Nel grande confusionismo dei partiti e delle tendenze un poco di
chiarificazione - per lo meno nello schieramento - lo abbiamo nella
costituzione del Partito Popolare (20-1-1919) e nella fondazione dei Fasci di
Combattimento (23-3). Il Partito Popolare sorge come crede della Democrazia
Cristiana, organizzazione tentata da don Romolo Murri e stroncata da Papa Sarto
Pio X. Ma esso ripeteva anche le sue origini da un Comitato del 1900 nel quale
figurava già don Sturzo. Dal non expedit a Gentiloni, da Gentiloni a don
Sturzo. Con la tessera di un partito i cattolici scendono in campo con
programma minimo e massimo di socialismo. Il nuovo partito appare subito come
la genuina espressione politica del Vaticano, l'organizzazione elettorale che
doveva irreggimentare i cattolici. Vi era bensì già una Unione Popolare, ma
questa non aveva fondamento politico poiché - da quanto si legge in un
indirizzo presentato al Papa dal presidente Dalla Torre - essa è stata «istituita
per garantire, difendere, promuovere i sommi principii di civiltà cristiana fra
il popolo, nella famiglia, nella scuola, nel Paese». Con la costituzione del
Partito Popolare la Chiesa si appresta lo strumento onde concorrere alla
conquista del potere e dello Stato.
Nelle polemiche
scatenatesi in quei giorni per questa presa di posizione dei cattolici,
l'Osservatore Romano interviene a spiegare che «certamente nel pensiero del
Vaticano vi è sempre di render la Chiesa indipendente dalla potestà civile
italiana, ed in ciò appunto consiste la questione romana». Ed alla Tribuna la
quale chiede al Partito Popolare se in caso di conflitto fra il Vaticano e
l'Italia il nuovo schieramento «sarà italiano od altrimenti», l'Osservatore
risponde che i cattolici devono restare uniti col Vaticano. E Filippo Crispolti
(fatto poi senatore da Mussolini) che al Consiglio comunale di Torino aveva un
giorno protestato per l'occupazione di Roma e per la festa del XX settembre,
rileva che la caratteristica del P.P. consiste nella lotta contro il
liberalismo. In un periodo tragico come quello dell'immediato dopo guerra e
degli anni successivi nei quali si vive nella affannosa ricerca di un minimo di
ordine politico e morale, questo nuovo partito, lungi dal sostenere le vecchie
impalcature dello Stato nazionale specula soprattutto sul disagio economico
delle classi lavoratrici e si diletta a fiancheggiare il bolscevismo, non fosse
altro per far dispetto al liberalismo ed impedirgli la riorganizzazione dello
Stato. I liberali ammoniscono i popolari che, accomunandosi coi socialisti
potrebbero da un momento all'altro mettere in pericolo la compagine stessa
della nazione, ma l'organo Vaticano difende l'estremismo socialista ed il P.P.
come « partiti che hanno in sé le ragioni essenziali di ordine di moralità e di
giustizia e di vera libertà». E continua a denigrare quello spirito di cui i
liberali sono alla ricerca e che il Paese dimostra averne urgente bisogno esso
nega che possano arrogarsi il monopolio dell'ordine, «cosa che fra altro ben
poco si meriterebbero». Ed aggiunge: «Il progresso nell'applicazione dei
principii di moralità e di giustizia, non fu mai il suo forte, e gravi
responsabilità ricadono sul Partito Liberale nell'aumento della delinquenza, nella
decadenza completa di ogni rispetto della fede pubblica e privata»; termina la
concione col pistolotto finale affermando che i veri patrioti sono invece
quelli che «in fatto di elezioni aderiscono ai cattolici». Più tardi
l'Osservatore arriva a scrivere che « non siamo mai riusciti a comprendere come
certi cattolici possano in qualche caso adattarsi a formare un tutt'uno coi
liberali». E per essere aderente e conseguente alle proprie convinzioni manda
due deputati popolari nel ministero Nitti composto unicamente di aborriti
liberali «fautori della delinquenza».
Eppure le divergenze
fra liberalismo e cattolicesimo non dovrebbero nutrirsi soltanto di contenuto
tattico politico contingente, ma soprattutto di prinripii dottrinari, i quali
fanno nascere i socialisti da una razionale deduzione, nati dallo stesso errore
liberale, ma, come tutti i figli dell'errore, in antitesi con chi li ha
generati poiché i socialisti altro non fanno che contrapporre alla società
individuale del liberalismo quella collettiva del socialismo. Espressione
tipica di questa antitesi è la proprietà: per i liberali uguale per tutti nel
diritto, per i socialisti uguale per tutti nel possesso. Ora, la Chiesa ritiene
il concetto classico della proprietà individuale un concetto pagano perpetuato
per opera del liberalismo e rimodernato dal socialismo. Ma nella sua continua
opera quotidiana di denigrazione del liberalismo e quindi dello Stato, l'organo
magno del Vaticano si dimentica o non vede che la proprietà individuale, cioè
liberale della terra è il concetto prevalente, è l'ossessione dei propagandisti
del P.P. che si rivolgono di preferenza ai piccoli proprietari, cioè al ceto
medio, il ceto pagano per eccellenza, almeno nel senso inteso dal giornale
nell'attaccamento e nella concezione del diritto di proprietà privata
individuale ed assoluta, ciò che del resto è ammesso dalla Rerurn Novarum di
Leone XIII, anche se questi augura che »la terra, sebbene divisa tra privati
resti nondimeno a servizio e beneficio di tutti, non essendovi uomo al mondo
che non riceva alimento da quella ». Ecco perché le conclusioni
dell'Osservatore Romano sulla socializzazione della proprietà, posta fra
l'individualismo da una parte ed il collettivismo dall'altra, sono semplicemente
un assurdo dottrinario in contrasto con la tattica dei suoi stessi organi
politici.
