martedì 31 marzo 2015

IL REGNO D’ ITALIA E L’IRREDENTISMO

da https://archivioirredentista.wordpress.com
di Domenico  Giglio 

Quando  il  17  marzo  1861  viene  proclamato  il  Regno  d’ Italia, l’ unità  è  ancora  incompleta  perché  mancano  il  Veneto   ed  il  Lazio, con  Roma, (designata  come  futura  Capitale  fin  da  Cavour),  che  verranno  acquisite  al  Regno  rispettivamente  nel  1866  e  nel  1870. E’  così  del  tutto  completa  l’ Unità  d’ Italia? In  effetti  manca  il  Trentino, perché  Garibaldi  che  vi  era  penetrato  durante  la  terza  guerra   d’indipendenza, ed  aveva  vinto  gli  austriaci  a  Bezzecca, dovette  fermarsi, vedi  il  famoso  telegramma  “ Obbedisco”, per  poi  retrocedere  e  mancava  la  Venezia   Giulia, con  Trieste, il  più  importante  porto  commerciale  dell’ Impero  Austro-Ungarico, e  con  Pola, la  baia  dove  aveva  rifugio  sicuro  e  quasi  impenetrabile  con  i  mezzi  dell’epoca  l’Imperial  Regia  Marina.
Queste  mete  non  raggiunte  nel  1866  erano  un  miraggio  lontano  perché  il  periodo  di  pace  seguito  in  tutta  l’Europa, all’ epoca  signora  del  mondo, alla  guerra  Franco-Prussiana  del  1870, non  lasciava  ipotizzare   alcuna  maniera  per  acquisirle  sia  pacificamente  sia,  tanto  meno,  militarmente.
Il  giovane  Regno  d’ Italia  aveva  davanti  a  sé  colossali  problemi  delle  più  varia  natura, specie  le  infrastrutture  mancanti  in  quasi  tutta  l’Italia  Centrale  e  Meridionale, che  assorbivano  gran  parte  delle  sue  modeste  risorse  economiche. Alle  spese  militari  quindi  non  poteva  essere  dedicata  che  una  parte  modesta  del  bilancio  statale, e  di  queste  molto  era  concesso  al  potenziamento  della  Regia  Marina, per  ovvi  motivi  geopolitici. Inoltre  in  Europa, erano  cambiate  diverse  cose  e  la  Francia, che  con  Napoleone  III, nel  1859  era  stata  nostra  amica  ed  alleata  ed  ancora  tale  si  era  dimostrata   e  comportata  nel  1866, ora  divenuta  repubblica, sembrava  quasi  pentita  di  aver  favorito  l’ Unità  d’Italia, malgrado  il  regalo  di  Nizza  e  della  Savoia, e  l’Austria  non  considerava  definitiva  la  perdita   del  Lombardo-Veneto.
Per  questi  motivi  si  era  quasi  dovuto   procedere, governando  Depretis   e  la  “Sinistra  Storica”, alla  stipula  di  un  trattato, nel  1882, con  gli  Imperi  Germanico  ed  Austro-Ungarico: la  “Triplice  Alleanza”. Questa  ci  metteva  al  riparo  da  rivincite  austriache  o  da  velleità  francesi, essendo  una  alleanza  esclusivamente  difensiva, che  sarebbe  scattata  solo  se  uno  dei  tre  contraenti  fosse  stato  attaccato, da  altre  Potenze, mai  se  avesse  invece  attaccato. Perciò  come  si poteva  onestamente  parlare  di  Trento  e  di  Trieste? Il  problema, che  chiameremo  “irredentismo”  esisteva, era  latente  e  ne  seguiremo  gli  sviluppi, ma  non  poteva  essere  recepito  e  fatto  proprio  dallo  Stato  italiano, retto  dalla  monarchia  dei  Savoia. I  Re  sapevano? Certamente, ma  erano  ormai  monarchi  costituzionali  ed  esisteva  il  Parlamento, con  le  sue  maggioranze. Quanto  a  Casa  Savoia, era  ingeneroso, se  non  peggio, accusarla  di scarsa  passione  nazionale, quando  dando  origine  al  Risorgimento, con  Carlo  Alberto,  si  era  giuocata  per   l’unità   il  tutto  per  tutto. Tipica  la  frase  di  Vittorio  Emanuele  II  che  aveva  detto  che  altrimenti  sarebbe  diventato   “Monsù  Savoia”, e  anni  ed  anni  dopo  Vittorio  Emanuele III, avrebbe  osservato  che  solo  il  nonno   era  morto  nel  suo  letto : Carlo  Alberto  era  morto  solo  in  esilio  ad  Oporto, ed  il  padre  Umberto  I, era  morto  assassinato, e  quando  diceva  questo  non  sapeva  che  anche  Lui  ed  il figlio  Umberto, sarebbero  morti  in  esilio  e  che  in  esilio  sarebbero  state  anche  le  loro  tombe!
Irredentismo è  un  termine  che  indica  l’aspirazione  di  un  popolo  a  completare  la  propria  unità  territoriale, acquisendo  terre  soggette  al  dominio  straniero  sulla  base  di  una  identità  etnica, linguistica  e  culturale. Esso  trovava  terreno  più  fertile  nella  opposizione  repubblicana, che  ne  faceva  motivo  di  polemica  politica  antigovernativa   e  non  voleva  comprendere  la  necessità  che  la  politica  estera  del  Regno, non  ponesse  in  risalto  queste  rivendicazioni.  “Terre  irredente”, ed  “irredentismo”, sono  parole pronunciate  per  la  prima  volta  nel  1877, dinanzi  alla  bara  del  padre  Paolo  Emilio, da  Matteo  Renato  Imbriani, divenuto  repubblicano  dopo  il  1866, e  deputato  dal  1889, le  cui  convinzioni  irredentistiche  divennero  la  ragione  stessa  della  sua  vita, finché  non  lo  colse  la  morte  nel  1901. “Pensarci  sempre, non  parlarne  mai“ era  in  realtà  il  pensiero  di  molti  in  Italia, come  lo  era  in  Francia  per  l’ Alsazia  e  Lorena, che  le  erano  state  strappate  dalla  Germania  dopo  la  guerra  del  1870.
Periodicamente  vi  erano  eventi  che  davano  rinnovato  slancio  a  sentimenti  patriottici, come  fu  l’impiccagione  di Oberdan(k)  il  20  dicembre  1882, lo  scoprimento  a  Trento, della  grande  statua  in  bronzo, di  Dante , opera  dello  scultore  italiano  Zocchi,  o  la  partecipazione  di  una  squadra  di  giovani  atleti  trentini, ad  alcune  gare  atletiche, la  sera  del  29  luglio  1900  a  Monza.  Il  Re  Umberto, non  dimentichiamo  che  come  giovane  Principe  aveva  combattuto  a  Custoza, nel  1866  contro  gli  austriaci, resistendo  alle  cariche  degli  ulani  nel  famoso  “quadrato  di  Villafranca, l’aveva  voluto  onorare con  la  sua  presenza   e, prima  di  cadere  sotto  il  piombo  assassino  dell’anarchico  Bresci, aveva   donato  a  questi  giovani  una  statua  della  libertà. Tale  presenza    Giovanni  Pascoli, sottolinea  nell’ ode  “Al  Re Umberto”,: “…Tu, Re  salutavi  l ‘ Italia  del  Liberi  e Forti..”, (nome  della  società  sportiva  trentina), e  prosegue   precisando   che  tra  le  bandiere  presenti   quella  sera  : “…ed  al  vento , tra  gli  altri  cognati  vessilli, batteva  il  vessillo  di  Trento…”. Ed  a  questo  proposito  proprio  la  morte  del  Re  dette  luogo  a  commosse  manifestazioni   di  lutto  nelle  “terre  irredente”, rafforzandone  i  sentimenti  di  italianità.
Posizione  difficile  per  il  Governo  quella  di  mantenere  l’alleanza  con  l’Austria  e  non  dimenticare  gli  irredenti, per  cui  l’Italia  aveva  dato  ospitalità  e  riconoscimenti  a  tanti  italiani   provenienti  dalle  “terre  irredente”, ed  a  titolo indicativo, ma  non  esaustivo, ricordiamo  Oreste  Baratieri, nativo  di  Trento, divenuto  generale  del  Regio  Esercito, Salvatore  Barzilai, di  Trieste, eletto  deputato  in  un  Collegio  di  Roma , Vittorio  Italo Zupelli, di  Capodistria, divenuto  addirittura  Ministro  della  Guerra,  e  professori  universitari  come  Graziano  Ascoli, di  Gorizia, docente  di  linguistica  a Milano, e  Giacomo  Venezian, di  Trieste, docente  di  diritto  a  Bologna,che  ultracinquantenne  sarebbe  caduto   combattendo  sul  Carso, il  20 novembre  1915, ed  un  giornalista  e  scrittore  di  Zara, Arturo  Colautti, particolarmente  esperto  di  problemi  navali. Tipico  del  problema   governativo  è  l’atteggiamento  di  un  Francesco  Crispi, che  non  può  essere  accusato  di  scarsa  passione  unitaria, il  quale  ufficialmente  aveva  condannato  l’irredentismo, mentre  poi  finanziava  la  “Dante  Alighieri”, associazione  nata  nel  1889, fra  i cui  fondatori  era  stato  anche  il  Venezian, da  noi  ricordato, con  il  chiaro  scopo  di  rivendicare  la  nostra  cultura, anche  fuori  dei  confini. Ma  i  legami  e  l’attaccamento  all’ Italia  di  trentini, triestini, avevano  radici  profonde, e  se  ne era  avuta  già  manifestazione  al  risvegliarsi  della  passione  e  della  volontà  di  unità  e  di  indipendenza  nazionale  nel  Risorgimento, con  le  vicende  della  difesa  della  libertà  di  Venezia  nel  1848-1849, dove  numerosi  erano  stati  i  combattenti  ed  i  caduti  provenienti   da  queste  terre, e  così  pure  nel  1859, dove  nell’ Esercito  Sardo  militavano  trentini  ed  istriani, e  due  di  essi, gli  ufficiali  Alfredo  Cadolino  e  Leopoldo  Martino, morirono  da valorosi  nella  battaglia  di  San  Martino, e  più  ancora  dal  1860  al  1866, quando  era  stato  un continuo  accorrere  di  irredenti  nelle  file  di  Garibaldi  e  dell’ Esercito  Regio, mentre  nello  stesso  tempo  aumentava  nelle  “terre  irredente”, la  repressione  violenta  e  sanguinosa  della  polizia  austriaca, in  gran  parte  composta  da  croati, con  processi  seguiti  da condanne  a  morte  ed  al  carcere.
