I partiti in crisi - Benedetto Croce contro le opposizioni ed
in difesa del fascismo così come i popolari ne vogliono il trionfo
Alle minacce mussoliniane liberali, demosociali e popolari
rispondono con atti di sottomissione
ione. Anzi, l'on. Luigi Fera, personalità spiccata della democrazia
massonica afferma che «i democratici trovano nel fascismo i principii
fondamentali su cui si ispira la dottrina democratica». Di Cesarò e Salandra,
Orlando e Gasparotto si trovano l'uno accanto all'altro nella difesa di uno
stesso indirizzo, di uno stesso sistema di governo. Enrico Ferri, il vecchio
tribuno socialista dominatore delle folle nell'ante guerra, in una intervista
all'Echo de Paris dichiara: «Durante quest'anno Mussolini ha compiuto il lavoro
- malgrado la mancanza di collaborazione dei comunisti, dei socialisti, e dei
repubblicani - che il nostro Parlamento non avrebbe potuto compiere in dodici
anni ».
Vilfredo Pareto - che non fu mai favorevole allo Stato etico
e che nel suo Trattato prevedeva la necessità per i governi di ricorrere
all'occorrenza all'uso della forza - già nell'aprile scriveva: «Poiché
l'ordinamento parlamentare si dimostra incapace di sistemare, economicamente e
finanziariamente il paese, deve sorgere un nuovo ordinamento che si provi a
compiere l'impresa. Tale bisogno non si sente solo in Italia... ».
Tutte le direzioni dei partiti fiancheggiatori ed i loro
gruppi parlamentari che ne sono l'espressione dichiarano di essere favorevoli
alla proroga dei pieni poteri. Eppure questi in materia finanziaria possono
togliere molte occasioni e possibilità di discussioni sulla politica interna e
quindi minori occasioni di critica al governo e maggiore possibilità di tener
chiuse le Camere.
La reazione contro la stampa coincide con i rigori
eccezionali disposti dal governo contro gli studenti. Mentre si rende ai
giornali la vita impossibile polizia e camicie nere infieriscono davanti alle
Università dove si protesta contro la riforma Gentile. La scuola viene ridotta
ad una caserma, ciò che autorizza Mussolini a definirla «la più fascista delle
riforme». La imposizione del giuramento ai professori - giuramento di
sottomissione e fedeltà ad un partito - ed una infinità di
disposizioni rendono la riforma perfettamente intonata alla politica generale
del fascismo. Avvengono
dimostrazioni a Torino, a Napoli, a Genova, a Bologna, e contro gli studenti di
questa interviene Mussolini che telegrafa ad Arpinati: «E’ ora di finirla»; e lo elogia per il rigore
usato nella repressione. A Napoli le
dimostrazioni sono fra le più violente ed è ordinata la chiusura dell'Università. Vengono bastonati studenti, combattenti e
mutilati, mentre l'on. Giunta, segretario del Partito Fascista telegrafa al
fascio di Genova: « Picchiate sodo contro studenti provocatori agitazioni e
scioperi». La riforma Gentile è il bersaglio delle opposizioni. Benedetto Croce
si schiera contro di queste con una lettera al
Giornale d'Italia nella quale insinua come nella campagna vi sia qualche cosa
di «non naturale», di «artificiale», malgrado un suo amico acerrimo antifascista - egli dice - gli abbia spiegato
che con queste agitazioni si sperava
di aprire «una prima breccia nel fascismo».
Il Gran Consiglio, forte della solidarietà data al governo
dalla presenza di ministri liberali e democratico-sociali, lancia il proclama
nel quale le camicie nere della Milizia da 300.000 sono portate a 500.000 onde
costruire «l'armata formidabile ed invisibile destinata a garantire la continuità
del Governo fascista». Dopo avere affermato che la «rissa civile è terminata»,
così continua il proclama: «La paralisi attuale delle opposizioni non deve
attenuare la combattività dei fascisti. Le maschere che cadono ci rivelano la
grinta di altri nemici, che finalmente si dichiarano tali. Il torbido ed
imbelle prete siciliano ed il partito che fa capo a lui devono essere
considerati come nemici del governo e del Fascismo; altrettanto dicasi del
socialismo unitario, raggruppato attorno ai vecchi fantocci deteriorati dal
riformismo ».
