domenica 26 ottobre 2014

La Monarchia e il Fascismo - Nono capitolo - I

Mussolini in Parlamento il 3 Gennaio
2) LA SCONFITTA DELL'OPPOSIZIONE

(3 gennaio 1925)
(9-20 novembre 1926)

Tardive dimissioni dei ministri liberali Casati e Sarrocchi. Le leggi Rocco per la difesa dello Stato: il Tribunale Speciale. Attentati di Zaniboni e Zamboni e decadenza dei deputati dell'Aventino.


Mussolini sfida l'Aventino a denunciarlo all'Alta Corte di Giustizia.

La mattina del 3 gennaio 1925, riapertasi la Camera, Mussolini chiede di parlare. Dopo aver premesso che il discorso che sta per pronunciare potrebbe forse essere da alcuno riallacciato a quello del 16 novembre del 1922, legge l'articolo 47 dello Statuto del Regno:

- «La Camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri del Re, di tradurli dinanzi all'Alta Corte di Giustizia».

Quindi aggiunge: «Domando formalmente se in questa Camera o fuori di qui vi sia qualcuno che si voglia valere dell'articolo 47» (profonda impressione). Mussolini prosegue negando l'esistenza di una ceka ed assumendosi la responsabilità politica di tutto quanto è avvenuto: «Se tutte le violenze sono state il risultato di un clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale l'ho creato con una propaganda che va dall'intervento ad oggi». Fa una rapida rassegna degli ultimi fatti di cronaca e dopo aver polemizzato sulla «questione morale» sollevata dall'Aventino ch'egli definisce, fra gli applausi, «sedizione a sfondo repubblicano», così conclude: «L'Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa. Noi questa calma, questa tranquillità laboriosa gliela daremo con l'amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario». (Vive approvazioni). «Voi siate certi che nelle 48 ore successive a questo mio discorso la situazione sarà chiarita su tutta l'area. (Vivissimi e prolungati applausi - Commenti). «E tutti sappiano che non è capriccio di persona, che non è libidine di governo, che non è passione ignobile, ma è soltanto amore sconfinato e possente per la Patria». (Vivissimi Prolungati e reiterati applausi - Grida ripetute di Viva Mussolini! - Gli onorevoli ministri e moltissimi deputati si congratulano con l'on. Presidente del Consiglio) (1).

Questo discorso non è che la conseguenza della difesa fino alla disperazione propostasi e già annunciata da Mussolini e dai suoi fin dai primi giorni di governo e mai riprovata dai sostenitori: popolari e demosociali, liberali, riformisti e democratici. Il Duce giustifica l'incostituzionalità, se pure non soltanto apparente, della pratica soppressione dei giornali avversari, con la incostituzionalità della secessione degli aventiniani. Non vi è, dice, un rimedio nella Costituzione per parare ad atti che fuor di dubbio sono ad essa contrari. Si dimettono i ministri Sarrocchi e Casati che in Consiglio non hanno fatto nessuna opposizione ai provvedimenti, e sintomatiche sono le dimissioni di Oviglio iscritto al Partito Fascista. Rimangono invece al loro posto i cattolici nazionali Nava e Mattei Gentili. Come conseguenza del discorso il ministro Federzoni emana queste disposizioni:

1) Chiusura dei circoli sospetti dal punto di vista politico;

2) Scioglimento delle organizzazioni che sotto vari pretesti raccolgono elementi turbolenti.

3) Scioglimento della sede centrale e dei comitati locali dell'«Italia Libera».

4) Fermo degli elementi sospetti e repressione di ogni tentativo di resistenza.

5) Intensificazione delle perquisizioni per il rastrellamento di armi e raccolta di tutti i documenti che costituiscono mezzi di propaganda sovversiva.

6) Chiusura degli esercizi pubblici nei quali abitualmente si riuniscono elementi sovversivi.

Queste misure si può dire che fossero già in atto nel 1923 e nel 1924 quando molti fra gli stessi oppositori ed aventiniani votavano la fiducia a Mussolini conferitagli ripetutamente malgrado la soppressione della libertà di parola, la difficoltà di circolazione dei deputati avversari, le difficoltà ai giornali per la loro compilazione e diffusione, il diritto del partito al potere e l'eliminazione della critica da parte dell'avversario rivelatasi nella bastonatura di Misuri che non impedì a molti attuali oppositori ed aventiniani di dare il voto di fiducia proprio il giorno dopo. Il 3 Gennaio rappresenta soltanto la data della loro legalizzazione.