Come  poi  non  ricordare  un  Niccolò  Tommaseo, (1802 - 1874) - dalmata  di  Sebenico, cattolico  fervente, uomo  di  vasta  cultura  e  liberalità  di  pensiero, autore  di  opere  letterarie  all’epoca  famose, difensore   di  Venezia  con  Daniele  Manin, dalla  forte  passione nazionale, sia  pure  in  una  visione  federalista, un  Giovanni  Prati, (1814 - 1884) trentino  di  Campomaggiore, poeta  non  dei  minori  del  nostro  “ottocento”, che  coi  suoi  versi  accompagnò  le  speranze  e  le imprese  patriottiche, fedelissimo  alla  causa  Sabauda  ed  infine  un  Antonio  Rosmini, ( 1797- 1855) trentino  di  Rovereto, sacerdote  e  filosofo,fautore  di  un  liberalismo  cattolico  e di  una  soluzione  monarchico  sabauda  al  processo  unitario, che, per  queste  idee  e  sentimenti  favorevoli  all’Italia,  ebbe  persecuzioni  da  parte  del  governo  austriaco. E  tutti  studiarono  o  si  recarono , o vissero  a  Venezia, a  Padova, a  Milano, a  Firenze  ed  a  Torino, ma  mai  ad  Innsbruck  o  Vienna  o  Berlino!
Questo vicende dell’irredentismo, sommariamente  descritte,  corrispondono  alla  prima  fase  risorgimentale  e  postrisorgimentale  che  si  chiude  con  la  triste  vicenda  di  Oberdan  ed  alla  seconda  fase  legalitaria  con  il  programma  minimo    difensivo  del  patrimonio  storico  e  culturale  di  queste  terre, con  Società  come  quella  Dalmata  di  Storia  Patria,  e  come  quella  degli  Alpinisti  Tridentini, nonché   con  associazioni  operanti  sia  nel  Regno  che  nei  territori  soggetti  all’Austria, con  relativi  giornali, per  impedire  che  il  problema  finisse  nel  dimenticatoio. Prima  di  passare  alla  terza  fase  che  logicamente  termina  con  l’entrata  in  guerra  dell’Italia, soffermiamoci  su  due  figure  che  emergono  nell’irredentismo  trentino   ed  altoatesino  per  la  loro  personalità. Il  primo  come  data  di  nascita, Ettore  Tolomei, nato  a  Rovereto  nel  1865, che  da  geografo  si  dedicò  particolarmente  ai  problemi  dell’Alto  Adige, raccogliendo  testimonianze  storiche  e  linguistiche  in  un  fondamentale  “Archivio  dell’Alto  Adige”, relativamente  alla  presenza  italiana,  preparando  il  rinnovamento  della  toponomastica, con  la  versione  italiana  dei  nomi  delle  località  e  combattendo  il  pangermanesimo  che  si  era  sviluppato  nell’ Ottocento  in  concomitanza  e  contrapposizione  al  nostro  Risorgimento, ed  infine  “volontario  di  guerra”  a  50  anni   e  per  i  suoi  meriti  nominato  dal  Re, nel  1923,  Senatore  del  Regno.
L’ altro, più  famoso  per  la  sua  tragica  e  pur  gloriosa  fine  che  ne  fece  il  Martire  degli  Irredenti, senza  con  questo  dimenticare  Fabio  Filzi, Damiano  Chiesa, Nazario  Sauro, è  Cesare  Battisti, nato  a  Trento  nel  1875, da  una  agiata  famiglia di  commercianti, studente  a   Firenze   e  poi  anche  lui  geografo  di  valore, studioso  appassionato  del   suo  Trentino, ma  anche  uomo  politico, socialista, deputato  nel  1911 nella  Dieta  dell’ Impero  Austro- Ungarico, la  cui  importanza  è  fondamentale  per  la  causa  degli  interventisti, avendo  tenuto  decine  di  discorsi  in  Italia, per  spiegare  le  ragioni  che  ci  dovevano  portare  alla  guerra. Guerra  alla  quale  partecipò  fin  dall’inizio negli  alpini  data  la  sua  competenza  e  conoscenza  delle  montagne  trentine,  e  dove, durante  un’azione  sul  Monte  Corno, il  10  luglio  1916, viene  preso  prigioniero  dagli  austriaci, portato  a  Trento, processato  ed  impiccato  nel  cortile  del  Castello  del  Buon  Consiglio. Le  sue  ultime  parole  furono: ”Viva  Trento  Italiana, Viva  l’Italia”.
L‘irredentismo  entrava  così  nel  secolo  XX, dovendo  combattere  contro  l’invadenza  tedesca  nel  Trentino-Alto  Adige, che  costrinse  addirittura  nel  1912, il  Vescovo  di  Trento, monsignore  Endrici, a  prendere  una  dura  posizione  contraria, e  contro  quella  slava  nell’ Istria, entrambe  favorite  dal  governo, e  che  rispondeva  ad  un  preciso  programma  di  conquista,  neppure  nascosta, basti  pensare  che  in un  giornale  sloveno, un  articolo, ripreso  e riportato  dal  nostro  grande  giornalista  Luigi  Barzini, sul  “Corriere  della  sera”, il  21  settembre  1913, era  scritto:”…non  desisteremo  fino  a  che  non  avremo  ridotto  in  polvere  l’ italianità  di  Trieste  e  fino  a  che  a  Trieste  non  comanderemo  noi  slavi…”, e  sempre  a  Trieste, il  Governatore, Principe  di  Hohenloe, nel  1913, aveva  pubblicato  un’ordinanza  che  vietava  a  cittadini  italiani  di  ricoprire  posti  di  lavoro.
Perciò  ad  esempio  il  problema  di  una  Università  per  gli  studenti  di  lingua  italiana  acquistava  una  straordinaria  importanza , anche  perché  nel  1903  vi  erano  stati  scontri  sanguinosi  ad  Innsbruck  contro   gli  studenti  italiani, ed  il  problema  di  una  maggiore  autonomia  amministrativa  del  Trentino  divenivano  i  punti  fondamentali  delle  richieste  degli  irredenti, che  avevano  capito, perdurando  la  Triplice, essere  esclusa  ogni  altra  soluzione. Nondimeno  non  perdevano  occasione  di  farsi  riconoscere, e  notare  come quando  Vittorio  Emanuele  III, si  recò  in  visita  ad  Udine  nel  1903, dando  vita  ad  ardenti  manifestazioni  irredentistiche, che  non  potevano  sfuggire  all’attenzione  del  Sovrano, né  lasciarlo  indifferente. Anche  l’inaugurazione  di  un  monumento  a  Verdi  a  Trieste  costituiva  momento  di italianità  e  così  pure  il  dono  nel  1907  di  una  lampada  votiva  alla  tomba di Dante  a  Ravenna, e  poi  le  celebrazioni  nel  1911  del  cinquantenario  del  Regno  d’Italia  facevano  rivivere  le  passioni  del  Risorgimento, ed  ad  esempio  in  quello  stesso  anno, il  primo  ottobre, si  teneva   a  Capodistria  il  congresso  di  tutte  le  organizzazioni  giovanili  per  stabilire  una  linea  d’azione  unitaria.
Giungiamo  così  al  luglio  1914: l’Austria  dichiara  guerra  alla  Serbia, ritenendola  mandante  dell’assassinio  dell’ Arciduca  Francesco  Ferdinando, violando  il  trattato  non  consultando  l’Italia. L’Italia  che  giustamente  si  proclama  neutrale, tenta  inizialmente  la  strada  per  arrivare  ad  un  accordo  pacifico  per  il  riconoscimento  dei  propri  diritti  storici, ma le  risposte  negative  e  tardive, spingono  gli  irredentisti, che  capiscono  essere  questa  l’occasione  da  quasi  cinquant’anni   auspicata,  ad  intervenire  nel  contrasto  tra  interventisti  e  neutralisti  a  favore  dell’intervento,  e  così  quelle  due  parallele, irredentismo  e  politica  governativa  che  sembravano  non  potersi  incontrare, se  non  all’infinito, con  la  decisione   del  Re  si  incontrano  ed  il  24  maggio  1915, ha  inizio  la  Quarta  Guerra  d’Indipendenza, che  portò   al  completamento  dell’ Unità  per  anni  vagheggiata. Il  prezzo  pagato  in  termini  di  vite  umane, tra  le  quali  molti  irredenti  che  avevano  varcato  il  confine  per  combattere  nelle file  del  Regio  Esercito  e  della  Regia  Marina , fu  molto  più  elevato  di  quanto  immaginato, ma  l’Italia  e  gli  Italiani  avevano  mostrato  al  Mondo  che  erano  una  vera  Nazione, e  non   una  espressione  geografica,   ed  un  Popolo, fiero  di  sé  e  del  suo  passato,composto  non  più  di  “macaroni”  e  servi  di  altrui  governi. Gli  irredenti  avevano  trovato  finalmente  la  Patria .


