successivi alla marcia su Roma. La Confederazione
del Lavoro, stretta fra le contumelie dei partiti socialisti affini e le
violenze dei fascisti che vogliono sottomettere le camere del lavoro alla loro
politica, cerca inutilmente una via d'uscita procurando di tenersi in
equilibrio. L'on. Antonio Vergnanini, a nome della Confederazione, a proposito
del movimento sindacale cooperativo così dichiara in una intervista al Mondo:
«La cooperazione deve considerare
le deliberazioni della Camera e del Senato come il mezzo migliore per mettere
il fascismo nella condizione di svolgere il suo esperimento in forma più
contenuta e serena. Il voto per i pieni poteri e la riconsacrazione della
vittoria fascista è il riconoscimento della sua autorità ». E richiamandosi
alle, dichiarazioni fatte a lui e D'Aragona personalmente da Mussolini, afferma
che «possono essere interpretate come un buon sintomo per l'avvenire del
movimento proletario». Egli dichiara apertamente che i sindacati e le
cooperative hanno necessità immediata di vedere attuata una qualsiasi
collaborazione ed intanto mantiene continui contatti con l'on. Finzi,
sottosegretario allo Interno, mentre D'Aragona, Baldesi e Zaniboni hanno
ripetuti colloqui con Gabriele d'Annunzio col quale ricercano una soluzione al
problema delle organizzazioni sindacali operaie nell'ambito del fascismo, ai
fini di una pacificazione generale. Dopo un convegno a villa Cargnacco viene
diramato il seguente comunicato:
«Accogliere tutte le forze
produttrici della Nazione, al di sopra di ogni divergenza di parte, in un solo
corpo, in una sola grande e concorde unità, sotto una sola e grande bandiera:
quella della Patria, con un unico scopo: quello di accordare armonicamente il proprio
miglioramento spirituale e materiale, con la volontà di contribuire alla
grandezza e potenza della Nazione ».
L'Avanti! commenta: «Baldesi è
tornato, tranquillissimo. E' venuto con viatico concessogli dalla solidarietà
di Turati e di D'Aragona, e tutte le ire sono sbollite per incanto. Anzi, il
furioso segretario del suo gruppo, il giovane Matteotti, ai giornalisti che lo
interrogavano, ansiosi di sapere se la testa di Baldesi cadrà nel paniere del
carnefice, ha risposto tranquillamente che ciò che ha fatto il deputato
fiorentino non ha nulla di straordinario, non solo, ma che nessuno ha mai
pensato di sconfessarlo! »
Le polemiche fra partito socialista
e confederali si fanno aspre, ed agli ammonimenti dell'Avanti! il Vergnanini
risponde con l'insistere ad affermare che «il proletariato deve guardare senza
preoccupazioni all'opera dell'attuale governo». In una lettera all’Avanti!
ribadisce ancora: « lo non sono contro il socialismo, ma soltanto contro certa
specie di Partito Socialista, specialmente quello degli illusi ed esaltati che
hanno lasciato sperare alle masse il miracolo della vittoria proletaria,
assecondando le loro debolezze, nascondendo ad esse la grande portata della
lotta e la difficoltà delle reali conquiste, contese al proletariato, non solo
dal capitalismo e dalla borghesia, ma dalla sua impreparazione civile,
politica, economica, dalla stessa sua anima imbevuta pur essa dell'identico
spirito egoistico che pervade l'ordinamento borghese ».
Questo si chiama parlar chiaro, ed
il fatto che questa sincerità sia sgorgata dall'anima di un grande galantuomo
che alle organizzazioni operaie dedicò tutta la sua vita, assume una grande
importanza. Il Vergnanini, socialista riformista, rivela in queste parole la
sua stanchezza per le inconcludenti, epilettiche continue agitazioni delle
masse provocate dai politicanti del partito; agitazioni che illudevano la
classe operaia, la diseducavano alle lotte civili e la rendevano colpevole dei
mali in cui si dibatteva. Vergnanini, come del resto il D'Aragona, il Rigola,
non credono più all'efficacia della lotta di classe in senso marxista; essi
imperniano la politica economica delle masse nella cooperazione di marca
luzzatiana e la soluzione dei problemi sociali nella pratica liberale giolittiana
e pongono la loro fede - quale estremo rifugio difensivo alle convulsioni
rivoluzionarie del Partito Socialista - negli ulteriori sviluppi della politica
del fascismo verso la pacificazione e verso un regime di tolleranza. Con questa
illusione si costituisce il Comitato per l'unità sindacale con a capo Rinaldo
Rigola; vi fanno parte Alceste De Ambris ed A. 0. Olivetti, due fra i più noti
sindacalisti rivoluzionari. E' composto di confederalisti, sindacalisti e
dannunziani, e pubblica un messaggio nel quale si esclude ogni atto «che torni
a danno della Nazione, il cui interesse generale deve, in ogni caso e da tutti,
essere considerato come superiore agli interessi particolari di categoria e di
classe tanto nei rapporti interni come in quelli internazionali».
