mercoledì 24 dicembre 2014
La splendida rinascita della Galleria Sabauda
Luciana Baldrighi
Martedì 23 dicembre 2014
Era cominciato tutto da «Testa di ferro», al secolo Emanuele Filiberto. Nel 1563 aveva voluto Torino come nuova Capitale al posto di Chambéry, incardinando così il suo Ducato e poi il Regno dei Savoia alle sorti della Penisola.
Sognava una capitale dell'arte e aveva sguinzagliato per l'Europa un manipolo fidato di consiglieri-specialisti grazie al quale comprare dipinti e oggetti che la abbellissero.
Poi era stata la volta del Principe Eugenio, il più grande condottiero militare a cavallo fra XVII e XVIII secolo, il «terrore dei Turchi» e il più grande mecenate del suo tempo.
Infine Carlo Alberto, il Re liberale e risorgimentale che nel 1832 aveva riunito a palazzo Madama, e aperto al pubblico, ciò che i suoi predecessori avevano collezionato.
Dopo l'Unità, la raccolta era stata spostata all'Accademia delle Scienze e lì, fra spazi angusti e penalizzanti, aveva finito per languire.
Adesso, il restauro, la ricostruzione e l'apertura della Nuova Galleria Sabauda nell'inedita sede della Manica Nuova di Palazzo Reale, offre al visitatore il formidabile colpo d'occhio d'insieme di un migliaio fra quadri, sculture, arredi e mobili di ciò che i Savoia acquistarono nei secoli su un'area calpestabile di 9mila mq su quattro piani nobiliari.
Inaugurata nei giorni scorsi la Nuova Galleria Sabauda ha visto per la costruzione della Manica Nuova dieci anni di lavoro. L'Architetto Marco Albini, che ha curato l'allestimento, ha puntato su vere e proprie tavole che scendono dal soffitto conferendo un senso di respiro alle tante opere esposte.
[...]
VERCELLI - SABATO 27 DICEMBRE 2014
Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del PantheonDelegazione Provinciale di Novara Vercelli
INVITO – VERCELLI - SABATO 27 DICEMBRE 2014
Cerimonia in Ricordo di:
RE VITTORIO EMANUELE III E DELLA REGINA ELENA
Sovrani d’Italia
60 Anniversario del Ritorno di Trieste all’Italia
Ricordo dei Martiri italiani Vittime delle Foibe
Ricordo dei Caduti di tutte le Guerre
ORE 15,00 – Confraternita di Sant’Anna – Via Ponti, 9
Conferenza
“ESODO E SOCCORSO PER GLI ISTRIANI, FIUMANI e DALMATI”
Corpo Infermiere Volontarie – Relatrice Sorella Lucia Portioli
“LETTURA MESSAGGI STORICI DI VITTORIO EMANUELE III E UMBERTO II,
dedicati agli italiani delle Terre Irredente, di Trieste, Istria, Fiume e Dalmazia ma soprattutto, dopo l’8 settembre 1943, a dimostrazione di un legame indiscusso col Popolo che non venne mai meno. LETTORE: Marco Lovison
“IL RE SOLDATO E LA REGINA DELLA CARITA' NELLA GRANDE GUERRA”
Relatrice Sig.ra Maura Aimar – Presidente Centro Studi Principe Oddone
ORE 16,00 – Ritrovo presso il Comune di Vercelli – Piazza Municipio, 5
Deposizione di una Corona d’Alloro alle lapidi che portano i nomi dei nostri Caduti
Il Corteo sarà accompagnato da un Corpo Bandistico che eseguirà Inni e Marce Patriottiche
ORE 16,30 - Confraternita di Sant’Anna – Via Ponti, 9
Celebrante e Assistente Spirituale delle Delegazioni di Novara e Vercelli
Cav. Uff. Ca. Mons. Gian Luca Gonzino
A conclusione verrà offerto ai presenti un rinfresco, cogliendo l’occasione per scambiarci gli Auguri di Buon Anno
Il Delegato Provinciale Marco Lovison
sabato 20 dicembre 2014
Miserie repubblicane e Bandiere Sabaude a Venaria Reale
Bisognerebbe aprire una rubrica dedicata, tanto sono frequenti.
Quella di oggi riguarda la piazza antistante la Reggia di Venaria Reale, denominata piazza della repubblica, già Piazza Vittorio Emanuele II, primo Re d'Italia.
Con tanti posti che potevano scegliere per celebrare questo capolavoro del genio italico, detto repubblica, hanno scelto quello ove la miseria della stessa cozza contro la magnificenza dell'istituto monarchico che la lasciato il popolo italiano erede di cose magnifiche a disposizione di tutti.
Ben diversa sarà la pesante eredità repubblicana, fatta di miserie morali ed i un debito spaventoso.
Si sono dati la zappa sui piedi.
Di positivo invece segnaliamo il ristorante di cui non ricordiamo il nome in Piazza della SS Annunziata che espone ben tre bellissime bandiere nazionali (l'altra è appena svoltato l'angolo). Quelle giuste!
lunedì 15 dicembre 2014
La Regina discreta - III parte
Le molte biografie sulla vita di Vittorio Emanuele III, i
memoriali dei fatti che riguardano quaranta anni di storia italiana, ignorano
completamente il nome della regina. La vediamo a fianco del marito nei giorni
più difficili. Ci resta soltanto il dato di questa presenza immutabile, anche
col segno degli anni che ne hanno cambiato i tratti esteriori. La ritroviamo in
Egitto, dopo l'esilio; e a qualcuno che crede di conoscerla abbastanza
profondamente sembra di scoprire negli occhi della regina una serenità nuova,
quasi si fosse realizzato un suo segreto sogno. E un po’ di fierezza, per la
consapevolezza di aver tenuto fede sino in fondo, attraverso tutti i disastri
ad una sua funzione ben precisa.
Altri chiamano orgoglio la sua diffidenza per i giornalisti,
la sua rudezza nel trattare gli estranei. Non si tratta forse di un'arma di
legittima difesa? Non è un altro segno della sua natura di chioccia? Non
assomiglia forse alla stessa diffidenza e severità di Vittorio Emanuele, che
per questo fu sempre giudicato poco socievole. Non è il riserbo l'unico modo
per difendere i soli momenti di tranquillità che concede la loro esistenza dì
sovrani e cui l'intervento di qualsiasi estraneo toglierebbe il rigore
l'impenetrabilità, che li fa felici?
L'esilio non era l'infelicità. Un cameriere, che visse, con
loro e rientrò a Roma, per motivi di salute, raccontò a suo tempo quanto lo
avesse stupito constatare l'accordo che regnava fra i due vecchi sposi.
