NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 13 agosto 2014

Buona Festa dell'Assunzione di Maria!


Ai nostri fratelli nella Fede, particolarmente a quelli perseguitati in Oriente, i nostri migliori auguri per la bellissima festa dell'Assunzione in cielo della Madre di Dio, uniti alle preghiere più fervide per la loro sorte.
Ai nostri amici laici, o di diverse confessioni, buon ferragosto! 
Ci vediamo tra un po'.

sabato 9 agosto 2014

VITTORIE DI PIRRO


Dopo  la  prima  approvazione  da  parte  del  Senato  della  sua  soppressione  (suicidio  assistito), e  sostituzione  con  un  mostriciattolo  rachitico  che  ne  conserva   unicamente  il  nome, da  parte  di  Berlusconi  abbiamo  avuto  dichiarazioni  di  orgoglio  per  il  risultato  ottenuto  “perché  senza  di  noi (Forza  Italia) non  c’ è  maggioranza“ per  le  riforme. Effettivamente  l’affermazione  è  formalmente  esatta, ma  nel  caso  specifico  del  Senato, a  Berlusconi  è  sfuggito  il  fatto  che  questa  attuale maggioranza  è  dovuta  proprio  all’esistenza  di  un  Senato  elettivo, per  di  più  con  una  legge  elettorale  diversa  da  quella  della  Camera  dei  Deputati, il  che  ha  portato  nelle  elezioni   del   2013  ad  una  Camera  con  maggioranza  blindata  del  partito  democratico  e  ad  un  Senato  dove  lo  schieramento  di  centrodestra  diventava  determinante. Da  questo  dato  numerico  è  venuto  per  necessità  mal  digerita  dal   partito  democratico, prima  il  governo  Letta, con  ministri  del  Popolo  della  Libertà,  e  poi   l’attuale  governo  Renzi  con  ministri  del  Nuovo  Centro  Destra, costola  del   Popolo  della  Libertà, affossato  dal  Berlusconi  a  favore  della  resurrezione  del  vecchio  nome  originale  di  Forza  Italia.

Per  un  politico  avveduto, il  che  non  è  il  caso  di  Berlusconi  e  dei  suoi  consiglieri, questa  riforma, dà, al  giorno  d’oggi, la  possibilità  alla  sinistra, che  già  lo  detiene, di  perpetuare  a  tutti  i  livelli  il  suo  potere, cominciando  dalla  presidenza  della  repubblica, in  quanto, proprio  in  questo  caso  il  collegio  elettorale  che  dovrà  esprimere  il  successore  di  Napolitano, con  630  deputati  e  100   senatori, è  chiaramente  sbilanciato  a  favore  dei  deputati, non  essendo  stato  ridotto  il  numero  degli  stessi, come  giustamente  proposto  da  diversi  parlamentari  di  varia  estrazione, ma  bocciato  dalla  famosa  maggioranza  di  cui  si  gloria  il  Berlusconi, il  quale, evidentemente, pensa  di  essere  lui  ad  avere  la  maggioranza  del  voto  popolare  in  occasione   di  nuove  elezioni.
Su  quale  base  di  previsioni  e  di  sondaggi  non  sappiamo, visti  anche  i  risultati  delle  recenti  elezioni  Europee, perché  solo  riportando  a  votare  i  milioni  di  elettori  del  centrodestra, che  si  sono  astenuti, potrebbe  verificarsi  il  ribaltamento  degli  attuali  dati, ma  le  modifiche  costituzionali  raggiunte  sono  di  gradimento  di  questo  elettorato? In  quel  fondo  di  onesto  conservatorismo, che  di  massima  alberga  nell’elettore  di  centrodestra, la  pratica  abolizione  di  un   Senato  eletto , chiamato  un  tempo  “Camera  Alta”, anche  teorica  riserva  di  saggezza  sia  per  la  diversa  età  del  suo  elettorato  che  degli  eletti, la  abolizione  delle  Province, entità  storicamente  più  sentita  e  giustificata, e  non  delle  Regioni, a  molte  delle  quali  risalgono   i  documentati  dissesti  finanziari  e  morali  che  conosciamo, e  che  confermano  il  motivato  dissenso  che  nei  confronti  di  questo  nuovo  istituto  avevano, a  suo  tempo,  gli  elettori  liberali, monarchici  e  missini, possono  essere  motivi  validi  per  riportarli  alle  urne  ed  a  votare  uno  schieramento di  centrodestra, sia  pure  riunificato  e  non  diviso  polemicamente  come  oggi ?
Questi  sono  i  problemi  concreti  che  non  ci  sembra  siano  stati  valutati, insieme  con  quello  della  elezione  diretta  del  Capo  dello  Stato, tema  che  ritorna  periodicamente  ad  essere  riproposto  da  parte  di  esponenti  di  Forza  Italia, se  non  si  ha  in  mente  un  possibile  candidato  “candidabile “ che  abbia  possibilità  di  riuscita.