Sono i rappresentanti della classe
operaia organizzata nella Confederazione del Lavoro che interpretano il nuovo
stato d'animo dei lavoratori tornati dalle trincee; stato d'animo rivolto agli
interessi nazionali ed in completo distacco dalla propaganda faziosa del
Partito Socialista, anti-italiana e tutta dedita alle voci di Mosca. La classe
operaia sostituisce Carlo Marx con d'Annunzio, sostituisce il Manifesto dei
Comunisti con la Carta del Carnaro. Illusioni l’una e l'altro, ma il Manifesto
era l'anti-Italia mentre la Carta è la Patria sofferente ma vittoriosa.
A questo comitato aderiscono,
almeno spiritualmente, in un primo tempo, la Confederazione del Lavoro
(socialista), L'unione Italiana del Lavoro (repubblicana), i ferrovieri, i
lavoratori del mare, i lavoratori della terra, i lavoratori del porto,
organizzazioni autonome, organizzazioni impiegatizie, ecc... Particolare
significativo ha l'adesione dell'Unione Italiana del Lavoro che al suo inizio
(1918) aveva avuto quali ispiratori Filippo Corridoni ed i suoi seguaci,
sindacalisti rivoluzionari a sfondo anarcoide che, avevano aderito alla guerra
e proclamata la intangibilità della Patria. In una intervista (Avanti! 14
dicembre 1922) Rigola afferma: « Noi concepiamo il sindacato non soltanto come strumento
per il miglioramento materiale dei lavoratori, ma anche come strumento per la
loro elevazione spirituale e per la realizzazione di un nuovo Stato, modellato
sulle linee fondamentali della Carta del Carnaro e che si basi sulle forze del lavoro
e della produzione»... «Noi affermiamo che si deve considerare la Nazione come
un patrimonio spirituale da conservare e come un patrimonio materiale da
conquistare; non già come un fatto essenzialmente capitalista da negare».
venerdì 6 dicembre 2013
I porcelli incostituzionali
La corte costituzionale dichiara incostituzionale la legge elettorale detta "porcellum".
Dopo ben tre legislature elette con la medesima.
Incostituzionali per vizio di incostituzionalità sono quindi tutti i provvedimenti adottati dai quei parlamenti incostituzionalmente eletti?
Chi rimedierà all'incostituzionalità del porcellum? Gli incostituzionali parlamentari ?
Se il parlamento è illegittimo con quale legittimità legifererà contro se stesso?
E il presidente della repubblica è legittimo?
Spettacoli risibili se non costassero la salute a milioni di persone e la dignità a tutta la nazione.
D'altra parte alla scarsa legittimità delle istituzioni nate il 13 giugno 1946 grazie ad un golpe siamo tristemente abituati.
giovedì 5 dicembre 2013
Zibaldone illiro-sabaudo-montenegrino
Non tutti sanno che i primissimi “ricordi italiani” di Elena, la nostra Seconda Regina, è possibile datarli a un giorno dell’inverno 1875, a Napoli, quando Lei non aveva ancora compiuto tre anni. Quello era stato il suo primo viaggio oltre le aspre montagne del Montenegro, e a quella data risaliva il suo primo incontro con un Savoia. Napoli, inverno 1875, dunque. La Principessa Milena del Montenegro (nata Duchessa Vukotiç), madre di Elena, benchè all’apparenza fosse bella e forte, con le gote dorate dalla frizzante aria montenegrina, mostrava sintomi della più temuta malattia di allora: la tisi. La diagnosi si sarebbe rivelata errata, ma i medici di Vienna e Pietroburgo consigliarono il rimedio riservato ai ricchi: svernare al sole, in un paese mediterraneo. Nicola I del Montenegro non era ricchissimo (non potè mai permettersi di dare una dote “faraonica” alle sue figlie), ma le sue sostanze non sarebbero andate in rovina se avesse affittato una villa a Posillipo. Lo fece e mandò la Famiglia in villeggiatura. A Napoli e dintorni c’era allora un bel via vai di teste coronate e la presenza della Principessa Milena con i suoi sette figli maschi e femmine (altri cinque sarebbero nati negli anni successivi) non avrebbe fatto notizia se i Sovrani d’Europa non avessero condiviso una istintiva e divertita simpatia per il minuscolo Principato balcanico la cui storia era intessuta di strenue resistenze contro le invasioni dell’Impero Osmànlo. Il più potente Sovrano della terra, lo Czar di tutte le Russie, amava ripetere una battuta: «La Russia è imbattibile: ha una popolazione di trecentomila montenegrini e ……. centoventi milioni di russi!».