La costituzione del
nuovo partito ha destato soprattutto l'allarme nel campo socialista dove più
facilmente esso può mietere preceduti. Così commenta l'Avanti!:
« I promotori del
Partito Popolare sono tutti degli ex democratici cristiani adattatisi - i più
per opportunismo - ai compromessi giolittiani, pontefice Pio X. Hanno tutti
fornicato con i conservatori e con gli agrari nelle elezioni politiche del
1904, 1909, 1913, assicurando i voti delle organizzazioni cattoliche alle alleanze
politiche e amministrative, non schivando i compromessi elettorali col
conservatorume massonico ed ebreo. Durante le grandi agitazioni classiste tra
il 1904 ed il 1908 hanno sostenuto le leghe gialle (repubblicane), facendo
opera di crumiraggio. Prima e durante la guerra libica sono stati alleati coi
protezionisti e coi nazionalisti ed il Banco di Roma li asservì alla politica
giolittiana.
«Nell'attuale guerra
i clericali sono stati, come sempre, degli oppositori politici. Neutralisti
durante la neutralità perché neutralista la enorme maggioranza dei futuri
elettori, difensori della Triplice per i rapporti amichevoli del Vaticano con
la corte di Vienna e per la secolare avversione per la Francia, sostenitori del
«parecchio» giolittiano e del «sacro egoismo» prima e patrioti a guerra
dichiarata, per sfruttare l'alleanza col governo e l’armistizio con la democrazia
massonico-intesista. Spaventati dall'accusa di «disfattismo» che li univa,
nelle responsabilità ai socialisti neutralisti, dopo la rotta di Caporetto, si
affrettarono a fare professione di fede alla monarchia ed alla Patria gridando
con impeto turatiano il loro: «Sul Grappa è la Patria! ».
Dopo avere esaminate
le varie situazioni nelle quali i cattolici agirono sempre per opportunismo
elettorale l'articolista conclude: «Il Partito Popolare italiano esce da una
fittissima rete di istituti di credito, di casse rurali, di speculazioni
finanziarie e di interessi politici, di organizzazioni e di giornali e posa
sulla poderosa impalcatura della Chiesa cattolica e sulle masse cattoliche
inquadrate in un esercito compatto e disciplinato».
Ma gli strali
maggiori sono diretti verso don Sturzo che del P.P. ne è il segretario politico
oltre ad esserne la più tipica espressione. Un giornale del suo paese, la
Gazzetta di Caltagirone, in un articolo che ha per titolo «Chi è don Sturzo»,
così lo definisce: «Guardiamo a questa figura di sacerdote che di questi giorni
tutte le gazzette d'Italia fanno a gara a presentare come una verità, un
prodigio, un rompicapo, una sfinge al pubblico. Dal momento che egli è
diventato una specie di redentore di questo povero mondo politico italiano per
gli allocchi, una specie di gran maestro per gli intriganti, una specie di
Napoleone - proprio un piccolo Napoleone lo ha chiamato qualcuno - per tutte le
disperse schiere dei partiti politici, sarà bene che Caltagirone dica anche la
sua e lo presenti: Caltagirone che gli ha dato i natali ed ha assistito a tutto
il suo svolgimento d'amministratore e di uomo politico e deve conoscerlo perciò
un po' meglio del restante pubblico italiano. Don Sturzo è sempre l'uomo della
coscienza sdoppiata: trenta minuti in Chiesa con Dio, ventitre ore e mezzo
della giornata un politicante avanzato, un ambizioso sfrenato, un agitatore
deciso. Veste la tonaca talare per diletto e tornaconto, nascondendovi le sue
colpe, cinge la fascia tricolore ma fà scempio delle leggi e dei regolamenti
statutari.
«Predica democrazia -
anche cristiana - nei congressi e comizi, vanta i famosi referendi popolari nei
programmi elettorali, ma sgoverna dispoticamente e già ogni suo atto afferma la
sua natura di signorotto feudale. E' il segretario politico di un partito
mirante alla riforma radicale di tutte le istituzioni, al rinnovamento delle
coscienze, alla libertà d'insegnamento e chi più ne ha più ne inetta,
raccogliendo da tutti i partiti politici ma soprattutto da quelli estremi. E'
l'equivoco di questo partito e l'ibridismo fatto sistema per dare la scalata al
Parlamento e governare l'Italia in nome di chi non poté riuscirvi per la
sconfitta degli Asburgo.
«Don Sturzo è un
amministratore autocrate e prepotente; la sua Caltagirone non fà più parte del
Regno d'Italia da 14 anni: egli ne è il dittatore borbonico: se avesse potuto,
avrebbe istituito la forca austriaca » (1).
(1) Il Partito Popolare di don Sturzo è, com'è
noto, la ripresa della Democrazia Cristiana di don Romolo Murri. A sua volta
quella di De Gasperi non è altro che la rinascita dello stesso P.P. Nel corso
di questa storia verranno quindi adoperate indifferentemente le qualifiche di
Partito Popolare oppure di Democrazia Cristiana dal momento che esprimono la
stessa cosa e poi perché si riferiscono alla stessa organizzazione
confessionale.

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