martedì 23 giugno 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - X

Mussolini com'io lo conobbi

Mi sia qui permessa una divagazione. Si è sempre     abbondato, specie dall'antifascismo, a descrivere il tribuno romagnolo come un terribile sanguinario prepotente e intollerante. Per una certa consuetudine di   vita con lui nel 1913 e 14, quando dirigeva l'Avanti! credo di conoscere l'uomo meglio di altri che hanno giudicato solo per averlo avvicinato quando già era al governo ed all'apogeo del trionfo. Mussolini non era affatto l'infallibile come lo facevano apparire i suoi adulatori, e, nemmeno il criminale od il feroce aguzzino descritto dai suoi avversari. Soprattutto non era un ipocrita. Era, anzi un romantico ed il suo romanticismo aveva derivato dalle letture di Carlo Marx e soprattutto da Blanqui, il suo autore prediletto. Egli credeva a quello che proclamava. Era un uomo generoso. Pur essendo di idee opposte, si discuteva e mai vi fu fra di noi il minimo screzio, nemmeno quando sortiva in qualche sua bravata. Gli chiesi un giorno durante i nostri animati conversari a Milano od a Bologna dalla Marianna in Corte dei Galluzzi - alla tavola dei colleghi del Resto del Carlino: Alberto Caroncini, Nello Quilici, Pippo Naldi, Pio Gardenghi, Eugenio Giovannetti, Albini, Cavicchioli, Lucarini, Somazzi ed altri - gli chiesi a bruciapelo: «Ma insomma, qual è il tuo programma? ». Rispose risoluto: «Me a vui cmandè», io voglio comandare.

Ma era nello stesso tempo docile, timido qualche volta quasi pauroso. Sempre riflessivo ma dubbioso, e per questo ammiratore della teoria paretiana del «dubbio ».

Aveva un grande disprezzo del danaro e non manifestava mai preoccupazioni di genere finanziario. E quando un amico gli fece procurare 10 sconto di una cambiale di L. 100.000 da una Piccola banca cooperativa di Meldola, accettò sì l'avallo degli agrari reazionari, degli zuccherieri, ma il denaro servì per raddrizzare la baracca rivoluzionaria dei catoni dell'Avanti! Soprattutto era patriota: lo era a modo suo, ma lo era. Egli vedeva la Patria nella redenzione delle masse operaie, ed esprimeva un grande orrore per tutto quanto aveva carattere ufficiale. 

«Nella stessa avversione alla guerra libica - mi diceva - sta il mio patriottismo ». E sovente si vantava di essere stato espulso dall'Austria quando, redattore del Popolo di Trento diretto da Cesare Battisti, ammoniva i governanti di Vienna: «Il confine d'Italia non termina ad Ala». Certamente Cesare Battisti esercitò su di lui grande, influenza e se anche dopo la sua residenza trentina sortì o meno in espressioni di apparente antipatriottismo queste ebbero soprattutto valore di ritorsione e di effetto polemico dirette a colpire le classi dirigenti. Impressionante oratore, grande tribuno (lo ricordo al congresso socialista di Reggio Emilia del 1912), la sua parola turbava alle volte anche gli avversari. 

Ora si vorrebbe sostenere che era un  uomo mediocre pieno soltanto di presunzione Mentre invece aveva molte qualità politiche di primo ordine e, sarebbe diventato un ottimo primo ministro se gli uomini dì tutti i partiti, esponenti e gregari, non gli avessero facilitato con le loro adesioni ma soprattutto con le, adulazioni e la cortigianeria, l'ascesa alla dittatura.

La stessa sua concezione rivoluzionaria non aveva affatto visioni di rivolgimenti e sconvolgimenti apocalittici della società. Se non temessi di cadere nel paradosso vorrei chiamare la passione rivoluzionaria di Mussolini «rivoluzione riformista». Rammento, subito dopo la famosa settimana rossa del 1913 una sua curiosa espressione. Avevamo fatto assieme ad altri redattori del Resto del Carlino di Bologna un viaggio lungo la via Emilia. Mussolini era tutto contento del suo successo: «la mobilitazione è riuscita ma ci mancarono le armi». Mentre noi, nel mezzo della piazza di Ravenna eravamo divertiti davanti all'albero della libertà, discorrendo della insostenibile situazione creatasi - si vendevano polli a 50 centesimi e, si distribuiva vino gratis - egli uscì in questa affermazione: «Datemi tanto così di potere (ed indicava la punta del dito mignolo) ed io vi liquido la borghesia con le sue stesse leggi». Parole di sapore legalitario senza dubbio: niente sovvertimento catastrofico alla Carlo Marx, ma modifica della struttura sociale attraverso la legge attuale. La predicazione rivoluzionaria si riferiva soltanto alla conquista del potere: «Chi ha del ferro ha del pane » (Blanqui). «La rivoluzione è un'idea che ha trovato delle baionette » (Napoleone). Erano i suoi motti prediletti che poi collocò sulla testata del Popolo d'Italia nella sua prima maniera. Conquistato il potere sarebbe passato al riformismo metodico e realizzatore, sia pure a carattere antiborghese.