[...]
domenica 1 dicembre 2013
S.A.R. Maria Pia in visita al Museo della Misericordia a Firenze
Firenze, 29 novembre 2013 - Visita regale stamani alla Misericordia di Firenze. Maria Pia di Savoia (nome di battesimo completo Maria Pia Elena Elisabetta Margherita Milena Mafalda Ludovica Tecla Gennara di Savoia), classe 1934, è la figlia maggiore dell'ultimo Re d'Italia Umberto II e di Maria José.
[...]http://www.lanazione.it/firenze/cronaca/2013/11/29/989696-maria_savoia_visita_alla_misericordia.shtml#3
Zapatero rivela: ecco come e perché i leader europei fecero fuori Berlusconi
Condividiamo il seguente articolo non per il merito della vicenda di Berlusconi quanto per la tragica perdita della sovranità nazionale.
Motivo per il quale c'è bisogno di un nuovo Risorgimento. Con gli stessi simboli del precedente.
Vorremmo dire «clamoroso», ma non è così perché sapevamo da tempo, e lo abbiamo più volte scritto, che non solo in Italia ma anche dall’estero arrivavano pesanti pressioni per far fuori Silvio Berlusconi. L’ultima prova, che conferma la volontà di rovesciare un governo democraticamente eletto, la rivela l’ex premier spagnolo Luis Zapatero, che nel libro El dilema (Il dilemma), presentato martedì a Madrid, porta alla luce inediti retroscena sulla crisi che minacciò di spaccare l’Eurozona.
Il 3 e 4 novembre 2011 sono i giorni ad altissima tensione del vertice del G-20 a Cannes, sulla Costa Azzurra. Tutti gli occhi sono puntati su Italia e Spagna che, dopo la Grecia, sono diventate l’anello debole per la tenuta dell’euro. Il presidente americano Barack Obama e la cancelliera tedesca Angela Merkel mettono alle corde Berlusconi e Zapatero, cercando di imporre all’Italia e alla Spagna gli aiuti del Fondo monetario internazionale. I due premier resistono, consapevoli che il salvataggio da parte del Fmi avrebbe significato accettare condizioni capestro e cedere di fatto la sovranità a Bruxelles, com’era già accaduto con Grecia, Portogallo e Cipro. Ma la Germania con gli altri Paesi nordici, impauriti dagli attacchi speculativi dei mercati, considerano il vertice di Cannes decisivo e vogliono risultati a qualsiasi costo. Le pressioni sono altissime.
Zapatero descrive la cena del 3 novembre, con il tavolo «piccolo e rettangolare per favorire la vicinanza e un clima di fiducia». Ma l’atmosfera è esplosiva. «Nei corridoi si parlava di Mario Monti», rivela il premier spagnolo. Già, Monti. Che solo una settimana dopo sarà nominato senatore a vita da Napolitano e che il 12 novembre diventerà premier al posto di Berlusconi. Il piano era già congegnato, con il Quirinale pronto a soggiacere ai desiderata dei mercati e di Berlino.
La Merkel domanda a Zapatero se sia disponibile «a chiedere una linea di credito preventiva di 50 miliardi di euro al Fondo monetario internazionale, mentre altri 85 sarebbero andati all’Italia. La mia risposta fu diretta e chiara: no», scrive l’ex premier spagnolo. Allora i leader presenti concentrano le pressioni sul governo italiano perché chieda il salvataggio, sperando di arginare così la crisi dell’euro.
«C’era un ambiente estremamente critico verso il governo italiano», ricorda Zapatero, descrivendo la folle corsa dello spread e l’impossibilità da parte del nostro Paese di finanziare il debito con tassi che sfiorano il 6,5 per cento. Insomma, i leader del G-20 sono terrorizzati dai mercati e temono che il contagio possa estendersi a Paesi europei come la Francia se non prendono il toro per le corna. Il toro in questo caso è l’Italia.
