lunedì 25 maggio 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - IX

Randolfo Pacciardi
Nessuno si salva ma i primi responsabili sono i repubblicani «storici». Proprio loro finanziarono la marcia su Roma.

Nemmeno i repubblicani «storici» si salvano dalla imputazione e dalle responsabilità di avere concorso a creare ed a potenziare il fascismo. Abbiamo già dimostrato come essi siano stati la prima solida base al movimento mussoliniano. Il fascismo è stato un fenomeno repubblicano non tanto per la dichiarata sua tendenzialità repubblicana ma perché lo «storico» partito di Comandini, di Eugenio Chiesa, di Innocenzo Cappa, di Napoleone Colajanni di Macaggi, di De Cinque, di Giovanni Conti di Facchinetti e di Pacciardi, ecc. fu proprio quello che prestò i primi nuclei organizzativi e le prime feconde intese al «covo» di Via Paolo da Cannobio. Nel 1920-21 i repubblicani costituirono la più fedele e sincera alleanza del fascismo; ma se ne staccarono - ed il movimento era già potente ed invincibile - quando intravidero che questo tendeva alla soluzione del problema nazionale ponendosi di fronte alla invadenza ed al pericolo bolscevico reputando essi preminente la questione istituzionale che intravedevano di poter risolvere appoggiandosi all'estremismo leninista. Doppia responsabilità dunque:

1) per avere alimentato la costituzione del Partito Fascista ponendogli a disposizione le sue più operanti organizzazioni economico-sindacali, l'Unione Italiana del Lavoro ed il Sindacato Nazionale delle Cooperative che servirono di base allo sviluppo del nuovo movimento nonché per l'adesione dei suoi uomini migliori e delle sezioni valpadane.

2) per avere in seguito alimentato la propaganda anarchica e bolscevica che fu la vera determinante del sorgere della reazione fascista, e questo all'unico fine di «impedire al Re l'esercizio della sovranità» (vedi rivolta di Ancona) usando sull'organo del partito un linguaggio da trivio contro la Monarchia allora acclamata e circondata dall'aureola della Vittoria.

A chi avesse ancora dei dubbi sulle responsabilità del Partito Repubblicano così detto «storico» nei riguardi del fascismo e non ritenesse sufficienti le dimostrazioni diffuse nei primi capitoli su questa nostra accusa, possiamo offrire questa confessione che la stessa Voce repubblicana faceva l'1l luglio del 1923 in un articolo di fondo intitolato proprio « Il nostro stato di servizio »: « Contribuimmo a fondare i primi fasci di combattimento e, fedeli alle nostre idee lavorammo perché quel movimento nazionale fosse permeato di saldi principi e sottratto al monopolismo delle persone. Il fascismo patriottico, rivoluzionario, influenzato dallo spirito eroico di Filippo Corrìdoni, di Cesare Battisti e di Nazario Sauro, fu lealmente e tenacemente, fiancheggiato dal Partito Repubblicano. Fummo col fascismo sempre, finché il fascismo fu col programma dell'interventismo rivoluzionario: trasformazione degli istituti politici sulla base della sovranità popolare e graduale trasformazione in senso sociale dei rapporti fra capitale e lavoro ».

