sabato 23 marzo 2013

La Monarchia e il Fascismo - VI


La speculazione sull'inchiesta di Caporetto e la saggezza del Re



Ottenuta la vittoria della proporzionale nella quale, tutti, anche i contrari ed ì non convinti sono uniti nella colpa e nell'errore, i partiti riprendono a combattersi a vicenda. La pubblicazione dei risultati dell'inchiesta di Caporetto porge il destro e abbondante materia. Se i socialisti ufficiali ed i popolari infieriscono senza nascondere la loro intima gioia per la sconfitta subita e che con sadismo gettano sul viso ai patrioti, questi non piegano e passano audacemente al contrattacco. Scrive De Ambris sul Popolo d'Italia: « E' vero o non è vero che alla vigilia di Caporetto il deputato socialista Claudio Treves lanciò la parola d'ordine il prossimo inverno non più in trincea? E' vero o non è vero che alla vigilia di Caporetto il Papa deprecò l'inutile strage?» e termina: «Se i governanti meritano di essere fucilati nel petto per non avere saputo evitare il disastro i disfattisti meritano di essere fucilati alla schiena come rei di tradimento voluto e consapevole». Anche Ardengo Soffici in un lungo articolo sullo stesso giornale descrive l'effetto disastroso prodotto fra le truppe per il discorso del Papa, in un momento in cui si faticava a tenere alto il loro morale. E Guido Podrecca ammonisce: «Si vuol creare l'equivoco di Caporetto ma noi, perdio, non lo permettiamo! Cadorna ha certo dei torti militari che solo i tecnici possono esattamente valutare, ma Caporetto non è suo se non indirettamente in quanto esso è un episodio assai meno militare che politico e di esso la responsabilità grava sui neutralisti di tutti i colori». L'iniziativa nella sua insaziabile settarietà dettata dal livore antidinastico soffia nel fuoco della congiura sentenziando che Caporetto investe «le istituzioni» cioè la Monarchia. La tesi repubblicana è questa: Il Re è colpevole perché «non volle» la guerra; egli sapeva che una eventuale sconfitta gli avrebbe fatto perdere la Corona. Il Re è colpevole anche perché « fece di tutto » per determinare la politica della sconfitta; e la sconfitta, cioè Caporetto. venne. Venne anche Vittorio Veneto, venne cioè la Vittoria, ma questa ci arrise perché « la volle il popolo », nonostante l'avversione della dinastia dei Savoia - Sembra di sognare leggendo questo capolavoro di logica. Secondo la tesi repubblicana dunque bisognerebbe concludere: La dinastia Sabauda sapendo che perdendo la guerra avrebbe perduto la Corona faceva di per travolgere il paese nella sconfitta!

E' triste rilevare come, in questo palleggiamento
di responsabilità  , in questo scambio di accuse e di denuncie nessuno pensi a ricercare se alla disfatta di Caporetto abbia contribuito un elemento che nulla ha a che vedere con l'atteggiamento e la condotta dei soldati (1).

       
 Accanto alla speculazione su questo angoscioso episodio - gli eserciti stranieri ne ebbero in più grande stile e non ne fecero capo di imputazione a nessuno - emerge un atto di saggezza compiuto dal Sovrano, atto col quale Vittorio Emanuele III ritorna allo Stato la quasi totalità dei beni costituenti la dotazione della Corona, escluse le reggie di Roma e di Torino. Sono ceduti i palazzi reali, castelli, parchi e ville, e beni agrari che comprendono grandi tenute per una estensione complessiva di 8.547 ettari in grandissima parte molto redditizi, i quali passano in proprietà all'Opera Nazionale Combattenti. Inoltre il Sovrano chiede che la lista civile venga ridotta dalla cifra di L. 14.250.000 a quella di L. 11.250.000.

