NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 31 gennaio 2014

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - XI

Mussolini nel 1923
Mussolini anti-liberale: «l'opera del Governo non si discute».

Socialisti ufficiali (che fanno capo all'Avanti!) e socialisti democratici (che fanno capo alla Giustizia) si azzuffano fra di loro: la sezione della Fiom di Torino, detenuta dai primi viene sciolta dal comitato centrale nel quale predominano i riformisti Buozzi, Colombino, ecc... Mussolini ne approfitta e scioglie l'Associazione Generale degli operai di Torino, sorta nel 1850 con finalità mutualistiche, solo perché caduta in mano ai comunisti che - come al solito - ne hanno fatto strumento di parte. Contemporaneamente, Il Lavoro d’Italia, giornale fascista, accenna alla eventualità di permettere l'esistenza alle sole organizzazioni sindacali fasciste ed alla Confederazione del Lavoro. L'Osservatore Romano insorge e protesta perché ciò significherebbe un grave pericolo per le organizzazioni operaie cattoliche. L’organo del Vaticano che mai aveva fatto cenno alle devastazioni compiute contro le camere del lavoro socialiste, ora si ribella alla sola minaccia di scioglimento delle organizzazioni bianche. Con questi provvedimenti e con queste minacce Mussolini rivela le sue tendenze: mentre è imperialista in politica estera sarà reazionario all’interno ora che ha quasi tutti gli istrumenti adatti per esercitare la dittatura: voto di fiducia riconfermatogli più volte dalla Camera e dal Senato pieni poteri a grande maggioranza - istituzione del Gran Consiglio - fondazione della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale che sarà composta di 300.000 uomini armati.
Nessuno dei nostri uomini politici, nessun giornale, nessun giurista protesta per la istituzione di una guardia armata di partito. Anzi il senatore socialista Ettore Ciccotti dopo avere difesa sul Giornale d'Italia la necessità dell'istituzione della M.V.S.N. onde difendersi contro attacchi e insidie che non possono mancare dove vi sono interessi, anche legittimamente offesi e passioni contrastate, così continua: «La Nazione deve molta gratitudine a quegli uomini ardimentosi e di fede che, nelle ore difficili si sono messi allo sbaraglio, e deve averli in vista sempre e ovunque, nel concorso delle necessarie attitudini, ne sarà utile l'impiego».
Nemmeno la creazione di un organo come il Gran Consiglio che evidentemente, sin dal nascere, rivela il suo compito di sostituire le designazioni della maggioranza mette in guardia i nostri parlamentari, né è materia di protesta per i giornali di opposizione. Il Gran Consiglio è stato creato nella notte dal 15 al 16 dicembre 1923 e funziona, senza che alcuna legge lo autorizzi, come organo del fascismo fino al 9 dicembre 1928, quando ne verrà emanato l'ordinamento e definite le attribuzioni. Organo schiettamente rivoluzionario funzionerà accanto e inevitabilmente al di sopra del Governo parlamentare, come strumento della rivoluzione che poggia e si appella alla forza armata delle camicie nere. Esso si sottrae al controllo parlamentare ed alla giurisdizione dei capi supremi delle forze armate dello Stato.
In quella stessa notte dal 15 al 16 dicembre viene deliberata la istituzione della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, alle dipendenze dirette del Capo del Governo e del Gran Consiglio.
Non sarà ripetuto abbastanza che questi due strumenti massimi della dittatura sono creati essendo al Governo: liberali, democratici sociali, riformisti e popolari. Confermiamo: nei giornali dell'epoca non si trova traccia di protesta, nemmeno di critica blanda; silenzio o approvazioni incondizionate.
E' la fine della collaborazione fra Parlamento e Corona, fra Popolo e Sovrano. Del resto Mussolini attraverso agenzie semiufficiose ha fatto sapere «che non si deve discutere alla Camera perché tentare di discutere la politica del Governo vuol dire fare atto di sabotaggio contro lo Stato, peggio, attentare alla sicurezza dello Stato».
Alla ripresa parlamentare del 6 febbraio 1923 il gruppo socialista presenta una mozione contro la politica interna del Governo: «La Camera, constatato che le pubbliche e private libertà sono sistematicamente manomesse in danno dei lavoratori, delle organizzazioni e in genere di quanti manifestano il proprio dissenso dalla politica del Governo, ecc.», ma alla discussione si oppone Mussolini e la Camera approva.