DOMENICO   GIGLIO

venerdì 8 agosto 2014

Lettera anonima a Re Vittorio Emanuele III

ANONIMO

lettera a Sua Maestà Vittorio Emanuele III

li 8 Agosto 1914 Maestà, Non si faccia venire il ticchio di comandare la guerra a favore della porca Austria- Perché noi diserteremo le file, faremo la rivoluzione, Le facciamo perdere el trono, e combatteremo per la Francia- Questo è il sentimento del popolo- Un gruppo di richiamati- 
A Sua Maestà Vittorio Emanuele III Re d'Italia Roma







giovedì 7 agosto 2014

martedì 5 agosto 2014

La libertà del conclave garantita da un ministro massone ed anticlericale

di Francesco Motto

Crispi e Don Bosco
In miseria accetta di essere aiutato da don Bosco

L’avvocato siciliano Franccsco Crispi in esilio volontario a Marsiglia dopo la rivoluzione siciliana del 1848-1849 e poi formalmente espulso dal Regno delle due Sicilie per motivi politici, nel settembre 1849 si era trasferito a Torino. Nella capitale del Regno di Sardegna, l'unico stato italiano che avesse mantenuto la sua costituzione, l'esule ebbe uno scambio epistolare con Giuseppe Mazzini, del quale condivideva l'ideale repubblicano. Rimaneva però critico con la politica piemontese, per cui in occasione della fallita insurrezione mazziniana del febbraio 1853, il 6 marzo, fu arrestato dalla polizia torinese, interrogato e incarcerato. Trasferito la settimana dopo a Genova, fu fatto salire su di una nave in partenza. Destinazione obbligata: la colonia britannica di Malta.
Ora nel corso del soggiorno torinese il Crispi conobbe la povertà e forse anche la fame. Don Bosco - ci raccontano le cronache salesiane - a passeggio con un gruppo di fanciulli lo intravide un giorno vestito molto dimessamente, come di una persona in difficoltà economiche, e lo invitò a venirlo a trovare a Valdocco. Ci venne, si sedette a mensa con don Bosco e così fece per varie settimane, visto anche che stava in affitto presso la Consolata, non lontano da Valdocco. Nel corso dei colloqui il Crispi si interessava anche di quanto vedeva sotto i suoi occhi e del modello educativo di don Bosco, il quale sembra sia riuscito anche a confessarlo. Talora don Bosco incaricava un amico di Castelnuovo di portargli il pranzo, del denaro, indumenti e scarpe. Se lo faceva per tanti ragazzi bisognosi accolti in casa sua, non mancava di farlo anche per un borghese impoverito (che si sarebbe poi arricchito, anche se non gli sarebbero mancati altri periodi economicamente critici).

Un conclave fuori Roma? Fuori Italia?

I due si persero po’ di vista. Don Bosco rimase a Torino a sviluppare la sua opera, mentre il Crispi intraprese un lungo e tortuoso percorso politico, che lo portò ad essere il massimo sostenitore della spedizione dei Mille, alla quale partecipò, convertendosi da mazziniano a sostenitore degli ideali monarchici. Divenuto "Maestro di loggia massonica”, anticlericale e ostile al Vaticano, dopo l'unità d'Italia fu poi quattro volte presidente del Consiglio, oltre che anche ministro degli Esteri e ministro dell'Interno.
In questo ultimo ruolo dovette affrontare il caso del conclave alla morte di Pio IX il 7 febbraio 1878 allorché don Bosco scriveva al vescovo di Rio de Janeiro: "Pio IX non è più. Roma è in costernazione. Tutti i cardinali e tutto il corpo diplomatico è al Vaticano".

