NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 24 febbraio 2013

La Monarchia e il Fascismo - II



Il Partito Popolare (democristiano) con don Sturzo «dittatore borbonico».

Nel grande confusionismo dei partiti e delle tendenze un poco di chiarificazione - per lo meno nello schieramento - lo abbiamo nella costituzione del Partito Popolare (20-1-1919) e nella fondazione dei Fasci di Combattimento (23-3). Il Partito Popolare sorge come crede della Democrazia Cristiana, organizzazione tentata da don Romolo Murri e stroncata da Papa Sarto Pio X. Ma esso ripeteva anche le sue origini da un Comitato del 1900 nel quale figurava già don Sturzo. Dal non expedit a Gentiloni, da Gentiloni a don Sturzo. Con la tessera di un partito i cattolici scendono in campo con programma minimo e massimo di socialismo. Il nuovo partito appare subito come la genuina espressione politica del Vaticano, l'organizzazione elettorale che doveva irreggimentare i cattolici. Vi era bensì già una Unione Popolare, ma questa non aveva fondamento politico poiché - da quanto si legge in un indirizzo presentato al Papa dal presidente Dalla Torre - essa è stata «istituita per garantire, difendere, promuovere i sommi principii di civiltà cristiana fra il popolo, nella famiglia, nella scuola, nel Paese». Con la costituzione del Partito Popolare la Chiesa si appresta lo strumento onde concorrere alla conquista del potere e dello Stato.

Nelle polemiche scatenatesi in quei giorni per questa presa di posizione dei cattolici, l'Osservatore Romano interviene a spiegare che «certamente nel pensiero del Vaticano vi è sempre di render la Chiesa indipendente dalla potestà civile italiana, ed in ciò appunto consiste la questione romana». Ed alla Tribuna la quale chiede al Partito Popolare se in caso di conflitto fra il Vaticano e l'Italia il nuovo schieramento «sarà italiano od altrimenti», l'Osservatore risponde che i cattolici devono restare uniti col Vaticano. E Filippo Crispolti (fatto poi senatore da Mussolini) che al Consiglio comunale di Torino aveva un giorno protestato per l'occupazione di Roma e per la festa del XX settembre, rileva che la caratteristica del P.P. consiste nella lotta contro il liberalismo. In un periodo tragico come quello dell'immediato dopo guerra e degli anni successivi nei quali si vive nella affannosa ricerca di un minimo di ordine politico e morale, questo nuovo partito, lungi dal sostenere le vecchie impalcature dello Stato nazionale specula soprattutto sul disagio economico delle classi lavoratrici e si diletta a fiancheggiare il bolscevismo, non fosse altro per far dispetto al liberalismo ed impedirgli la riorganizzazione dello Stato. I liberali ammoniscono i popolari che, accomunandosi coi socialisti potrebbero da un momento all'altro mettere in pericolo la compagine stessa della nazione, ma l'organo Vaticano difende l'estremismo socialista ed il P.P. come « partiti che hanno in sé le ragioni essenziali di ordine di moralità e di giustizia e di vera libertà». E continua a denigrare quello spirito di cui i liberali sono alla ricerca e che il Paese dimostra averne urgente bisogno esso nega che possano arrogarsi il monopolio dell'ordine, «cosa che fra altro ben poco si meriterebbero». Ed aggiunge: «Il progresso  nell'applicazione dei principii di moralità e di giustizia, non fu mai il suo forte, e gravi responsabilità ricadono sul Partito Liberale nell'aumento della delinquenza, nella decadenza completa di ogni rispetto della fede pubblica e privata»; termina la concione col pistolotto finale affermando che i veri patrioti sono invece quelli che «in fatto di elezioni aderiscono ai cattolici». Più tardi l'Osservatore arriva a scrivere che « non siamo mai riusciti a comprendere come certi cattolici possano in qualche caso adattarsi a formare un tutt'uno coi liberali». E per essere aderente e conseguente alle proprie convinzioni manda due deputati popolari nel ministero Nitti composto unicamente di aborriti liberali «fautori della delinquenza».

Eppure le divergenze fra liberalismo e cattolicesimo non dovrebbero nutrirsi soltanto di contenuto tattico politico contingente, ma soprattutto di prinripii dottrinari, i quali fanno nascere i socialisti da una razionale deduzione, nati dallo stesso errore liberale, ma, come tutti i figli dell'errore, in antitesi con chi li ha generati poiché i socialisti altro non fanno che contrapporre alla società individuale del liberalismo quella collettiva del socialismo. Espressione tipica di questa antitesi è la proprietà: per i liberali uguale per tutti nel diritto, per i socialisti uguale per tutti nel possesso. Ora, la Chiesa ritiene il concetto classico della proprietà individuale un concetto pagano perpetuato per opera del liberalismo e rimodernato dal socialismo. Ma nella sua continua opera quotidiana di denigrazione del liberalismo e quindi dello Stato, l'organo magno del Vaticano si dimentica o non vede che la proprietà individuale, cioè liberale della terra è il concetto prevalente, è l'ossessione dei propagandisti del P.P. che si rivolgono di preferenza ai piccoli proprietari, cioè al ceto medio, il ceto pagano per eccellenza, almeno nel senso inteso dal giornale nell'attaccamento e nella concezione del diritto di proprietà privata individuale ed assoluta, ciò che del resto è ammesso dalla Rerurn Novarum di Leone XIII, anche se questi augura che »la terra, sebbene divisa tra privati resti nondimeno a servizio e beneficio di tutti, non essendovi uomo al mondo che non riceva alimento da quella ». Ecco perché le conclusioni dell'Osservatore Romano sulla socializzazione della proprietà, posta fra l'individualismo da una parte ed il collettivismo dall'altra, sono semplicemente un assurdo dottrinario in contrasto con la tattica dei suoi stessi organi politici.