In mezzo a tanto spiegamento di reazione primeggiano purtroppo, fra i maggiori difensori del fascismo, gli esponenti del nostro liberalismo: Orlando e Giolitti, Salandra e Sarrocchi, Bonomi e Fera, De Capitani e Gentile. Il Partito Liberale si affanna in dichiarazioni di lealismo ma le agenzie ed i giornali ufficiosi fanno sapere che «il Governo di Mussolini non condivide la concezione liberale dello Stato e sostiene invece la concezione fascista dello Stato, il che vuol dire che il Governo Mussolini non è affatto disposto a consentire un'opera di sabotaggio dell'azione statale, anche se compiuta sotto i paludamenti più rispettabili e con metodi più indiretti». Ed il Giornale d'Italia, in un articolo intitolato «I liberali ed il Fascismo», esalta il P.L. vantandone la benemerenza per avere aiutato e difeso il nuovo movimento nei primi tempi.
Solo il Mondo insorge anche perché è, risaputo che le espressioni tanto severe contro il liberalismo erano state pronunciate il giorno prima in un colloquio fra Mussolini e la direzione del partito, colloquio nel quale si erano scambiate dichiarazioni di fiducia da ambo le parti. E l'Avanti! non risparmia le sue invettive a Giolitti, «il vecchio grammofono democratico», ma specialmente investe Orlando, «l'uomo della disfatta diplomatica dell'Italia, disfatta più grave di quella di Caporetto perché irreparabile» per il fatto di avere messo la sua scienza giuridico -costituzionale al servizio del colpo di Stato». «La via era tracciata e su quella via si precipitarono Bonomi e Fera,      don Sturzo, Facta e tutti quanti!... »
I liberali oramai come tutti     partiti del resto,
non costituiscono che un esercito in       rotta i cui capi hanno rinunciato al combattimento. Nel discorso alla Camera dei deputati del 1 febbraio 1923 il Duce rivela la tecnica e la dottrina fascista in completa antitesi col liberalismo. Egli non tende più al governo forte ma al governo personale, cioè alla dittatura; e nella seduta precedente, in una acuta critica, Filippo Turati aveva rilevato gli atteggiamenti di prepotenza assunti dal Capo del Governo. Nel chiedere la discussione sul disegno di legge delle otto ore di lavoro - discussione rinviata dall'on. Mussolini - Turati così concludeva: «E doveroso uscire da questa ambiguità. O governare col Parlamento restituito alla pienezza dei suoi poteri, o governare con la dittatura, con le formidabili responsabilità storiche che essa comporta. Le due cose, lungamente, non possono vivere insieme».
Il deputato socialista cercava evidentemente di portare il governo sul terreno della politica interna, ma il ministro democristiano del lavoro Cavazzoni sostiene la tesi del rinvio prospettata da Mussolini, il quale parlando sulla politica estera ed interna dichiarava in tono che non ammetteva replica: «Dureremo trent'anni per lo meno ed avremo tempo di dimostrare la nostra originalità... Non c'è niente da discutere in materia di politica interna, quello che accade, accade per una precisa e diretta volontà e dietro miei ordini tassativi, dei quali assumo naturalmente piena e personale responsabilità. La differenza fra lo Stato liberale e lo Stato fascista consiste precisamente in ciò: che lo Stato fascista non solo si difende, ma attacca. E coloro che intendono di diffamarlo allo estero e di minarlo all'interno devono sapere che il loro mestiere importa incerti durissimi. I nemici dello Stato fascista non si meraviglieranno se io li tratterò severamente come tali ».
Accennando a certe avances - smentite da Turati - fatte dal giornalista Gregorio Nofri da parte dei socialisti ed in nome del Turati stesso, brutalmente dichiara che «le pecore rognose non entreranno nel mio ovile» (1). E così conclude il discorso: «Credo che in queste direttive di politica interna e di politica estera sia oggi consenziente la parte migliore del popolo italiano». (Vivi e prolungati applausi). Prende quindi la parola l'on. Orlando per difendersi dalle accuse sulle conseguenze del trattato di Londra, ed esaltare le fede che egli ebbe nella Vittoria nei tristi giorni di Caporetto. Non una parola, però, in difesa della libertà e dei diritti politici dei cittadini.

(1) All'accusa mossa alla Camera da Mussolini circa le       avances dei socialisti social democratici per un accordo col Governo, Turati  smentiva. Ma il PopoIo d'Italia nella persona del Suo redattore capo Sandro Giuliani      assicurava dell'avvenuto colloquio coi Nofri, e pubblicava una lettera di  Mussolini nella quale si parlava       di queste avances dovute all'iniziativa del socialista Carlo Missiroli. Dalle polemiche di quei giorni risulterebbe che trattative vi furono. Ma poi Mussolini sterzò e le respinse.

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