Ma c'è dell'altro. Occorre finalmente ristabilire, la verità storica e mettere le fazioni repubblicane davanti alla loro vera responsabilità. Esse non hanno soltanto provocato, con l'atteggiamento bolscevizzante della direzione del partito, la reazione fascista e collaborato, coi fasci repubblicani della Valpadana, alla sua vittoria, ma hanno persino finanziato la marcia su Roma. E' noto come il loro Sindacato delle Coo-perative avesse nel 1920-1922 appaltato coi quattrini anticipati dal rumeno Kirchen, gran parte del materiale residuale di guerra. In una inchiesta sulla alienazione di detto materiale essendo implicato il Sindacato, questo venne, biasimato da alcuni quotidiani conservatori, mentre invece i giornali fascisti ne assunsero la difesa. Risultarono stornate dai fondi destinati ai combattenti, somme che servirono invece a finanziare la marcia su Roma: i versamenti furono fatti al Civelli, intendente della spedizione con ufficio in Via Tomacelli: i consiglieri del Sindacato, tutti repubblicani storici. quelli ancora vivi e vegeti possono attestare queste mie affermazioni (1). Nella causa di fallimento del Sindacato, il passivo che si aggirava intorno ai 2 milioni, venne ridotto a 600 mila lire perchè la differenza venne riconosciuta come spesa «per fini nazionali». Cioè per il finanziamento della marcia su Roma. Scrive Nitti (che in quel periodo era in grado di avere informazioni sicure) nelle sue Rivelazioni (pag. 435): «Non furono solo i reazionari e gli agrari che fornirono mezzi e aiuti alle prime organizzazioni fasciste perché operassero con violenza contro i socialisti, furono anche elementi massonici e soprattutto repubblicani».

La responsabilità dei repubblicani non sono dunque, dubbie ma chiare e lampanti; nessuno potrà sottrarsi all'imputazione davanti alla storia. Nel contraddittorio al teatro Adriano a Roma (dicembre 1950) fra l'on. Francesco Cocco-Ortu ed il ministro Pacciardi questi sostenne con calore la illibatezza politica del Partito Repubblicano nei confronti del fenomeno fascista per il quale protestava essere immune da ogni responsabilità; nella ripresa l'on. Cocco-Ortu portava una documentazione tale che non solo impressionava l'assemblea per metà composta di repubblicani, ma obbligava lo stesso Pacciardi ad ammettere queste responsabilità. Egli cercava soltanto di affermare, questa provata collusione col fascismo assicurando che i responsabili erano stati « scacciati » dal Partito. Evidentemente non aveva letto gli alti elogi fatti ancora in quei giorni dalla Voce repubblicana ai vari Colajanni, Mirabelli, Comandini, Baldi, Meoni, Meschiari, ecc. i repubblicani non hanno attenuanti sono invece investiti da un’aggravante: alleati dei fascisti, degli anarchici e del bolscevismo leninista infierivano sul corpo, stanco e malato della Patria Vittoriosa pur di colpire la Monarchia, nel suo splendore e nella sua gloria. Il loro programma è sempre stato: « tanto peggio. tanto meglio ».

Gli uomini della Voce repubblicana sono poi quegli stessi che al microfono di Radio Londra invitavano i soldati nostri di El Alamein a sparare sugli ufficiali ed a darsi prigionieri. Sono coloro che si trovano nelle precise condizioni del figlio di lord Amery che per lo stesso reato commesso dal microfono di Radio Milano è stato impiccato, reo di alto tradimento. Ma i nostri eroi, protetti dall'art. 16 (2) ed in conseguenza di uno stato di aberrazione della politica italiana, sono ministri, detentori dei due dicasteri più delicati della difesa nazionale, essi il cui organo predetto scriveva che avevano fatto di tutto per perdere la guerra, la quale era stata perduta proprio perché essi avevano voluto perderla. Ed il Pacciardi alla Costituente: «Le forze italiane in Africa inferiori di numero furono messe in fuga da 30 mila inglesi»; quello stesso Pacciardi, ufficiale nell'esercito regio ed ora ministro della Difesa della Repubblica, che, in America tentò organizzare con Sforza battaglioni di armati per combattere contro l'Italia e che in Spagna aveva effettivamente combattuto a fianco delle armate comuniste contro soldati italiani. E mentre, le truppe straniere sbarcavano in Sicilia la radio Cincinnati invitava i nostri soldati alla diserzione creando il più mostruoso precedente di indisciplina sfruttato ora dai comunisti.