Fra i cardinali presenti in Roma era maggioritaria l'opinione che si dovesse tenere il conclave fuori di Roma, "occupata" com'era dal Regno d'Italia e a rischio di disordini antipapali da parte delle sinistre estreme. C'era anche chi proponeva di tenerlo fuori dell'Italia, in territorio austriaco o francese. Confidando però che il governo italiano, a norma della legge delle Guarentigie (rifiutata dal papa) avrebbe provveduto ad evitare qualsiasi "esterna violenza" alle adunanze del conclave, onde garantire la completa libertà personale dei cardinali, questi si accordarono nel tenere l'assise in Roma. Ovviamente entro le mura della città del Vaticano, vista l'indisponibilità del Quirinale, al momento occupato dal neo re d'Italia Umberto I.

Nell’ufficio dei ministro dell’interno

Don Bosco si trovava a Roma da quasi due mesi. Avvicinava amici, benefattori, esponenti dell'aristocrazia e nobiltà romana, autorità religiose e civili. Aveva bisogno di appoggi, permessi, concessioni, "privilegi", sostegni economici soprattutto da quando annualmente lanciava spedizioni missionarie in America Latina. Di propria iniziativa - o su suggerimento di qualche prelato pontificio ben informato delle sue precedenti missioni ufficiose presso esponenti politici - pensò bene di sondare le reali intenzioni del governo Depretis e particolarmente del ministro dell'Interno Crispi. Non si potevano infatti escludere pressioni indebite in Roma e all'interno della stessa città del Vaticano.
Chiese dunque udienza all'onorevole Crispi, che il 16 febbraio lo ricevette. Dopo i convenevoli ed i ricordi dei tempi di Torino, passarono a parlare dei problemi dei minori in carcere, tanto che il ministro chiese a don Bosco un programma di lavoro ispirato al suo sistema preventivo ed anche la ricerca in Roma di luoghi di educazione, di proprietà del governo, dove applicarlo. Cosa che don Bosco fece subito, inviando il 21 febbraio al ministro un memorandum “di poco costo al governo e di facile esecuzione”, come lo avrebbe definito successivamente rimandandolo al successore di Crispi, l'onorevole Giuseppe Zanardelli, pure da don Bosco avvicinato anni prima nel collegio di Lanzo Torinese.
Ma più che più interessava in quel frangente era la garanzia della libertà di conclave. Crispi gliela assicurò, don Bosco riferì soddisfatto in Vaticano e il ministro effettivamente bloccò sul nascere i cominciati turbamenti dell'ordine pubblico. I cardinali diedero inizio alle votazioni nella cappella Sistina il 19 febbraio e la mattina del 20 il cardinal Pecci era già eletto Sommo Pontefice con il nome di Leone XIII.

Don Bosco non incontrerà più il Crispi, costretto a dimettersi dal ministero quindici giorni dopo per accuse di bigamia. Riprenderà i contatti con il suo successore e con vari altri ministri della stessa Sinistra Storica. Era convinto che l'Opera salesiana fosse a servizio del bene comune e promuovesse l'educazione dei giovani d'Italia e del mondo; dunque la politica, anche quella ostile alla chiesa, doveva tutelarla e non ostacolarla.

dal Bollettino Salesiano, Luglio Agosto 2014

Marò: la Suprema Corte Indiana rinnova le garanzie per la libertà provvisoria, bontà loro...

