NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 29 marzo 2013

La validità dell'Istituto Monarchico

Ne siamo più che mai convinti, è ovvio.
Ma lo spettacolo cui assistiamo periodicamente, ogni 7 anni più o meno, dovrebbe convincere anche i più scettici,  quelli più cocciutamente convinti della supposta superiorità della repubblica.

Il capo dello stato è super partes, secondo repubblicana costituzione, ma tutti si affannano a volerne uno che un po' di parte lo sia ed inevitabilmente sarà così: ci sarà qualcuno contento e qualcuno che lo sarà meno o non lo sarà per niente.

La tradizione recente vuole che i capi di stato siano di ferrea osservanza democristiano-azionista-comunista. Un po' meglio andava all'inizio della storia repubblicana, quando i presidenti li sceglievano monarchici e qualcosa pure significava.

Ma lo scempio dell'Italia (che passa attraverso lo sfacelo dell'istituzione repubblicana scritto a lettere di granito nella costituzione, che non è la più bella del mondo se non, forse,  nei primi articoli, ove si elencano alcune dichiarazioni di principio puntualmente disattese nei restanti articoli e nella pratica civile) è al suo apice.

Al Quirinale torni il legittimo titolare. Torni colui che è capo dello stato per aver incarnato nella sua storia la storia della Nazione. Non l'espressione di una parte/partito.

Al Quirinale torni il Re!




giovedì 28 marzo 2013

Ministro Giuliomaria Terzi di Sant'Agata

Stavolta questo nobiluomo ci è piaciuto.

Ha mantenuto la schiena dritta ed ha presentato le dimissioni coram populo spiegando e sottolineando che lui non era il responsabile di questa gestione.
Sicuramente ci sono mille cose che non sappiamo e non sapremo mai.
Ci fa piacere però ogni tanto vedere che qualcuno parli dell'Onore dell'Italia e delle Sue Forze armate. 

Lo staff

mercoledì 27 marzo 2013

Le Repubbliche sono vecchie, le monarchie ringiovaniscono


di Franco Ceccarelli

Se nella Repubblica italiana ci è voluta, con le elezioni del 2013, una mezza rivoluzione (avvenuta in gran parte grazie al web) per “svecchiare”, finalmente, un parlamento ormai gerontocratico che, di conseguenza, garantiva l’elezione di capi dello Stato già gravati da un’età altrettanto veneranda (fatta l’eccezione dell’appena 57enne Francesco Cossiga) stride, in tale contesto, il contrasto con quel che accade nelle non poche monarchie europee oggi esistenti.

Anche nel Regno Unito, in Spagna, in Belgio, in Danimarca, in Svezia, in Norvegia, per dirne solo alcune, i rispettivi sovrani iniziano a sentire i loro annetti (partendo dalla ormai 87enne Elisabetta II, per giungere al “giovane” 66enne Carlo Gustavo XVI di Svezia) .

[...]

martedì 26 marzo 2013

Non perdete tempo!



E' difficile per noi trovarci in accordo con l'inquilino attuale del Quirinale per mille motivi. 
Innanzitutto perché presiede ad una istituzione che consideriamo poco legittima e poi per la sua storia personale. Ci pare d'aver letto, ma non ci giuriamo,  che fosse nella federazione comunista dalla quale si sparò ai monarchici napoletani nei giorni successivi ai referendum. Ha sicuramente plaudito alla normalizzazione dell'Ungheria nel 1956. 

Ma questa volta siamo stati d'accordo con lui: non c'è tempo da perdere e lo dicono tutti i sinistri scricchiolii che vengono da questa Europa di banche e mercanti che affama i suoi stessi popoli in nome di una moneta che non appartiene agli stati ma ad un ente che vive per se stesso.

Ebbene il presidente incaricato di esplorare se vi sono le condizioni per un governo, l'onorevole Bersani , che si ritrova a capo del maggior numero di parlamentari ma non della maggioranza assoluta degli stessi, ha passato già alcuni giorni ad intrattenersi con le parti sociali, con gli ambientalisti, con i sindacati, con confindustria, con De Rita, presidente CENSIS, con Roberto Saviano, con il circolino delle bocce e l'Arci caccia.

Legittimo, per carità! Ma non è che tutti questi signori si possono ascoltare con calma dopo aver deciso se un governo si fa o si va alle elezioni anticipate di questa repubblica che in 65 anni circa è già diventata seconda e poi terza, senza cambiare un solo articolo della propria costituzione ma solo alcune leggi elettorali disastrose, che espropriano gli italiani del diritto di scelta, ma che fanno comodo a tutti quelli che sperano di vincere?

Non è che arriviamo come a Cipro? Non è che nel frattempo il nostro debito sale a cifre ancora più spaventose che ci costringono ad interessi assurdi?

Questo accade quando i politici hanno a cuore più le sorti delle loro personali consorterie dei destini della Nazione che si sono assunti la responsabilità di governare e rappresentare.

Lo staff


lunedì 25 marzo 2013

Ciò che ci riscatta!

L'esemplare contegno dei due Fucilieri di Marina del Reggimento San Marco, riscatta un intero popolo agli occhi del mondo.

Di fronte al pressappochismo, al dilettantismo, alla totale scemenza dimostrata nell'ordine dal "professor" Monti ( non osiamo pensare agli allievi di cotanto genio), al "ministro" Terzi, un personaggio in cerca d'autore, al ministro De Paola, ammiraglio, che se ha in mare la stessa competenza che ha dimostrato in questo frangente c'è da ringraziare Iddio che lo abbiano tolto dal comando di qualche nave così almeno fa danni solo a due marinai piuttosto che a mille, risalta splendido il contegno dei nostri due militari che onorano le stellette delle nostre Forze Armate come milioni di militari hanno fatto prima di loro.

Che enorme differenza! Due soldati che impartiscono una lezione di dignità, orgoglio, fierezza, professionalità ad un governo ed ad un'intera Nazione.
Ci fosse nel parlamento il loro stesso spirito di servizio saremmo la prima Nazione del mondo per ricchezza e civiltà.

Grazie, ragazzi! Ci sentiamo consolati ed al contempo indegni del vostro esempio per non aver saputo fare di più e meglio.

Lo staff

domenica 24 marzo 2013

La senatrice che parla ai monarchici


Finalmente una parlamentare mostra simpatia per noi.
La senatrice Simona Vicari ha pubblicato su twitter questa foto, prontamente ripresa da un paio di siti che si stupiscono di come una parlamentare della repubblica possa avere simpatie monarchiche.