La direzione       del Partito Liberale in tanto frangente si limita «rivolgere nel nome d'Italia, a tutti superiore, appello di fede perchè quanti sono amanti del Paese cooperino al conseguimento di quella normalità di vita così indispensabile alla prosperità nell'interno e al nostro prestigio nel mondo», mentre un gruppo di liberali di destra decide di continuare a sostenere il Governo, e l'on. Petrillo accetta l'ufficio di sotto segretario ai Lavori Pubblici.

Che succede intanto alla Reggia? Indubbiamente il Sovrano non può essere soddisfatto dell'azione del 3 gennaio, attraverso la quale con la soppressione di tutti i partiti si gettano le basi dello Stato totalitario. Scriverà più tardi Mussolini: «Fu quello il primo scontro della diarchia. Il re sentì che da quel giorno la Monarchia cessava di essere costituzionale nel senso parlamentare della parola. Non vi era più alcuna possibilità di scelta. Il gioco dei partiti e la loro alternanza al potere finivano...» - « Da quell’anno in poi il cambio dei dirigenti avrebbe rivestito il carattere di un movimento di ordine interno al Partito» (2). Si parla infatti di una Monarchia prigioniera del fascismo. Colano lacrime di coccodrilli, ma oramai è troppo tardi. Il Re non può fare nulla checché ne dicano i fuggiaschi dell'Aventino.

A Montecitorio si riunisce l'assemblea plenaria delle opposizioni con 103 presenti su 117 aderenti, e viene letto il manifesto al Paese nel quale si ribadisce la «questione morale» e si esprime la certezza della simpatia della simpatia e dell'adesione ad essa della maggioranza degli italiani. Tutti i giornali pubblicano il  testo completo del manifesto accusatore e nessuno è sequestrato.
Nell'opposizione al governo sono oramai anche gli ex Presidenti del Consiglio, Orlando, Giolitti, Salandra, ai quali si avvicinano anche alcuni rappresentanti dei combattenti.
Ma nemmeno l'occasione della discussione della nuova legge elettorale induce l'Aventino a ricredersi suo errore, deciso ad attendere una nuova situazione politica che ne determini un mutamento di tattica. Così la Camera approva i principi informatori della nuova legge con 307 voti contro 33. La seduta è stata tumultuosa e non priva di ammaestramenti. Essa ha dimostrato che quando gli interventi sono contenuti in termini decorosi, estranei alle intemperanze rissose e facinorose dell'estremismo rosso e repubblicano, qualunque opposizione è possibile. Orlando nega la possibilità di elezioni in regime di sospensione di libertà statutarie, Giolitti ammonisce sui pericoli della situazione, i ministeriali Sarrocchi e Delcroix fanno apertamente le loro riserve, mentre Salandra, l'ardente fascista onorario e sostenitore incondizionato del governo, legge una vibrata dichiarazione scritta contro la politica interna ed in difesa dello Stato liberale. Interventi tardivi ma sempre fruttiferi se fatti da una opposizione autorevole concorde, seria e compatta. Opposizione nell'aula tendente all'equilibrio, e non opposizione alla macchia che tende alla catastrofe dello Stato. La prima potrebbe trovare, come si è detto, col tempo, la maggioranza nel Paese, mentre la seconda ha già perduto in partenza, dopo aver messo il governo in una imbarazzante situazione: nel dilemma di una caduta disonorante o di affrontare una insurrezione; insurrezione sia pure più immaginaria che reale poiché mancano gli elementi direttivi.

Pertanto Mussolini si premunisce spinto ad agire dai suoi seguaci più intransigenti, gli «integralisti» facenti capo al quotidiano Impero ed alla rivista di Curzio Malaparte. Ma tanto estremismo fanatico non ha risonanza nel Paese: questo segue lo svolgersi delle discussioni parlamentari e se una opposizione cauta ed autorevole fosse capace di dare la sensazione della capacità di ereditare la successione, potrebbe avere grande probabilità di successo da indurre Mussolini a migliori accorgimenti ed a seguire una politica differente; di qui maturare il mutamento del governo.


1) Alti parlamentari, Vol. 3, pag. 20Z8 e seg.

2) Mussolini: Storia di un anno

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