I nostri due connazionali segregati in India da ormai due anni e mezzo, durante i quali è successo un po' di tutto, compresa la limitazione della libertà di movimento del nostro ambasciatore Mancini e il susseguente ritorno dei nostri nelle mani dei loro carcerieri, continuano ad essere ostaggi di un paese che li vorrebbe semplicemente morti. Il bello, ma sarebbe meglio dire il grottesco, di questa situazione è che la dignità dei due soldati italiani, quella del nostro paese e, quel che più conta maggiormente, la loro stessa vita, sono totalmente nelle mani del "buon cuore" della Corte Suprema Indiana. E tutto questo, sarebbe quasi stucchevole e superfluo rimarcarlo, per aver semplicemente compiuto il loro dovere per conto dello Stato Italiano in acque internazionali, non soggette alla giurisdizione indiana.
[...]
 A questo punto ci sarebbe da chiedersi lecitamente quanto noi Italiani, compresi i nostri Marò, possiamo ancora identificarci e riconoscerci in uno stato e soprattutto in un governo come questo...e la risposta non sembra essere poi così scontata. 

domenica 3 agosto 2014

L'eroica difesa dell'Isola di Lero ed il suo tragico epilogo

L'articolo è stato scritto 50 anni fa su "Il Messaggero" ed è giunto a noi sapientemente conservato da mani sagge. 
Lo proponiamo perché in questo momento di smarrimento totale delle coscienze nei confronti della nostra Nazione certe figure luminose possano di nuovo essere d'esempio.


- L'isola nel sistema strategico dell'Egeo 
- Il concentrico attacco tedesco 
- Valorosi episodi degli artiglieri e dei marinai 
- Gli ammiragli Campioni e Mascherpa furono condannati a morte dal tribunale fascista rei «di aver eseguito ordini ricevuti dalle autorità legittime e per aver tenuto fede al loro giuramento di sodati»

Proprio in questi giorni di novembre, dal 12 al 16, vent'anni fa, si combatteva la battaglia di  Lero. In realtà era il convulso finale di una battaglia che era cominciata nei fatali giorni del settembre e che si era protratta senza sosta per tutto il settembre e l'ottobre. Lero, fra le isole del Dodecanneso, godeva di una situazione particolare: non aveva truppe tedesche di stanza. Fu dunque del tutto naturale che gli Inglesi la scegliessero come base di operazioni nel tentativo di assicurarsi il possesso dell'arcipelago, appeso. diciamo così, sotto la pancia della Turchia. Nella visione strategica di Churchill, il « colpo di mano» in Egeo aveva una primaria importanza: forse era il frutto strategico migliore da cogliere al momento dell'armistizio italiano. 
La riconquista di Rodi, isola capitale dell'arcipelago (Rodi era caduta in mano tedesca non ostante il glorioso     tentativo di difesa dell’ammiraglio Campioni), la disponibilità dei campi d'aviazione sparsi nelle isole, e soprattutto il sicuro possesso di Lero avrebbero potuto, esercitare un'influenza decisiva sullo schieramento della Turchia dalla parte degli Alleati, :facilitando così anche le comunicazioni con la Russia attraverso gli Stretti, senza ricorrere alle vie dell'Artide e del Golfo Persico. Ma il sogno di Churchill era destinato a sfumare. I tedeschi furono così decisi, così rapidi, così efficienti nello stroncare il tentativo inglese e nell'impadronirsi saldamente del possedimento italiano, che mutarono probabilmente il corso stesso della guerra. 
Di questa efficienza va dato atto ai tedeschi. Vorremmo potere dire altrettanto del «come» quella operazione di guerra fu condotta contro le nostre forze armate, ma non è obbiettivamente possibile. Il «come» non può certo ascriversi a onore della Wehrmacht. Il nostro Esercito e la nostra Marina si trovarono l'8 settembre nella situazione che tutti sappiamo: completamente all'oscuro sulle trattative di resa con gli alleati, furono posti improvvisamente dinanzi al compito di cessare ogni atto di guerra contro gli alleati e di far fronte alla probabile offensiva germanica. 
Ammiraglio Inigo Campioni MOVM
L'ammiraglio Campioni, governatore dell'Egeo e comandante in capo delle Forze Armate dell'Arcipelago, pur non ricevendo altre comunicazioni oltre l'ormai famosa proclama Badoglio, diramò a tutti i comandi dipendenti ordini precisi (una volta tanto!) che erano ordini gravi, terribili, ma i soli che dovessero essere dati per la legge dell'obbedienza. Gli ordini, tranne rari casi d'insubordinazione o di fatale smarrimento, furono eseguiti sia in Rodi che nelle isole dipendenti; ma la decisione combattiva, l'astuzia, la spietatezza e soprattutto l'assoluto incontrastato dominio del cielo dei tedeschi ebbero ragione delle resistenze: i presidi italiani furono sopraffatti. Innumerevoli furono gli ufficiali passati per le armi come traditori. E' in tutti ancor vivo l'orrore per quelle stragi perché sia necessario parlarne ancora. 
E così, sulla scorta del prezioso documentatissimo volume edito dalI l'Ufficio Storico della Marina, compilato dall'ammiraglio di Divisione Aldo Levi e rivisto dall'ammiraglio di Squadra Giuseppe Fioravanzo, potremmo soffermarci sui tanti atti di valore che, a un onesto giudizio, fanno di quell'impresa sfortunata una gesta gloriosa da iscrivere nella tradizione militare italiana. Ma anche un sommario accenno ai tanti episodi ci impedirebbe, per una evidente questione di misura, di occuparci della battaglia di  Lero (il più fulgido di quegli episodi) di cui in questi giorni si celebra il ventesimo anniversario. Sia, il nostro breve ricordo, omaggio alla memoria dei Caduti.