Paralisi e crisi si determinano in tutti i partiti, ed un
particolare travaglio tormenta i democristiani la cui crisi si accentua con le
dimissioni del senatore conte Grosoli, già presidente dell'Azione Cattolica. Il
disagio ha origine dal dissidio eminentemente politico esistente fra i
cattolici italiani, dissidio nato prima ancora della costituzione del partito,
quando cioè un congresso di Giunte diocesane nel 1919 radunate per concretare
certe attività religiose, assunse un aspetto politico definito e si rivelò la
tendenza di Miglioli. Mentre Longinotti evocava i martiri di Belfiore e Meda
esaltava la Vittoria, Miglioli rispondeva che la nuova storia d'Italia
cominciava a Caporetto. Questo dissidio permarrà fino al 2 giugno 1946 con il
trionfo della frazione anti-patriottica, anti-Risorgimento, anti-unitaria, che
sfocerà nella tesi repubblicana e tanto poco cristiana, ispirata ad addossare
alla Monarchia errori e colpe che furono esclusivamente del partito popolare
democristiano.
Si intensificano le polemiche per la discordanza nei rapporti
col fascismo e si scatena una violenta campagna fra le due tendenze, e qualcuno
solleva la necessità di una revisione del programma. Risponde l'on. Cingolani,
segretario del gruppo parlamentare, in una intervista al Corriere della Sera: «Una
revisione del programma? Ritengo siano sufficienti le nostre dichiarazioni ed i
nostri atti favorevoli alla collaborazione col Governo, perché noi vogliamo che
l'esperimento fascista si compia e riesca ». Il Cingolani rafforza la sua tesi
nel far presente come egli e don Sturzo abbiano votato contro l'ammissione nel
partito di Miglioli, l'indomabile accanito nemico del fascismo. Al Congresso
provinciale di Torino convocato per discutere i rapporti fra fascisti e
popolari questi mandano un telegramma al Re che in quel momento assume il
significato di approvazione..al nuovo esperimento politico. Il gruppo
parlamentare presieduto da De Gasperi approva un ordine del giorno nel quale si
delibera di «consentire la proroga dei pieni poteri straordinari al Governo».
In sostanza i popolari si dibattono fra Miglioli demagogo bolscevico, don
Sturzo riformatore confusionario, e Luigi Meda pacato conciliatore.
La direzione del Partito Liberale che ha oramai un organo
ufficiale proprio nel Giornale d’Italia, dichiara di solidarizzare col governo
«sorretto dal consentimento nazionale» e ammonisce il Paese a «non intralciare
l'opera con manifestazioni anche generose». Ma intanto si sta svolgendo
un'aspra polemica fra liberali e fascisti, alla quale partecipano i grandi
quotidiani: Il Mondo, l'Epoca, L'Idea Nazionale, L'Azione, La Tribuna, La
Stampa, Il Giornale d'Italia. Questo osserva come essa sia perfettamente
inutile in quanto che serve solo a dare la sensazione di un profondo dissenso
che c’è fra le due principali correnti d'opinione che appoggiano l'opera di
ricostruzione nazionale: cioè la fascista e, quella che tradizionalmente si
chiama liberale e nient'altro è se non l'opinione della quasi totalità della
borghesia italiana più laboriosa e fattiva. E continua affermando che la
diversità fra fascisti e liberali è di temperamento e di forma, non di
sostanza. I convegni provinciali del partito tacciono in proposito, o per lo
meno mancano di indicazioni precise circa determinati atteggiamenti. Vi sono in
lizza due concezioni liberali del fascismo: quella che subordina il partito
allo Stato e l'altra che invece identifica il fascismo con lo Stato e col
governo, e questo modo di valutare il fascismo è oramai in atto quasi ovunque.
I liberali non dicono quale concezione preferiscano ma collaborano con la
seconda, che è la sintesi dall'anti-liberalismo, la pratica distruzione del
concetto liberale. La polemica si inasprisce e le denigrazioni fasciste sono
sanguinose ed ingiuste. Si falsa anche la storia: «Tutti sanno che l'Italia è
stata governata per alcuni decenni dai liberali e che, come risultato del lungo
reggimento, è stata ridotta all'agonia ed è stata raccolta moribonda dal
movimento fascista». Evidentemente si vuole ignorare il Risorgimento, il
progresso economico, l'espansione coloniale e Vittorio Veneto, avvenimenti
maturati in clima liberale.
La critica è tutta sulla dottrina, nell'opera passata del
liberalismo, sul «metodo liberale». I grandi quotidiani danno eccezionale
sviluppo alla polemica con distese intestazioni in prima pagina. Ma l'idea
liberale non ha trovato il difensore delle grandi realizzazioni del
cinquantennio, il tribuno degno di tanta grandezza. Oramai fra i liberali non
si parla che di collaborazione, anzi di dedizione, malgrado si tenti,
parallelamente alla polemica, di mettere il bavaglio alla stampa con le
elezioni all'Associazione della Stampa di Roma dove i fascisti non vogliono
riconoscere la nomina del senatore Bergamini passato definitivamente
all'opposizione.
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