Andavano a caccia e a pesca insieme, o in chiesa, facevano lunghe passeggiate,
giocavano a carte la sera, come due fidanzati,
accaniti nelle loro partite come due bambini. E il Re la chiamava “Mammy”
e continuavano la vecchia abitudine di parlare in piemontese.
Racconta Saini nel suo « Principi in esilio in esilio» che nei
primi giorni del loro esilio, durante il trasloco da palazzo Antoniadis a villa
Amorosi la regina si sia seduta su una cassa nell'anticamera e sia scoppiata a piangere. I facchini
avevano appena finito di dirle che non sarebbero riusciti a completare il
trasporto dei. mobili, almeno per quel giorno. Mancavano i letti ed Elena
piangeva. «Non per me diceva. Per me dormo anche su questa cassapanca. Ma Sua
Maestà no. Sua Maestà non posso pensarlo».
Aveva conservato ancora la sua cadenza slava e l'abitudine
ad alternare frasi in francese a quelle italiane. Chiamava suo figlio Beppo, e
ne parlava spesso.
Il 28 dicembre 1947 Vittorio Emanuele morì; fu la seconda volta
che Elena pianse. Non erano trascorsi molti anni dalla tragica fine di Mafalda
nel campo di concentramento tedesco, ma questa volta non c'era possibilità di
risollevarsi Cinquantadue anni avevano
vissuto insieme, separandosi raramente e per periodi brevissimi.
Questo era l'esilio che Elena di Savoia temeva. Sola; i
figli sparsi più o meno per il mondo; i nipoti sì, qualcuno già grande che si
sposava, come Vittorio e Ludovica, le figlie di Jolanda. Ma il mondo aveva
perduto il perno sul quale ruotavano ormai i soli interessi della vecchia Regina
d'Italia.
Dall'Egitto a Cannes, poi Montpellier sulla Costa francese,
Elena di Savoia raggiunge persino quella popolarità che le era sempre mancata
in Italia. Sola, si occupa ormai soltanto degli altri. Quando scende in paese
la gente le fa l'inchino la chiama regina, i bambini sanno che ha le tasche
della giacca di raso nero piene di caramelle. Diventa un personaggio amico. La
vecchia Regina, ferma a pescare sul moletto di Montpellier, attenta agli sbalzi
del sughero sull'acqua, trionfante quando sente abboccare e può staccare il pesce
dall'amo e metterlo nel suo paniere fa parte del paesaggio, è una di loro.
I poveri di Montpellier conoscono ormai le sue piccole manie
e c'è sempre qualcuno che le porta le esche più ghiotte, i vermetti rosa che si
trovano solo in certo terriccio fuori città, il nyIon speciale per la lenza. La
vedono girare con la macchina fotografica a tracolla, curva, ormai di statura
media, come capita anche ai vecchi più corpulenti. Ma la vecchia signora ha lo
sguardo vivo, è attenta, a tutto, e arriva con un dono proprio quando ce n'è bisogno,
con un golfino quando il bambino incomincia ad aver freddo e si pensa proprio
alla maniera di procurarsi i soldi e comperarglielo.
Tutta questa gente di Montepellier è al funerale. Segue in
silenzio, un po' in disparte, intimorita ora dalla presenza di, tanti personaggi
imponenti, di tanti principi che seguono il feretro. Davanti alla chiesa si
disperde, osserva da lontano, non osa entrare.
Ma per molto tempo passando dal molo di Montpellier, tutti guarderanno
verso la casa sull'acqua, della signora Ollombell, per vedere se qualcuno,
piantato nella terra il seggiolino pieghevole, abbia occupato il posto, con la
canna ed il cestino dove pescava i cefali e parlava con i suoi ricordi la
vecchia Regina d'Italia.
Guido Rocca
sabato 13 dicembre 2014
La Monarchia e il Fascismo - capitolo nono - VI
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| La commemorazione della Regina Margherita fu l'occasione per i popolari di tornare alla Camera |
Tribunale
Speciale e decadenza dei deputati dell'Aventino.
(anno
1926)
L'opposizione
aventiniana è oramai in sfacelo, le è chiusa ogni via: non può avanzare, non
può retrocedere. Nella seduta del 17 gennaio alcuni deputati aderenti si
introducono furtivamente nell'aula al momento della commemorazione della Regina
Margherita. Si grida « fuori i popolari!» ed il giorno dopo Mussolini pone loro
dure condizioni per il ritorno alla Camera e tra queste «il riconoscimento che
non esiste una questione morale che riguardi il governo ed il partito» .
Inoltre devono scindere le loro responsabilità da quelle dei fuorusciti e riconoscere il fatto compiuto
della rivoluzione fascista. Senza questo
riconoscimento essi non potranno rientrare nell'Aula.
Alla
fine della seduta avvengono nei corridoi tafferugli dai quali i popolari ne escono
malconci.
Giolitti
interpellato, sull'incidente risponde: «Bisogna ricordarsi di quanto ha scritto
Manzoni: mal date ma ben ricevute». Del canto loro i deputati della maggioranza
affermano: o i popolari tornando nell'aula riconoscono che la questione morale
non è mai esistita, ed allora lo debbono dichiarare esplicitamente; o i
popolari pensano che la questione morale esiste sempre; ed allora essi non
avevano il diritto di farsi scudo di un'augusta salma per ripresentarsi
dinnanzi a quel governo che essi avevano infamato.
Dopo
gli ultimi avvenimenti il fascismo, come si è detto, ha ripreso quota e le
folle accorrono nuovamente al passaggio di Mussolini che frattanto ha assunto
il comando della Milizia. Ad Assisi il Cardinale Merry del Val, legato del
Papa, accanto al ministro Fedele benedice i militi ed i loro gagliardetti.
Certi atteggiamenti del Duce che l'opposizione vuole mettere in ridicolo,
ispirano invece alle folle simpatia e ammirazione, come quando egli si reca a
Predappio dove a piedi nudi e per due ore semina il grano nei campi.
Sono
ancora più rigide le disposizioni che impongono ai funzionari dello Stato la
più severa disciplina nella ubbidienza al regime, ed il ministro Rocco esonera
17 magistrati che non vogliono piegarsi. Nella ricorrenza del 28 ottobre
Mussolini parla alla folla dal balcone di Palazzo Chigi con l'antica durezza:
«La mia parola d'ordine è un verbo: durare. Abbiamo sepolto il vecchio Stato
democratico liberale, agnostico e paralitico. A questo vecchio Stato che noi
abbiamo sepolto con un funerale di terza classe, abbiamo sostituito lo Stato
corporativo fascista, lo Stato della società nazionale, lo Stato che raccoglie,
controlla, armonizza e contempera gli interessi di tutte le classi sociali, le
quali si vedono egualmente tutelate».