Ammiraglio Luigi Mascherpa MOVM
L'isola di Lero, dunque,  fece storia a sé nella tragica vicenda dell'Arcipelago. Non si arrese se non allo stremo delle forze, dopo oltre due mesi di sanguinosi combattimenti; e non si arrese per tre motivi: 1) Non avendo truppe tedesche di stanza. fu più facile al sito comandante, l'Ammiraglio Mascherpa, prepararsi all'attacco esterno germanico, e farvi fronte in più chiare condizioni operative che non le altre isole; 2) per il forte contingente britannico sbarcato nell'isola: 3) perché l'Ammiraglio Campioni, non ostante fosse ormai prigioniero dei tedeschi nel comando di Rodi, si rifiutò di diramare l'ordine di resa.

Contro Lero dunque si accanì con maggiore violenza e senza esclusione di colpi il concentrico attacco tedesco. Per valutare pienamente il valore dei soldati ed ufficiali italiani che per due mesi difesero l'isola, basterà ricordare il disonorevole messaggio che il generale di Divisione,della Wehrmacht fece lanciare in migliaia di copie dai suoi aerei di ricognizione prima di iniziare l'interminabile bombardamento dell'isola che culminò con lo sbarco e con la battaglia terrestre: « Marinai di Lero! Conosciamo i nomi di coloro che vi hanno venduti     agli inglesi. Quando sbarcheremo  li sottoporremo a terribili torture ».
Si stento a credere che tale messaggio possa essere e stato scritto da un soldato, eppure porta la firma autografa del generale Kleemanm (vedi pag. 152 del citato volume).

L'assedio aereo di Lero cominciò sistematicamente il 26 settembre: durò giorno e notte, senza soluzione di continuità per trentasei giorni, senza requie. Nel solo primo giorno d'attacco vi furono 300 morti e circa 1000 feriti. Le batterie antiaeree si prodigarono con formidabile tenacia. Nei primi due giorni fu danneggiato il porto, fu distrutto l'aeroporto ed ogni parvenza di difesa aerea scomparve. I tedeschi distrussero sistematicamente quasi tutto il naviglio alleato e italiano, gli impianti della base navale e dei centri abitati, attaccarono una per una le batterie costiere e i fortini delle vette montane, portarono danni ingenti alle vie e ai mezzi di comunicazione. L'intera isola era come una grande nave da battaglia esposta da sola all'attacco aereo continuato: si calcola che ogni giorno trecento aerei tedeschi si alternassero sulle difese isolane.
E' facile dunque immaginare in quali condizioni, italiani e inglesi subirono l'attacco frontale dello sbarco tedesco all'alba del 12 novembre. L'isola di Lero ha una strana forma: un manubrio. Due isole, cioè, legate da un istmo. Su quell'istmo, ormai frantumato nelle sue difese costiere dall'incessante attacco aereo, si scatenò lo sbarco tedesco. Non ostante, il fuoco delle artiglierie residue. I mezzi da sbarco germanici riuscirono a penetrare nelle insenature defilate al tiro. La lotta dei nostri artiglieri e dei nostri marinai fu accanitissima.
S.Ten Corrado Spagnolo MOVM
E Basterà per tutti citare l'episodio del sottotenente d'artiglieria Corrado Spagnolo che per tre volte ritorna alla riconquista dei suoi pezzi con bombe a mano e all'arma bianca , e muore infine crivellato di ferite. 

