NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 29 marzo 2016

Una foto di Nino Bolla

Nino Bolla, ufficiale degli Alpini
L'ufficiale, il giornalista, il direttore di giornale, il monarchico fedelissimo che tante volte abbiamo nominato negli ultimi tempi e ancora nomineremo

La sua famiglia ci ha donato, su nostra richiesta, una sua foto in divisa perché potessimo ricordare il suo volto, oltre che la sua opera .

Alla famiglia Bolla i nostri più sinceri ringraziamenti.

Lo staff

Per i 150 anni della battaglia garibaldina l’originale “Obbedisco”

Per le solenni celebrazioni del 150° anniversario della battaglia garibaldina avvenuta il 21 luglio 1866, principalmente sul colle di S.Stefano a Bezzecca, sarà possibile ammirare una “chicca” di...

Per le solenni celebrazioni del 150° anniversario della battaglia garibaldina avvenuta il 21 luglio 1866, principalmente sul colle di S.Stefano a Bezzecca, sarà possibile ammirare una “chicca” di incomparabile valore storico: l’originale del telegramma con il celebre “Obbedisco!” inviato da Giuseppe Garibaldi, allora capo del corpo dei volontari Cacciatori delle Alpi, il 10 agosto 1866 in risposta al Generale Alfonso La Marmora, comandante in capo dell’esercito italiano, che gli aveva intimato di fermare la sua avanzata nel Trentino. Con tale documento si concluse, amaramente la terza guerra d’indipendenza.
Il telegramma è conservato dal 1993 presso l’Archivio di Stato di Torino, mentre in precedenza era posseduto da Casa Savoia che lo donò al popolo italiano. Sarà la prima volta che la pregevole testimonianza risorgimentale sarà esposta al di fuori della sua originale collocazione piemontese. Ovviamente lo straordinario avvenimento rappresenterà un richiamo altosonante a livello nazionale con il conseguente massiccio afflusso di visitatori nel periodo dell’esposizione che coinciderà con la serie di manifestazioni rievocative e culturali nell’arco di alcune settimane indette per l’occasione dall’amministrazione comunale di Ledro in collaborazione con altre istituzioni, soprattutto la Provincia, e vari enti, in particolare la Rete Museale della valle di Ledro ed il Muse di Trento con il direttore Michele Lanzinger.
Promotore dell’esposizione del telegramma garibaldino è l’assessore comunale ledrense Fabio Fedrigotti che ha curato la richiesta dell’eccezionale “prestito”.
«E’ il documento originale, scritto di proprio mano dal generale Giuseppe Garibaldi – ha puntualizzato il vulcanico assessore - che dimostra quanto “l’eroe dei Due Mondi” oltre che ad essere uomo di forte temperamento e di intrepido coraggio, seppe per il bene comune anche rinunciare ai suoi obiettivi nazionali ed “ubbidire”. Si tratta di un evento irripetibile, tant’è che il prestito, constatato il valore storico del documento, è subordinato alla conservazione in teca asettica e blindata ed alla messa in sicurezza del locale che lo ospiterà». (a.cad.)

lunedì 28 marzo 2016

Il Partito Democratico Italiano di Enzo Selvaggi, V parte

IL PROBLEMA COSTITUZIONALE E ISTITUZIONALE

Questa prospettiva e questi orientamenti di una democrazia sostanziale e completa, di un sistema democratico che non sia una facciata, ma che giunga e tocchi ed animi la, vita di ogni italiano, sono condizionati dall'esistenza di un preciso ordine civile e politico. Perchè, cioè, si possa fondare solidamente la democrazia in Italia occorre che vi sia un'atmosfera di fiducia e di serenità, una volontà di tutti di operare su un vasto piano comune, il rispetto della legge, espressione della volontà del popolo, il riconoscimento della libertà dell'individuo di pensare e di agire.

Questo problema, se è impellente oggi in cui faticosamente cerchiamo la strada che ci avvii alla vera democrazia, ha una sua importanza particolare per il nostro domani. Esso, si collega direttamente al problema costituzionale, cioè al problema degli istituti che dovranno formare la base, del nuovo Stato e che, in termini politici, significano garanzia e difesa della libertà e della democrazia.

La base del nuovo Stato

Condizione essenziale per ciò, e in particolare per un Paese che esce dalla dura esperienza di un esasperato centralismo, è l'articolazione del sistema in una ricchezza e varietà di istituti, in un giuoco di equilibri e di contrappesi; un decentramento, insomma, di poteri in alto e in basso. Il problema quindi va affrontato, oltre che sul piano della tecnica costituzionale, anche dal punto di vista della situazione morale e psicologica del Paese.

Sarebbe vuota demagogia negare le conseguenze che ha avuto per l'educazione civile e politica del popolo una ventennale esperienza dittatoriale. Se è vero, come è stato detto, che gli italiani sono più inclini ad obbedire ad un uomo che alle leggi, l'esperienza fascista ha esasperato questo nostro difetto di coscienza civile. Sappiamo bene che non v'è costituzione od istituto cosi perfetto da garantire per sè la libertà, e che questa in definitiva è difesa solo dal popolo che vuol difenderla, che è disposto a battersi per difenderla. Ma ciò non può significare totale agnosticismo verso le forme giuridiche costituzionali. Queste sopratutto hanno il valore di esprimere appunto la nostra volontà di libertà e di democrazia. Si tratta, dunque, in sostanza, del problema della struttura politico-amministrativa dello Stato a cui si lega il problema del regionalismo e dell'autonomismo. Si tratta, cioè di trasformare, la struttura accentrata dello Stato, caratteristica dello Stato costruito rei Risorgimento e giunto fino a noi nella forma esasperata e mostruosa dello Stato fascista; forma favorita dal disinteresse per la cosa pubblica vastamente diffuso nella società italiana, e dalle diversità di condizioni morali, politiche, economiche e sociali delle varie regioni d'Italia.

Oggi, la crisi del fascismo e della guerra hanno fatto in pezzi lo Stato burocratico ed accentratore e si sono create, condizioni diverse, interessi diversi, ed un moto centrifugo particolarmente vivo,. Siamo persino di fronte al serio pericolo di scissioni territoriali periferiche in un Paese, come il nostro, che per tre quarti è periferia, Tanto dire che è in giuoco la stessa unità del Paese; quella unità che è, invece, tra quel poco che. deve essere conservato. Occorre, quindi, una radicale riforma della struttura statale che dia il massimo rilievo alle forze ed alle ragioni di vita locali, e, per tale via componga le laceranti antitesi territoriali, che si sommano alle antitesi di ordine sociale. Una formula rivoluzionaria di sinistra non è, a nostro avviso, a ciò idonea, perchè farebbe perno sii quelle antitesi che si tratta invece di comporre e metterebbe in definitiva di nuovo capo ad uno Stato accentrato e burocratico, sebbene fondato su di una base sociale capovolta.