Il
Partito continua a registrare un eccezionale afflusso nei suoi ranghi,
conversioni si susseguono dovunque. Forse a ciò ha contribuito ancora
l'esplosione di protesta per l'attentato contro Mussolini commesso a Bologna il
31 ottobre - si dice - dal giovinetto Zamboni. Il Duce ne esce illeso e si
ricorda a questo proposito la frase pronunciata ad Assisi dal Cardinale Marry
del Val parlando del capo del governo: «visibilmente protetto da Dio», e
vengono poste in rilievo le congratulazioni del Papa per lo scampato pericolo
inviate a mezzo di un prelato. In quella circostanza tutta Bologna è nelle
strade, la gente accorre ad imprecare sul cadavere del presunto attentatore del
quale la folla ha fatto giustizia sommaria. Siamo già al fanatismo.
Rientrato
a Roma la mattina del 4 novembre Mussolini, acclamatissimo si presenta ancora
al balcone di Palazzo Chigi. Egli pronuncia, scandendole, queste poche parole:
«Voglio dirvi tre cose, prima di tutto vi ringrazio per il vostro saluto nel
quale sento l'ardore e la fede sincera che anima tutte le camicie dell’Urbe;
secondo, che non è l'ora di fare dei discorsi; terzo, che domattina avrete i
fatti che atttendete».
L
giorno dopo il Consiglio dei ministria nnuncia provvedimenti di eccezionale
severità per la difesa del regime: pena di morte, scioglimento di associazioni,
revoca di giornali, istituzione del confino di polizia e del Tribunale Speciale
che dovrà emettere sentenze «non suscettibili di ricorso né di alcun altro
mezzo di impugnativa, salva la revisione»
La
votazione a scrutinio segreto di questo disegno di legge del ministro Rocco, dà
il seguente risultato:
Votanti:
326; favorevoli: 320; contrari: 6. (19 novembre 1926).
Nella
stessa seduta avviene il colpo di scena: la presentazione, da parte di alcuni
deputati, della mozione che deve dichiarare decaduti gli assenti dell'Aventino:
« La Camera ,
«considerato
che i deputati sotto nominati nel giugno del 1924, pretestando una questione
morale nei confronti del Capo del Governo e di questa Assemblea, fecero atto
esplicito e pubblico di secessione;
«considerato
che tali deputati continuarono a svolgere, da allora ad oggi, usando delle
prerogative e delle immunità parlamentari, opera di eccitamento e sovvertimento
contro i poteri dello Stato;
«ritenendo
che essi siano venuti meno alla prescrizione precisa dell'art. 49 dello Statuto
(1): quella di esercitare la funzione di deputato col solo scopo del bene
inseparabile del Re e della Patria;
d
i c h i a r a
«
tali deputati decaduti dal mandato parlamentare » (I).
La
mozione - votata d'urgenza anche se non inserita nell'ordine del giorno - dopo
prova e contro prova risulta approvata all’unanimità. I
Più
che mai padrone del campo la maggioranza parlamentare non ha altra opposizione
che i pochi costituzionali raccolti intorno a Giolitti e Salandra. Il colpo è
stato duro per gli aventiniani fra i quali però in precedenza al voto vi è chi
denuncia i primi pentimenti. Il Giornale d’Italia del 9 novembre, sotto il
titolo: « L'on. De Gasperi si ricrede », ci fa sapere che « egli e suo
fratello, alla presenza del segretario federale del Partito Fascista e del
Direttorio, fecero, nella sede della Federazione fascista di Vicenza,
importanti dichiarazioni circa le benemerenze del fascismo e del Duce ». L'on.
De Gasperi defini l'on. Mussolini «uomo necessario alla vita ed alla grandezza
della Nazione», fece l'elogio dell'opera del regime per la indipendenza
economica che riuscirà di supremo vantaggio al paese: disse che l'attentato
contro il primo Ministro era un delitto verso la Patria e l'ordine sociale:
infine fece calde lodi della politica religiosa del governo fascista
chiamandola per la sua concezione moralmente superiore a quella di tutti i
precedenti governi ».
Al
Senato nella seduta del 20 novembre si discutono le leggi Rocco e prende la
parola in loro difesa il senatore Pais che in passato era stato annoverato fra
i più accaniti avversari del fascismo. Lo segue il senatore Filippo Crispolti,
cattolico di destra che sostiene la necessità della pena di morte e nega che il
Trihunale Speciale sia composto di uomini di parte, poiché « i particolari
reati punibili colla morte, siccome essi offendono le supreme necessità della
Patria, tutti noi italiani, tolto un manipolo di reprobi, tutti siamo uomini di
parte e di una parte sola ».
Dagli
avversari delle nuove leggi viene invocato lo art. 71 dello Statuto che dice: «Niuno
può essere distolto dai suoi giudici naturali; non potranno perciò essere creati
Tribunali o Commissioni straordinarie ».
Ma
purtroppo, malgrado la rigorosa esplicita disposizione dell'art. 71, la
maggioranza dei senatori ammette la necessità di derogare le norme statutarie
ed approva i nuovi provvedimenti così detti di difesa dello Stato:
Senatori
votanti: 232; favorevoli: 183; contrari: 49. (20 novembre 1926).
Questo
articolo dello Statuto che vorrebbe essere il baluardo della difesa degli
aventiniani viene modificato, é vero, anzi soppresso, ma costituzionalmente, cioè
col voto delle due Camere. Un giorno gli stessi puritani protestanti faranno
scempio non solo di questo articolo ma di tutto lo Statuto, di loro iniziativa,
senza alcun voto, dopo aver sciolto la Camera ed il Senato, in veste soltanto di
autoeletti e ricattando sotto la protezione dello straniero, il Luogotenente al
quale strapperanno le leggi eccezionali, disonore di un paese civile.
Si
chiude così il primo atto del dramma di Vittorio Emanuele III.
Consegnato,
per volontà delle stesse Camere, il prepotere dittatoriale nelle mani di
Mussolini e del fascismo, disertato il campo dalle opposizioni, alla Corona
sono oramai tolte tutte le prerogative.
Per
la seconda volta la
Monarchia é stata tradita, il Re rimane solo, intorno a lui
non vi sono che ombre. Al Quirinale non passano che dei fantasmi.
(1)
L'art. 49 dello Statuto dice: «I senatori e i deputati prima di essere ammessi
all'esercizio delle loro funzioni prestano il giuramento di essere fedeli al
Re, di osservare lealmente lo Statuto e le leggi dello Stato, e di esercitare
le loro funzioni col solo scopo del bene inseparabile del Re e della Patria».