Infatti il 12 settembre 1942 il «colonnello» faceva annunziare dal microfono di radio-America quanto segue: «Un ufficiale italiano, il colonnello Randolfo Pacciardi, il quale ha preso parte ai combattimenti insieme alle truppe del governo spagnuolo nella guerra civile di Spagna, ha fatto sapere che il progetto della Legione libera italiana formata recentemente, prospetta di combattere l'Asse negli stessi ranghi delle truppe alleate. Uffici di reclutamento verranno costituiti a Londra, in Egitto e nell'America del Sud. Pacciardi ritiene che migliaia di arruolamenti verranno fatti da parte di soldati italiani, i quali abbandoneranno le forze fasciste», ed ha concluso dicendo: «Noi ci battiamo sotto la bandiera italiana, perché siamo i soli ad avere questo diritto perché rappresentiamo la maggioranza del popolo italiano, ma noi aggiungeremo anche il fazzoletto rosso di Garibaldi». E' la mentalità che ha dominato nei fuorusciti trasfusa poi nei Comitati di Liberazione. Un settimanale francese di grande rinomanza Candide, scriveva « E' penoso vedere degli Italiani - e Per giunta emigrati - augurarsi con tanta rabbia la rovina della loro Patria. E dispiace soprattutto constatare che questa odiosa propaganda si faccia in casa nostra, a Parigi, in virtù del famoso diritto di asilo che trasforma il nostro paese in un mondezzaio ».


Ma vi sono testimonianze ben più gravi: di Alberto Giannini (Le Memorie di un fesso) e di Carmelo Puglionisi (Sciacalli, storia del Fuoruscitismo). Si tratta di due antifascisti che hanno pagato di persona, espatriati a Parigi e vissuti per oltre un decennio fra quegli emigrati. Entrambi narrano le miserie morali onde si saziarono costoro che, presumendo combattere il fascismo, non fecero che dell'anti italianità. In questo atteggiamento antipatriottico dei fuorusciti oramai noti con la qualifica di sciacalli, vi fu la ragione del distacco. Troppo note le accuse del Giannini. sono interessanti quelle recenti del Puglionisi: questi descrive la loro mediocrità presuntuosa e tronfia, l'amore per la greppia, la ipocrisia insidiosa che faceva preferire l'imboscata alla guerra, dominati soltanto da un sadismo di crudeltà, consacrato in un opuscolo di Giustizia e Libertà nel quale sono enumerati i postulati programmatici del fuoruscitismo: «Non può divampare una rivoluzione se non si sferrano gli elementari istinti della moltitudine. Bisogna essere pronti ad uccidere più ancora che a morire. E' dovere dei capi fare il calcolo preventivo dei cadaveri da accumulare», programma di sapore maratiano ereditato in pieno dai nostri Comitati di L. E il Puglionisi che ben conosceva i suoi ex compagni d'esilio così li definisce: « I fuorusciti lavorarono per la sconfitta dell'Italia in armi ogni volta che lo poterono. Anche quando in terra, nei cieli, sui mari gli italiani si battevano e morivano, il disfattismo integrale rimase la loro politica; la collaborazione col nemico di allora, la pratica corrente. Contribuirono con tutte le loro forze a rovinare la nazione, ad annullare il lavoro di generazioni d'italiani, a rendere precaria la vita delle generazioni che spuntano e che verranno pur di vedere abbattuto quel fascismo che da soli mai sarebbero riusciti ad atterrare per la loro congenita nullità ».

(1)        L'avv. Italo Simonti contrario al finanziamento, si dimise per questo motivo.

(2)        L'art. 16 dell'armistizio dice: « L'Italia non incriminerà, né, altrimenti Perseguiterà alcun cittadino italiano, compresi gli appartenenti alle Forze Armate, per il solo fatto di avere durante il periodo di tempo corrente dal 10 giugno 1940 alla entrata in vigore del Presente trattato, espressa simpatia od avere agito in favore della causa delle potenze alleate e di quelle associate».










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