Era insomma un temperamento complesso e soprattutto insoddisfatto e contradditorio. E non è nemmeno vero che fosse sempre cocciuto e irremovibile nelle sue decisioni. Se commise errori è anche vero che nessuno osò suggerirgli altra via o non fu capace di convincerlo a fare diversamente. Tutti avevano paura di contraddirlo, nessuno osava esprimere il proprio parere. Può anche darsi che, impulsivo com'era, facesse poi a modo suo; la verità è che la paura di incorrere in richiami del segretario del partito li faceva mentire tutti; anche quelli che oggi sentiamo ripetere: «Ogni volta che andavo da lui io glie le cantavo in musica, gli spifferavo tutta la verità». Non è vero niente. Tutti erano preoccupati a superarsi negli elogi e nella cortigianeria. Era diventata una malattia, una vera epidemia. Cortigianeria dei gerarchi, cortigianeria del popolo, cortigianeria della borghesia e dell'aristocrazia, ma soprattutto quella del giornalismo. Fu questa epidemia di battimani, di esaltazione popolare, di approvazioni incondizionate che lo spinsero alla follia della guerra.

Una volta imbarcato in un'impresa non vi era più nulla da fare. Si poteva discutere e, ragionare, si poteva anche - mi diceva un giovane ministro che, gli fu accanto per parecchi anni - contrastare qualsiasi sua proposta, ma una volta presa una decisione per la quale egli cercava sempre, sicuro di ottenerlo, il favore popolare, nessuno lo smuoveva più nemmeno se i fatti gli dimostravano di avere torto. Anzi. è proprio quando aveva torto che si accaniva a voler aver ragione.

Ricordo un'episodio. Si era alle elezioni del 1921 ed i fascisti di Bologna e di Verona si erano opposti alla inclusione di due ministri nelle liste concordate. Un amico, pregato da Giolitti, mi spedisce d’urgenza a Milano a porre a Mussolini il dilemma: Accettare i due ministri nella lista o tutto il blocco nazionale va all'aria. Mi reco al Popolo d'Italia a prospettargli la situazione e dopo la prima sua sfuriata ci mettiamo a ragionare. Nel frattempo viene annunciata una commissione elettorale di Verona con a capo il generale Zamboni, che avevo conosciuto quando era comandante di brigata sul Pasubio: veniva a perorare la esclusione del ministro Luigi Rossi dalla lista. Mussolini li interroga, io espongo il mio pensiero ed i pericoli che potrebbero incorrere al blocco da questa esclusione e, la impossibilità per il Presidente, del Consiglio di correre il pericolo di lasciare a terra due ministri in carica. «Va bene - dice Mussolini rivolto ai veronesi - il ministro Rossi entrerà nella lista» Poi dispose altrettanto per quella di Bologna, dove si voleva escludere l'on. Sitta.

Rimasti soli, continuammo a chiacchierare: mi ero seduto sull'angolo della scrivania (nel suo studio non vi erano sedie) mentre egli continuava lo spoglio di una montagna (una vera montagna) di lettere. «Vedi, sono tutti candidati, tutti eroi, tutti sentono il fuoco sacro della deputazione, tutti hanno meriti speciali ed eccezionali; un esibizionismo soffocante, è la gara, la fiera delle vanità». Poi stette qualche istante come preso dallo sconforto. In quel momento entrò un giovane; lo guarda stupito: «Come? Voi siete il nuovo fattorino?». Abbassò la testa prese a fare con la penna dei ghirigori sulla cartella e soggiunse: «Ma dovevate venire jeri mattina e non vi siete fatto vivo e stamane arrivate tardi...» continuò un dolce e pacato rimprovero concludendo: «Guardate di far bene». Ma non alzò mai lo sguardo, sembrava avesse paura di rimproverarlo.

Del resto mi raccontava Ugo Clerici, il quale gli fu vicino per alcuni anni al Popolo d'Italia, che dovendo licenziare un impiegato della direzione del giornale, Mussolini non volle assolutamente farlo, pur essendo di sua spettanza: «Licenzialo tu». Strano temperamento! Infatti, non osò mai licenziare un ministro od un sottosegretario. Li dimetteva facendo loro apprendere la notizia dai giornali...


Da allora non vidi Mussolini che una sola volta di sfuggita, nel 1923 e vi scambiai poche parole: egli era come stupito che non fossi fra i suoi seguaci.

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