martedì 19 maggio 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - VIII

"sacerdote dal naso lungo ma dallo scarso fiuto"
I responsabili della Dittatura li troviamo fra i fondatori della Repubblica.

Le basi fondamentali della dittatura furono gettate - come, abbiamo visto - la notte sul 16 dicembre 1922: creazione del Gran Consiglio e istituzione della Milizia alle dipendenze del Capo del Governo. La Milizia era la difesa armata del fascismo, il Gran Consiglio l'organo che doveva mettere in quarantena la Corona. Di questi provvedimenti sono responsabili tutti i partiti al potere: democristiani, liberali, democratici, riformisti, demosociali. Non c’è una politica personale estera, finanziaria, economica, ecc. Della politica di tutti i dicasteri, e cioè delle direttive generali del Ministero, i ministri sono indistintamente consapevoli e per questo solidali e corresponsabili.

In una autodifesa abbastanza recente, 25 gennaio 1949 - don Sturzo sul Popolo polemizzando col senatore Bergamini che difende il Re dal gravame  di aver assunto Mussolini al potere contro le norme statutarie, così scriveva: «Bergamini e compagni vanno prestabilendo una teoria assai pericolosa, quella di far passare per consenso del paese una sollevazione rivoluzionaria e un colpo armato, al quale si inebriarono le autorità che detenevano il potere. Vittorio Emanuele consegnò il potere senza resistere, mentre ben sapeva che dietro Mussolini non vi era alcuna potenza estera e neppure il paese, ma solo un gruppo di avanguardia, molti malcontenti e coloro che speravano negli eventi ». Egli scrive ancora: «Quando i fascisti intimarono a Facta dì presentare le sue dimissioni fu riunito il Consiglio dei Ministri e i convenuti posero il portafoglio a disposizione; Facta andò subito dal Re a raccontare l'accaduto, ma non furono prese misure, non fu fatta una sola perquisizione, non si mandò in prigione un cane ».

Sorvoliamo sulle malinconiche nostalgie di don Sturzo che sognava Regina Coeli rigurgitante di cittadini ammanettati, le mitragliatrici spianate, una reazione borbonica insomma in grande stile. Vogliamo soltanto rammentargli che fra «le autorità le quali detenevano il potere» cui rimprovera essersi inchinate alla sollevazione fascista del 28 ottobre, vi erano tre ministri e 5 sottosegretari di parte popolare (1), e non risulta che don Sturzo, segretario del Partito Popolare li abbia espulsi per abbandono di posto (sarebbe più esatto dire per complicità coi rivoltosi, poiché di questi i popolari funzionarono, come si direbbe ora, da quinta colonna) nel momento del pericolo, egli che fu sempre così spietato nell'esigere dai suoi sottoposti l'assoluta esecuzione di ordini perentori.

Non bisogna dimenticare che alla metà di aprile del 1923, intervistato dal corrispondente parigino dell'Excelsior egli faceva questa confessione: «Solo il partito popolare è ancora in piedi e sostiene Mussolini; perché se Mussolini scomparisse, sarebbe in Italia il caos e l'anarchia». Ed aggiungeva: «Il partito popolare non potrebbe seguire Mussolini in una alleanza che avesse per base la morte della Germania». Di tutto quello che ha fatto Mussolini e che era nel desiderio suo, di don Sturzo, costui ne fa ora colpa al Re, soltanto perché gli avvenimenti hanno volto alla catastrofe. Sotto la sua ispirazione e guida il Partito Popolare ha concesso, oltre ai pieni poteri, la fiducia a Mussolini in materia finanziaria, in materia di riforme dei codici, in materia di esercizio provvisorio, in materia di riforma elettorale, anche se al passaggio della discussione degli articoli si è astenuto. E' senza dubbio il trionfo dell'equivoco, che ha sempre costituito la sostanza etica e politica di questo partito. Ed è sopratutto inconcepibilmente strano che questo sacerdote, educato, votato, come dovrebbe essere, all'umiltà ed alla carità cristiana, si affannasse a far dare dai suoi dipendenti ed a dare egli stesso dimostrazioni di incondizionato amore e di sconfinata fiducia a quella turba di camicie nere contro le quali egli pretendeva che il Re spianasse le mitragliatrici.