Lettera di S. M. il Re al Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti:

«Caro Presidente,
«dopo la nostra grande guerra che ha riuniti tutti gli italiani in un solo sforzo tenace, dopo le vittorie che hanno dato all'Italia più grande sicurezza e dignità nel mondo, dobbiamo ora riprendere con rinvigorita lena il nostro pacifico lavoro.
«Un più modesto tenore di vita deve coincidere con un più grande fervore di opere. E' mio desiderio che parte dei beni fin qui di godimento della Corona ritorni al demanio dello Stato, e quanti costituiscano fondo di rendita siano ceduti all'Opera Nazionale Combattenti. L'antico voto di sistemare nel modo più conveniente il patrimonio artistico nazionale, che è tanta gloria italiana dovrebbe compiersi in questa occasione.
«I tesori dell'arte nostra potrebbero essere, degnamente raccolti in palazzi dei quali ha fin qui goduto la Corona e che potrebbero essere devoluti all'amministrazione delle Antichità o delle Belle Arti.
«Vorrei infine che la lista civile fosse nello stesso tempo ridotta di tre milioni ferma mantenendo la  restituzione allo Stato, che sarà da me, operata in avvenire come nel passato,      del milione  rappresentante il dovario della mia Genitrice.
«Le sarò tenuto se Ella vorrà formulare questo mio desiderio in un disegno di legge.
«La ringrazio fin da ora e le stringo cordialmente la mano

VITTORIO EMANUELE

Roma 11 settembre 1919.

Ma tanta generosità e saggezza se sono accolte con simpatia dalla nazione e dai combattenti non disarmano i socialisti nè i repubblicani che cercano ogni cavillo per svalutare la nobile donazione.

L'Iniziativa, dopo aver tolto ogni valore alla cessione, arriva, in malafede, ad affermare che i cittadini di Caserta sono «sdegnati contro il Re perché ha donato tesori artistici »!

(1) Nel libro di un ufficiale austriaco, Frìtz Weber: Le tappe della disfatta, 359 pagine, editore A. Corticelli, Milano,
che tutti gli italiani dovrebbero leggere, poiché in esso l'autore innalza un monumento al valore, all'audacia, allo spirito di sacrificio del soldato italiano, è rilevata l'importanza del contributo che l'impiego dei gas asfissianti ha apportato nell'offensiva sferrata contro di noi nell’autunno del 1917. All'offensiva prese parte la 141 Armata tedesca dotata di battaglioni lanciagas. Ognuno di questi battaglioni poteva in una sola volta lanciare 1000 bombole di gas avvelenato e compresso nelle posizioni italiane. Non vi è dubbio che la sua opera micidiale abbia creato quelle zone di silenzio attraverso le quali gli austro-tedeschi hanno potuto insinuarsi creando nei reparti colti di sorpresa un tragico disorientamento.
Scrive Fritz Weber, pagina 131: «Non ho mai veduto un ufficiale italiano che sia venuto meno alla sua dignità. Essi erano e sono tutti degli avversari    assolutamente cavallereschi, valorosi, implacabili ».
A pagine 156 è descritta la fine del reparto italiano al quale era stata affidata la difesa del lato meridionale nel fondo valle della conca di Tolmino: «Ottocento uomini erano morti in silenzio, come se fossero stati colpiti dal pugno di un fantasma...».

E ancora: «Il silenzio di morte che regnò nel fondo valle della conca di Tolmino fu opera del battaglione lanciagas tedesco ».
Pagina 166: «Gli italiani si sono rimessi dalla sorpresa e rispondono con un rabbioso fuoco di controbatteria. Nutriamo però la fondata speranza che il gas debba rapidamente far tacere i loro pezzi. In principio abbiamo l'impressione di sparare nel vuoto e nel nulla in quanto il fuoco degli italiani sì fa sempre più violento. Ma a poco a poco esso diminuisce, fino a cessare del tutto. Il gas «Croce Azzurra» comincia dunque ad agire. La valle, fino a Saga, nuota nelle sue nubi mortali. Anche le tanto temute batterie delle caverne tacciono ».

Pagina 167: « Il bombardamento si fa sempre più intenso. Laggiù, attorno alle batterie italiane della seconda e della terza linea, nessuno deve essere più in vita ». 
« ... Dei razzi si alzano dalle posizioni di sbarramento nemiche., tre... quattro... Nella loro luce si distendono nubi biancastre, come se la terra si fosse aperta emanando potenti soffioni. Il battaglione lanciagas ha compiuto la sua opera ». 
«Un silenzio terribile. E' l'inferno dopo una vertiginosa e discesa nell'abisso la morte sicura, per opera del gas, di coloro che finora erano riusciti a sfuggirla. E’ la fine per i quelli che stanno avanzando per turare le falle aperte nelle linee. i La nebbia in mezzo alla quale essi corrono divora i loro polmoni. I disgraziati crollano a terra o sono costretti a fuggire ».

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