   

domenica 29 marzo 2015

Pisa: Palazzo Blu racconta i segni della Grande Guerra

Si apre oggi la mostra “I segni della guerra. Pisa 1915-1918: una città nel primo conflitto mondiale”. Sei sezioni che raccontano le varie fasi della prima guerra mondiale

Come si riverbera un guerra, la Grande Guerra, nella vita di una città italiana, della sua popolazione e delle sue istituzioni. Questo il tema al centro della mostra I segni della guerra. Pisa 1915-1918: una città nel primo conflitto mondiale, che si apre oggi a Palazzo Blu in occasione del centenario della prima guerra mondiale (fino al 5 luglio)

“La Grande Guerra – ha detto il presidente della Fondazione Palazzo Blu Cosimo Bracci Torsi –  resta infatti un punto di svolta nella storia dell’Europa e del Mondo – l’inizio di una seconda Guerra dei trent’anni o del Secolo breve – ed è all’origine degli sconvolgimenti e degli orrori dei decenni seguenti. Pisa non era sul fronte di combattimento, né era sede di governo o di alti comandi militari. Era una media città italiana con le sue caratteristiche e la sua storia sulla quale tuttavia la guerra ha lasciato i suoi segni”.

L’allestimento prende le mosse da una ricerca che ha visto inventariare e esplorare giacimenti documentari, archivistici, bibliotecari, collezionistici, di stampa periodica locali, tra cui sono stati naturalmente fondamentali sia l’Archivio di Stato di Pisa, sia l’Archivio del cardinale Pietro Maffi, Arcivescovo della città.
Una ricerca che ha varcato i confini di Pisa, arrivando all’archivio della Presidenza della Repubblica, dove sono presenti documenti della Casa Savoia, compresi quelli riferiti alla tenuta reale di San Rossore, l’Ufficio storico dell’Aeronautica, che conserva documenti sulle scuole di volo pisane e il Museo storico dell’Aeronautica militare di Vigna di Valle.
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venerdì 27 marzo 2015