Difficile pertanto stabilire la morale di questo strano politicante. Severo contro il Sovrano perché non ha fatto fare piazza pulita di quei giovani fascisti entusiasti, la maggior parte combattenti guidati da ufficiali decorati e super decorati, tacitamente approva l'eccidio compiuto dai fascisti contro operai inermi a Torino la sera del 18 dicembre del 1922 - a poco più di un mese e mezzo dalla marcia su Roma quando un bando del fascio diffida i più noti capi del sovversivismo torinese a lasciare la città ed il Piemonte entro 24 ore. Fra i colpiti vi sono Terracini, Gramsci e l'on. Rabezzana; 400 persone fuggono da Torino e si danno alla macchia braccate dai fascisti. Gli iscritti dei partiti sovversivi non possono circolare oltre la mezzanotte se non muniti di lasciapassare del fascio. Il funerale delle vittime è fatto senza alcuna funzione religiosa data la solidarietà dei democristiani col fascio locale. La Stampa insorge contro il barbaro eccidio e per la crudeltà esercitata su alcune vittime, legate ad un camion e trascinate per le vie cittadine. Alla sera del 20, la città semibuia e sotto il terrore, don Sturzo parla al teatro Alfieri, dopo un abboccamento con un manipolo di camicie nere. Deplora la instabilità dei governi che, con ogni legge elettorale, in 74 anni ci dettero 69 ministeri ed elogia il nuovo Governo che chiama «Comitato di salute pubblica». Parla di carità cristiana e di amore del prossimo, ma non una parola per le vittime, non una parola di cordoglio. Fa invece una invocazione ad un governo forte che ha tutta l'apparenza di una giustificazione del massacro del quale il quotidiano torinese fa risalire la responsabilità al Ministero al quale partecipano tre ministri e cinque, sottosegretari popolari.

Un giornalista che lo conosceva bene e che ora è finito proprio a capo dell'ufficio romano di corrispondenza della edizione milanese del democristiano Il popolo, Antonio Petrucci, quando era redattore del Tevere aveva ammonito il sacerdote allora fuoruscito, «in combutta coi nostri nemici, disonorando di fronte al mondo al tempo stesso e il sangue che ha nelle vene e la veste che indossa». E questo livore, dice il Petrucci, don Sturzo lo scatena unicamente perché spinto dall'ambizione delusa: «Livida come il volto la sua prosa è quella del libello, la sua arma non ha la carità di Cristo ma la menzogna dei sepolcri imbiancati». E continua con frasi severe per le «truffe di questo sacerdote dal naso lungo ma dallo scarso fiuto», volendo ricordare le contraddizioni del partito popolare, prima al governo con Nitti, poi con Bonomi, con Giolitti, con Facta e quindi con Mussolini, ma contemporaneamente trescante col socialismo bolscevizzante e con la democrazia massonica: quella tresca che creò il disordine e portò alla disgregazione dell'istituto parlamentare e l'annullamento del potere governativo, con lo sbocco naturale nella rivoluzione fascista. Sorpreso da questa, egli cercò con abilità di inserirsi, preoccupato più della propria situazione elettorale che degli interessi nazionali. Ma la travolgente conquista del fascismo fa tramontare anche  Don Sturzo le cui arti non hanno presa sul tribuno romagnolo. Nessuna delle formule tradizionali della nostra politica era riuscita ad impedire l'affermazione del fascismo.

Ma la tattica sturziana ha fatto scuola e riappare dopo il 25 luglio quando i politicanti solleciti soltanto a respingere ogni loro responsabilità nella catastrofe, si accaniscono ad accusare il Re. In questo triste, angoscioso spettacolo di acredine ingenerosa (tanto più deplorevole in quanto spiegata da un partito che afferma avere per programma le massime del Vangelo) non possiamo escludere nemmeno alcuni esponenti della Chiesa che, con la Democrazia Cristiana furono concordi, alleati delle sinistre estreme nel silurare la Monarchia. Il giorno in cui la guerra si rivelò sfavorevole all'Italia monsignor Montini preparò il piano di difesa del Papato: alleanza con le democrazie di tutte le gradazioni e di tutti i colori, dalla comunista alla repubblicana - malgrado vi si opponessero i contrastanti concetti di libertà - buttare a mare il fascismo ed identificare questo con la Monarchia, quindi combatterla al fine di crearsi un alibi. Di qui la alleanza della Democrazia Cristiana coi comunisti assieme ai quali visse affratellata nei Comitati di Liberazione, strettamente legata nelle responsabilità dei massacri del Nord e nella compilazione di quelle leggi anti-giuridiche ed anticristiane intese a punire i seguaci di un regime che Vaticano e Democrazia Cristiana avevano fortemente contribuito a creare e che avevano ancora esaltato appoggiato e potenziato.
Quale differenza di condotta e di linguaggio nel confronto fra gli anni del passato regime e l'epoca attuale! Osanna e crucifige. Ma il Cristo è stato il Sovrano.


Questo atteggiamento promosso da monsignor Montini, si è riversato a danno della Chiesa stessa, senza che fino ad ora si sia trovata la via d'uscita, dopo che andò fallito il tentativo del Papa alla vigilia del 2 giugno 1946; esso aprì bensì gli occhi dei fedeli contro il pericolo del filocomunismo dei democristiani ma non riuscì a salvare la Monarchia come sarebbe stato nel desiderio del Santo Padre. E pertanto certi atteggiamenti recenti degli ambienti Vaticani e dello stesso monsignor Montini verso l'Azione Cattolica, denotano chiaramente il disagio nel quale si è cacciata la Chiesa e l'impossibilità di uscirne. Caduta la Monarchia, è venuto a mancare il muro divisorio fra Chiesa e Stato, «le due parallele che non devono mai incontrarsi», come diceva Giolitti; ma avvenuta la collusione si sono determinati fenomeni preoccupanti che preludono a gravi, incalcolabili conseguenze tanto per la Chiesa che per il Paese.

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