L'unica formula possibile è dunque quella di una democrazia nuova, effettiva, autentica, che possa assolvere a due funzioni essenziali: quella di costruire il nesso unitarie d; uno Stato tutto articolato in autonomie, e quella di costituire la garanzia di una unità sociale: cioè la garanzia di una mobile vita dell'individuo, dei gruppi e delle categorie, di un moto progressivo che abbia per fine la libertà, cioè lo sviluppo di tutte le energie e non il prepotere di alcuni su altri. Con queste idee direttive, noi ci prepariamo alla Costituente che risponde ad una esigenza di carattere morale, di revisione profonda di tutta la nostra struttura politica, amministrativa, sociale ed economica. Ma questa struttura è subordinata alla scelta che il popolo vorrà fare preventivamente con libera e, diretta consultazione, della forma istituzionale dello Stato.

Il problema istituzionale

Si dice che noi siamo monarchici, e per ciò reazionari. Si vogliono identificare i monarchici con la reazione, e la repubblica, qualunque repubblica, con la democrazia e la libertà. E' perciò bene intendersi ed innanzi tutto smetterla una buona volta con le parole che hanno solo un significato demagogico. In Italia vi sono certo forze refrattarie e contrarie ad un ordine democratico sia politico che sociale. Difficile è però individuarle con precisione nella topografia politica e sociale. Esse sono troppo furbe, troppo rotte all'arte del trasformismo per puntare sii di una sola carta, la carta che è oggi visibilmente meno popolare, meno di moda. L'altro ieri liberali, ieri fasciste, con tessera o senza tessera, oggi attendiste, domani repubblicane o monarchiche, queste forze hanno tutto da temere e da perdere da un effettivo regime di libertà e di democrazia. Il problema nei riguardi di tali forze, che hanno complicità vaste in ogni ceto, è di neutralizzarle consolidando un effettivo ordine democratico.

Noi, invece, abbiamo un preciso programma che è Quello della democrazia e di fronte al 'problema istituzionale, soprattutto di fronte a tale problema, ci sentiamo solo italiani e democratici.

Italiani, perché intendiamo posporre ogni interesse particolare, quale esso sia, di chiunque esso sia, all'interesse generale del. Paese, e perchè vogliamo rimanere aderenti alla, concreta realtà morale e psicologica, politica e sociale della vita nazionale. Democratici, perchè intendiamo accettare con assoluta lealtà la soluzione che tutto il popolo italiano avrà preso. Noi dunque non poniamo, ma nemmeno accettiamo, pregiudiziali rigide, dilemmi ricattatori Non si tratta di salvare la Monarchia o una Dinastia. Si tratta dell'avvenire del Paese. E in questo problema bisogna essere soprattutto onesti ed obiettivi. Noi pertanto, sentiamo un solo dovere: quello di illuminare il popolo sui vari aspetti di questo problema. Problema imposto, forse. dai partiti interessati a distogliere soprattutto la pubblica opinione. da quegli altri problemi gravi ed impellenti che essi sanno di non poter risolvere, nonostante le. mille affermazioni ideologiche particolari.

Ma obiettivamente il problema esiste ed è aperto. E non è certo per negarlo od eluderlo che abbiamo insistito che, fino a decisione. contraria o diversa del popolo, sia rispettata la continuità costituzionale. Come abbiamo dichiarato, esso è legato al problema della struttura dello Stato che deve essere riveduta. Abbiamo invece insistito sulla continuità perchè non manchino all'individuo in questo periodo di eccezione quelle garanzie che, comunque, gli derivano dall'ordine statutario. Ed anche perchè tale continuità implica impegni di carattere, internazionale che non possiamo compromettere, perchè rappresentano l'unico filo che ci lega alle Nazioni libere e democratiche e che ci riporta nel circolo della vita internazionale. Perchè, infine, tale continuità consente l'utilizzazione al servizio dell'Italia di grandi forze morali P. tecniche nella nostra guerra di liberazione,

Monarchia e fascismo

La corresponsabilità morale e politica del Sovrano nella dittatura fascista esiste. Si può opporre che essa è diffusa e distribuita in tutta la classe politica dirigente del tempo, e che il colpo di Stato del 25 luglio, atto che implicava una decisione, una volontà ed un rischio, ha dato all'Italia l'iniziativa della sua liberazione, per quanto sollecitato e favorito dalla pressione di forze che nel Paese avevano già corroso e minato il regime fascista. Si può, cioè, sostenere che sul piano dei formalismo giuridico, le responsabilità del Sovrano possono essere contestate. Ma sul piano politico e morale, ciò non è possibile.

Il problema della collusione Monarchia - fascismo deve avere una sua soluzione.

Faccio presente a chiunque in questa materia che in politica bisogna essere prima di tutto onesti e obiettivi.

Noi non poniamo nessun limite alla ricerca ed alla contestazione di responsabilità. Diciamo solo che questa dovrà essere esplicitamente determinata dalla volontà del popolo chiaramente espressa e dovrà coinvolgere effettivamente tutti i responsabili, diretti e indiretti, attivi e passivi, dello, crisi della libertà italiana.

La drammaticità delle esperienze fatte e la tempesta passionale sollevata possono spiegare, ma non giustificano l'estensione all'istituto monarchico delle colpe fatte al Sovrano. Poiché, per sbarazzarsi della Monarchia, non basta fare il processo a Vittorio Emanuele III. Bisogna fare il processo a Vittorio Emanuele II e al Conte di Cavour. Bisogna, cioè, mettere in discussione la nostra indipendenza e la nostra Unità. Ora, quel che interessa invece è di riflettere sul modo come queste furono attuate. Non si può, cioè, negare il dato storico che lo Stato burocratico e accentratore ha avuto in Italia una cornice monarchica. Ma il nesso storico non è un nesso logico. Ed è proprio per questo che noi vogliamo la Costituente; quella Costituente che non fu convocata 85 anni fa. E fu forse un male. Poiché una revisione profonda della struttura stessa dello Stato in Italia è necessaria ed indispensabile, ed un ritorno puro e semplice allo Statuto o una sua revisione con qualche ritocco, è impossibile. Lo Statuto, concesso e non pattuito, sebbene con esso raggiungemmo l'unità nazionale, è un'esperienza ormai esaurita.