LE CAUSE DELLA I GUERRA MONDIALE

di Gianluigi Chiaserotti

Con il 2014 si è iniziato a parlare del I Centenario della Prima Guerra Mondiale.
Con il presente articolo, anche in vista del prossimo 24 maggio, data in cui cento anni or sono l’Italia entrò in guerra, a cui necessiterà un ricordo specifico, iniziamo ad analizzare qualche aspetto della Guerra stessa, come quelle che furono le sue cause remote e le sue cause prossime.
Le cause remote sono quei fenomeni storici molto complessi e di lunga durata senza i quali non ci sarebbe stata mai una guerra con le caratteristiche della Prima Guerra Mondiale; mentre quelle immediate o prossime è l’insieme di problemi e tensioni internazionali che furono, in qualche modo, il motivo diretto della guerra medesima.
Tre sono quelle remote:
A) La rivoluzione industriale, la quale permette lo sviluppo di quelle tecnologie che trasformeranno il modo di fare la guerra, sia a livello di armamenti, sia che a livello di trasporti, aumentando la produzione industriale, la circolazione delle merci dentro e fuori il continente europeo e quindi anche la concorrenza tra le nazioni stesse;
B) Il nazionalismo, cioè la convinzione della superiorità della propria nazione sulle altre. Convinzione che si diffonde sempre più profondamente nei paesi europei a partire dalla seconda metà dell‘800 (anche per la nascita di nuovi Stati, come l’Italia) e quindi per i nazionalisti la guerra è lo strumento proprio con cui affermare la superiorità territoriale;
C) L’imperialismo, cioè la creazione di imperi coloniali più o meno grandi (britannico, francese, tedesco, belga, italiano), influisce in due modi sulla Prima guerra Mondiale, sia come causa di contrasti tra le potenze europee che si contendono le colonie africane ed asiatiche, sia per produrre la c. d. “mondializzazione” del conflitto, in quanto a fianco del Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord, della Francia e della Germania combattono anche le truppe provenienti dalle colonie di codesti paesi.
Mentre le cause prossime possono essere sinteticamente riunite in tre categorie:
A) mire espansionistiche, cioè quella tendenza di alcuni paesi ad ampliare il proprio territorio, come la Germania, la quale puntava verso est; o come gli imperi russo ed austro-ungarico, i quali puntavano ad ampliarli verso i Balcani in quanto l’Impero Ottomano era in crisi; come la Serbia, la quale voleva creare proprio uno stato slavo nei Balcani stessi;
B) rivendicazioni territoriali, cioè la convinzione di alcuni paesi di aver diritto a determinati territori, come la Francia, che voleva recuperare dalla Germania l’Alsazia e la Lorena perse nella guerra franco-prussiana del 1870, o dell’Italia, che rivendicava il possesso del Trentino Alto Adige, del Friuli e della Venezia Giulia (le c.d. “terre irredente”, cioè non salvate, non liberate), ancora parte dell’Impero Austro-Ungarico;
C) desiderio di indipendenza, cioè il caso di diverse nazioni sottoposte all’Impero Austro-Ungarico (cechi, ungheresi, bosniaci, croati, italiani).
A tutto codesto contesto si univa la volontà del Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord al fine di mantenere il suo ruolo dominante, in particolare sui mari e nei commerci.
Ma dopo l’analisi di tutte queste cause, la Prima Guerra Mondiale scoppiò invece per una causa che si può definire apparente, il c.d. “casus belli”.  Infatti il 28 giugno 1914 il serbo Gavrilo Princip (1894-1918) aveva assassinato, in quel di Sarajevo, l'arciduca ereditario Francesco Ferdinando di Absburgo Lorena (1863-1914) con la consorte, quindi l’Austria-Ungheria dichiarò guerra alla Serbia, anche se, fu ovvio, che il Princip aveva agito da solo e non a nome della Serbia.
A questa dichiarazione di guerra  seguì, ed in rapida sequenza, l’ingresso nel conflitto della Russia (protettrice della Serbia), quindi della Germania [alleata con l’Austria (anche se il trattato della Triplice Alleanza era difensivo e non offensivo)], della Francia e del Regno Unito e di tutte le altre potenze.


mercoledì 25 marzo 2015

Genesi del Regno di Savoia. Conferenza del Circolo REX



SALA UNO

nel cortile della Casa Salesiana San Giovanni Bosco

con ingresso in Via Marsala 42

(vicino Stazione Termini)


INGRESSO: 10,15

ORA INIZIO CONFERENZA: 10,30


29 marzo 2015

Dott. Arch. Paolo CAMPANELLI

“Genesi del Regno di Savoia

martedì 24 marzo 2015

PELLEGRINAGGIO ALL'ABBAZIA DI HAUTECOMBE PER IL 32° ANNIVERSARIO DEL RE UMBERTO II




Sabato 21 marzo, presso l'Abbazia di Hautecombe, si è svolto il tradizionale pellegrinaggio nel ricordo del 32mo anniversario della scomparsa del re Umberto II di Savoia, unito nel ricordo della regina Marie Josè. 

L'antichissima Abbazia cistercense di Hautecombe (Savoia, Rhône-Alps, Francia), vicino a Aix-les-Bains, è situata sul grande lago naturale del Bourget che, accompagna i visitatore in uno scenario molto bello lungo tutto l'itinerario, provenendo dalla città di Chambery. 

Alla manifestazione sono intervenuti circa mille persone, giunti da ogni parte d'Italia e dall'estero per partecipare alla messa di commemorazione celebrata dal dall'Arcivescovo di Chambery, sia in lingua italiana che francese.

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lunedì 23 marzo 2015

La Monarchia e il Fascismo - undicesimo capitolo - II

I comitati di Liberazione tentano colpire alle spalle Umberto. La equivoca provenienza dei mezzi di propaganda.

Si è formato «il fascismo dell'antifascismo» creando contro la Monarchia un fronte unico fra i Comitati di L. e la Repubblica del Nord mentre si dà mano alla demolizione dello Statuto puntando sulla Costituente che in esso non vi è contemplata; e con procedimento senza precedenti la si fa riconoscere sul piano internazionale prima che sia riconosciuta dagli italiani che non sono nemmeno interpellati. L'Italia diverrà preda di gente inetta, sempre digiuna dei più elementari principi dell'organizzazione statale: gente inacidita dalla solitudine e dalle insoddisfatte ambizioni che non ha all'attivo altre benemerenze che i pugilati e le intolleranze alla Camera, quelle intolleranze e quei pugilati che avevano provocato la nascita del fascismo, molti rientrati dall'estero dopo lunga assenza, protetti dalle baionette straniere. A loro frammisti troviamo i soliti doppiogiochisti che, dopo avere appoggiato il fascismo per un periodo più o meno lungo, ma sempre quel tanto da esserne compromessi, si affrettarono a presentarsi con la maschera di Bruto, per creare il bersaglio atto a sviare la ricerca delle loro responsabilità. Il bersaglio fu la Monarchia. Fra i tiratori scelti, eccovi, esponentì dei partiti dei Comitati di L.: Casati, liberale, già ministro di Mussolini fino alla notte del 3 gennaio 1925; Cingolani, incensatore di Mussolinì e sostenitore della necessità dell'esperimento fascista; De Gasperi, autore con Gronchi del secondo veto a Giolitti nel 1922, veto che con quello di don Sturzo spianò la via al fascismo; La Malfa, il più accanito contro il Re, per il Partito d'Azione nel quale primeggiano fior di intellettuali che avevano giurato fedeltà al regime e contribuito dalla cattedra e quindi non disinteressatamente ad imbottire i crani dei giovani sulla infallibilità del Duce; Gronchi, (autore dell'ordine antimonarchico stillato in un nascondiglio romano) già ministro di Mussolini quando questi creò il Gran Consiglio e la Milizia; Spataro, della Democrazia Cristiana che non disdegnava durante il regime raccogliere favori; Carandini, liberale, il quale mentre reclamava una «monarchia pulita» e si accaniva a chiederne la decadenza, scriveva opuscoli nei quali la difendeva. E' l'apologia del doppio gioco.