«Momenti di tensione, seri rimproveri, invocazioni storiche, perfino invettive sul ruolo degli alleati dopo la seconda guerra mondiale…», caratterizzano il vertice. «Davanti a questo attacco – racconta l’ex leader socialista spagnolo – ricordo la strenua difesa, un catenaccio in piena regola» di Berlusconi e del ministro dell’Economia Giulio Tremonti.
«Entrambi allontanano il pallone dall’area, con gli argomenti più tecnici Tremonti o con le invocazioni più domestiche di Berlusconi», che sottolinea la capacità di risparmio degli italiani. «Mi è rimasta impressa una frase che Tremonti ripeteva: conosco modi migliori di suicidio». Alla fine si raggiunge un compromesso, con Berlusconi che accetta la supervisione del Fmi ma non il salvataggio. Ma tutto ciò costerà caro al Cavaliere. «È un fatto – sostiene Zapatero – che da lì a poco ebbe effetti importantissimi sull’esecutivo italiano, con le dimissioni di Berlusconi, dopo l’approvazione della Finanziaria con le misure di austerità richieste dall’Unione europea, e il successivo incarico al nuovo governo tecnico guidato da Mario Monti». Un governo, ora sappiamo con certezza, eletto da leader stranieri nei corridoi di Cannes e non dalla volontà popolare degli italiani.
("Imola Oggi News", 28 novembre 2013).
http://www.imolaoggi.it/2013/11/28/zapatero-rivela-ecco-come-e-perche-i-leader-europei-fecero-fuori-berlusconi/
http://www.imolaoggi.it/2013/11/28/zapatero-rivela-ecco-come-e-perche-i-leader-europei-fecero-fuori-berlusconi/
giovedì 28 novembre 2013
martedì 26 novembre 2013
La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - VII
Contemporaneamente alle sedute della Camera si svolgono al
Senato del Regno le discussioni sulle comunicazioni del governo e sulla
concessione a questo dei pieni poteri per il riordinamento del sistema
tributario e della pubblica amministrazione Salvo qualche blanda critica, accolta
con ostilità dalla maggioranza dei senatori i discorsi sono intonati ad un
supino ed esaltato servilismo verso la persona di Mussolini.
LUIGI ALBERTINI liberale, direttore del Corriere della Sera
rammenta come l'ultima volta che parlò in Senato aveva invocato l'assunzione
dei fascisti al governo, la quale desse loro quella voce, nelle cose d'Italia a
cui avevano diritto; la rivoluzione fascista, che giustamente Mussolini ha
chiamato unica al mondo, si è fatta mentre i servizi funzionavano, mentre i
commerci continuavano, gli impiegati erano al loro posto e gli operai nelle
officine e i contadini nei campi attendevano pacificamente al lavoro».
Egli si duole che « la costituzione sia stata ferita e che
una tradizione cara e sacra, la quale accompagnava il nostro cammino nella
storia dal 1848, sia stata interrotta». E prosegue: «La mia coscienza mi dice -
l'ho affermato ampiamente qui e oggi lo ripeto - che la reazione fascista ha
salvato l'Italia dal pericolo socialista il quale, in forma più o meno aperta,
più o meno minacciosa, incombeva sulla nostra vita che esso da un ventennio
aveva lentamente avvelenato. Mi dice altresì che la reazione fascista, mirando
a ristabilire l'autorità dello Stato e ad infondere nuova energia ai suoi
dirigenti, ha interpretato l"ispirazione più intensa di tutti i veri
italiani. (Approvazioni). Benemerenze insigni queste, che io voglio pienamente
riconoscere ed esaltare ».
« ... è indispensabile che il Governo rappresenti lo spirito
del Paese, e lo spirito del Paese era evidentemente orientato a favore del
fascismo e del suo capo: ciò a prescindere da tante altre considerazioni di
opportunità e di elementare previdenza che faceva ritenere ineluttabile,
urgente, l'avvento legale dei fascisti alla direzione dello Stato ».
Il Senatore Albertini in conclusione si duole del modo
incostituzionale col quale Mussolini si è impossessato del potere, poiché con
la marcia su Roma egli «ha umiliato tutti i poteri dello Stato ed ha inferto
alle sue istituzioni un colpo di cui è vano celarsi la portata». Mussolini,
secondo l'Albertini, doveva « appagare per ora d'una larga partecipazione in un
ministero di transizione per arrivare al predominio dopo le elezioni generali
».