Monarchia o Repubblica

Il popolo dunque è posto di fronte al problema della scelta tra una Monarchia nuova, che nasca dal travaglio di questa crisi, consapevole dei termini di questa crisi e pronta ad assolvere quelle funzioni che il popolo italiano sovranamente le potrà affidare ed una repubblica che teoricamente è istituto perfetto. Ma quale repubblica? Poiché vi sono forme non solo diverse di repubbliche, ma sostanzialmente opposte ed antitetiche. Oggi molte voci discordi rispondono alla parola repubblica. Esse vengono da alcuni partiti, da parti notevoli di altri, e da parte, dei Partito Repubblicano Italiano, il più coerente, perchè l'unico che concepisce una repubblica, democratica secondo la suggestiva tradizione mazziniana. Fra questa ridda di repubbliche è infatti teoricamente possibile, e di fatto molto probabile, che venga fuori una repubblica che non sia democratica Pietro Nenni ha detto che la repubblica dovrà essere socialista. Ma essa potrà essere anche comunista, o altro; vedi l'esempio fascista. E in tal caso non sarà democratica e la libertà non sarà né difesa, né garantita. E' ovvio infatti che qualsiasi tesi a favore, di una monarchia o di una repubblica democratica cadono e non hanno presa di fronte ad una tesi politica, come quella della rivoluzione sociale, intesa nei termini del marxismo come lotta di classi e dittatura del proletariato. Per un tale programma, sia visto in generale, sia visto nella concreta situazione Italiana, tanto una monarchia, tanto una repubblica democratica costituiscono un ostacolo poiché, malgrado ogni sofisma o abilità verbale, ogni qualvolta si stabilisce un totalitarismo economico si esce dalla democrazia: in quanto vengono a mancare le sue condizioni essenziali, e cioè il metodo e la dialettica della libertà.

La concreta ed attuale situazione italiana dimostra che, almeno per un certo tempo- ancora, difficilmente un Presidente della repubblica potrebbe rispondere alla necessità di garantire e difendere la libertà. Se un Presidente avesse un grande potere personale o legale, ingoierebbe fatalmente il Governo e si identificherebbe fatalmente con esso. Se non avesse questo potere, si vanificherebbe, come nella Terza Repubblica francese, ed il Governo sarebbe tutto.

E' questa un'ipotesi tutt'altro che teorica in una Italia il cui potere soverchiante dell'Esecutivo ed il suo accentramento sono stati una infausta tradizione, anche pel periodo cosiddetto democratico prefascista. Un Sovrano, invece, potrebbe avere dei poteri limitati, ma precisi, e delle responsabilità effettive; e, quindi potrebbe difendersi dalle attrazioni degli altri poteri.

In sostanza, l'istituto monarchico, che si ripresenta oggi con tutti i lati negativi e il suo passivo, si contrappone ad un istituto repubblicano che non si sa quale, possa essere, e che rappresenta, in definitiva, un salto nel buio.


Ma in ogni caso l'istituto monarchico dovrà rompere con tutto il suo più recente passato attraverso un rigoroso ed aspro processo di autocritica, dovrà spiemontesizzarsi e smilitarizzarsi e dovrà sentire le esigenze dei tempo e la voce della Nazione. Ecco i termini del. problema con il pro e il contro dei due istituti. Il popolo deve porsi questi problemi e decidere ìn base ad essi per l'istituto che realmente gli assicuri Il normale ed !effettivo esercizio dei diritti democratici.

giovedì 24 marzo 2016

martedì 22 marzo 2016

Novara Inaugurazione dei Giardini Principessa Mafalda di Savoia

 
Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon
DELEGAZIONE PROVINCIALE DI NOVARA

Inaugurazione Giardini
PRINCIPESSA MAFALDA di SAVOIA 1902-1944
« Italiani, io muoio, ricordatevi di me non come di una principessa, ma come di una vostra sorella italiana »
(Mafalda di Savoia)

Scomparsa nel Campo di Concentramento di Buchenwald
INVITO
Città di Novara - Sabato 2 Aprile 2016    



Programma

Ore 10,45 
 Ritrovo Autorità Civili e Militari e delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma
(Inizio Viale IV Novembre - Punto di riferimento Statua di Mons. Leone Ossola Vescovo di Novara)

Ore 11,00 
Inaugurazione dei Giardini Mafalda di Savoia 1902 – 1944
Benedizione da parte dell’Assistente Spirituale 
Comm. Can. Mons. Gian Luca Gonzino
Verrà intonato il Silenzio

Autorità presenti e interventi: Sig. Sindaco di Novara Dr. Andrea Ballarè
Presidente di Assoarma Gen. di Br. Dr. Dario Cerniglia

Saluto del nuovo Delegato Cav. Rag. Mario Angelo Crivelli

Saluti alle Autorità ed alle Associazioni presenti
Lettura della motivazione dell’intitolazione dei giardini
da parte del Delegato uscente Cav. Marco Lovison

Ore 11,45 - ALBERGO ITALIA – Via Generale Solaroli, 8
Segue Conferenza dal titolo:

Mafalda di Savoia, Principessa Martire

Relatrice: D.ssa Maura Aimar – Presidente del Centro Studi Principe Oddone
Al termine segue rinfresco


Si invitano le Associazioni Combattentistiche e d’Armaa presenziare con Labari e Bandiere nonché con rappresentanza del sodalizio stesso.


Il Delegato Provinciale Cav. Rag. Mario Angelo Crivelli


Delegazione: gdodelnovc@libero.it  -C.so della Vittoria, 29 – 28100 Novara -  
Tel. 348 7588 410  