Ricordiamo agli enormi ignoranti in questione che la triste storia della repubblica ha visto numerosi parlamentari di fede monarchica che hanno dato immenso lustro al Parlamento, che allora, anche per la loro presenza, si poteva scrivere con la maiuscola. 
Alla senatrice Valeri il nostro grazie affettuoso. 
Inutile dire che le siamo subito diventati fedeli "folower" e che invitiamo i nostri amici a fare altrettanto.

Grazie Senatrice Vicari!




giovedì 21 marzo 2013

...E i Marò tornano in India...

Per una volta che ci eravamo illusi di aver ritrovato un briciolo di dignità nazionale ci siamo subito dovuti ricredere.



Il Governo Monti ha rispedito in India i nostri due militari che già erano stati trattenuti violando convenzioni, diritti e leggi .


Tutto ciò perché gli indiani hanno garantito che non verranno condannati a morte.

Vorremmo avere parole sufficienti ad esprimere lo sdegno ma non ne abbiamo.

Pare che dal 25 Aprile del 1945 in poi l'Italia a livello internazionale esprima soltanto cupidigia di sodomia.

Abbiamo anche di che essere fieri dei nostri alleati il cui supporto in questa occasione avrebbe fatto sembrare un eroe di rara grandezza  Ponzio Pilato.

D'altra parte siamo l'unica nazione al mondo che in tempo di pace ha rinunciato alla propria sovranità su una parte del suo territorio firmando il trattato di Osimo con un governo di criminali di guerra che aveva assassinato i suoi cittadini a migliaia.

La repubblica non si smentisce mai.


mercoledì 20 marzo 2013

Testimonianze su Re Umberto II ( integrazione)



Raccolte dall'Ambasciatore Camillo Zuccoli


Luigi Barzini: "Non chiedeva mai cosa fosse vantaggioso per la causa monarchica, per la Corona, per lui, ma solo quale fosse il suo dovere di fronte alla Legge, che cosa fosse più utile per l’Italia".           

Benedetto Croce: "Le nostre radici sono nella Monarchia: essa è necessaria all’Italia e ci confortano molto la personalità e le qualità di Re Umberto".


Luigi Einaudi :"Il Re, sin dal primo giorno della Luogotenenza, è stato un esempio di coscienza del dovere, di spirito democratico, di correttezza costituzionale".


Giovanni Mosca: "Maestà… per la maestà, appunto, di cui per così lunghi anni seppe illuminare ogni suo atto, ogni sua parola".

Il Presidente del Consiglio Ferruccio Parri“In coscienza devo riconoscere che quell'uomo sarebbe il migliore dei Re”.

La Medaglia d’Oro al V.M. Edgardo Sogno“Il Re era un galantuomo, scrupoloso ed onesto come oggi non sembrerebbe più neppure immaginabile”.

Il Generale Mark W. Clark“Il 7 Dicembre 1943, alla vigilia dell’attacco di Monte Lungo, il Principe Umberto credette essere suo dovere offrirsi per un volo di ricognizione sulle linee nemiche, data la sua pericolosità ed importanza e dato che questa avrebbe salvato migliaia di vite italiane e americane, come infatti ebbe poi a verificarsi”.

La giornalista Flora Antonioni“I bambini, e soprattutto i bambini, erano il Suo pensiero dominante. Il Quirinale ne era pieno e se avesse potuto avrebbe raccolto tutti i bambini sofferenti e bisognosi della nostra Italia. Mi raccontava che aveva sempre negli occhi i loro volti, i loro sguardi; che in ogni città o villaggio ove si recava durante e dopo la guerra, tra i tanti orrori il più straziante era quello delle sofferenze delle piccole vittime, dei mutilatini, degli orfani. Ogni istante libero dai Suoi doveri istituzionali era per i bambini: organizzava assistenza, cure, educazione, istruzione. Per loro, disse, dobbiamo lavorare ed essere uniti, oltre ogni idea politica. Lo stesso cuore, la stessa bontà di Sua Madre”.

Lo scrittore e critico Geno Pampaloni“E’ stato un uomo silenzioso, discreto, riservato, non toccato dal morbo ormai intollerabile della intervistomania, dell’esibizionismo e della chiacchiera. Conduceva una vita modesta, era fedele al suo ruolo, con stile, coerenza e senza iattanza. È morto da Re; seppur lacerato dalla nostalgia per la sua terra, non ha mai sottoscritto, neppure nei giorni stremati della malattia che lo indeboliva, una qualsiasi parola di abdicazione o di resa. In sostanza era una persona per bene, che ha dimostrato, nel Giugno del’46 e nei trentasette anni trascorsi d’allora, di anteporre il bene della Nazione a quello della Dinastia. Non era un uomo di potere, e anzi la sua signorile mitezza appariva improntata al contrario della sete di potere. La memoria che lascia è una memoria di pulizia, resa più umana e familiare dalla lunga malinconia dell’esilio”.

Quel triste 18 Marzo 1983 S.M. il Re Juan Carlos I di Spagna dichiarò: “Lo zio Umberto, lui che aveva perduto il Trono, mi ha insegnato come si fa il Re”.

Falcone Lucifero, il Suo devoto Ministro, dopo aver dato l’annunzio della scomparsa del Re disse: “più grande del dolore per la morte di Umberto II deve essere il rimorso di quanti hanno privato l’Italia di questo Re”.




martedì 19 marzo 2013

Chi onora la repubblica disonora la famiglia


W IL RE!
«Chi onora la repubblica disonora la famiglia»


Questa è la bella scritta sul muro in una foto presa da questo blog ove fa bella mostra di sé insieme ad altre di eguale tono. 

Visitatelo!



Mezza Italia votò il Re eppure la monarchia fu subito dimenticata





di Mario Cervi
Dom, 17/03/2013


Forse non l'avete notato, ma in questi tempi di acceso e amaro dibattito sui destini d'Italia e sulle riforme istituzionali da adottare manca all'appello un tema che, stando alla storia patria, dovrebbe essere, se non dominante, almeno rilevante.


Il tema della scelta tra monarchia e repubblica che dominante fu di sicuro 67 anni or sono, quando al popolo spettò di decidere cosa volesse. Quasi la metà dei votanti si pronunciò per la monarchia. Di quell'imponente esercito elettorale oggi non rimane nulla.