Vi
è poi l'art. 44 non richiamato ma sottinteso dai presentatori della mozione:
«Se un deputato cessa per qualunque motivo dalle sue funzioni, il collegio che
l'aveva eletto sarà tosto convocato per farne una nuova elezione». Ed il
regolamento della Camera prescrive che i congedi vengano chiesti alla
Presidenza.
Nessun
dubbio dunque sulla legalità e costituzionalità della dichiarata decadenza del
mandato parlamentare Ma gli sconfitti lo chiameranno «colpo di Stato»!
SEDUTA DEL 9 NOVEMBRE 1926
Deputati dell'Aventino dichiarati decaduti
Agnini Gregorio, Albanese Giuseppe, Aldisio Salvatore, Alfani Luigi, Amedeo Filippo.
Bacci Giovanni, Baldesi Gino, Baranzini Arturo, Bellotti Pietro, Bencivenga Roberto, Bendini Arturo, Bergamo Guido, Bergamo Mario, Berlinguer Mario, Bocconi Alessandro, Boggiano-Pico Antonio, Borin Igino, Bosco-Luearelli Gian Battista, Bracco Roberto, Braschi Giovanni, Brenci Alessandro, Bresciani Carlo, Buozzi, Brano, Buratti Vittorio.
Caldara Emilio, Campanini Romeo, Canepa Giuseppe, Capacci Russardo, Cappa Paolo, Capra Luigi, Carbonari Luigi, Cavina Giulio, Chiesa Engenio, Cingolani Mario, Colonna di Cesarò Giovanni, Conca Paolo, Conti Giovanni, Carini Felice, Cosattini Giovanni, Costa Mariano.
Damen Onorato, De Caro Raffaele, De Gasperi Alcide, Del Bello Diego, Delitala Palmerio.
Fabbri Luigi, Facchinetti Cipriano, Fantoni Luciano, Faranda Giuseppe, Ferrari Enrico, Fortichiari Bruno, Fulci Luigi.
Galeno Angelo, Galla Tito, Gallani Dante, Gennari Egìdío, Gilardoni Annibale, Giuffrida Vincenzo, Gonzales Enrico, Gramsci Antonio, Grandi Achille, Graziadei Antonio, Grieco Ruggero, Gronchi Giovanni, Grossi Leonello, Guarienti Ugo, Guarino-Amella Giovanni.
Innamorati Ferdinando. Jacini Stefano.
Labriola Arturo, La Rosa Luigi, Lazzari Costantino, Lombardi Nicola, Lombardo Pellegrino Ettore. Longinotti Giovanni Maria, Lopardi Emilio, Lo Sardo Francesco, Lucci Arnaldo, Lussu Emilio.
Macchi Luigi, Macrelli Cino, Maffi Fabrizio, Mancini l'itro, Marconcini Federico, Martini Mario Augusto, Mastino Pietro, Mauri Angelo, Mazzoni Nino, Merizzi Giovanni, Merlin Umberto, Micheli Giuseppe, Milani Fulvio, Modigliani Giuseppe Emanuele, Molè Enrico, Molinelli Guido, Momigliano Riccardo, Montini Giorgio, Morea Alfredo, Morgari Oddino, Musatti Elia.
Nasi Nunzio, Nobili Tito, Noseda Angelo.
Persico Giovanni, Picelli Guido, Prampolini Camillo, Pre. sutti Enrico, Priolo Antonio.
Repossi Luigi, Riboldi Ezio, Rodinò Giulio, Romita Giuseppe, Rossi Francesco.
Srebrnic Giuseppe.
Todeschini Mario, Treves Claudio, Tripepi Domenico, Turati Filippo, Tupini Umberto.
Uberti Giovanni.
Vella Arturo, Viotto Domenico, Volpi Giulio.
Totale n. 123.
lunedì 8 dicembre 2014
Vita del Savoia «Testa di ferro»
Quando, alla morte del padre nel 1553, ereditò il ducato di Savoia, Emanuele Filiberto, passato alla storia come "Testa di ferro", aveva da poco compiuto venticinque anni. Non molto alto, magro, il volto ovale circondato da un accenno di barba, il portamento austero com'è ritratto nel bellissimo quadro di Giacomo Vighi conservato nella Galleria Sabauda di Torino, era uomo di bell'aspetto, dotato di buona cultura e votato al mestiere delle armi. La sua educazione era stata equamente divisa tra esercizi fisici, attività sportiva e preparazione umanistica. Un ambasciatore della Serenissima, Matteo Zane, ne ha lasciato un'incisiva descrizione: «È principe altrettanto giusto che religioso. È di animo forte, temperato, liberale, magnifico, non inclinato alla collera, affabile, sommamente veridico. Ha grandissima cognizione delle cose del mondo, degli umori delle corti, degli affetti e passioni dei principi».
Aveva debuttato diciassettenne al fianco dello zio, Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Spagna, e, distinguendosi nella guerra contro i protestanti e in altre imprese militari contro i francesi, era stato nominato luogotenente generale in Fiandra e comandante supremo dell'esercito imperiale. Carlo V gli era molto affezionato tanto che, quando la morte del padre lo gettò in uno stato di prostrazione spingendolo a passare alcuni giorni in totale solitudine, volle confortarlo rassicurandolo che, da allora in poi, egli stesso avrebbe assolto nei suoi confronti gli obblighi di un padre verso il figlio. Il talento militare di Emanuele Filiberto rifulse nella battaglia combattuta nell'agosto 1557 presso la roccaforte di San Quintino allorché, a capo delle truppe imperiali, sconfisse l'esercito francese: fu una grande vittoria, che, due anni dopo, con la pace di Catéau-Cambresis, trovò il coronamento nella restituzione al duca di Savoia di gran parte dei possedimenti finiti da tempo in mano francese. Quando, finalmente, nel 1562, i francesi sgombrarono anche Torino il condottiero sabaudo poté mettersi all'opera per consolidare e costruire il nuovo Stato.
[...]
domenica 7 dicembre 2014
La Regina discreta - II parte
Margherita, la regina che «Senza darsene l'aria e non essendo
nella sala l’apparenza del trono, troneggiava... davvero in mezzo alla sala»,
la donna che riuscì con un solo colloquio a convertire alla monarchia Giosuè
Carducci, fino allora mazziniano fervente. Margherita di Savoia, che aveva
un'importanza politica ben rilevante nella storia dell' Italia di quel tempo e
che riusciva con un sorriso, apparendo ad una festa o riunendo nei suoi saloni
letterati e personalità, a rafforzare le basi della monarchia, a sedurre con le
sue grazie persino gli avversari più accesi.