sabato 19 marzo 2016

Il Re d’Italia a 33 anni dalla sua morte

Emilio Del Bel Belluz 

Ho già scritto molto sull'ultimo Re d’ Italia, lo ho fatto con il cuore che non può dimenticare il suo amato Re.
Non ho mai scordato il sacrificio che ha  fatto per il Paese che gli ha dato i natali. Quando il Re leggeva i quotidiani italiani, aveva una frase che gli tornava in mente, e che io ho trovato in un articolo scritto su di lui da Guido Gerosa:” A volte leggeva aspri insulti sui giornali italiani. Ne era dolorosamente ferito ma non rispondeva.
Citava una frase dello scrittore americano nero James Baldwin: “Una delle ragioni per cui la gente si aggrappa così tenacemente all’odio è che sembrano avere la sensazione che una volta svanito l’odio gli resterà solo il vuoto e la pena”.
Si consolava leggendo molti libri di storia e di vicende dinastiche, materiali che si faceva arrivare da tutta Europa, e in questo si sentiva abbastanza vicino alla non amata Maria Josè. Ma aveva una ragione per quegli studi. Citava una frase del grande saggista Aldous  Huxley : “Gli uomini non imparano mai nulla dalle lezioni della storia. E questa è la più importante lezione che la storia ha da insegnarci”. C’era una sola cosa che lo commuoveva: la bandiera tricolore. La faceva alzare in cortile nelle ricorrenze”.  Da queste poche parole si può comprendere  chi fosse Re Umberto II. La sofferenza che portava dentro al cuore come una croce e nelle solitarie passeggiate lungo il mare credo che non trovasse giustificazione al destino così crudele che gli era spettato. Nella sua vita di Re e di soldato aveva agito sempre per il bene della patria. Proprio per questo suo grande amore per l’Italia non aveva accettato, visti i risultati del referendum, di far scoppiare una guerra civile. Già molto sangue era stato versato a causa della  guerra. Aveva accettato questa sorte come chi deve obbedire ad un ordine divino. Il re era sempre stato un fervente cattolico.
Sono ormai  passati trentatré  anni  dalla sua morte. Molti di quelli che lo avevano conosciuto se ne sono andati. Erano soldati che avevano combattuto per la Patria.
Credo che Re Umberto meriti un grande rispetto per quello che ha saputo costruire nel periodo in cui la sua famiglia regnò. 
Il suo calvario è finito il 18 marzo 1983 , e per tale motivo troverei giusto che gli fossero state dedicate qualche via o qualche piazza. Durante il duro periodo della solitudine dell’esilio, si fece amare da tutti gli italiani che lo andavano a trovare. Era molto amato anche dagli abitanti di Cascais,  per la sua vicinanza ai poveri e alle persone più deboli. Grande è la mia tristezza nel ricordare che la sua salma riposa in terra straniera,  come quella del padre. E’ la stessa tristezza che provo nel constatare che i politici al governo non amano più gli italiani.
Una delle frasi che ripeteva spesso era : “L’Italia innanzitutto”. Vivo in questo paese  dove posso scrivere a chiare lettere :” Il mio paese mi ha fatto del male”. Me lo ha fatto nel momento in cui agli anziani  viene data una pensione che non permette di arrivare a fine mese, mentre qualsiasi straniero che arrivi in Italia è trattato meglio di un italiano.
 L’altro giorno ho visto una foto dove un cittadino italiano stava cercando del cibo nella spazzatura e vicino tre  immigrati, ospitati dalla nostra Italia, stavano osservando incuriositi e spero impietositi. Con amarezza posso dire che questo paese ormai ha venduto l’onore e la dignità.  Credo che se il sovrano fosse tra noi direbbe che dobbiamo amare l’Italia, ma soprattutto sentirsi onorati di essere italiani.
Visitando un piccolo cimitero veneto mi sono soffermato davanti alla tomba di un soldato che aveva combattuto durante la grande guerra e mi sono chiesto a cosa sia servito il suo sacrificio, se ora l’Italia è così poco attenta al suo popolo .
E’ difficile prevedere il futuro, l’unica mia certezza è che morirò monarchico e la mia bandiera sarà sempre quella Sabauda. Una bandiera che espongo in alcune date fondamentali come il 2 giugno e come il 18 marzo, a ricordo della morte del sovrano. Trascrivo una bella citazione di Giovanni Ravasi: ”Se seghi un albero, getterà di nuovo, se ferisci una persona con una spada, la ferita guarirà dopo un po’ e se qualcuno ti conficca una freccia nel cuore,  puoi estrarla, ma la ferita provocata da una parola non guarisce mai. Non si può annullare l’effetto di quella parola. L’albero dl rancore che hai piantato getterà radici profonde nel terreno e i suoi rami arriveranno fino alla stella rossa”.
Il Re non ebbe mai delle parole d’odio per l’Italia, rimase in quella solitudine che sanno vivere solo i grandi uomini.
Il Re fino all’ultimo giorno della sua vita rimase Re con dignità e lealtà.

Lo ho amato come un padre.

mercoledì 16 marzo 2016

La Sinistra Sociale Monarchica - IV parte

L'operazione Nazione.,

Gli è, - per racchiudere queste obiezioni in tre espressioni sintetiche, - che la democrazia si difende nella democrazia e solamente nell'osservanza delle sue condizioni essenziali e di quelle che sono chiamate le sue regole del giuoco; gli è che la Libertà non può consistere, non può vivere, non può difendersi né affermare i propri benefici, se non nelle libertà, cioè nell'affermazione operante di tutte le singole libertà che la compongono, e nella loro affermazione per tutti; gli è che la Nazione è una, e chiunque assuma - come noi assumiamo - la Nazione come realtà prima e centrale della vita e dell'attività della Politica, non può che concepire la unità della Comunità nazionale quale trascendente rispetto ad ogni distinzione di ideologie di parti politiche, di ceti o di interessi sociali tra i suoi componenti, e quindi deve respingere ogni discriminazione tra i componenti della Comunità nazionale che muove dal dare a codeste distinzioni un rilievo maggiore  che non all'unità nazionale tale da incrinar questa; questa altro non può essere se non la solidarietà comune, nelle proprie e comuni libertà, di tutti i partecipanti alla Comunità nazionale, solidarietà trascendente ogni loro legittima, libera e necessaria, distinzione di ideologia, di parte, di classe, di interessi.

Insomma: alla «operazione Togni», corredo reazionario di una democrazia che ha bisogno di farsi «protetta» perchè non riesce a farsi efficace noi contrapponiamo la «operazione Nazione», cioè la efficacia operante della solidarietà comune nelle libertà comuni e proprie ed individue al di sopra di ogni distinzione o discriminazione la quale tenti di intaccare o incrinare quella nel nome di queste. Cioè: secondo la tradizione monarchica italiana - della quale noi intendiamo essere, e crediamo che il PNM abbia per primo il dovere di essere, interpreti e continuatori - noi affermiamo che oggi bisogna ricostruire l'unità nazionale, visibilmente spaccata da una lotta politica interna precipitata a lotta di classe tra due opposti interessi internazionali ed internazionalistici, e che ciò bisogna fare riprendendo lo spirito ed il metodo unitario mercè i quali la Monarchia dei Savoia trasformò se stessa da fatto dinastico regionale a fatto unitario nazionale e l'Italia da espressione geografica in Nazione. Quel che Vittorio Emanuele Il fece operando politicamente con i Cavour e con i Garibaldi, con i Crispi e con i Manin anziché con le caste e con i principii del «Palma Verde», quel che Vittorio Emanuele III fece passando, immediatamente che fu assunto al Trono, dalla politica dei Di Rudinì e dei Pelloux alla politica dei Zanardelli e dei Giolitti, oggi noi monarchici italiani dobbiamo fare nei confronti della classe operaia italiana sul terreno sociale, e non possiamo farlo se non operando politicamente senza faziose discriminazioni nei confronti dei partiti dell'Estrema Sinistra, attraverso i quali - si tratta di una mera constatazione di fatto - la classe operaia ed i ceti che le si assomigliano trovano principalmente la loro espressione politica.