È vero che la Costituzione italiana pretende l'irreversibilità della scelta repubblicana fatta il 2 giugno 1946. Ma le perennità delle leggi sono sempre provvisorie. Se davvero la corona avesse significato ancora qualcosa in questi ultimi decenni e significasse ancora qualcosa adesso ce ne saremmo accorti. Invece zero. Gli italiani disistimano la Repubblica, i suoi partiti, le sue leggi, ma se ambiscono al nuovo lo vedono nelle mattane del grillismo, non in un ritorno ai solidi valori tradizionali della monarchia. Semmai ci sono nostalgie per il fascismo, per il suo Dux. Il Rex rimane invece confinato nella Nomenklatura marittima. Non che manchino, nell'ambito storico e culturale, ricordi e rimpianti. Ma coinvolgono gruppi o gruppuscoli. A me pare che i Borbone di Napoli abbiano una tifoseria più numerosa o almeno più chiassosa - nel nome di un meridionalismo spavaldo - di quella spettante ai Savoia. Queste considerazioni mi sono venute a mente perché il professor Aldo A. Mola, piemontese purosangue e sabaudo convinto, mi ha segnalato un anniversario di questi giorni. Trent'anni fa, il 18 marzo 1983, si spegneva a Ginevra Umberto II, ultimo re d'Italia. Per onorarne la memoria i fedeli del re e gli studiosi di quel tempo infuocato sono stati invitati ieri a un convegno nel santuario di Vicoforte nel cuneese. Bella e opportuna l'iniziativa. Quel sovrano malinconico che ha galleggiato sugli avvenimenti anziché determinarli, ma che ne fu ugualmente protagonista, merita l'attenzione degli storici.

La merita per la sua tormentata biografia e anche per l'interrogativo cui ho più sopra accennato, e che ripropongo. Come mai la mezza Italia monarchica si è liquefatta? Mi azzardo grossolanamente a rispondere che la mezza italia monarchica non era monarchica. O se aveva una monarchia nel cuore era quella di Franceschiello. Al Savoia andarono massicciamente i voti meridionali, ossia delle regioni dove più incalzanti sono adesso le polemiche contro i piemontesi oppressori e assassini, e dove l'amministrazione borbonica viene generosamente descritta come saggia e illuminata. I borbonici votarono per il sabaudo, e i sabaudi votarono in larga maggioranza per la repubblica.
Gli è che nel referendum la maggior parte dei voti monarchici non venne da fedeli del re o da estimatori dell'istituzione da lui impersonata. Venne dai moderati - sempre maggioritari in Italia, Grillo o non Grillo - che immaginavano con angoscia un domani affidato ai vocianti agitprop della sinistra. Poi, instaurata la repubblica e affidata a personaggi come Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi, i moderati capirono in fretta che la Dc, non la monarchia, era la loro tutela. Da quel momento la fede monarchica fu da quasi tutti buttata alle ortiche. Ossia agli storici, il che fa lo stesso. La storia è maestra di vita, ma la vita se ne infischia della storia, quando le è d'intralcio. Grillo a Roma, Umberto II a Vicoforte.

.
A margine dell'articolo di Mario Cervi ci permettiamo alcune povere considerazioni. Perché l'elettorato monarchico si è liquefatto? Forse perché ci siamo divisi troppo, forse perché eravamo troppo onesti, forse perché non eravamo abbastanza squali in un mare che di squali si è subito popolato, forse perché i nostri leader non hanno guardato troppo lontano.
Ma basta volgere un po' lo sguardo all'indietro per trovare una miriade di partiti monarchici, di organizzazioni monarchiche, di associazioni monarchiche. Con gente preoccupata più del proprio partito/sigla  che del bene della Monarchia e del  Re Umberto II.
Gli altri sconfitti della storia, i fascisti, seppero trovare nel MSI un castello nel quale, arroccati, hanno saputo sopravvivere fino ai giorni nostri arrivando ad esprimere ministri e presidenti della Camera dei deputati . Salvo poi crollare miseramente, svenduti da quello che avrebbe dovuto essere il loro leader e si è invece improvvisamente mostrato come un pasdaran della costituzione repubblicana criticata fino a pochi giorni prima, scomparendo di fatto anch'essi dal parlamento.
Noi non lo abbiamo saputo fare quando era vivo il Re Umberto II non oso pensare a quali e quante difficoltà ci sarebbero a riuscirci adesso.
Eppure adesso la repubblica è al massimo della sua crisi. Carente in rappresentatività, carente in fiducia, carente nell'aver saputo assicurare ai suoi cittadini, in teoria non più sudditi, un presente ed un futuro felice ed una sana gestione della cosa comune.
Poteva essere il momento dell'alternativa istituzionale, quella dove un Re, garante di tutti, avrebbe potuto guardare ben al di là del limite temporale di una legislatura o di un settennato presidenziale.
E invece.. l'alternativa è quella di Grillo, con una allegra armata Brancaleone a contendere ai partiti/parassiti di sempre la scena.
Ora più che mai ci si rende conto dello scempio commesso, in buona o in cattiva fede, ai danni della nostra causa che coincide, come Umberto ci ha insegnato, con l'assoluto amor di Patria.
Come abbiamo detto nel nostro primo post su questo blog .. abbiamo sotto gli occhi quotidianamente il fatto che aver separato i destini dell'Italia da quelli del Re non ha prodotto nulla, ma veramente nulla, di buono". 
E non aggiungiamo altro.
Lo staff







lunedì 18 marzo 2013

Il Re d’Italia S.M. Umberto II a trenta anni dalla sua morte


di Emilio Del Bel Belluz


 …e me ne andrò. Ma gli uccelli rimarranno, cantando:
e il mio giardino rimarrà, col suo albero verde,
col suo pozzo d’acqua.
Molti pomeriggi i cieli saranno azzurri e placidi,
e le campane sul campanile rintoccheranno
come rintoccano questo pomeriggio.
Le persone che mi hanno amato moriranno,
e ogni anno la città si rinnoverà.
Ma il mio spirito vagherà sempre nostalgico
nello stesso recondito angolo del mio giardino fiorito.

(Juan Ramon Jimenez, Il Viaggio Definitivo)