Di fronte a lei compariva Elena, che secondo il Farini «non
aveva il decantato splendore né la robustezza fisica di cui si faceva conto» e
che all'allora ministro degli Esteri Visconti Venosta ispirava addirittura
questa considerazione: «Quando si ha la pretesa di una moglie che si converta
ancora prima delle nozze (allusione alla conversione al cattolicesimo imposta
da Margherita come conditio si ne qua non)
bisogna accontentarsi di poca roba».
I festeggiamenti per il matrimonio non furono certo
straordinariamente sontuosi, e parecchi trovarono da ridire. I monarchici
rimproverarono la troppa modestia, i repubblicani trovarono che si era speso
anche troppo.
Di fronte alla regina Margherita, sempre, più attiva, a re
Umberto che continuava a far parlare le cronache scandalistiche per le sue
avventure galanti, si opponeva la figura dei due giovani, principi, che dopo le
nozze si ritirarono a vivere la vita più appartata e modesta, lontana dalla
vita mondana, dalla politica, parteciparono in tre anni ad una decina di cerimonie,
a qualche rivista. Nient'altro. E la vita privata non sarebbe più mutata per
quarantanove anni di regno e poi fino a quella sera del dicembre 1947 ad
Alessandria d'Egitto.
Nel lungo e turbolento periodo del loro regno, soltanto su
questo matrimonio, sulla sua riuscita sentimentale, non si sarebbe mai fatta
della maldicenza.
Mostrarono fin da allora i loro gusti comuni per una vita
raccolta e borghese. Non si può non riconoscere che la “novità” -nelle
abitudini dei sovrani non era soltanto dettata da un desiderio di assenteismo
di comodo, o dall'incapacità di fare altrimenti, né era soltanto una conseguenza
del fisico infelice di Vittorio Emanuele e delle comuni timidezze. Era implicito,
nel sistema di vita che il re s'imponeva (e alcuni fatti lasciano pensare
veramente che Elena ne sia stata la prima ispiratrice) un giudizio politico
Come Umberto e Margherita avevano cercato la popolarità partecipando ad una vita esteriore, avevano voluto incarnare il simbolo di una regalità fastosa, gli eredi al trono intuirono che il mondo stava prendendo un diverso
indirizzo e anticiparono l'inizio del progresso sociale cercando di abituare i
sudditi ad una monarchia borghese onesta e parsimoniosa. Al re libertino e alla
regina eclettica e di prestigio, volevano far seguire l'epoca di Un re e di una
regina con la testa sulle spalle.
Dal regicidio di Monza per dodici anni, la fedeltà del nuovo
re ai suoi principi sembrò dare finalmente all'Italia il periodo di calma e di
prosperità che si attendeva da tempo. E non mancò di coraggio. Scelse la via dì
sinistra, quando sarebbe stato moto più facile e comodo affidarsi ad una politica
conservatrice. Respinse senza esitazioni la tesi reazionaria, aderendo a quella
di Fioretti che allora - non bisogna dimenticarlo era considerato ancora un pericoloso
avventuriero Vittorio Emanuele impostò il suo regno. Voleva essere un re
antieroico che rispettava le libertà costituzionali. Il felice incontro di un
re e di un ministro portò a quel periodo felice che durò parecchi anni.
La regina Elena in tutto questo tempo, e poi per sempre,
rimane nell'ombra. Si sente madre più che regina. Prima nascono due bambine
Jolanda e Mafalda, poi, nel 1904 Umberto, a Racconigi. Poi altre due figlie.
Giovanna e Maria. La regina partecipa col re alle visite d'obbligo ai sovrani
d'Europa; riceve, quando le visite vengono restituite. Ma soprattutto si occupa
dei figli, si sveglia, tutte le mattine alle cinque e mezzo, si occupa della
casa.
La vita familiare del re assomiglia in tutti i sensi al
modello della società piccolo borghese. Si racconta l'aneddoto di un ospite in
visita a Racconigi che, introdotto in un salone fu sorpreso dall'improvviso
apparire del re in maniche di camicia: spalancando la porta Sua Maestà domandò in perfetto Piemontese «Elena, dove sono le mie bretelle? ».
La loro vita continuò semplice Anche quando da Napoli si
trasferirono a Villa, Savoia sulla via SaIaria, tutti i visitatori notavano con
stupore la semplicità di gusti dei padroni di casa (che sembravano ancora più meschini
a confronto col lusso fastoso in cui viveva il duca d'Aosta sempre in movimento
fra una caccia alla volpe, un ricevimento, un ballo e un banchetto).
In casa di Elena i pasti erano frugali. semplici i mobili o
l'arredamento. La regina preparava da sé la propria colazione, abituò le
principesse bambine a rifarsi il letto da sole. Soltanto nella sua modesta
intimità mostrava di trovarsi a proprio agio. Come del resto, il re.
Il destino preparava invece a questo monarca antieroico un
ben diverso avvenire.
Gli avvenimenti della storia si susseguono. Di Elena, nella
vita pubblica, non c'è traccia e il segreto di cui Vittorio Emanuele ha sempre voluto
circondare la sua vita privata non permise a nessun aneddoto di uscire dai
portoni di villa Savoia.
«Elena è la regina chioccia», così la definì un suo
ammiratore.
Non c'era ironia, nella definizione. Elena resta la regina
attaccata ai figli, sana, robusta, che va in cucina a preparare il dolce.
Soltanto dopo il 1920 accetta di adeguarsi un poco alla nuova moda, muta
l'arredamento della sua casa, veste con più eleganza sotto l'influenza di un
duca Visconti di Modrone suo consigliere Ma continua a vivere ritirata ed esce
di casa soltanto per occuparsi d'istituzioni benefiche e della Croce Rossa.
Oggi si può quasi affermare che non ebbe mai influenze politiche nella storia
d'Italia, non gioca un ruolo, ma la sua storia umana non è priva di significato.
Forse un giorno maggiori particolari
sulla sua vera identità, quella che tutti ignoriamo ci daranno la vera
chiave della sua personalità. Nella triste tragica storia dell'ultimo re
d'Italia comunque, ella rappresenta l'unico raggio di luce la sua sola grande
conquista. Una vittoria che nessun re può ottenere con tutta la potenza dei suoi eserciti e che
rende re i comuni mortali che la conquistano.
sabato 6 dicembre 2014
Si è spenta la Regina Fabiola, vedova di Re Baldovino dei Belgi
La Regina Fabiola, donna nel cuore di tutti i belgi e di tanti monarchici in tutto il mondo si è spenta.