De Cupis: «I fascisti proseguono la loro strada; le file
s'ingrossano; si organizzano militarmente; divengono esercito; occupano comuni,
si addensano intorno a Roma; il ministero, sventata dal senno del Re la guerra
civile, cede il potere, il fascismo dal Re lo riceve e lo assume. L'Italia
applaude». E chiude il discorso salutando Mussolini col nome di Redentore».
(Vivissimi applausi e congratulazioni).
SALVATORE BARZILAI, repubblicano fuori dai ranghi, parlando di Mussolini
dice: «Ammiro il fulgore del sole che sorge ma non cerco di riscaldarmi ai suoi
raggi». Trova modo di giustificare la marcia su Roma nonché la severità e la
crudezza di linguaggio verso la Camera con alcune analogie che ci riportano ai
tempi passati : «Lord Cromwell che entrava alla Camera attorniato da soldati
avvolti in solida armatura «per fare là dentro delle cose assai gravi ».
Cromwell portò via la mazza al Presidente, si bastonarono i deputati, si misero
a fuoco gli stalli cosicchè all"indomani sul frontone della Camera dei
Comuni si metteva un cartello: Camera da
affittare senza mobili; la Romagna, culla del Rinascimento italiano, a
Ravenna ed a Rimini espresse quei capitani di ventura armati di sciabola e di
pugnale ma pure di amore per la Patria. E poi Sforza Sigismondo Malatesta che a
agisce nella visione di Cesare che passa il Rubicone ed infiamma i soldati alla
marcia su Roma. Tutto giustifica il Barzilai quando il fine è l'amore di
Patria. E si appella a Carlyle: tutto sta a trovare l'uomo capace». Ecco perché
Barzilai che si vanta di avere sempre combattuto la politica estera di tutti i
ministeri liberali precedenti, offre la sua fiducia a Mussolini. (Approvazioni,
congratulazioni).
LUIGI RAVA «Auguro con viva speranza che l'impresa grave che
il Presidente del Consiglio ha assunta con mente alacre e con puro cuore, possa
raggiungere l'ideale alto di prosperità e di grandezza a cui mira!».
(Approvazioni, congratulazioni).
ACHILLE LORIA è il solo che, con l'Albertini, parli in senso
di opposizione nella discussione sulle comunicazioni del governo, continuamente
interrotto e rumoreggiato dai colleghi: «Solo alla condizione di procedere alle
riforme non già con le vane parole, ma colla soluzione e coll'azione, il
Governo potrà divenire un grande propulsore nella storia del nostro paese e giustificare
l'enorme dedizione che oggi si compie ai suoi piedi. (Rumori). E' forse infatti
la prima volta nella nostra storia nazionale che si assiste allo spettacolo di
un Parlamento che si suicida (rumori) abdicando alle sue prerogative secolari
nelle mani dei proprii delegati. Ora è necessario che il dolore di questo
sacrificio trovi un corrispettivo luminoso nei benefici delle feconde
restaurazioni. E solo a tale patto potrà essere un giorno acclamata dalle
benedizioni riconoscenti dei nostri successori». (Le ultime parole dell'oratore
si perdono fra i rumori dell’assemblea).
BERENINI, già deputato socialista, relatore della Legge sui
pieni poteri, rivolgendosi a Mussolini esclama: «Siete gli uomini della
libertà; non siete gli uomini della licenza. Avete anche, on. Mussolini,
invocato dal Paese una grande disciplina. Noi accettiamo l'invito e della
nostra disciplina vi diamo con questo atto il primo segno». E continua nella
esaltazione dell'«urto brutale della tragica parodia bolscevica dei seguaci di
Mussolini sotto l'imperio della sua volontà». (Approvazioni vivissime).
Si passa alla votazione a scrutinio segreto del progetto di
legge proposto dal ministro popolare Tangorra:
«Delega dei pieni poteri al Governo del Re per il
riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione » (1).
Senatori votanti: 196, favorevoli: 170; contrari: 26 (25 novembre
1922).
Confortato da questo viatico, alla fine di novembre Mussolini
parte per Losanna onde partecipare alla conferenza internazionale, ed i
giornali sono pieni di elogi incondizionati per l'opera svoltavi. Scrive Il Resto
del Carlino: «Mussolini è stato l'elemento determinante. Egli ha posto con
nettezza la questione dell'eguaglianza di diritti e di doveri fra gli Alleati.