Mi è caro ricordare a trenta anni dalla sua scomparsa l’ultimo Re d’Italia. Vi sono delle date che noi fissiamo nella nostra memoria e che ci restano nel cuore. Sono quelle della persone che abbiamo amato. Ebbene il Re è stato un uomo che ho amato e stimato sentendolo un grande uomo. Non posso dimenticare  quello che mi disse una famiglia nella quale venni ospitato quando andai ad assistere ai funerali del sovrano. Il RE Umberto II, era stato invitato ad una festa dal curato di un paese ai confini con la Francia. Alla festa erano stati invitati tanti italiani che vivevano fuori dell’Italia e il Re vi andò, ma nessuno lo riconobbe al suo arrivo. Il padre di famiglia che mi aveva ospitato disse che  vide il Re piangere per non essere stato riconosciuto dagli italiani che aveva tanto amato. Quell’uomo che mi raccontò queste cose era alla festa e neppure lui lo aveva riconosciuto, fu il parroco a presentarlo. L’uomo che mi raccontava questo,  nel marzo di trenta anni fa, aveva perduto un figlio pochi giorni prima.  Dalla morte di S.M. Umberto II sono passati trenta anni , trentasette li trascorse in esilio senza poter ritornare nel Paese dove aveva quel pezzetto di cielo che appartiene a coloro che nascono in Italia come in qualsiasi parte del mondo. Mi sono chiesto tante volte che Re sarebbe stato, ma credo non inferiore a tutti i presidenti della Repubblica.  Mi viene in mente una citazione di Giuseppe Prezzolini: “E’ incontestabile che  il bene degli uomini proviene dal male di qualcun altro e tutta la solidarietà umana dalla paura che qualcuno si impadronisca di ciò che si ha”. E’ altresì innegabile che “ pace e giustizia  ” insieme rappresentano  “ un desiderio certamente bellissimo e nobilissimo, ma come molti desideri del genere, non logico né serio. Se infatti, si vuole davvero la giustizia (che è una tremenda parola) bisognerebbe essere pronti a fare la guerra ad ogni minuto e se invece si vuole la pace, è chiaro che si rinunzia a vedere la giustizia trionfare”. 
Pensando al Re mi sono venute in mente queste parole di Prezzolini apparse in un articolo  sul Borghese diretto da quel galantuomo che è stato Mario Tedeschi.  Ho davanti a me una foto di Re Umberto II, con apposta una dedica che ricevetti da Cascais nel 1978. Allora ero uno studente universitario che frequentava le lezioni alla facoltà di Legge a Trieste. Ero un giovane di campagna che non sopportava le ingiustizie e, lo ripeto, non le ho mai sopportate, sposando le parole di Oswald Spengler che dicevano “ la lotta è la più antica  realtà della vita, è la vita stessa”, forse per questo mi sono sempre imposto di lottare con l’arma della parola. Proprio quest’ultima e gli scritti mi hanno aiutato a superare molte storture della vita. La lealtà la si deve sempre usare non come scudo ma come forza. Cito alcune frasi che ho seguito lungo il mio percorso di vita ed una di queste è tratta da una citazione di Che Guevara, “ ai miei figli soprattutto, siate capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia  commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo”.  Cosa ci può essere di più ingiusto che allontanare un uomo fino alla morte dalla terra che ha amato. Quella foto con la dedica fatta dal Re Umberto II, la custodisco in una cornice come la spada che si conserva per l’onore. Un uomo, Umberto II, mite che venne spesso infangato per colpe non sue, ma che dovette obbedire. Se avessi un figlio gli consegnerei questa foto affinché non se ne separasse mai fino all’ultimo giorno della sua vita e poi continuasse a donarla a chi ha cuore . Consegnerei con questo titolo, un valore che rimanga. Oggi tutto appare così stravolto e cupo, ma le idee quelle vere devono restare. Uomini come Re Umberto II hanno costruito, la storia. I ragazzi d’oggi non credo sappiano individuare questa figura di grande tempra.  
Vi è una frase che spesso ripenso dentro di me tratta da una poesia. Il poeta che l’ ha raccolta e scolpita è Umberto Saba “ No alla rivoluzione meglio conservare”  /non sono/per nascita/un rivoluzionario/Sono un/ conservatore/ della specie/ più rara/. Capisco/ da sempre/ che a molto/deve rinunciare/ chi voglia/conservare/l’essenziale/.d” Gli esempi positivi. Quando si superano i cinquanta anni, e ci si trova nel momento nel quale  bisogna fare  dei bilanci  molto importanti. Si guarda il corso della vita e lo si fa con molta attenzione, la base dei cinquanta anni è un segnale che ci si porta dentro. Nell'epoca dei bilanci ho ringraziato Iddio che mi ha fatto diventare di Fede  Monarchica. La simpatia per il Re degli italiani di quelli che gli sono stati vicini. L’esilio, quel maledetto esilio lo portò sul cuore per trentasette anni, fino alla morte. Un grande papa  come Giovanni Paolo II in un viaggio che fece in America Latina condannò  l’esilio considerandolo un delitto contro l’umanità. Allora il Re era morto da quattro anni, conservavo un ritaglio dove si diceva questo dal settimanale il Borghese. Era un lettore che poneva a mezzo lettera una contrarietà all’Esilio. Le parole però che metterei in ogni momento a ricordo della sofferenza di Umberto II sono quelle che scrisse con molta convinzione il Mazzini “ L’esilio:colui che per  primo inventò questa pena non aveva né padre né madre,  né amico, né sposa. Egli volle vendicarsi sulle altrui teste — e disse agli altri uomini suoi fratelli : siate maledetti dall'esilio, come  io sono dalla fortuna ; siate orfani, abbaiate la morte nell'animo  io vi terrò la madre, il padre, l’amante, la Patria, tutto fuorché un soffio di vita perché  voi  possiate ramingare, come Caino nell’universo col chiodo della disperazione nel petto”.  