Divenne la "regina Fabiola" a 32 anni sposando il re dei Belgi Baldovino. Entrambi molto cattolici, Baldovino e Fabiola non riuscirono ad avere figli; il primo annuncio dell'attesa di un erede era stato fatto, pochi mesi dopo il matrimonio, dal papa Giovanni XXIII in persona, in occasione di una visita della coppia reale al Pontefice.
Baldovino, fu il Re "obiettore di coscienza" che non mise il suo sigillo alla legge che legalizzava l'aborto in Belgio. Lui che aveva vissuto in prima persona il dramma di non poter avere bambini e che si comportò coerentemente con la Fede.
La Regina Fabiola, molto amata dai Belgi, è sopravvissuta per 21 anni al Re, morto nel 1993.
giovedì 4 dicembre 2014
La Monarchia e il Fascimo - Capitolo nono - V
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| Tito Zaniboni, primo attentatore, mancato, alla vita di Mussolini. |
Nessuna fiducia del popolo italiano nelle opposizioni.
In questi contrasti emerge sempre più una verità: gli
italiani, anche quelli non simpatizzanti per il fascismo non hanno fiducia
nelle opposizioni sia per il loro atteggiamento negativo, sia perché fra di
esse primeggiano i responsabili dello sfacelo dello Stato negli anni 1919-1922,
e temono, più che augurarlo, un loro trionfo. Non sono certo sufficienti gli
ordini del giorno platonici aventiniani per fare mutare la opinione pubblica
che segue attonita, ma senza reagire, le scandalose assoluzioni degli autori di
certi assassini, come per esempio quella degli uccisori del tipografo Rindi,
portati in trionfo fra il tripudio dei seguaci in corteo per le strade di
Genova, e, del candidato massimalista Piccinini a Reggio Emilia, seguite
all'assoluzione degli uccisori di don Minzoni. Tutta l’azione dell'Aventino,
passati i primi giorni di smarrimento dopo la scomparsa di Matteotti, è stata
contro producente in quanto che è servita al governo per stringere i freni. Lo
confessa lo stesso Mussolini il quale ammette (24 ottobre) che l'opposizione
gli diede modo di emanare i provvedimenti del 3 gennaio che furono di grande
beneficio al fascismo.
Vi ha chi dice che se l'Aventino non fosse esistito
bisognava inventarlo, ed è innegabile che il suo atteggiamento giovò al governo
che potè assicurarsi una stabilità assoluta senza trovare reazione nella
opinione pubblica. Anzi, a Mussolini che ha ripreso a parlare alla folla in
varie città, vengono tributate le dimostrazioni di un tempo, dimostrazioni
trionfali che dureranno incontrastate
per tre lustri. La celebrazione della Vittoria del 4 novembre si è trasformata
in manifestazione a carattere puramente fascista, e anche il Partito Liberale
vi partecipa con un manifesto nel quale non si fa alcun cenno al Re, mentre la
maggior parte dei nazionali liberali staccatisi da Salandra seguono Sarrochi e
si iscrivono al fascio, e così il centro cattolico.
L'attentato di Tito Zaniboni predisposto per il mattino
della celebrazione della Vittoria, mentre da piazza del Popolo muoveva il
corteo imponente dei combattenti e mutilati, provoca ancora maggiori
manifestazioni nell'opinione pubblica a favore di Mussloini, e si verifica un
enorme incremento nelle iscrizione al Partito Fascista, al punto che,
Farinacci, segretario, è costretto ad invitare i fasci a vagliare le domande,
anche perchè certe organizzazioni chiedono addirittura la iscrizione in massa.
Alla Camera, ad una grande dimostrazione al Duce per festeggiarlo per lo
scampato pericolo prendono parte le tribune. I deputati dell'opposizione
presenti nell'aula si limitano ad alzarsi in piedi. Così viene facilmente
varato il disegno di legge sulle Attribuzioni e prerogative del Capo del
Governo, la istituzione del Dicastero della Presidenza del Consiglio, cioè la
definitiva consacrazione di una specie di Cancellierato.
Dice la nuova legge:
Art. 1. - Il potere esecutivo è esercitato dal Re per mezzo
del suo Governo. Il Governo del Re è costiluito dal primo Ministro Segretario
di Stato e dai Ministri Segretari di Stato.
Il Primo Ministro è Capo del Governo.
Art. 2. - Il Capo del Governo Primo Ministro Segretario è
nominato e revocato dal Re ed è responsabile verso il Re dell'indirizzo
politico del Governo.
Il decreto di nomina del Capo del Governo Primo Ministro è
controfirmato da lui, quello di revoca dal suo successore.
Art. 7. - Il Capo del Governo, finché è in carica, precede
nelle pubbliche funzioni e nelle cerimonie ufficiali, i Cavalieri dell'Ordine
Supremo della S.S. Annunziata ».
E' la fine della
designazione parlamentare nella direzione della politica, che si era venuta
affermando nella pratica di governo di Vittorio Emanuele III.
Lo Statuto non contempla nemmeno, è vero, l'esistenza del
Consiglio dei Ministri e tanto meno della Presidenza di esso : ma entrambi
sorsero giustificati dalle condizioni politiche della Camera dei deputati, consacrati
da decreti successivi e le loro funzioni furono le stesse funzioni della
Corona. Tuttavia la
Presidenza non costituiva un ministero apposito al quale
mancava il contenuto
La tendenza attuale delle opposizioni è quella di invocare dal
Re l’instaurazione di un regime rigida mente
costituzionale già tentato da Umberto I e contro il quale insorsero proprio le
stesse sinistre – ora ancora all’opposizione ma
per quel principio allora denegato – con sommosse e disordini. Esse non hanno nemmeno afferrato il significato
delle loro pretese: - nel regime costituzionale la Costituzione prevale sulla
Corona - nel regime assoluto il Re prevale sulla Costituzione. Le opposizioni
vorrebbero insomma, ma momentaneamente, per l'occasione, un Re assoluto ma per
i loro fini di partito: sbarazzarsi del fascismo il concorrente vittorioso.
Ma anche Mussolini fa appello alla prevalenza della
Costituzione, ed è per questo che chiede per sé, in base alla ortodossia
costituzionale, una diretta investitura della Corona, che la Camera gli accorda a grande
maggioranza con la Legge
sul Primo Ministro:
Presenti e votanti: 298; maggioranza. 150; favorevoli: 274;
contrari: 24. (28 novembre 1925).