Se l'antifascismo avesse combattuto Mussolini con l'accanimento col quale ha combattuto la Monarchia e gli interessi dell'Italia, il fascismo sarebbe caduto nel 1923. Ma allora il pericolo era incombente e reale, il popolo era contro di loro, nessuno ebbe mai il coraggio di affrontare la impopolarità e lo straniero esultava per il tribuno romagnolo; e poi non erano ancora aperti i conventi a rifugio dei nuovi coccapieller.

I Comitati di L. si affannano a proclamarsi « rappresentanti del popolo » ma nessuno sa dire da chi e quando essi hanno avuta la investitura. La verità è che senza la protezione straniera non sarebbero vissuti una sola settimana. Infatti quando nel gennaio del 1944 il Comitato di Roma lancia manifestini nei quali si invita la popolazione ad insorgere, nessun capo uscì dai nascondigli a prendere la direzione dell'iniziativa e pertanto questa fallisce. Mentre Umberto va al fronte, passa fra le sventagliate della mitraglia che colpisce il suo apparecchio e dà secondo la scuola dei Savoia - magnifico esempio di coraggio e sprezzo del pericolo, parte dei dirigenti i Comitati non danno che spettacolo di vigliaccheria. Questi cospiratori sono talmente consapevoli della loro inferiorità che quando gli Alleati esprimono la decisione di decorare Umberto di medaglia d'argento per lo sprezzo del pericolo dimostrato, essi vi si oppongono energicamente. Nel Comitato dì Roma, fra i più accesi rivoluzionari vi è Scoccimarro, che vorrebbe una grande insurrezione di popolo: egli si reca a S. Paolo dove operai e granatieri combattono, col proposito di organizzare la resistenza per le strade. Ma incontrato un ferito ne approfitta per caricarlo sull'automobile e torna indietro: da rivoltoso a damo della Croce Rossa (1).

Esponenti del Partito d'Azione nel comitato romano troviamo La Malfa e Salvatorelli, i più aggressivi e velenosi avversari della Monarchia: entrambi furono fascisti e dal regime non ebbero che benefici. Il La Malfa fu iscritto al Gruppo Boldini di Milano, stipendiato da un Istituto fascistissimo come l'Enciclopedia Treccani: ora intransigente repubblicano come allora era intransigente fascista sempre in stivaloni e orbace. Al Laterano troviamo fra altri: Nenni, Ruini, De Gasperi, Amendola. Per dare un'idea dello stato d'animo di costoro, la cui antifona è l'accusa di viltà al Re, ecco cosa scrive Bonomi nel suo Diario di un anno: «Alcuni tedeschi avvinazzati cantano davanti ai cancelli del Laterano ed hanno fatto credere ad una invasione. Siamo stati per oltre un'ora in un cunicolo sotterraneo dove non era possibile che rimanere seduti nell'oscurità più completa» (pagina 144). Altro che barricate! Fu dopo la constatazione dei pericoli personali ai quali si sarebbero esposti scendendo in piazza che costoro avevano deciso (16 settembre 1943) di escludere la proclamazione della Repubblica con un moto insurrezionale. E rimasero nascosti invece nei conventi ad organizzare la demolizione della Monarchia nazionale con la diffamazione, sistema di lotta che non importa nessun pericolo. All'epoca del Risorgimento la logica della rivolta eran le barricate, la libera ed aperta competizione; la logica dei Comitati è, per i capi, il nascondiglio e per i gregari l'anarchia dello squadrismo rosso, dei ratti notturni, delle esecuzioni segrete. Il congresso di Bari con i discorsi di Sforza, Croce e Omodeo fu la scuola di questa nuova filosofia immorale. Solo con questa logica affiancata dal volgare atteggiamento contro la Monarchia essi potevano aprirsi un varco nei bassifondi sociali e politici speculando sulla mancanza di dignità nazionale di certi ambienti. La Radio comunicava con voce brutale e sprezzante la morte di Mafalda. La Regina Elena e Re Vittorio non ne sapevano nulla. A Umberto, da Roma, era stato abilmente impedito di informarne i genitori. Croce e Sforza incitano i soldati al tradimento e poi denigrano l'esercito accusandolo di mancanza di spirito bellico e di questo ne incolpano la Monarchia! Fra le accuse al Re vi era quella della lista civile, Il milioni di lire carta, mai aumentata (anzi da 14 era stata così ridotta su richiesta dello stesso Re nel 1921) che Casa reale spendeva quasi tutto in beneficenza, vivendo coi soli redditi delle terre di proprietà della Corona.

Nitti, rimproverando la repentina e inattesa conversione di Einaudi (da lui fatto senatore) dalla Monarchia alla Repubblica e dalla parsimonia più estrema alla più estrema prodigalità dopo avere per tutta la vita fatto l'elogio dell'avarizia, lo confronta con Vittorio Emanuele III che aveva «abitudini di modestia ». « Non si abita da modesto cittadino al Quirinale senza avere il capogiro »- . Sia pertanto di monito a quei propagandisti repubblicani, da Conti a Cingolani, i quali impostarono la loro propaganda sulla lista civile, che, la Presidenza della Repubblica, con annessi e connessi costa di più della Monarchia,        sia pure tenendo presente nel conteggio della svalutazione della moneta. Il Principe Umberto, Luogotenente del Regno, con tutti gli impegni per il personale e per la beneficenza, percepiva ancora 5 milioni all'anno, meno dell'introito di certi politici, deputati o senatori della nuova democrazia con figli e congiunti sistemati nei ministeri. E Umberto fu costretto a fare dei debiti per vivere e per pagare i dipendenti. I Comitati di L. invece non hanno mai negata la immorale provenienza delle enormi somme (oltre i 101) milioni mensili degli Alleati) spese per la propaganda repubblicana. Provenienza identificata nei grandi esponenti della siderurgica i quali hanno interesse ad ipotecare un futuro governo repubblicano per le tariffe doganali. I nostri Comitati di Liberazione, per la realizzazione dei loro fini miravano all'abbattimento della Monarchia la quale, estranea e lontana dall'affarismo, non poteva concedere quello che invece offriva loro la plutocrazia bancaria e borsistica anelante alla rapina del risparmio nazionale Protettore e finanziatore dei C. di L. attraverso una azienda di carboni, è oramai arcinoto, è un aderente al Partito d'Azione, direttore di una grande banca creatrice e monopolizzatrice della plutocrazia siderurgica dalla quale trasse in passato utili ingentissimi; banca che fu accusata di essere al soldo della Germania prima della guerra 1915-18. Adesso la plutocrazia siderurgica protegge e sostiene in modo particolare la stampa repubblicana.

E' noto che Tito non appena occupata Trieste, l'Istria e la Venezia Giulia diede subito mano al cambio della moneta. Fece ritirare presso Enti, banche e privati le lire italiane dando in cambio biglietti jugoslavi. La nostra moneta venne consegnata al Partito Comunista Italiano che se ne servi per le spettacolari spese di propaganda, forse facendone partecipi socialisti e democristiani, allora in perfetta armonia antimonarchica. Il ministro Soleri calcolava le lire passate in Italia ai partiti repubblicani di sinistra intorno ai 10.12 miliardi. E' così che i loro interessi coincidono con l'umiliazione dell'Italia e quindi l’umiliazione del Re, sia con l'insulto che con la solidarietà con lo straniero.