L’esilio, luogo dove una persona è costretta a vivere una condanna che per Umberto fu peggio della morte. Eppure Umberto,  nel suo viaggio che fece dall’Italia dietro quel sorriso così nobile aveva stampato la croce della morte nel cuore. Dopo la partenza per l’esilio l’aereo fu investito da una tempesta ed il Re si augurò che cadesse tale era la tristezza che gli sormontava il cuore. Tale era anche la tristezza di quei milioni di italiani che lo avevano votato. Tante volte mi sono commosso al suo ricordo di quella tempesta nel cuore che lo prese, raccolto come un fiume in piena. Il mio maestro d’un tempo, il professor Fulvio Crosara, si domandava dove erano finiti quegli italiani che avevano amato il Re. Si discute che non sia facile amare un’ idea e non sia facile comprendere cosa sia l’esilio se non lo si è provato. Un lungo viaggio  nel caso del Re Umberto II senza ritorno. Dal Portogallo dove arrivò, in un paese che porta il nome di Cascais. In tante foto lo ho visto, assieme alla povera gente, ai pescatori . Durante quegli anni in quel paese il Re divenne buon amico dei pescatori che lo amavano e lo rispettavano . Lo chiamavano il Re, o Rei. Li osservava mentre sistemavano le reti, stando tra di loro. Il Re amico di quella povera gente di mare. ho pensato per un attimo agli apostoli. Gesù stava assieme a questi umili personaggi e sentiva il buono che vi era in loro. Il Re pensava alle loro vite e forse avrebbe voluto essere uno di loro, la tristezza quando si insedia in un cuore è uguale dappertutto. Penso che, tante volte, avrebbe voluto andare nelle loro case a mangiare un pezzetto di pesce pescato al mattino davanti ad un lume acceso. Una piccola lampada che è capace di far una luce fioca che nasconde la voce che dentro hanno gli uomini. Il Re avrebbe voluto sedere con loro, sentire l’odore del pesce e della vita, magari sentiva che loro erano più felici di lui. Essere nati in quel posto e respirare quell’aria che sa di vita vissuta e mescolata dalla nostalgia. Sedersi con qualcuno a tavola è meglio che sedersi da soli, con un maggiordomo che ti aiuta, ma non ti fa sentire l’affetto. La moglie e i suoi figli se ne arano andati con la regina in Svizzera e l’eco della passioni diventava un urlo di solitudine. I pescatori gli davano quel calore che molte volte gli mancava, l’affetto e l’amore non si comparano al mercato,  nessuno può immaginare il dolore che sprigiona la solitudine. Ho tolto dalla mia biblioteca un libro che mi è caro, scritto da Mosca. Il libro porta i segni del tempo, l’odore della carta è pieno di ricordi e non riesco ad allontanarmi da questi ricordi del mio Re.  Il libro ha un titolo che dice tutto, il Re in un angolo, chi lo possedeva prima di me lo aveva ricevuto in dono nel luglio del 1950.  Nel libro ho trovato una foto del Re assieme al giornalista, i capelli stempiati, il volto sorridente, lo stesso sorriso che ebbe nel lasciare l’Italia, sorriso nel volto, morte nel cuore. Un libro che si legge molto rapidamente, sono articoli pubblicati nella Gazzetta del Popolo di Torino. Questo sarebbe stato un libro da stampare per l’anniversario. Uno di quei libri che avrebbero portato a dire delle belle verità. “ La sacrestia della chiesa parrocchiale di Cascais è una piccola stanza nuda con un grande orologio tarlato fermo ad un ora di chi sa quale anno..” Anche l’orologio del Re è fermo al momento della sua partenza dall’Italia, l’orologio che si porta nel cuore e che si è fermato con quel sorriso davanti al cielo di Roma. Nel libro  si racconta della domenica di Umberto. La Santa messa a cui non può mancare, ma soprattutto la povera gente, i pescatori anime umili che si rispecchiano nel Re. Leggendo nel suo cuore una tristezza che solo gli umili hanno e sanno portare con orgoglio.  “ Mi  avvicino al solito gruppo che in tutte le chiese del mondo, tutte le domeniche, s’attarda sulla porta. “ non è forse questa la messa delle undici ?” “Si, “senhor” è questa”.  “ Non viene forse qui, ogni domenica, a quest’ora…?  “ O Rey d’Italia?”.  Si dicendo, il cortese pescatore vestito di nero, un vecchio tutto rughe, s’inchina e si toglie il cappello.  I pescatori di Cascais, i contadini di Cintr, i cittadini di Lisbona lo chiamano tutti così, “ o Rey d’Italia”, come se Umberto fosse ancora Re, come fosse qui non in esilio ma a godersi un po’ di riposo  nella solitudine della villa  col giardino di sabbia e, intorno, fra sassi, i magri pini curvati da vento”.  Leggendo le pagine del libro mi sembra d’avere vicino il sovrano che ho amato e amo, come tutte quelle sensazioni che non si allontanano da noi. Il Re raccolto nel villaggio di pescatori che sentono l’orgoglio di poterlo vedere e stringergli la mano. Nel cuore di questa gente anche la pietà che si riversa in lui, il Re è solo. L’immagine che fa risplendere  il Re è il suo coraggio, non tutti lo possiedono e non tutti se lo possono dare, come l’onore e la dignità, in un mondo come questo dove tutti sono diventati giudici a senso unico. Capaci solo ad infangare gli altri e ad assolvere se stessi con formula piena. Questa che io chiamo pochezza di vivere. Il Re uomo sopra le parti, che, sono certo, verrebbe fatto molto per il paese. Ma il destino di un uomo non è sempre nelle stesse mani, ma Iddio scrive una strada che noi dobbiamo percorrere e che ci può portare alla salvezza. Nel libro trovo una bella frase di Umberto di Savoia legata alla patria, “l’amo tanto la mia patria, che mi dà gioia anche da lontano”, e subito, scherzosamente : “seppure si possa chiamar lontana una patria, guardi, così vicina”, e mi mostrò appese alle pareti dello studio, in cornici tutte uguali, le fotografie dei più diversi luoghi d’Italia, e ciascuna era piena di firme.”. Il Re raccontava di sentirsi vivo ricordando quelli che gli scrivevano, sarebbe stata una giornata triste quella in cui nessuno si sarebbe ricordato di lui. Leggo le parole più belle di questo libro in una domenica del mese di marzo, in un ospedale A S.Vito al Tagliamento. Sto accanto al fratello di mio padre il quale soffre come si soffre quando il tempo scorre e ci apre delle ferite facendoci sembrare ed essere fragili. Ha servito il Signore come un soldato fedele alla sua causa, uno di quei soldati di Cristo che si affidano a lui con al collo la croce. Dal  letto lo vedo spesso osservare il Cristo appeso la muro, non parla perché la sofferenza lo frena. Il dialogo dei suoi occhi con il Cristo mi fa pensare a Don Camillo che non sui staccava mai da quel Crocefisso e gli parlava come si parla ad un amico. Le stanze dell’ospedale sono tutte ben sistemate, anche la sofferenza   è accompagnata dalla dignità dei luoghi. In tutto l’ospedale la presenza della fede esiste. Una piccola Madonna fa compagnia agli ammalati.  Nel volto di mio zio, ho visto una lacrima arrivare e fermarsi lungo il viso. Le lacrime hanno tutte un significato, hanno parole e sentimenti.  Tra i fogli che ho davanti ve ne è uno che ha dentro una poesia di Aldo Fabrizi, grande attore italiano. Uno dei volti più belli della storia del cinema, aveva il potere di far sorridere la gente con le sue battute, un modo per alleggerire il peso della vita. Era grande e grosso come una montagna, ma con un cuore grande come la terra. Scrisse una bella poesia nel 1979 e la dedicò a Re Umberto, una poesia che mi piacque. 