Nel pomeriggio l'isola è attaccata dal cielo. L'azione dei paracadutisti fu eseguita così a bassa quota con tale audacia e spregiudicatezza che, di seicento, circa la metà finirono in mare o si sfracellarono sulle rocce. Ma i rimasti, veri demoni della guerra si lanciarono contro il nostro schieramento con impeto straordinario e con una massa di fuoco eccezionale. Le nostre batterie li contennero tuttavia per tutto il pomeriggio, per tutta la notte, fino alla sera seguente: mai un attimo di sonno, non una sosta nella battaglia. Poi, a corto di munizioni. dopo disperati duelli ravvicinati, furono sopraffatti. I paracadutisti si mostrarono spietati non meno di quanto fossero stati audaci: fucilarono tutti i nostri ufficiali. Un superstite, il sottotenente Aldo Rossi racconta che un paracadutista tedesco che parlava l'italiano gli si avvicinò e disse: «Signor tenente, se volete salva la vita vestitevi subito da marinaio semplice ». Altri due ufficiali furono salvati dallo stesso straordinario paracadutista. Ma vi fu anche chi, spinto da un misterioso imperativo della coscienza, volle seguire la via contraria. Una batteria si è arresa. I vincitori sfilano dinanzi ai superstiti allineati e chiamano fuori gli ufficiali per fucilarli. 
S.Ten Ferruccio Pizzigoni MOVM
Il sottotenente di artiglieria Ferruccio Pizzigoni ha perso giubba e gradi nella f furia della battaglia: è vestito in modo che può confondersi con la truppa. I marinai lo circondano, non vogliono che egli si mostri. Ma egli fa un passo avanti e dice: «Anch'io sono ufficiale, e voglio seguire la sorte dei miei colleghi». Pizzigoni è una delle medaglie d'oro di Lero.
Alcuni ci accusano di retorica quando parliamo del valore militare italiano, ma non ha importanza: sappiamo chi sono e perché lo fanno.

Ma è solo in qualche settore che gli italiani sono stati sopraffatti. Il 13, la battaglia di Lero continua, e i tedeschi non riescono a progredire. Il 14, inglesi e tedeschi sono di fronte. Il colonnello French attacco le posizioni germaniche sul monte Appetici, ma il suo battaglione è decimato ed egli stesso trova morte gloriosa sul campo. Il giorno 15 i tedeschi passano al contrattacco appoggiati da forti formazioni aeree. Molte nostre batterie resistono ma molte altre  vengono annientate. Ed ancora una, volta si ripete il barbarico massacro degli ufficiali, a freddo. Nella notte fra il 15 e il 16, i tedeschi ricevono rinforzi; e appena si fa giorno ripartono all'attacco. Ora inglesi e italiani combattono fianco a fianco: due italiani riempiono di meraviglia gli inglesi: il capitano Cacciatori e il suo soldato Cavezzale. Lottano contro i tedeschi alla baionetta, li sbaragliano, contendono loro i pezzi d'artiglieria con le bombe a mano. Cavezzale, crivellato dall'ultima raffica, uccide alla baionetta il suo uccisore. Cacciatori, ferito alle ginocchia, alla fronte, col braccio destro maciullato riesce a salvarsi. Gli imprevisti del destino lo avvieranno poi per mare e lo porteranno fino a, Brindisi da dove riprenderà la lotta nel Corpo di liberazione. Ma ormai la superiorità tedesca è schiacciante.
Al Comando dell'ammiraglio Mascherpa giunge la subdola offerta di una resa separata: in compenso gli si offre salva la vita.