Per trarre ispirazione da un testo di quella tradizione monarchica e nazionale che ci illumina e che dobbiamo interpretare e continuare, si cita qui quanto affermava, in una conferenza - tenuta a Milano il 28 settembre 1890 sul tema «Il partito progressista costituzionale e le classi lavoratrici», il Marchese Antonino di San Giuliano, la cui figura politica è - specie per quanto si attiene alla politica estera, ma non soltanto per questa - tra le maggiori di quella nostra Tradizione. «Poiché - egli testualmente diceva - bisogna pur fare sempre il contrario di ciò che desiderano gli avversari, così ciò ch'essi vogliono confondere noi dobbiamo dividere. Non è tutto un complesso di errori il Socialismo moderno; esso contiene errori misti a verità, anzi è questa mescolanza di verità che rende più pericolosi gli errori; accettiamo ed applichiamo quanto si contiene di giusto e di vero nelle rivendicazioni moderne degli operai, ed avremo tagliata l'erba sotto i piedi agli avversari delle istituzioni ». Questo, che il San Giuliano affermava nel 1890, e che dieci anni dopo doveva avere un inizio di applicazione nel rivolgimento di direzione politica operato dal giovane Re non appena assunto al Trono, é, e deve essere, oggi il punto di vista dei monarchici italiani di fronte al Comunismo che altro non è che la radicalizzazione delle  posizioni socialiste di un sessantennio fa; e di quanto esso ha radicalizzato le proprie posizioni di altrettanto noi dobbiamo, nello scegliere questa nostra strada, radicalizzare le nostre.


Sul fondamento di queste convinzioni - per ci tare ad esempio un solo problema fra i tanti la Sinistra Sociale Monarchica, chiede nella sua mozione congressuale, che il PNM si impegni a finalmente tradurre dalla carta nell'azione le proprie dichiarazioni programmatiche sulla corresponsabilità e solidarietà dei tre fattori della produzione (Lavoro, Tecnica, Capitale) nell'impresa, e ne tragga le conseguenze promuovendo legislativamente la riforma strutturale della grande industria sulla base della comproprietà del prodotto, e dell'equa ripartizione del profitto comune come conseguenza giuridica di questa comproprietà, e del Consiglio di Gestione come sua garanzia amministrativa e come suo organo e rappresentativo ed esecutivo. Questo sosteniamo perchè questo è giusto ma lo sosteniamo con maggior vigore e con maggiore urgenza perchè lo sostengono anche i comunisti e diciamo: che bisogna essere pronti a studiarne ed affrettare la risoluzione di questo come di altri problemi anche insieme con loro perché è, oltre tutto, pericoloso (è questo il vero e solo «pericolo comunista»)  che essi riescano a coprire ciò in cui hanno torto ed in cui bisogna opporsi ad essi (come le loro posizioni teoretiche materialistiche, antireligiose, internazionalistiche) con queste vere e proprie bandiere di Giustizia sociale, con queste vere e proprie bandiere di solidarietà e di interesse nazionale. Quando e dove essi hanno ragione non bisogna esitare (come se ci terrorizzassero i pregiudizi ideologici) ad andare d'accordo con loro. Qui, su questa riforma di studiare, essi hanno ragione; e ci fa ridere l'armatore napoletano il quali crede o vuol far credere di essere anche egli fautore di una «giusta politica sociale» sbandierando, da quattro anni almeno, lo specchietto per le allodole della partecipazione dei lavoratori agli utili dell'azienda (partecipazione, beninteso, per concessione capitalistica e sui bilanci fatti e amministrati solo dal Capitale!), senza accorgersi che questa poteva essere posizione di progresso sociale nel 1890 (allorchè Di San Giuliano parlava alla Cannobiana milanese), ma oggi non è più che un ferrovecchio difensivo della reazione capitalistica.

martedì 15 marzo 2016

Conferenza del Prof. Andrea Ungari per il Circolo Rex

Circolo di Cultura ed Educazione Politica
“REX”
68°  Ciclo  di  Conferenze   


Domenica 20 marzo 2016 ore 10.45


Roma Via Marsala 42

Casa Salesiana San Giovanni Bosco, Sala Uno nel

 Cortile 2


Conferenza dello storico Prof. Andrea Ungari

Docente di Teoria e Storia dei Movimenti e Partiti politici
alla LUISS sul tema:



“Monarchici di ieri, monarchici di oggi: monarchici senza il Re”