A Umberto di Savoia Autore Aldo Fabrizi.  /

A Umberto
A Te lo devo scrive:
nun te posso invita’
e  nun te posso di’
mettete a sede qua
e nun te posso manco domanda’
perché sei stato condannato a vive
lontano da la terra indo’ sei nato
senza speranza de pote’ torna’.
Quant’anni so’? Me pare trentatre’,
e un sacco d’esiliati
so’ rientrati in Italia, meno Te.
Così diciamo sta rimpatriata
anche si nun cià gnente de reale
né un motivo de data
né un compleanno, né un anniversario,
famola talequale!
Sarà sortanto un pranzo immaginario
tra un popolano, sempre popolano,
e un Re che poveraccio è ancora Re.
Ieri Sua Santità,
tra un coro di campane e sbattimani
ha parlato de fede, de bontà, de libertà, de pace.
Ma si un cristiano nun se po’ magna’
un pezzetto de pane
dove je pare e piace
mejo che a parlà de Libertà
se sonino più piano le campane.
da “Nonna minestra”

 Osservo mio zio, il suo volto, la stanza  è ben illuminata, mi cade un piccolo segnalibro dove avevo scritto una citazione senza il nome dell’autore che rinvenni in un libro “ una testa nobile/lascia la scia/di un pensiero alato/ che libero vola/sui cuori/cha ha amato/. Penso a queste parole, alla poesia di Aldo Fabrizi, e mi domando cosa sia la vita. In un tempo come questo dominato dall’assalto del nulla. Ci battiamo per un qualcosa che finisce, invece di cercare l’assoluto che si annida nel sentimento e mi si perdoni in un ideale che non scompare. Cosa importa soffrire, se abbiamo raggiunto momenti di altezza con piccole cose. Ho immaginato molte volte il mio sovrano chiuso nella sua biblioteca a leggere dei libri . L’ ho pensato da solo, seduto sulla poltrona che da’ la visuale sulla sua casa di Cascais , la meravigliosa Villa Italia.  Da una rivista  tante volte ho memorizzato una foto, il Re con il libro in mano, il volto segnato dal tempo e dai dolori  che la vita non gli ha mai risparmiato. Credo che, ad un certo punto, si sia chiesto il perché ma la domanda torna sempre alla solita riposta: vi è un disegno che Dio ha scritto per noi, solo per noi. Nella sua stanza piena di libri, molti dei quali gli venivano spediti dagli scrittori che lo ammiravano e portavano una dedica. quale onore per uno scrittore poter mandare al sovrano un libro e alleviarlo di quella malinconia che si sprigiona dentro, portare un poco di luce. Grande lo scrittore se non dimentica. Re Umberto amava leggere Riccardo Bacchelli, autore della monumentale opera –“ il mulino del Po”. Mosca nel suo libro scrisse raccogliendo una dichiarazione del RE” Due libri di autori italiani gli è caro rileggere, “ i sette messaggeri “ di Dino Buzzati e “ il mulino del Po” di Riccardo Bacchelli. Ho visto in uno scaffale “ la corona di Cristallo “, di Marco Ramperti. Mia meraviglia. “ Si”, dice il re, “è un mio crudele avversario . Ma non per questo ha ingegno e scrive bene”.  Non serba rancore. Parla dei pregi dei suoi avversari e dei suoi nemici, mai dei loro difetti. “ Non tanto, forse”, mi spiega,” per generosità, quanto per orgoglio. Mia madre e mio padre, le poche volte che parlavamo degli altri, non era se non per dirne bene. Avrebbero considerato un mancarsi di rispetto  – sì elevati erano i loro rapporti  – l’abbassarsi a dir male di qualcuno”. Il Re seduto nel suo studio con il cuore rivolto all'Italia  Penso a quanti lo hanno amato e se ne sono dimenticati, ma ci fu uno scrittore che amò il suo sovrano fino all'ultimo giorno della sua vita. L’uomo che scrisse di lui, quel galantuomo che fu Giovannino Guareschi, che nei suoi racconti spesso citava il sovrano, Nella bellissima immagine fatta a cuore della maestra che vuole essere sepolta con la bandiera della Monarchia. Quella maestra che dice al compagno sindaco, una frase che riassume tutto: i Re non si mandano mai via, non si allontanano con i figli. Giovannino non fu mai contrario al Re, lo amava profondamente e genuinamente. Rimase devoto al Re fino all’ultimo suo respiro. Non ebbe mai il coraggio di scrivere delle lettere al re perché non si sentiva degno. Anche se Umberto lo stimava tanto e gli voleva bene. Ci sono uomini che non tramontano mai per i loro scritti, per le radici che non gelano per quel mondo fatto di tante immagini di vita e Giovannino non morirà mai. Torno al mio viaggio che feci per andare ad assistere ai funerali del Re. Fui tra i primi ad arrivare, e mi capitò un bellissimo episodio che non posso non ricordare. Il Re era esposto nella bellissima Abbazia di Hautecombe sul lago Burget. La bara era ricoperta dalla bandiera Sabauda e due guardie d’onore facevano la guardia. Ero solo in quel momento, osservavo il Re e pregavo, nel cuore avevo la morte che mi faceva male. Ero davanti al mio sovrano morto in esilio, anche da morto non avrebbe potuto rientrare quanta ingiustizia tenevo dentro come un macigno, mi pesava. Ad un certo punto osservo che le due guardie che pensano d’essere sole mormorano qualcosa che io recepisco. Una delle due dice che da regolamento non si potrebbe, ma inchinandosi vicino al corpo di Re Umberto II,  gli accarezza il viso. Una lacrima mi scende, loro pensano d’essere soli, io attendo che altri arrivino poi esco. Alla sua morte in un letto d’ospedale a Ginevra, non c’era che una infermiera Svizzera che lo vide morire. Non c’era nessun italiano in quel momento, ma il Re riuscì ancora a mormorare “ Italia”. Penso a quella guardia d’onore al Pantheon e vicina alla cassa del Re, e mi viene nel cuore un soffio di felicità. Quella carezza era la carezza che tutti gli italiani gli avrebbero voluto fare, pensai a Maria Teresa che teneva la mano a quelli che salutavano la vita. Se avessi potuto gli avrei offerto la mia al Re, robusta come quella di un contadino e grande come una pala. Il Re morì solo, mi sentii nel cuore quel gelo che sento ogni volta che penso alla sua morte. L’altra sera mentre stavo chiudendo lo studio, è venuto a trovarmi il parroco di Brische Don Mario che si occupa anche di una parrocchia vicina a Pasiano, il paese di S.Andrea. Sono lieto d’averlo come padre spirituale e come amico. Il mio rispetto per chi guida una parrocchia è tanto, i sacerdoti sono sempre meno e devono occuparsi di troppe cose. Da poco il papa Benedetto XVI ha lasciato  il soglio di San Pietro. Avevo nel cuore di fare un dono per ricordare, a trenta anni di distanza, il mio sovrano e,d allora ho donato al sacerdote un quadro della Madonna “ Sacro cuore immacolato di Maria”. Don Mario ha gradito il dono e ne sono rimasto molto contento e con questo gesto mi sembra di aver onorato la figura del Re. Quella sera, salutato il parroco di Brische e S.Andrea mi sono diretto all’ospedale di San Vito a trovare mio zio. La gioia che ho percepito era tanta, c’è stata la fumata bianca, quella che avverte i pellegrini che è stato scelto il nuovo papa.  Sono corso da lui a portargli questa notizia, e nei suoi occhi ho visto la felicità. L’elezione di Papa Francesco credo possa portare beneficio alla chiesa. Davanti a mio zio il mio pensiero è corso a Don Mario, a quella vista inaspettata e così gradita e amata. Le campane della chiesa suonavano a festa, tutte le campane delle chiese è stato nominato il nostro papa. Il vecchio papa, forse nel suo ritiro avrà gradito quello che è stato nominato, magari in cuor suo la tristezza di non aver potuto andare avanti, gli sarà pesata. Davanti a tutto il mondo abbiamo due papi e io ho un Re da ricordare, il tutto incorniciato in questo mese di marzo. Il Re morendo il 18 marzo non raggiunse la primavera, l’ulteriore primavera della sua vita, ma nel mio cuore ho sempre questa stagione che me lo farà sempre associare a lui.
E quelle campane suonate per annunciare il nuovo papa, sono anche per il mio Re.