Così egli ha ora facoltà di emanare leggi, di fare e disfare
i ministeri senza consultare il Re. La fiducia ripetutamente accordata a
Mussolini dalle Camere ha condotto a questo: egli è padrone assoluto, dittatore
d'Italia. Legalmente, senza nessun colpo di Stato, consenzienti e complici
coloro i quali domani accuseranno il Re, compre-si molti dell'Aventino.
Le opposizioni dimenticano anche l'art. 6 dello Statuto: «Il
Re nomina a tutte le cariche dello Stato e fa i decreti e regolamenti necessari
per l'esecuzione delle leggi, senza sospenderne l'osservanza o dispensarne».
Ossia: lo Statuto obbliga il Re all'osservanza delle leggi emanate, anche
quando queste suonano modifica della Costituzione per quanto la modifica stessa
non sia prevista.
Nella stessa seduta viene approvato con una votazione
pressoché uguale (20 voti contrari) il disegno di legge sulla Istituzione del
Podestà. Contemporaneamente al Senato la legge contro le società segrete
ottiene 182 voti favorevoli e soli 10 contrari.
La sentenza per il delitto Matteotti dell'Alta Corte di
Giustizia, che ha preso in esame la denuncia del dottor Donati contro il
generale De Bono, esclude la complicità del governo ed è questo l'ultimo colpo che
riceve l'Aventino. Ma la cosiddetta assoluzione del quadrumviro tanto
strombazzata dal regime, era invece nella motivazione della sentenza una
condanna morale che i montagnardi non seppero sfruttare come avrebbero potuto
se fossero rimasti alla Camera. Gli on. Anile, Termini e di Fausto, si dimettono
dal gruppo parlamentare popolare per avvicinarsi al fascismo, ed i cattolici
nazionali solidarizzano col governo.
martedì 2 dicembre 2014
Libro sconsigliato: Solidarietà di Stefano Rodotà
Il "radical" pensa al prossimo soltanto se viene da lontano
La sinistra pretende di essere superiore moralmente alla destra in quanto altruista verso lo sconosciuto e lo straniero. Ma la solidarietà astratta dimentica chi è vicino
Domenica 30 Novembre 2014
C' è un punto cruciale su cui la sinistra ha costruito la sua pretesa superiorità morale, etica e sociale rispetto alla destra. Parlo di ogni sinistra, comunista o liberal, socialdemocratica, cristiana o radical, compreso quel residuo di sinistra in via di liquidazione che boccheggia nel presente.
E parlo di ogni destra, liberale o conservatrice, reazionaria o popolare, tradizionale e perfino fascista. Quel punto basilare è il prendersi cura dell'umanità, il famoso I care, la fratellanza o la generosità verso i più deboli, i poveri e gli oppressi. In una parola la solidarietà. Quell'asse regge la pretesa di ogni sinistra a ergersi su un trespolo di superiorità, una cattedra morale o giudiziaria, e da lì giudicare il mondo, gli altri e gli avversari. Il sottinteso è che la sinistra sia mossa da un ideale, un valore - la fratellanza, la filantropia, l'amore per l'altro, la solidarietà, trasposizione sociale della carità - e la destra invece sia mossa sempre e solo da un interesse, se liberale, o da un istinto, se radicale. La prima è per definizione altruista, aperta, la seconda egoista o al più familista, comunque cinica, chiusa.
A questa «utopia necessaria» e benefica, Stefano Rodotà ha dedicato un libro, Solidarietà elogiato dalle «anime belle» della sinistra. Troneggia una tesi che già affiorava neLe due fonti della morale e della religione di Bergson: la vera solidarietà sta nell'amare il lontano, lo sconosciuto, lo straniero. In realtà c'è un altro modo di concepire il legame sociale, solidale e comunitario che non è indicato da Rodotà. È il legame affettivo che parte dal più caro e si fonda sulla prossimità. L'amore stesso è fondato sulla predilezione: la persona amata non è intercambiabile con un'altra, non si può amare dello stesso amore chi è caro e famigliare e chi è remoto e ignoto. Non si potrà mai chiedere a una persona di amare di più chi non conosce o è straniero rispetto a sua madre o suo figlio. Non si potrà mai pretendere che si senta più fratello dello sconosciuto rispetto a suo fratello: non si può capovolgere una legge di natura, biologica e affettiva, carnale e spirituale. Su quella legge naturale ha retto ogni consorzio umano e si traduce in legame d'amore e famigliare, legame civico, sociale e nazionale. Posso essere aperto all'umanità e ben disposto verso ogni uomo, ma a partire da chi mi è più vicino, da chi appartiene alla mia vita, con cui condivido il pane (compagno, cum-panis), la provenienza e la storia. Perché dovrei giudicare egoistica questa preferenza, o cinica la morale che ne consegue? Amare chi ti è caro e vicino non è chiudersi al mondo in una forma deplorevole di egoismo, ma è la prima e più autentica apertura agli altri nella vita reale.
Su quei legami reggono le prime fondamentali comunità, le famiglie, quell'energia anima l'amore tra due persone, quella fonte dà coesione alle patrie e le altre forme di comunità, inclusa la confraternita, fino alla colleganza di lavoro. L'errore o la mistificazione che si compie al riguardo per sancire la superiorità morale dei solidali cosmici, è paragonare un valore universale a una degenerazione del principio opposto: non si confronta l'amore verso lo straniero con l'amore a partire da chi ti è più caro, ma la fratellanza all'egoismo, l'amore per l'umanità al cinismo. Sarebbe facile a questo punto compiere la simmetrica operazione e paragonare l'amore per chi ti è vicino al disprezzo, l'odio o l'indifferenza verso il prossimo dietro l'alibi e l'impostura della filantropia universale. Due spiriti acuti e profondi come Leopardi e Dostoevskij criticarono il cosmopolitismo filantropico sottolineando che l'amore per l'umanità o per lo straniero di solito si sposa all'insofferenza o all'indifferenza verso chi ti è concretamente vicino, familiare o compatriota.
Ovvero nel nome di un amore astratto, utopico e solo mentale, si nega e si rinnega l'amore reale, quotidiano per le persone a noi più prossime. Nell'amore per l'umanità si spezzano i legami reali e si opta per un individualismo planetario: il single sradicato che abbraccia il mondo intero.
L'utopia che muove la fratellanza universale è il principio egualitario, ossia la convinzione che tutti gli uomini siano uguali non solo in ordine ai diritti e ai doveri ma anche sul piano degli affetti.