Ingresso   libero

lunedì 14 marzo 2016

Re Umberto II e lo scrittore Bino Sanminiatelli

di Emilio Del Bel Belluz 


In una vecchia rivista, casualmente, ho trovato le nomine di sedici nuovi cavalieri effettuate dall’ultimo Re d’Italia Umberto II. Dal giornale “Tribuna Politica” dell’ottobre - novembre del 1980, trovo questo scritto: “In occasione del 150° anniversario della creazione dell’ordine civile dei Savoia voluto da Carlo Alberto per onorare coloro che “abbiano conseguito un nome glorioso nelle scienze, nelle lettere, nelle arti e nella amministrazione”, Sua Maestà il Re Umberto ha nominato cavalieri sedici alte personalità”. Tra di loro vi ho trovato il nome di uno scrittore che mi è tanto caro.
Si tratta di Bino (Fabio) Sanminiatelli, nato a Firenze, scrittore fra i maestri del novecento. E’ stata una sorpresa positiva che mi ha dato una grande soddisfazione. Sono molte le opere che ha scritto Sanminiatelli, scrittore garbato e onesto. Lo leggevo già dai tempi in cui scriveva sul  Tempo di Roma e sul Giornale. Ho conservato questi articoli dall’usura del tempo.
 Ho letto molte volte le sue opere ed in particolare i diari che ha scritto. Nel diario – Ultimo Tempo - edito da Rusconi, spiega sulla copertina il fascino che il diario ha avuto per lui: ”Qui la mia persona, anche se presente, è fuori di me. Posso leggere senza arrossire dopo essermi” liberato della verità” e aver cercato in me una nuova misura. Non mi sono mai guardato allo specchio. E, se ho cercato di esprimermi, è stato per me stesso, non per altri”. In questo suo ultimo libro dei diari, nel suo percorso che va dal 1967 al 1976, ho trovato una sua testimonianza sulla Regina Elena del Montenegro.
Scrive in data 16 gennaio 1970: “Ho scovato in un cassetto una fotografia del Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena, giovani sposi, che giocano a palla nei giardini del Quirinale. Lui è proprio buffo, col berretto più alto delle gambe. Li vedo muoversi a scatti ghiribizzosi come nei vecchi film di Ridolini. E mi è venuto in mente ciò che mi raccontava mio nonno che era stato in diplomazia.
Era già a riposo quando Crispi lo chiamò per affidargli una missione piuttosto delicata. “Vede,“ gli disse “il nostro Principe di Napoli è…“ E alzò il dito mignolo della mano come per dire che era mingherlino, cresciuto  male, un tappetto insomma. “Vorrei che lei andasse nel Montenegro. Mi hanno detto che le tre figlie di padron Nicola sono ragazze sane, robuste, educate come si deve alla corte degli Zar a Pietroburgo, che conoscono perfettamente varie lingue, che insomma potrebbero a un tempo rinsanguare la razza ed essere delle perfette regine. Lei vada, scelga, mi riferisca“. E mio nonno, con tutta la famiglia, partì per Cettigne. 
Ci stettero due notti: ché nell’ultima locanda  pioveva dal tetto e si dovettero mettere per terra catinelle perché il pavimento non venisse inzuppato. Da brava principessa – massaia Milena moglie di padron Nicola, condusse mia nonna a casa sua, le mostrò la cucina, aprì gli armadi, per farle vedere la biancheria che possedeva, e ne parve molto soddisfatta.
Dopo due giorni i miei si stabilirono a Gravosa, che è la parte residenziale di Ragusa, verso il porto, e di là comunicarono con la “ reggia di Cettigne. Tra Elena, Vera e Xenia, mio nonno preferì Elena che gli parve la più seria, la  più matura e la più alta. ( Conservo la lettera scritta da lui a Crispi con la scelta che avrebbe fatto e la motivazione). Dei fratelli Danilo e Mirko disse peste.
Tutto sommato mio nonno fece bene il suo dovere e padron Nicola ( di cui mio nonno apprezzava l’intelligenza pratica e birbona, la furbizia e un certo estro poetico) gliene fu grato.  Ogni volta che venivano a Roma si vedevano e il risultato è detto in quella innocente ottocentesca istantanea ferma sui sovrani che giocano a palla( ma che a un tratto potrebbe mettersi precipitosamente in movimento a suon di pianoforte)”.
La pagina poetica che scrisse Sanminiatelli mi fa comprendere la forza d’animo che ebbe la Regina Elena. Il loro fu un grande amore, il Re ogni mattina le portava una rosa, così trovai scritto e così amo pensarlo. Questo amore raffigurato da Sanminiatelli fu un amore che sopportò grandi eventi, ma rimase davvero grande. Sanminiatelli è uno scrittore tra i più dimenticati della nostra letteratura, pur essendo uno scrittore tra i più grandi. Se qualcuno entra in una libreria e chiede un suo libro, spesso si sente rispondere che non ci sono pubblicazioni recenti. 
Credo che lo scrittore toscano meriterebbe d’essere pubblicato nei Meridiani, e in questo modo verrebbe consacrato in modo ufficiale. Posseggo nella mia biblioteca quei volumi di memorie e quasi tutti i suoi libri. Nessuno dovrebbe negargli un posto tra i grandi della letteratura italiana. Questo scrittore che il Re ha voluto nominare Cavaliere perché egli stesso e la sua famiglia hanno onorato  il Re.
Nel cuore di Umberto II stravano uomini come Giovannino Guareschi, _Roberto Ridolfi , Riccardo Bacchelli, Salvator Gotta, Mario Missiroli e tanti altri. Nello studio del Re, carico di libri come  un bastimento,  ci saranno stati di sicuro i libri di Sanminatelli che parlavano del padre, trovando in essi il ricordo dei cari genitori che non tramonta mai. Ebbene,  la grande solitudine del Re avrà sicuramente trovato sollievo leggendo la seguente pagina di Sanminiatelli del 18 settembre 1967: “
Sono sempre più combattuto fra il desiderio e la paura della solitudine. Non vedo attorno a me che gretti depositari di una loro giustizia, rigidi seguaci di un credo, sia immanente che trascendente oppure una turba di mediocri e invidiosi arrivisti a diposizione del più forte: due razze pronte l’una alla guerra, l’altra alla vendetta, fanatici gli uni per un freddo umanitarismo,  egoisti gli altri per stolto materialismo .. " 


Alla  morte del sovrano la sua biblioteca fu ceduta ad un antiquario. Non so dove si trovino i libri del mio Re, ma quanto sarebbe stato bello poter leggere quei libri che gli scrittori  inviavano al loro sovrano in esilio. Quanto questo arricchirebbe la conoscenza del Re. Quanto bello sarebbe stato il poter conservare intatto la biblioteca del re e porla in visione a tutti coloro che volessero conoscere in profondità la figura del re. Quanta poesia si trova nell’immagine di un Re che nella sua dolorosa solitudine trovava conforto nella lettura di quegli scrittori che non lo avevano dimenticato.

sabato 12 marzo 2016

Il Partito democratico italiano di Enzo Selvaggi - IV parte

I RAPPORTI INTERNAZIONALI

Noi siamo convinti che nessuno dei grandi problemi particolari italiani, e tanto meno il problema italiano nel suo complesso, quello cioè di un Italia intimamente rinnovata, sia possibile prescindendo dalla situazione internazionale, quale essa è stata determinata dalla guerra e quale si va delineando. Anche questi problemi vanno affrontati con fedeltà alle grandi linee direttive della concezione democratica, quali sono state espresse nelle «quattro libertà» di Roosevelt e negli «otto punti» della Carta Atlantica
Il nostro realismo ci impone di considerare queste direttive come precisi impegni, reciprocamente validi sul piano del rapporti internazionali.

Caratteri di questa guerra

E' innanzi tutto necessario veder chiaro nel dati caratteristici della guerra che ancora continua. Essa non è spiegabile con i vecchi sistemi di forze politico-militari e tanto meno con gli slogans della propaganda fascista delle nazioni proletarie in lotta contro le nazioni plutocratiche. Né è spiegabile con lo schema economico-sociale della lotta degli imperialismi quale stadio finale dei regimi capitalistici, poiché questa, ipotesi non si concilia, tra l'altro, con la realtà dell'intervento dell'Unione Sovietica a fianco delle Nazioni anglo-sassoni.