Opinioni su Re Umberto II





Abbiamo riproposto il post, arricchito, più in alto.

Esiliato ma presente



Più grande del dolore per la morte di Umberto II deve essere il rimorso di quanti hanno privato l'Italia di questo Re.

Per oltre trentotto anni ho avuto l'onore e la ventura d'essergli vicino. Mi aveva conosciuto a Salerno nel febbraio del 1944, quando ero ministro nel governo Badoglio. A maggio, mentre ero prefetto del Regno a Bari volle vedermi. Affabile e gentile, come sempre, mi disse: «Ho letto alcuni suoi libri e so che lei proviene dal partito di Giacomo Matteotti. Siamo,d'accordo: libertà individuale e giustizia sociale. E siccome all'imminente liberazione di Roma, mio padre mi nominerà suo Luogotenente Generale, vuole lei essere il mio ministro della Real Casa? ».
Così, un mese dopo, cominciò una collaborazione durata sì a lungo.

[...]

http://www.reumberto.it/presente.htm

Eduardo De Filippo: Io e il mio amico Umberto


«Giocavamo insieme con un tamburo di latta»

Sik sik ha colto ancora una volta di sorpresa. Nessuno fra il numeroso ed elegante pubblico che assisteva domenica a Firenze alla consegna dei premi «San Giuseppe - Piero Bargellini» ad eminenti personalità delle arti e dello spettacolo, del mondo economico e di quello della scienza che hanno reso lustro al nome di Firenze e della Toscana nel mondo, avrebbe mai potuto immaginare che Eduardo De Filippo avrebbe ricordato Umberto di Savoia. E che lo avrebbe fatto con accenti tanto affettuosi e così commossi.
Invece il grande attore napoletano ha rivelato episodi che per decenni aveva tenuto sempre e solo per sé: l'incontro da bambini nella -principesca stanza dei giochi di San Rossore... la rappresentazione improvvisata nella «hall» dell'Excelsior a Napoli, con una lumaca e un canarino chiamati in fretta e furia a sostituire il pollo e la colomba previsti dal copione di «Sik-sik» ... e infine al Quirinale con la nomina a commendatore del già commendatore De Filippo, nel dolore comune per l'Italia distrutta dalla guerra, in un ultimo franco incontro di significato quasi profetico.,. «Umberto di Savoia era antifascista» ha detto Eduardo, aggiungendo di sapere bene che per tali idee politiche Vittorio Emanuele III arrivava a porre il figlio agli arresti.

Per molti di quanti erano raccolti domenica nella sala dell'antica Villa «La Loggia» l'affermazione ha avuto il significato di una rivelazione storica. « Avrei voluto scrivere un articolo... ma è meglio così... abbiate pazienza» ha detto ancora l'attore, quasi per scusarsi di una confessione.

L'applauso che è seguito, vorremmo dire «a scena aperta», è stata una adesione spontanea alla testimonianza di un uomo che aveva riconosciuto con parole semplici i suoi sentimenti e la sua storia, in tanti punti coincidenti con la storia e con i sentimenti collettivi. E' stato come se la morte dell'ultimo re d'Italia avesse aperto una stanza, per quasi quarant'anni rimasta ignorata, nella memoria comune. Ed è come se Eduardo vi fosse entrato, in quella stanza, cosi come ha fatto migliaia di volte nei teatri del mondo e anche alla Pergola: con quella semplicità totale che è il segreto della sua signoria assoluta della scena.

« Vogliamo parlare un momento di Umberto di Savoia buonanima?». La domanda, formulata un po' sommessamente, è di Eduardo De Filippo. Nessuno si sarebbe aspettato che il celebre attore ricordasse il defunto sovrano. Lo ha fatto, invece, dopo aver spiegato brevemente perché aveva accettato il laticlavio quando gli fu offerto da Pertini. «Non ho potuto rifiutare, come avevo già fatto altre tre volte, essendo il Presidente una delle pochissime persone che stimo nell'ambiente politico. Prima avevo rifiutato. Quando non c'era la Repubblica fui fatto cavaliere, poi cavaliere ufficiale, quindi commendatore. Poi scoppiò la guerra, la perdemmo, venne Umberto che, senza sapere che già mi avevano fatto commendatore, mi fece commendatore pure lui.

E' stato a questo punto che ha formulato la domanda e ha poi proseguito, prima emozionato, poi  più controllato. «Io avevo tre anni meno di Umberto di Savoia. L'ho conosciuto quando lui aveva quasi undici anni e io quattordici (in realtà Eduardo - nato nel 1900 - aveva quasi quattro anni più di Umberto, non tre di meno, ndr). A quell'epoca andavo a recitare a villa Savoia e a villa A da a Roma e a San Rossore a Pisa. Fu così che conobbi Umberto. Si giocava insieme dietro il palcoscenico. C'era una stanza dei giochi che dava sul giardino e ricordo un tamburo di latta con scritto "Viva l'Italia" .
«Quando Umberto venne a Napoli peri cinque anni che vi trascorse (alla fine del 1931, dopo le nozze con Maria Josè Umberto fu promosso generale di brigata e da Torino trasferito a Napoli, ndr) era spesso al teatro dove io recitavo. Era un grande ammiratore dei De Filippo. Era in allestimento in quel periodo la farsa "Sik sik, l'artefice magico" e una sera, mentre stato nel ristorante a piazza Dante, venne di corsa un suo incaricato. Guarda, mi disse, che il principe vuole che tu vada da lui all'Excelsior, perché desidera vedere questo nuovo spettacolo. «Ricordo che non avevamo sui posto i costumi, il teatro era chiuso. Ci arrangiammo: un abito dì mia sorella e ne feci il che indossavo in scena, anche Peppino riuscì a rimediare qualcosa per la recita Però non ci riuscì, sul momento, a trovare né il pollo né la colomba, elementi indispensabili, e chi conosce la commedia lo sa, per la rappresentazione. Il "Sik sik artefice magico" ebbe successo lo stesso. Sostituimmo gli animali con un canarino e una lumaca; adeguando le battute di scena E lui rideva lo stesso. Poi diventammo proprio amici.