Anzi, in questa prospettiva merita più attenzione e più cura chi ci è più estraneo. Non solo si respinge il principio del merito secondo cui ognuno riceve secondo le sue capacità e le sue opere, e si sostituisce col principio del bisogno secondo cui ognuno riceve in base alle sue necessità; ma si sostituisce la priorità su cui si fonda l'amore (la persona amata, la famiglia, gli amici, i compatrioti o i consociati) con la priorità assegnata agli stranieri. Da qui il passaggio dal legame comunitario che unisce le società al principio di accoglienza che apre al suo esterno. In questo caso la coesione sociale sarebbe fondata sull'adesione allo stesso principio: ci unisce l'idea di accogliere lo straniero e formare con lui una società aperta e universale.
Questa disputa ideologica è tutt'altro che riservata ai circoli intellettuali perché è piuttosto la traduzione culturale di un tema cruciale di massa nella nostra epoca. Si fronteggiano nella vita di ogni giorno due visioni del mondo: quella di chi affronta l'universale a partire dal particolare e quella di chi affronta il particolare a partire dall'universale. Il primo può dirsi principio d'identità fondato sulla realtà, il secondo è un principio di alterità fondato sull'utopia, come dicono gli stessi assertori, Rodotà incluso. La solidarietà può esprimersi in realtà in due modi: quello di chi privilegia lo straniero e si fonda sul principio di accoglienza, e quello di chi parte da chi è più vicino e fonda il principio di comunità. È la sfida del nostro tempo: comunità o universalismo, anche se taluni pensano nella loro utopia che si possa fondare una comunità su basi universalistiche, una specie di comunità sconfinata che coincide con l'umanità, secondo il vecchio progetto cosmopolitico illuminista. In realtà l'unico sciagurato tentativo di tradurre nel reale questa utopia egualitaria e universalista è stato il comunismo e sappiamo gli esiti catastrofici. Ora il tentativo è ridurre questa utopia politica a prescrizione morale, preservando i diritti individuali. Così l'accoglienza solidale diventa la base del moralismo radical, ultima spiaggia della sinistra egualitaria. L'utopia del mondo migliore dichiara guerra al mondo reale, alla vita e alla natura, sacrificando l'uomo concreto all'umanità. E ribattezza questa guerra contro la realtà come solidarietà all'umanità...
lunedì 1 dicembre 2014
Bulgaria, Romania, Serbia insegnano, ma l’Italia non impara.
In questi
ultimi mesi, in vari
stati dell’ Europa balcanica, sono avvenuti diversi
fatti riguardanti il
rapporto tra le
attuali istituzioni repubblicane
ed i rappresentanti delle
locali Dinastie, attualmente non
regnanti, sui quali
ritengo opportuno soffermarci, forse perché
probabilmente poco conosciuti.
Cominciamo dalla
Bulgaria, dove il Re
Simeone II, da anni
rientrato con tutti
gli onori e
che per il periodo 2001- 2005
è stato Primo
Ministro e poi
ha governato in coalizione
fino al 2009 portando
la Bulgaria nella
Nato e nella Unione
europea, grazie alla sua
credibilità internazionale ed
alle riforme avviate
dal suo governo, non
manca occasione che
il Governo non
gli riserbi particolari
attenzioni, e dove in
occasioni di anniversari
storici e dinastici
le Poste bulgare, non
dedichino splendidi francobolli, racchiusi in
eleganti “foglietti” come
fatto con lo
Zar Ferdinando e
recentemente con Re
Boris. Proseguiamo ora con
la Romania, dove in
occasione delle recentissime
elezioni presidenziali, alle quali
la cosiddetta “grande
stampa” italiana ha dedicato
pochissimo spazio, forse perché
a vincere è stato
il candidato del
centro-destra, lo stesso, appena eletto
si è recato
a rendere omaggio
a Re Michele, invitandolo ad
intervenire alla cerimonia
del suo insediamento. Mossa cortese
ed intelligente in
quanto i sondaggi
di opinione danno
percentuali intorno al
40% di romeni
favorevoli ad un ritorno
della Monarchia e
vedono decine di
migliaia di persone
stringersi intorno al Re,
come in
occasione del suo
genetliaco, mentre il principe
Nicola si reca
a portare aiuti
e solidarietà dove
sono avvenute disgrazie
naturali, in quella che
è sempre stata
una caratteristica delle Case
Regnanti, ed in Italia
gli esempi furono
innumerevoli e significativi
durante tutto il
Regno, ed anche successivamente durante
l’esilio di Umberto
II, pur nella ristrettezza
di mezzi materiali , in quanto
i Savoia hanno
sempre dato all’Italia
ed agli Italiani,
molto e molto
di più di
quanto hanno ricevuto,solo
considerando la donazione
allo Stato Italiano , da
parte di Vittorio
Emanuele III, della sua
collezione numismatica di
eccezionale valore storico
e di altrettanto
valore economico.
Ma la
Serbia ha fatto
forse di più
con gli onori
resi alla salma
del Re Pietro
II, rientrata e sepolta in
patria,con presenza di
Capo di Stato
e di Governo, del
Metropolita della Chiesa
Nazionale Ortodossa, pur avendo
questo Sovrano regnato
effettivamente per pochi
mesi, dopo il lungo
periodo di reggenza, dal 1934 , data
dell’assassinio di suo
Padre , il re Alessandro
I, per il quale
le Poste Serbe
hanno emesso un
francobollo nel 125°
anniversario della nascita, al
1941, quando poi per
l’invasione dell’ allora Jugoslavia, da parte
delle truppe italiane
e tedesche, fu costretto
a rifugiarsi in
Inghilterra, per non cadere
prigioniero di Hitler, e
questo senza parlare
di “fuga”, ma di
necessario trasferimento,
non essendovi nessun
territorio jugoslavo libero
dalla presenza di
occupanti stranieri, per cui chi sa intendere, intenda !
E
sempre in Serbia, a
Belgrado, in una piazza
centralissima della Capitale
è stato inaugurato
in questi giorni, un monumento a
Nicola II, lo
Zar di tutte
le Russie , ora
santificato dalla Chiesa
Ortodossa,di cui erano
presenti le massime
autorità russe e
serbe, in quanto ritenuto
il salvatore della
Serbia, nel famoso luglio
1914, quando con la
sua solidarietà al
piccolo stato balcanico
attaccato dall’Austria-
Ungheria assicurò il
suo intervento nella
guerra appena scoppiata, anche se
questa decisione contribuì
all’espansione del conflitto, con tutte le
conseguenze che ben
conosciamo, e che nel
caso dell’ Impero Russo, portò
alla sua dissoluzione
nel 1917 ed
alla scomparsa della
famiglia imperiale, Zar , Zarina,
Zarevic e le
tre figlie principesse, trucidata dai comunisti
nel 1918 ad
Ekaterinenburg.