Poi la sorda ostilità si appunta contro il Luogotenente, ed ancora tutte le falsificazioni sono armi buone per la loro battaglia. Un fatto al quale non si dà a dovuta importanza ma che rivela l'essenza della mentalità e dei sistemi della demagogia imperante, è quella che si riferisce alla intervista di Umberto col giornalista Mattews. Anzi, più che, di una intervista si tratta dì una udienza, come osserva lo stesso Mattews, nella quale il Luogotenente espone alcuni suoi punti di vista che così sì possono riassumere:

1) La Monarchia, al pari di tutte le istituzioni politiche dell’Europa postbellica, si muoverà verso sinistra.

2) Gratitudine agli Alleati per quello che fanno per il popolo italiano.

3) Sì augura che la decisione per la forma istituzionale non avvenga mentre il paese è in fermento a causa della situazione economica, ma bensì allorché la Nazione sarà ritornata in un relativo stato di normalità. E chiede per i soldati ancora fuori d'Italia il diritto di esprimere i propri sentimenti, e lascia vagamente capire, che lo Statuto dovrebbe servire come base per una radicale revisione.

4) Difficoltà che i monarchici incontrano nel l'esporre al pubblico il proprio punto di vista.

5) Desiderio di dimostrare che nel futuro l'Italia potrà essere altrettanto democratica sotto una Monarchia quanto sotto una Repubblica

6) Considera la sua posizione al di sopra dei partiti politici e non desidera che monarchici e repubblicani si accapiglino fra di loro.

7) La forma di governo non altera il problema della democrazia poiché Repubblica come quella tedesca possono essere dittature, e Monarchie come quella inglese possono essere democratiche. L'andare a sinistra non contrasta minimamente coll'Istituto monarchico.

Commenta il Mattews: «Senza dubbio si ha l'impressione di un uomo che ha un programma e sa per che cosa combatte. A mio giudizio i repubblicani hanno un avversario più forte di quel che immaginano».

Poche parole di storia di questo incidente: storia incredibile ma vera. Umberto combina in pieno accordo col presidente Bonomi e coi ministri il testo della così detta intervista. L'originale rimane per circa un mese nelle mani del presidente il quale vi apporta di sua mano alcune modifiche. All'apparire della corrispondenza sul New York Times, questa è accolta con simpatia e fa guadagnare quota alla Monarchia. Ma il Consiglio dei ministri si affretta ad emanare un comunicato che suona deplorazione per il Luogotenente!

Qualunque parola di serenità e di saggezza è dunque interdetta al Capo dello Stato: egli deve stare nell'ombra, succube del livore e della faziosità demagogica dei nuovi tiranni. Costoro - e Bonomi si presta alla bisogna - addossano a Umberto ipotetiche responsabilità che poi non sono affatto sue ma di tutti i ministri. Il Luogotenente pertanto si affretta ad invitare al Comando Alleato la fotografia del documento originale ad attestazione della disonestà del suo Governo, ma alla stampa è fatto divieto di accennare al «falso» ministeriale (2).



1) Ivanoe Bonomi, Diario di un anno, Roma


2) Ci risulta che il dattiloscritto con le correzioni apportate da Bonomi trovasi presso l'ex Ministro della Real Casa marchese Falcone Lucifero il quale per correttezza costituzionale (quella correttezza sempre ignorata dal Governo) non ha ceduto alle sollecitazioni per la pubblicazione né ha mai concesso ad alcuno di prenderne visione.

venerdì 20 marzo 2015

martedì 17 marzo 2015

Ma io pensavo più al paese che alla Corona…

Una delle frasi contenute nella settima parte dell'intervista di Nino Bolla a Re Umberto II nell'ultimo aggiornamento del sito a lui dedicato, www.reumberto.it

Nell'anniversario della proclamazione del Regno d'Italia ed in quello doloroso della scomparsa in esilio del Sovrano. 

Buona lettura. 
Viva il Re!

domenica 15 marzo 2015

Il presidente dell'Unione Monarchica Italiana scrive al Corriere del Mezzogiorno

Il Presidente dell'UMI è l'Avvocato Alessandro Maria Sacchi e non Andrea come riportato dal "Corriere del Mezzogiorno", del 14 Marzo 2015, pagina 8.




Ringraziamo il Presidente provinciale dell'UMI di Avellino, Avvocato Augusto Genovese, per averci trasmesso il documento.

Comunicato Stampa di Italia Reale - Stella e Corona

Italia Reale - Stella e Corona esprime la propria indignazione nei confronti della Giunta Comunale di Napoli che ha eliminato dalla toponomastica cittadina, il nome del Re Vittorio Emanuele III che faceva parte, tra l'altro, di un contesto storico ambientale, ormai tradizionale.

Tale decisione non può non  inquadrarsi negli atteggiamenti di una certa "razza padrona" che si è impossessata della politica italiana, credendosi onnipotente ed inamovibile.

Tale scelta, approvata proprio nel  centenario dell'entrata in guerra dell'Italia, nel primo conflitto mondiale, non tiene conto della figura del  "Re soldato" , che portò all'unità della nostra Patria, assicurando all'Italia un legame, tuttora necessario, all'occidente più progredito ed allontanarla dalle varie "leghe arabe" che si vedono ormai all'orizzonte.

Si tratta di un atteggiamento meschino di una sorta di politici che, incapaci di risolvere i problemi del momento, (molto spesso creati da loro stessi, come la povertà diffusa, la disoccupazione, la disperazione economica, il dramma delle morti sul  lavoro, una nuova pesante emigrazione) se la prendono, con un livore fuori luogo, con il passato, per non lasciare traccia di ricordi migliori del loro malgoverno.

sabato 14 marzo 2015

Santa Messa a Napoli in suffragio di RE UMBERTO II

Cari amici, partecipare a questa Santa Messa mettendo da parte ogni divisione, ogni critica, ogni distinguo, è necessario, per dare risposta adeguata all'infamia che si sta per compiere a Napoli con l'abolizione della via intitolata alla Maestà del Re Vittorio Emanuele III,
Il Re soldato sotto la cui Augusta guida la Nazione completò la sua unità quasi 100 anni fa.
Accorrete numerosi!



La Monarchia e il Fascismo - undicesimo capitolo - I

COME LE SINISTRE HANNO FATTO SCEMPIO DELLO STATUTO E DELLA MORALE POLITICA

La paura movente dell'Esarchia repubblicana - Croce e Sforza collaboratori della disfatta. - I Comitati di Liberazione Nazionale e la decadenza della classe intellettuale.

25 luglio e 8 settembre - 7 giugno 1944: i giacobini dell'Esarchia si organizzano per riversare sul Sovrano le loro responsabilità.