Agli inglesi che si sono da tre anni specializzati nello stuzzicare le velleità
antifrancesi dei tedeschi egli ha chiesto la disciplina dell'Alleanza. E ai
francesi che si vendicavano stuzzicando i rancori anti-inglesi dei turchi ha
chiesto in nome degli stessi principi la disciplina medesima. Agli uni e agli
altri poi, ha imposto il rispetto verso l'Italia ».
Il primo successo internazionale e la forte maggioranza, sia
della Camera che del Senato ed il consenso popolare, permettono al Duce che ha
nel suo Ministero liberali, socialisti e popolari di gettare, nella notte dal
15 al 16 dicembre le basi del Gran Consiglio e della costituzione della Milizia
per la Sicurezza Nazionale. «In questa riunione - dirà poi Mussolini nella sua
Storia di un anno - ebbe inizio un sistema politico che può chiamarsi Diarchia,
il governo in due, il doppio comando». La quale diarchia sarà posta
continuamente, egli aggiunge, «a più o meno dura prova». Accanto all'Esercito
che obbedisce prevalentemente al Re, vi sarà la Milizia che obbedirà prevalentemente
al Duce. Se il Re ha una guardia del corpo, Mussolini avrà una sua guardia
personale, moschettieri e Milizia. Sarà la minaccia perenne alla Monarchia.
(1) Atti Parlamentari, Senato del Regno.
martedì 19 novembre 2013
All’Ateneo di Udine il pensiero politico di Dante
Appuntamento mercoledì 20 novembre a palazzo Antonini Ateneo di Udine
Il pensiero politico di dante all’Ateneo di Udine: ecco la nuova Edizione commentata della monarchia
Curata da Andrea Tabarroni e Paolo Chiesa, che discuteranno anche della modernità di quest’opera di impegno civile del Sommo Poeta.
La nuova edizione della Monarchia di Dante Alighieri (Salerno editrice, 2013), commentata a cura di Paolo Chiesa, dell’Università di Milano, e Andrea Tabarroni, dell’Ateneo di Udine, sarà presentata mercoledì 20 novembre alle 12, presso la sala “Gusmani” di palazzo Antonini, in via Petracco 8 a Udine. L’occasione è offerta dai seminari promossi dal Centro internazionale sul plurilinguismo dell’Ateneo friulano. All’appuntamento, intitolato “Una nuova edizione della Monarchia di Dante” saranno presenti i curatori dell’opera, che discuteranno con Giorgio Ziffer, direttore del Centro internazionale sul pluringuismo, e con il pubblico anche a proposito della modernità dei temi e degli spunti che questo trattato dantesco ancor oggi suggerisce.
La Monarchia, opera di impegno civile e depositaria del pensiero politico di Dante nella sua forma più compiuta, «rappresenta – spiegano Tabarroni e Chiesa – un tassello fondamentale nell’evoluzione del pensiero dantesco. E tuttavia oggi è ancora poco letta». L’opera, infatti, «è forse – spiega Tabarroni – la più ostica di Dante, non soltanto per l’uso della lingua latina, ma anche per il linguaggio impiegato, che è quello della logica e della filosofia». Grazie alla nuova edizione commentata da Tabarroni e Chiesa, il lettore moderno dispone di un accesso più agevole al testo, che risulta comprensibile anche a un pubblico di non specialisti.
Andrea Tabarroni è direttore del Dipartimento di Studi umanistici e dal 1996 insegna all’Ateneo di Udine Storia della filosofia medievale, concentrando le sue ricerche specialmente sulla storia della logica e del pensiero politico medievali.
Paolo Chiesa, che ha insegnato all’Ateneo di Udine Letteratura latina medievale dal 1992 al 2006 ricoprendo per tre anni la carica di direttore del Dipartimento di Storia e tutela dei beni culturali, insegna ora presso il Dipartimento di Filologia moderna dell’Università di Milano e si occupa principalmente della tradizione manoscritta delle opere della latinità medievale.
lunedì 18 novembre 2013
Quando Anders offrì a Umberto II di eliminare i comunisti
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| Il generale Władysław Anders |
di Stefano Zurlo
E’ un episodio inedito, o quasi, della nostra storia recente. E’ il giugno 1946, periodo tormentassimo con la monarchia di casa Savoia che prepara le valigie per l’esilio. Il 2 giugno gli italiani hanno scelto, al referendum, la repubblica.
Il 9 giugno, in un clima pesantissimo, la polizia apre il fuoco contro i simpatizzanti monarchici che si sono ritrovati a Napoli davanti alla sede del partito comunista: è una carneficina. Nove morti.