Questa guerra ha un profondo valore religioso: la religione della libertà per il cui trionfo milioni e milioni di uomini affrontano la morte. Ed essa arde non solo fra gli Stati ma anche nei popoli. .

Questa guerra poi rappresenta la crisi totale del sistema politico europeo. L'Europa occidentale è caduta ed i suoi paesi sono stati sconvolti o distrutti dal flusso e riflusso della vicenda militare. E' probabile quindi che questa paralisi e questo decadimento dell'Europa da soggetto ad oggetto della direzione politica mondiale si prolunghino per un notevole periodo di tempo.

Da tali caratteri noi riteniamo che possa derivare ,un mondo più omogeneo spiritualmente e forse politicamente che accetti il principio della collaborazione internazionale, in un ordine internazionale comunque giuridicamente e tecnicamente espresso. Ma ciò importa una revisione se non un totale superamento del concetto, e della struttura dello Stato nazionale.

Oggi, sarebbe dannoso ripetere l'esperienza della Società delle Nazioni che fu paralizzata dal mantenimento paradossale e contraddittorio di una sovranità statale in un ordinamento che formalmente la limitava. Dobbiamo impegnarci nel nuovo ordinamento coli tutte le conseguenze che esso potrà implicare. Fra queste però non può esservi certo quella della diminuzione e dello svigorimento dell'idea di Nazione quale realtà morale, civile, culturale, sociale e politica. E' anzi interessante notare come, insieme all'affermarsi dell'esigenza, di un ordinamento superstatale, questa guerra abbia dovunque rinvigorito e vitalizzato il sentimento nazionale. Quindi se lo schematico internazionalismo è morto, è morto, ed in ogni caso deve morire, anche l'egoismo nazionalistico, maschera dei più chiusi e più gretti egoismi. Non è possibile negare una revisione del concetto politico di Potenza e di grande Potenza. Per quello che ancora tali termini esprimono essi sono riferibili essenzialmente a grandi complessi oceanici e continentali ai quali spetterà perciò nell'ordinamento post-bellico una responsabilità ed una solidarietà contro eventuali ritorni isolazionistici.

Quanto alla futura organizzazone internazionale, ci si domanda se vi sarà gerarchia od eguaglianza. Il problema cosi posto è per noi oggi accademico ed astratto. Il carattere democratico del futuro ordinamento internazionale non potrà sboccare in un sistema rigido e cristallizzato, ma dovrà essere invece mobile snodato. Come sul Piano interno, così sul piano internazionale l'azione democratica dovrà essere diretta a vitalizzare e a liberare le individualità nazionali che i pesi del dopoguerra frappongono alla loro ripresa piena, viva e vitale. Se non si crede a questo, è inutile parlare di ordine internazionale. Esso infatti dovrà basarsi solidamente sulla base di concreti e determinati interessi umani, morali e materiali. Cioè, anche sul piano internazionale non può esservi ordinamento che di per sé regga se non è sostenuto e difeso da un'attiva e consapevole coscienza e volontà morale e politica e se non pone tutti, grandi e piccoli, sullo stesso piano di eguaglianza, di diritti e di doveri.

Si tratta perciò in sostanza di creare e di attivare concreti interessi umani, morali e materiali, cioè dei grandi fatti che i cittadini del mondo devono percepire fin nella loro realtà personale e quotidiana. L'edificio internazionale rimarrà vuoto come l'immenso palazzo di Ginevra se non sarà fondato su di una concreta e sperimentata solidarietà di interessi, la quale sola può essere base per una successiva, formulazione e definizione giuridica

La situazione dell'Italia.

Nel quadro di questi dati direttivi noi collochiamo e prospettiamo gli specifici e particolari problemi italiani. Risolto definitivamente con i Trattati del Laterano un problema che in fondo per gli italiani già da tempo più non esisteva nella sua sostanza, e che tanto meno può esistere oggi, dopo che le recenti circostanze hanno dimostrato la vitalità umana della Chiesa in Italia e diciamo umana in quanto è accettata anche da coloro che non credono nella sua natura divina noi siamo profondamente convinti che l'esperienza democratica dell'Italia è legata alla sorte, alla capacità e alla vitalità dell'ordine internazionale democratico. Ciò importa una precisa responsabilità nostra nel sentire e nell'impostare sul piano internazionale i nostri problemi, ma importa soprattutto corresponsabilità e solidarietà degli altri nei nostri confronti, Ma questi problemi in definitiva e con carattere di urgenza si riducono ad uno solo: la nostra partecipazione alla guerra ed alla pace. Poiché non vi può essere partecipazione alla guerra se non vi è partecipazione alla pace che è lo scopo che la guerra
si prefigge. Abbiamo accettato senza beneficio di inventario la tremenda eredità fascista. Abbiamo pagato e stiamo     ma è necessario  e giusto che noi sappiamo quanto dobbiamo pagare.

Se la giustizia internazionale sarà veramente instaurata nel mondo e se gli Alleati saranno coerenti a quanto più volte hanno proclamato, di fare cioè la guerra al fascismo e non al popolo italiano, difficilmente potranno essere imputate solo al popolo italiano le colpe del fascismo, Il popolo italiano può avere errato ma conviene ricordare agli accusatori di oggi quali e quante forze straniere, non antidemocratiche, appoggiarono ed incoraggiarono Mussolini ed i suoi fascisti.

Noi siamo convinti che il popolo italiano è capace di dare e di soffrire ancora purché il sacrificio non appaia vano e si intraveda una speranza. Questo popolo che vuol risorgere che ha combattuto e combatte, per risorgere, dovrà riprendere il suo posto tra le Nazioni libere, poiché si è tormentato e rifatto nello sforzo della liberazione. Siamo cioè convinti che la parità di diritti, l'alleanza formale non può essere né un dono né un anticipo, ma una dura, dolorosa conquista da parte del popolo italiano, quindi un suo preciso diritto.

Agli Alleati, questi che semplicemente e naturalmente noi chiamiamo Alleati, noi non chiediamo che di metterci nelle condizioni di poter intensificare questo travaglio della nostra liberazione questa conquista della nostra libertà internazionale. Ma l'alleanza significa il riconoscimento, della piena ed effettuale indipendenza, poiché non è concepibile l'indipendenza di uno Stato che non sia in condizione di esercitarla prima di tutte sul piano della politica interna. Ma perché questo possa avvenire noi riteniamo che occorra dimostrare agli Alleati di avere un Governo capace di assumere la piena responsabilità del suo operato nei confronti del popolo.