Il 25 luglio è salutato dal popolo italiano con dimostrazioni di giubilo e con acclamazioni al Re. Masse, disilluse per aver creduto nella guerra facile e vittoriosa, nella guerra lampo, ritornano fiduciose al Sovrano per affidarsi alla sua saggezza. Ma i responsabili sono in agguato. Essi sanno benissimo che nella revisione del passato le loro responsabilità emergerebbero alla luce del sole ed il popolo ingannato ne chiederebbe loro conto. Nello scatenamento delle vendette contro il regime fascista è facile coinvolgere la Monarchia: i popoli, nelle grandi catastrofi mirano sempre alla ricerca di qualcuno cui addossare le colpe delle loro follie. Quando viene indicato il bersaglio nella persona del Sovrano, questi si trova preso fra due fuochi da parte dei repubblicani di Salò e dagli antifascisti preoccupati soltanto di sfuggire alle responsabilità. Le due forze antagonistiche sono solidali fra di loro così come lo furono dal 1919 al 1921. Ma se il fascismo lotta ancora per la salvezza di un principio con aneliti di patriottismo, l'antifascismo esprime soprattutto vendetta. Per questo la caduta della Monarchia vorrebbe dire il soddisfacimento di appetiti troppo a lungo repressi e di ambizioni personali. La direzione di tale atteggiamento nefasto per il Paese viene assunto dal Partito d'Azione, un partito così detto di intellettuali composto di generali senza soldati, tutti aspiranti alle alte cariche, di presidente della Repubblica o di ministro o per lo meno a posti ben retribuiti. E così sarà. Niente di originale scaturì da questo partito: teorie professorali di gente digiuna di politica, dotata soltanto di grande presunzione e di ambizioni sfrenate. Mai partito si presentò alla ribalta con tanta mancanza di fede. E così l'Italia diventò la preda di un branco di speculatori politici avidi soltanto di prebende e di potere. E fu il periodo più triste della nostra vita nazionale, avvolti come fummo dal «vento del nord», quell'atmosfera che legalizzò ogni sorta di soprusi e di delitti. Soffocata la «libertà dal timore» vengono gettate le premesse della futura Repubblica così detta «democratica» che non tollera avversari.

Con una malvagità senza precedenti nella storia d'Italia viene scatenata la campagna di diffamazione contro Casa Savoia e non si risparmiano nemmeno le donne, che una propagandista repubblicana chiamava alla radio «baldracche imbellettate». I repubblicani storici scendono ad un livello così basso da fare arrossire di vergogna repubblicani degni di questo nome. Fu allora che il marchese Falcone Lucifero definiva «linguaggio da postribolo» le concioni dell'ex fascista generale Azzi e degli onn. Pacciardi e Giovanni Conti. Il 14 agosto il Pacciardi tiene un comizio al Brancaccio di Roma. L'Italia Nuova ne fa la cronaca e conclude: «Non intendiamo neppure trattare con serietà e con rispetto un oratore ed una assemblea che riassumono con parolacce la loro professione di fede». Il linguaggio, a dire di alcuni presenti, è semplicemente ributtante. In questa campagna si trovano uniti in fraterno connubio comunisti e democristiani, socialdemocratici, azionisti e repubblicani e purtroppo anche parte, dei liberali i quali pertanto non hanno il coraggio di alzare la bandiera della bianca croce Sabauda. E' la lega dell'antirisorgimento che si dispone ad infrangere l'Unità nazionale.

Fra queste ventate di diffamazione, di odio e di rancore, di turpiloquio e di vituperio, si prepara la rinascita del Paese. Gli incitamenti di radio Bari alla caccia all'uomo sfociarono nei delitti e nelle repressioni, nei massacri più feroci anche perchè oltre la linea gotica, nelle zone ancora occupate dai tedeschi le formazioni partigiane sfuggono al controllo di un Comando unico e, lungi dall'avere un aspetto militare assumono quello di bande politiche irregolari le quali più che compiere operazioni vere e proprie di guerra sì abbandonano alla guerriglia civile. Ce ne dà conferma lo stesso generale Raffaele Cadorna nel suo volume La riscossa, dove egli documenta che un comando unico, una direzione unica non vi fu mai. Il movimento partigiano fu soprattutto un fenomeno comunista avallato dai socialisti e dagli azionisti che impedirono sempre che le bande avessero un contenuto nazionale «in quei tempi il dichiararsi apolitici, il dare cioè alla lotta di liberazione il solo carattere patriottico senza un tantino di sfondo sociale progressivo equivaleva a essere reazionari» (pag. 167). Per questo il Comitato di Liberazione piemontese ostacolava le formazioni autonome di Mauri, Enrico Bastoni puramente militari. Il Mauri, «tipo moderno di condottiero brevettato alla scuola di guerra» fu uno dei primi ad iniziare la resistenza, ma i comunisti garibaldini che avevano le formazioni più forti, cercavano con sistemi sbrigativi di sbarazzarsi dei concorrenti» (pagg. 169 e 181). A Milano compaiono manifesti con la grande forca di Piazzale Loreto, destinata, ammonisce la dicitura, ai monarchici. A tanto arriva la... libertà democratica repubblicana! Le bande autonome di Mauri, con la Franchi di Edgardo Sogno e con la Osoppo del capitano De Gregorio (« Bolla »), sono le sole passate all'azione ispirate da un sentimento nazionale, immuni da passioni politiche. Le zone sotto la loro influenza sono quelle che hanno avuto il minimo di giustiziati. I loro seguaci si sono dati alla macchia per non venir meno al giuramento prestato al Re. Le altre bande, tanto quelle comuniste che le aderenti ai partiti socialista e d'azione, democristiane comprese, ebbero carattere repubblicano e di partito. Quindi vennero a trovarsi sullo stesso piano delle brigate nere di Salò. Partigiani e fascisti sono fuori della realtà, entrambi al servizio dello straniero che attraverso questi estremisti rinfocola la lotta civile intesa a dividere gli italiani.

Ammette il Cadorna che l'ordine dell'insurrezione alla fine di aprile venne dato a sua insaputa da un Comitato insurrezionale formato dai tre partiti di sinistra i quali avevano estromesso democristiani e liberali: «Sotto la maschera dell'insurrezione nazionale a carattere patriottico, scrive il Cadorna, i comunisti perseguono i loro fini particolari: impadronirsi delle leve di comando, eliminare i nemici scomodi, assorbire quelli che possono riuscire utili, ricattare quelli che sono in condizioni di pagare» (pag. 265). Essi non nascondono il loro giuoco che è quello di impossessarsi del potere ed a tal fine «si erano scatenati, coi più raffinati sistemi di propaganda, l'odio e la illegalità» (pag. 266). In una Relazione sulla situazione politica del biellese è detto chiaramente che i membri comunisti dei Comitati di L., i capi formazioni, i commissari politici, ecc. hanno per scopo di «costituire con ogni mezzo squadre armate prettamente comuniste per tentare al momento favorevole una sollevazione generale del proletariato» e proclamano apertamente di volere «in un modo od in un altro, occupare le fabbriche comunque e contro chiunque» (pag. 345). In questo modo dice Cadorna «si sanzionò la responsabilità delle classi dirigenti e la irresponsabilità del popolo negli errori del passato e in nome di questa irresponsabilità, cioè altrettanta incapacità di ieri, si vorrebbe oggi affidargli le redini dello Stato!».
Il punto esclamativo non è nostro, ma del generale Cadorna che mette in esso tutta la disillusione provata nel vivere per oltre un anno fra i dirigenti i Comitati di L. accusati peraltro di incapacità dai combattenti stessi, dei quali conferma le esigue schiere, cresciute
a dismisura soltanto all'atto della liberazione: «un semplice fazzoletto rosso al collo bastava a tramutare un pacifico operaio o un contadino in un partigiano persuaso di avere acquistato larghe benemerenze nella liberazione della Patria » (pag. 160). Tattica molto abile senza dubbio, che consacrò lo spirito informatore della lotta partigiana: essa fu soprattutto una campagna elettorale scatenata dai partiti di sinistra (pag. 189), dove in tanta anarchia approfittavano i piccoli capitani di ventura per curare i loro affari personali.