Molti consiglieri propongono a re Umberto di usare le maniere forti per ristabilire l’ordine e gridano al golpe, alla manipolazione dei dati referendari. E’ in questa situazione che si fa avanti anche il generale Anders, il mitico comandante delle truppe polacche che hanno combattuto con onore in Italia, hanno espugnato Montecassino aprendo agli Alleati la strada per Roma e hanno liberato Bologna. I polacchi – come racconta Luciano Garibaldi nel libro “Gli eroi di Montecassino “, Mondadori - hanno il sangue avvelenato con il Pci, forse perché hanno subito sulla loro pelle gli orrori dello stalinismo e dell’occupazione. Anders che è ancora in Italia con i soldati del Secondo corpo d’armata fa a Umberto II una proposta secca: ci penserà lui, con i suoi uomini, a togliere di mezzo i comunisti.
Re Umberto però non accetta: “Non una goccia di sangue per me e la mia Casa”. Il re parte per l’esilio in Portogallo. Anders e i suoi soldati, traditi da tutti, nell’autunno del ’46 partono per l’Inghilterra. L’Unità del 16 ottobre 46 scriverà che stanno preparando “una guerra contro l’Unione Sovietica”.
domenica 17 novembre 2013
La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - VII
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| L'On Emanuele Modigliani |
Si passa al disegno di legge
proposto dal ministro popolare Tangorra:
«Delega dei pieni poteri al Governo
del Re per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica
amministrazione » (17 novembre 1922) (1 ).
Anche qui l'opposizione viene
soltanto dai banchi dell'estrema sinistra. Parlano, contro: Modigliani,
Lazzari, Macrelli, Pestalozza. Majolo, Donati, Buozzi, Uberti, Buffoni. L'on.
Riboldi, mentre sostiene che la dittatura di Mussolini è una dittatura
personale voluta soltanto dalla classe dirigente che vuol conservare i suoi
privilegi afferma poi che attraverso il fascismo «si è arrivati all'uomo che si
è imposto fuori del Parlamento». Cioè con la volontà popolare.
Va posta in rilievo la
dichiarazione fatta a nome del gruppo popolare dall’on. Mario Cingolani, già
sotto segretario del ministero Facta all’epoca della marcia su Roma. Il
Cingolani avrà poi grande influenza nel 1946 a determinare l'attitudine
repubblicana della Democrazia Cristiana e sarà uno dei più accaniti ed
ingenerosi accusatori del Re quale responsabile del fascismo:
MARIO CINGOLANI: Mi sia consentito
di fare alcune dichiarazioni a nome del gruppo popolare. Questo voterà i pieni
poteri: questo voto è la conseguenza logica del voto già dato favorevolmente al
ministero.
«Voce a destra: Fascismo!
«Cingolani: No. Non è fascismo ma è
volontà decisa e precisa di servire il Paese (Bene al centro).
«In un momento grave come questo,
così acceso di trepidazione e di speranza per la salvezza del Paese; in un
momento politico, di necessità rivoluzionario e che occorre rapidamente
superare, non è davvero il caso di lesinare al Governo i mezzi per fronteggiare
adeguatamente la situazione».
L'on. Cingolani accenna al
«prestigio del Presidente del Consiglio e della forza di giovinezza che è
salita al potere»; alla «fiducia che proviene in noi da ricordi recenti della
vostra parola e del vostro pensiero»; indi conclude, sempre rivolto all'on.
Mussolini: «Ma oggi c'è troppa gente che si arroga il diritto di attribuirvi le
proprie idee pur non essendo nei vostri quadri, ma tentando di navigare nella
scia della vostra barca non precisamente per tutelare interessi generali; di
fronte a costoro il paese che lavora, che produce, che con tanta ansia attende
l'opera vostra di disciplina, di valorizzazione di tutte le forze reali, di
esaltazione di tutti i valori ideali, di sacrificio pronto di tutti per il bene
di tutti, riafferma che non per i torbidi profittatori dell'angustia
finanziaria ed economica della Patria vi accorda la sua fiducia, ma unicamente
perché confida che l'opera vostra sarà per la pace, la grandezza, la prosperità
della Nazione ». (Vivi applausi al centro. Congratulazioni).