E' evidente che non possiamo concepire la vita dell'Italia senza una sua consapevole partecipazione alla costruzione dell'ordine internazionale. Accetteremo con assoluta serenità quelle revisioni delle gerarchie di Potenza che la guerra ha operato se ne saremo costretti, purché esse implichino un'equa accettazione da parte di tutti dei corrispettivi doveri. Forse non siamo più una grande Potenza. Siamo però un popolo che, per la sua ricchezza interiore, le sue capacità, le sue risorse morali ed intellettuali, può essere ancora un grande popolo.

Un popolo che ha dei problemi e delle precise condizioni che possono e devono essere risolti in un sistema di collaborazione internazionale. E' necessario però che di ciò siano tutti convinti dentro e fuori.

Il nostro Paese ha, bisogno di opportunità di lavoro e di progresso individuale, fondamenti dell'esperimento democratico. Il quale quindi è legato anche alla misura ed alla tempestività dell'assistenza con la quale i Paesi più ricchi aiuteranno i più poveri a conseguire la libertà dal bisogno.

Il nostro popolo ha una sua moderna storia politica, nella quale ha conquistato la sua indipendenza e la sua unità, e l'ha conquistata nella libertà e per la libertà. Queste popolo vuole che questa unità nazionale, non sia comunque messa in pericolo ed in discussione Perciò esso si attende che i suoi confini, quei confini che, ha raggiunti in una guerra che, se fu l'ultima della sua indipendenza, fu anche la prima della libertà europea, combattuta, dagli italiani contro quegli stessi nemici che ci stanno era di fronte ed a fianco di coloro insieme ai quali oggi combattiamo siano integralmente rispettati e mantenuti

Non possiamo perciò non veder senza allarme e diffidenza, sotto l'urgenza di problemi tecnici, profilarsi la prospettiva di soluzioni politiche.

Tale punto di vista vale anche per le colonie, che l'Italia prefascista aveva conquistato, oltre che per la risoluzione di suoi problemi specifici particolari, anche come prova della sua maturità e capacità di lavoro, di organizzazione, di civiltà, e per contribuire, d'accordo con le altre Potenze interessate, al mantenimento dell'equilibrio e alla diffusione della civiltà europea. Per queste ragioni le colonie appartengono al patrimonio storico della Nazione italiana e noi guardiamo al loro problema con delle prospettive e delle esigenze di ordine storico, morale e politico.

Funzione di pace

Vi è un ultimo aspetto dei problemi internazionali che ci tocca molto da vicino. Non ci riguarda tanto il problema tecnico-politico del modo di collaborazione fra le Potenze, ma ci riguarda il fatto di tale collaborazione. Noi non crediamo allo schema semplicistico sul quale ha speculato la propaganda nazi-fascista della antitesi fra le Potenze occidentali anglosassoni e l'Unione Sovietica. Noi riteniamo infatti che al disopra di qualsiasi motivo ipotetico di future antitesi, vi sia oggi in particolare un profondo motivo di solidarietà europea anti-nazista. In relazione a ciò vi sono larghi margini di un'effettiva collaborazione nella ricostruzione mondiale post-bellica. Accanto a zone di frizione, vi è la possibilità di avvicinamenti progressivi che se ad un dato momento possono irrigidirsi ed aprire il conflitto, possono anche fluire naturalmente in una sempre maggiore collaborazione.

Questo problema interessa particolarmente. noi italiani oltre che tutta l'Europa continentale, poiché il nostro Paese è naturalmente posto ai margini delle due grandi sfere di interessi: ai confini di un mondo slavo in cui l'Unione Sovietica ha parte sempre più preponderante, e nel cento di un Mediterraneo, settore di vitali interessi occidentali. Il nostro atteggiamento di fronte a questi due mondi costituirà il grande problema della nostra politica estera di domani. Per servire gli interessi del nostre Paese e insieme quelli dell'Europa, noi riteniamo di dover escludere nel modo più netto di poter costituire una barriera tra questi due, inondi, o peggio, una pedina dell'uno contro l'altro. Dobbiamo invece costituire un punto di incontro effettivo e necessario di collaborazione solidale.

Ancora in tempo...


martedì 8 marzo 2016

“Ho fotografato l’ultima carica della cavalleria italiana”


Campagna di Russia, 24 agosto 1942: di quell’epico assalto si credeva non ci fossero immagini originali. Invece una esisteva: la scattò un artigliere che oggi, a 96 anni, racconta la sua storia

I benefici dell’Unità Nazionale: la “ NUOVA ANTOLOGIA “


La rivista “Nuova Antologia“ compie nel 2016 i centocinquant’anni dalla sua fondazione e bene hanno fatto le Poste a ricordarlo con un francobollo, uscito il 31  gennaio, di modesta impostazione grafica, emesso in ottocentomila esemplari, tiratura finalmente ridotta da  qualche  tempo.

L’uscita di questo francobollo, induce ad alcune necessarie riflessioni, sempre attuali, perché la polemica verso l’unità d’Italia non accenna a finire, e anzi ha, particolarmente nel Mezzogiorno d’Italia dei rigurgiti antistorici e delle nostalgie verso regimi nemici della cultura, perché la vera cultura si nutre di libertà, quella cara a Benedetto  Croce, di cui pure in questi giorni, sempre le Poste, hanno ricordato la nascita, avvenuta anch’essa nel 1866.

Dunque la “Nuova Antologia” nasce, o rinasce, se vogliamo farla discendere dalla “Antologia” del Vieusseux, a Firenze, capitale del Regno, e si rivolge, proprio grazie  alla raggiunta unità a tutti gli intellettuali e ingegni italiani. 
Non vi è distinzione tra settentrionali e meridionali, vi è un costante scambio d’idee, quasi un processo di osmosi, per cui nel  corso dei decenni vediamo collaboratori i toscani Capponi e Carducci, l’irpino Francesco De Sanctis, il gran lombardo Manzoni, e poi siciliani come Pirandello, sardi come la Deledda, e con loro il fior  fiore di storici, da Romeo a Salvatorelli e poi De  Felice, filosofi, come appunto Croce ed anche Gentile, poeti, da Pascoli a Ungaretti e Saba, economisti, tra cui Einaudi, giuristi, ed anche giornalisti, da poter far dire all’attuale Presidente dell’omonima Fondazione, prof. Cosimo  Beccuti, che: “….con loro storici dell’arte e dei beni culturali, esperti del cinema, i protagonisti…del dibattito sui grandi temi culturali, sociali ed economici, politici e istituzionali caratterizzanti il divenire del nostro paese nella situazione europea…”.


Domenico Giglio