L'Ammiraglio rifiuta sdegnosamente: «Resisteremo fino alla fine; e per lo meno un minuto di più degli inglesi». Si arresero infatti gli inglesi, ormai decimati, e lo stesso generale Tilney accompagnò il parlamentare tedesco a trattare la resa con gli italiani. A Mascherpa non restò che chinare il capo alla fortuna avversa. Il 23, su un mezzo tedesco, fu avviato alla prigionia, al processo e alla morte. I fascisti repubblicani vollero il «privilegio» di giudicare i due ammiragli e nel loro odio cieco vollero infamarli di tradimento. Il macabro processo si celebrò a Parma. Mascherpa cadde trafitto da Piombo fratricida accanto al suo superiore diretto, l'ammiraglio Campioni che da Rodi non aveva voluto emanare l'ordine di resa. La motivazione della Medaglia d'oro che accomuna nella postuma gloria i due ammiragli dice: «Processati e condannati da un tribunale iniquo per avere eseguito ordini ricevuti dalle autorità legittime e per avere tenuto fede al loro giuramento di soldati, mantennero contegno fiero e fermo fino al supremo sacrificio della vita».     


Gino De Sanctis

Ai difensori dell'Isola di Lero, possedimento Italiano del Dodecaneso, furono concessi: 7 Ori al V.M., 65 Argenti, 194 di Bronzi, 289 Croci di Guerra e Encomi per tutti.
Ci spiace non poter pubblicare le foto di tutti. A tutti rendiamo onore.

venerdì 1 agosto 2014

INNO AL RE - CARLO ALBERTO RE DI SARDEGNA

Il Nostro Ingegnere Giglio ci scrive :

[...] il  fatto  che  Carlo  Alberto  sia  mancato  il  28  luglio  1849  ed  il  nipote  Umberto  il  29  luglio 1900  ha  fatto  sempre  oscurare  il  ricordo  di  questo  Re  che  pure  bestemmiato  e  pianto   è  l'iniziatore  del  Risorgimento  ed  ebbe  anche  un  momento  di  grande  favore  popolare. Perciò  vi  invio  un  inno  a  Lui  dedicato.

Domenico  Giglio 












Con  l’azzurra  coccarda  sul  petto,
Con  italici  palpiti  in  cuore
                               Come  figli  d’un  padre  diletto,
                               Carlalberto, veniamo  al  Tuo  piè,
                               e  gridiamo  esultanti   d’amore
                               Viva  il  Re ,Viva  il  Re ,viva  il  Re.
                               Figli  tutti  d’ Italia  noi  siamo,
                               forti  e  liberi  il  braccio  e  la  mente
                               più  che  morte  i  tiranni  abborriamo,
                               abborriamo  più  morte  il  servir.
                               Ma  del  Re  che  ci  regge  clemente
                               Noi  siam   figli  e  godiamo  obbedir.
                               A  compire  il  Tuo  vasto  disegno 
                               Attendesti  il  messaggio  di  Dio,
                               di  compirlo,  o  Re  Grande,  sei  degno,
                               Tu   c’innalzi  all’antica  virtù.
                               Carlalberto    si  strinse  con  Pio,
                               il  gran  patto  fu   scritto  lassù.
                               Se  Ti  sfidi  la  rabbia  straniera,
                               monta  in  sella  e  solleva  il  Tuo  brando,
                               con  azzurra  coccarda  e  bandiera,
                               surgerem   tutti  quanti  con  Te,
                               voleremo   alla  pugna  gridando :
                               Viva  il  Re , viva il  Re, viva  il  Re.



Inno   composto  dal  poeta  Giuseppe  Bertoldi  e  musicato  dal  maestro  Luigi  Felice  Rossi , venne  eseguito  per  la  prima  volta  in  occasione  delle  riforme  concesse  il  29  ottobre  1847 .