L'on. Salandra, relatore, per la
maggioranza, del disegno di legge, rinuncia a parlare e quindi si passa alla
votazione dell'ordine del giorno dell'on. Sanna Randaccio:
« ... la Camera, ritenendo che
nell'interesse supremo della Patria, sia necessario munire il Governo del Re di
ampi poteri che gli consentano di risolvere liberamente, senza le difficoltà
della procedura parlamentare i più urgenti problemi della finanza e della
pubblica amministrazione, passa alla discussione degli articoli ».
Presenti e votanti 365;
maggioranza: 183; favorevoli: 275; contrari: 90 (25 novembre 1922) (2).
La Camera approva il principio
della concessione dei pieni poteri e passa alla discussione degli articoli del
disegno di legge. Hanno votato contro i socialisti, i massimalisti. i comunisti
i repubblicani, ed il gruppo sardo d'azione.
L'on. Modigliani parla in sostegno
di alcuni suoi emendamenti. Egli propone che dopo l'inciso: «... facoltà di
emanare disposizioni aventi vigore di legge» contenuto nell'articolo primo del
testo della Commissione, si aggiunga: «ferme restando le facoltà attribuite
dallo Statuto al Parlamento, l’ordinamento e la forma di questo». Nello
svolgere il suo emendamento l’on. Modigliani chiarisce che esso mira ad escludere,
nella interpretazione della legge sui pieni poteri «ogni facoltà capace di
modificare la struttura fondamentale degli organi rappresentativi della Nazione».
Egli non pretende nemmeno che il suo emendamento venga messo ai voti; si
accontenterebbe di una categorica adesione del governo. E prosegue: «Ci
permettiamo di far rilevare la gravità del voto che si sta per prendere. Per
tutte le ragioni esposte la Camera si appresta a concedere i pieni poteri; ma
che questi pieni poteri possano arrivare fino alla modificazione della
struttura del Parlamento e delle sue attribuzioni secondo lo Statuto (rumori) ed arrivare fino, in via di
ipotesi, alla soppressione della Camera dei deputati, questa ci pare davvero
cosa che non possa passare tra l'indifferenza della Camera ».
L'on. Modigliani ha posto
brillantemente e con intuito profetico, il dito sul pericolo incombente, ma nessuno
dei giuristi liberali, da Salandra ad Orlando, da Bonomi a Sarrocchi, gli viene
in soccorso. Anzi, l'on. Salandra si fa premura ad assicurare il Modigliani
della inutilità ed infondatezza delle sue preoccupazioni, mentre Mussolini si
alza e dice:
MUSSOLINI: «Potrei associarmi
senz'altro alle dichiarazioni dell'on. Salandra per dire alla Camera, ed anche
all'on. Modigliani, che non intendiamo abusare dei pieni poteri, che non
intendiamo di rifare il mondo dalle sue fondamenta, perché questa fatica sarebbe
troppo grave anche per uomini di levatura infinitamente superiore alla nostra.
Parlamento, Camera e Senato non sono assolutamente in gioco. Quindi i tremori e
le trepidazioni dell'on. Modigliani non hanno ragione d'essere! » (Commenti).
L'on. Modigliani ritira il suo
emendamento.
Ultimo oratore è l'on. De Andreis
il quale pone in rilievo come la Camera si sia « dimostrata così buonina, così
quietina, così... carina, che ha votato i pieni poteri con tanto entusiasmo...
». E propone, come finale umoristico, che la Camera venga addirittura
aggiornata per due anni, visto che non le rimane nulla da fare...
Viene quindi posto in votazione a
scrutinio segreto, il disegno di legge di iniziativa democristiana circa la
delegazione dei pieni poteri al Governo del Re per il riordinamento del sistema
tributario e della pubblica amministrazione.
Deputati presenti e votanti: 295.
maggioranza, 148; favorevoli: 215; contrari: 86 (25 novembre 1922).
La Camera approva i pieni poteri
coi quali vengono trasmesse nelle mani del governo tutte le potestà che nelle
circostanze normali sono riservate al Parlamento, oramai praticamente messo
nella impossibilità di funzionare.
(1) Compongono la Commissione che
deve esaminare il progetto di legge gli on.: Bertone popolare, Ivanoe Bonomi (soc.
riformista), Colosimo (dem. liberale),
De Nava (dein. liberale), Fera (deni. sociale), Lazzari (soc.), Matteotti
(Soc.), Paratore (dein. sociale), Salandra (liberale dem.). (Atti parlamentari,
C. D., Sessione 1921-23, vol. 9).
(2) Veggansi in appendice i nomi
dei deputati che hanno aderito ai pieni poteri e di quelli che hanno votato
contro.
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