Nell'Istria e nella Dalmazia i partigiani slavi sopprimono le popolazioni di interi paesi: donne, vecchi e bambini sono gettati nelle foibe con le mani legate dietro la schiena. In una sola foiba, narra il Bollettino inform. della Marina, furono trovati 800 cadaveri. In tanta orgia sanguinaria i nostri Comitati davano ragione agli slavi e trascurando i partigiani triestini, oasi di religioso patriottismo. Nella Carnia le azioni dei partigiani non hanno altro risultato che quello di provocare l'occupazione dei mongoli del generale Krasnov. Altrettanto inutile l'insurrezione dell'Ossola, finita in una sconfitta per la fuga in Svizzera dei dirigenti il Comitato di L. Per l'eccidio di Piazzale Loreto dell'agosto del 1944 i tedeschi fucilarono 15 cittadini: è vero che il Comitato di L. proclamò lo sciopero generale, ma nessuno si astenne dal lavoro. Queste azioni non influirono sulla durata della guerra ed all'inutilità degli eccidi della innocente popolazione si aggiunge l'inutile sacrificio di tanti partigiani le cui azioni provocavano - oltre le rappresaglie sugli inermi anche quelle sugli stessi combattenti; sia d'esempio l'inutile sacrificio dei 700 partigiani del Grappa catturati dai tedeschi, quello degli 8 condannati a morte di Torino col generale Perotti in testa, impiccati al ponte degli Allocchi a Ravenna ed una infinità di altri generosi andati inutilmente- al sacrificio. A Torino i giustiziati sono oltre 5.000: comandante dei partigiani è il generale Trabucchi, attualmente in carriera e sollecito persecutore degli ufficiali monarchici al Corpo d'Armata di Firenze. Alle volte gli Alleati devono intervenire minacciando bombardamenti per far cessare le orrende carneficine, specialmente per l'uccisione di migliaia e migliaia di prigionieri dopo la resa e dopo l'armistizio, a guerra finita, quando cioè già avevano deposto le armi. Gli Alleati eccitarono i partigiani ai massacri ma poi non vollero assumersi le responsabilità di tanti orrori e concordarono nel negarne qualsiasi utilità ai fini della guerra.

Sulla situazione della resistenza nell’Alta Italia troviamo conferma alle nostre informazioni personali nella pubblicazione del Simiani La lotta partigiana (Ed. Omnia): le forze erano in Lombardia forse di 6.000 combattenti, a Bologna e provincia intorno ai 1500 diventati improvvisamente 20.000 il giorno dell'ingresso degli Alleati. L'inchiesta del Simiani, la più seria e obiettiva finora compiuta, ci pone davanti a particolari raccapriccianti ai quali può arrivare la guerra civile alimentata dall'odio predicato da dirigenti irresponsabili coperti dalla maschera del patriottismo. Egli descrive come si prelevassero le persone per la sola indicazione dai al fascista. «In molti casi purtroppo si trattava di losche faccende di amori o di vendette senza ombra di colpa politica e tuttavia il disgraziato se capitava dinanzi a qualche comando poco scrupoloso, veniva messo a morte. Si ebbero anche casi di persone prelevate per carpire loro danaro rilasciate anche se meritevoli di punizione, mediante 1'esborso di cifre notevoli. in mezzo a questo stato cose che andavano generalizzandosi, migliaia di persone incontravano la morte senza subire giudizi, senza essersi potute appellare, quasi sempre prive di conforti religiosi, raramente col permesso di inviare un estremo saluto ai famigliari».

Gli orrori ai quali si trascese nella città di Bologna, dove il Simiani calcola vi siano stati 1.300 giustiziati, altri 1000 in provincia di cui 800 non identificali, sono così narrati: «I morti venivano abbandonati sulle piazze o per le strade e talvolta oltraggiati. All'osservatore occasionale o al forestiero capitato per caso poteva sorgere il dubbio che la città fosse colpita da una nuova specie di furore collettivo a carattere epidemico. Chiunque poteva chiedere se invece di trovarsi in una città famosa per la cultura e per lo spirito degli abitanti, fosse capitato in qualche provincia asiatica in preda ad una feroce follia omicida dettata dal fanatismo religioso».


Non fu dunque quella dei partigiani una guerra guerreggiata. All'infuori del ristretto cerchio delle bande autonome delle Langhe sotto la guida del Mauri, della Franchi e della Osoppo, in generale le altre a sfondo estremista non ebbero una funzione di guerra aperta, ma assunsero spiccato carattere di vera e propria guerra civile, che si scatenò con crudeltà raccapricciante nei giorni susseguenti la liberazione, durante l'insurrezione e che culminò nello spettacolo di Piazzale Loreto, una pagina che i ciellenisti ascrivono a loro onore (Togliatti la chiamò «la più bella pagina della storia d’Italia»), ma che desterebbe orrore anche fra i selvaggi della jungla. Se non fosse stata una manifestazione di partiti associati sui quali va gettata la responsabilità di tanta infamia, questo episodio di barbarie e crudeltà disonorerebbe l'Italia. Va ascritto a disdoro dei partiti comunista e socialista, liberale e democrazia cristiana, partito d'azione e demolaburista l'avere instaurato in Italia il regime del terrore nel momento in cui la Patria, cessato il conflitto armato, si dibatteva per salvare nella pace la sua dignità nazionale. Tutto è stato fatto per aggravare la sconfitta, per umiliare l'Italia al solo ed unico scopo di poter dire «abbiamo avuto ragione ».

Abolita a Napoli Via Vittorio Emanuele III


Ce ne dà notizia un articolo comparso sul sito Napoli today, http://www.napolitoday.it/cronaca/abolita-via-vittorio-emanuele-iii.html, articolo che non riportiamo perché scritto con i soliti triti luoghi comuni dei cialtroni neoborbonici, (diversa cosa dai borbonici che in maniera onorevole e, soprattutto, educata esprimono il loro attaccamento alla Casa Reale di Borbone).

"Il sindaco Luigi de Magistris in Commissione Toponomastica del Comune di Napoli, ha dato il via libera nella seduta della Commissione in data 9 marzo, di ratificare l'abolizione del toponimo della strada intitolato a Vittorio Emanuele III ".

De Magistris, ex giudice, sotto inchiesta per uso disinvolto dei mezzi che la legge gli metteva a disposizione, già decaduto per la legge Severino ma reintegrato grazie alla follie della legge italiana che si guarda bene dall'essere uguale per tutti ma è interpretabile a seconda dell'appartenenza ad uno schieramento politico o all'altro, compie così l'unico gesto importante della sua legislatura e fa una  autentica, disgustosa porcheria.
Porcheria ancora più grossa perché commessa nel 100° anniversario che vide il Re Soldato compiere l'Unità d'Italia insieme al suo popolo.

Invitiamo i nostri lettori a tempestare di post la pagina facebook di quel personaggio che immeritatamente siede sullo scranno che fu di Achille Lauro.

VIVA IL RE!



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