La costituzione del nuovo partito ha destato soprattutto l'allarme nel campo socialista dove più facilmente esso può mietere preceduti. Così commenta l'Avanti!:

« I promotori del Partito Popolare sono tutti degli ex democratici cristiani adattatisi - i più per opportunismo - ai compromessi giolittiani, pontefice Pio X. Hanno tutti fornicato con i conservatori e con gli agrari nelle elezioni politiche del 1904, 1909, 1913, assicurando i voti delle organizzazioni cattoliche alle alleanze politiche e amministrative, non schivando i compromessi elettorali col conservatorume massonico ed ebreo. Durante le grandi agitazioni classiste tra il 1904 ed il 1908 hanno sostenuto le leghe gialle (repubblicane), facendo opera di crumiraggio. Prima e durante la guerra libica sono stati alleati coi protezionisti e coi nazionalisti ed il Banco di Roma li asservì alla politica giolittiana.

«Nell'attuale guerra i clericali sono stati, come sempre, degli oppositori politici. Neutralisti durante la neutralità perché neutralista la enorme maggioranza dei futuri elettori, difensori della Triplice per i rapporti amichevoli del Vaticano con la corte di Vienna e per la secolare avversione per la Francia, sostenitori del «parecchio» giolittiano e del «sacro egoismo» prima e patrioti a guerra dichiarata, per sfruttare l'alleanza col governo e l’armistizio con la democrazia massonico-intesista. Spaventati dall'accusa di «disfattismo» che li univa, nelle responsabilità ai socialisti neutralisti, dopo la rotta di Caporetto, si affrettarono a fare professione di fede alla monarchia ed alla Patria gridando con impeto turatiano il loro: «Sul Grappa è la Patria! ».

Dopo avere esaminate le varie situazioni nelle quali i cattolici agirono sempre per opportunismo elettorale l'articolista conclude: «Il Partito Popolare italiano esce da una fittissima rete di istituti di credito, di casse rurali, di speculazioni finanziarie e di interessi politici, di organizzazioni e di giornali e posa sulla poderosa impalcatura della Chiesa cattolica e sulle masse cattoliche inquadrate in un esercito compatto e disciplinato».

Ma gli strali maggiori sono diretti verso don Sturzo che del P.P. ne è il segretario politico oltre ad esserne la più tipica espressione. Un giornale del suo paese, la Gazzetta di Caltagirone, in un articolo che ha per titolo «Chi è don Sturzo», così lo definisce: «Guardiamo a questa figura di sacerdote che di questi giorni tutte le gazzette d'Italia fanno a gara a presentare come una verità, un prodigio, un rompicapo, una sfinge al pubblico. Dal momento che egli è diventato una specie di redentore di questo povero mondo politico italiano per gli allocchi, una specie di gran maestro per gli intriganti, una specie di Napoleone - proprio un piccolo Napoleone lo ha chiamato qualcuno - per tutte le disperse schiere dei partiti politici, sarà bene che Caltagirone dica anche la sua e lo presenti: Caltagirone che gli ha dato i natali ed ha assistito a tutto il suo svolgimento d'amministratore e di uomo politico e deve conoscerlo perciò un po' meglio del restante pubblico italiano. Don Sturzo è sempre l'uomo della coscienza sdoppiata: trenta minuti in Chiesa con Dio, ventitre ore e mezzo della giornata un politicante avanzato, un ambizioso sfrenato, un agitatore deciso. Veste la tonaca talare per diletto e tornaconto, nascondendovi le sue colpe, cinge la fascia tricolore ma fà scempio delle leggi e dei regolamenti statutari.

«Predica democrazia - anche cristiana - nei congressi e comizi, vanta i famosi referendi popolari nei programmi elettorali, ma sgoverna dispoticamente e già ogni suo atto afferma la sua natura di signorotto feudale. E' il segretario politico di un partito mirante alla riforma radicale di tutte le istituzioni, al rinnovamento delle coscienze, alla libertà d'insegnamento e chi più ne ha più ne inetta, raccogliendo da tutti i partiti politici ma soprattutto da quelli estremi. E' l'equivoco di questo partito e l'ibridismo fatto sistema per dare la scalata al Parlamento e governare l'Italia in nome di chi non poté riuscirvi per la sconfitta degli Asburgo.

«Don Sturzo è un amministratore autocrate e prepotente; la sua Caltagirone non fà più parte del Regno d'Italia da 14 anni: egli ne è il dittatore borbonico: se avesse potuto, avrebbe istituito la forca austriaca » (1).

(1) Il Partito Popolare di don Sturzo è, com'è noto, la ripresa della Democrazia Cristiana di don Romolo Murri. A sua volta quella di De Gasperi non è altro che la rinascita dello stesso P.P. Nel corso di questa storia verranno quindi adoperate indifferentemente le qualifiche di Partito Popolare oppure di Democrazia Cristiana dal momento che esprimono la stessa cosa e poi perché si riferiscono alla stessa organizzazione confessionale.

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