«Umberto di Savoia era antifascista Era stato amico dei principe di Galles e il padre, Vittorio Emanuele, lo mise in prigione per questo fatto. Un giorno mi mandò a chiamare. Andai al Quirinale. C'era a ricevermi il generale Garofalo (in realtà l'ammiraglio Franco, allora aiutante di campo di Umberto, ndr) che è ancora vivo: potete domandarglielo, io dico sempre la verità. Mi introdusse nella sala dei moschettieri dove c'era il re. Era un salone molto grande. Umberto era dietro una scrivania, in un angolo. Si alzò e mi venne incontro a braccia aperte. "Eduardo, Eduardo. Hai visto, che hanno fatto all'Italia nostra?" "Ma avete visto che ha fatto papà? . Ve ne siete accorto di quello che ha fatto papà?". “Non me ne parlare".
«Non sono iscritto a nessun partito, ma conoscete la mia politica: amo il popolo, amo i lavoratori (come senatore si è iscritto al gruppo della sinistra indipendente, ndr), ho amato, molto Umberto di Savoia. Ho raccontato questo con molto dolore, quello che ho detto stasera me lo sono sempre tenuto per me.. Avrei avuto voglia di scrivere un articolo ma non l'ho fatto. Oggi è come se lo avessi commemorato. Abbiate pazienza».


Martedì 22 marzo 1983, La NAZIONE

RICORDO DEL RE UMBERTO II DI SAVOIA



di Gianluigi Chiaserotti

                 Erano le 15,35 del 18 marzo 1983, trent’anni or sono, che il Grande Re Umberto II di Savoia ci lasciava.           
             Ma il piacere più grande è quello di ricordarlo, in questa occasione, in cui mi limiterò a tratteggiare, a grandi linee, e con ricordi personali, la Sua vita di Italiano e di Re.
Nato nel Castello di Racconigi giovedì 15 settembre 1904, l’allora Principe Ereditario venne al mondo in silenzio, come in silenzio è stata la sua vita di italiano e di Re; in silenzio, dicevo, in quanto era in corso uno sciopero generale e proprio per questo i giornali non furono stampati. Però il lieto evento giunse alle orecchie del Sindaco di Milano, il quale volle esporre il Tricolore Sabaudo al balcone del Palazzo Municipale.
            Il Principe di Piemonte, titolo che Gli spettava, ebbe un’infanzia ed un’adolescenza caratterizzate essenzialmente dalla rigida educazione militare impartitagli dall’Ammiraglio Attilio Bonaldi. Per cui sveglia all’alba, esercitazioni varie, equitazione, ginnastica. Molti avversari della Monarchia, inutili e superficiali, hanno criticato questo; senza però pensare che era necessario, in quanto il Principe sarebbe dovuto divenire il Sovrano di una Nazione invidiata e nobile come era la nostra. Terminata la preparazione c. d. bonaldiana, Umberto andò in Ginnasio e poscia al Collegio Militare di Palazzo Salviati in Roma, nel quale frequentava le lezioni a carattere scientifico, mentre gli studi classici li preparava privatamente. Terminato il Liceo si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova, laureandovisi nel novembre 1925, e divenendo, contemporaneamente, Tenente della Accademia Militare di Modena.
            Dopo gli anni spensierati della giovinezza, trascorsi soprattutto a Torino, giunse il momento in cui prevalse la Ragion di Stato poiché Umberto doveva assicurare la continuità della Dinastia; per cui nel giorno del cinquantasettesimo genetliaco della Regina Elena, il giorno 8 gennaio 1930, sposò la bellissima Principessa Reale di Sassonia Coburgo Gotha, Maria Josè del Belgio, figlia del Re Alberto I.
            Siamo così giunti alla parte del ricordo sul Re Umberto II in cui  è chiamato a reggere le sorti dello Stato. Con l’armistizio di Cassibile del 4 settembre 1943,  il giorno 8, Re e governo si trasferirono a Pescara (ho detto “si trasferirono” e non “fuggirono”, come qualcuno vorrebbe). Codesto è stato un grande atto di lungimiranza del Re Vittorio Emanuele III, il quale sapeva che se non fosse giunto a ciò, non avrebbe assicurato la continuità dello Stato. Dopo un periodo di governo al sud, Vittorio Emanuele, alla liberazione di Roma — cioè il 5 giugno 1944 —, nominò Umberto, Luogotenente Generale del Regno. Con questa veste Egli attuò bene la Sua ottima preparazione a divenire Re, che giunse il 9 maggio 1946, a circa un mese dalla data in cui si era stabilito di svolgere il “referendum” istituzionale, cioè il 2 giugno; “referendum” che il Re e, ribadiamo, solo il Re indisse con Decreto Legislativo Luogotenziale  16 marzo 1946, N. 98; ed ecco cosa, tra l’altro, disse Umberto, a Genova, nel Suo proclama del 31 maggio 1946, e, soprattutto, scevro da ogni interesse dinastico:

“(…) appena la Costituente avrà assolto il suo compito possa essere ancora una volta sottoposta agli italiani — nella forma che la rappresentanza popolare volesse proporre — la domanda cui siete chiamati a rispondere il 2 giugno.”
           
Dalle urne invece, purtroppo, uscì l’imbroglio e la truffa. Il 4 giugno aveva vinto la monarchia; il 5 giugno mattina la repubblica. La notte portò “consiglio”. Uscì, sempre dalle urne,  il modo non corretto di calcolare le maggioranze e così via (fatti tutti documentati anche da libri di testo scolastici stranieri). Anche la Cassazione non si portò come avrebbe dovuto in quanto non poteva che omologare risultati, e quindi non proclamò nessuna nascita della repubblica.
Nel suo ultimo proclama Umberto dice:

“(…) confido che la Magistratura, le cui tradizioni di indipendenza e di libertà sono una delle glorie d’Italia, potrà dire la sua libera parola;”.

Purtroppo nella notte tra il 12 e il 13 giugno, compiuto, da parte del governo, un vero e proprio “colpo di stato” (tacitamente ammesso anche dalla Gazzetta Ufficiale del 1° luglio 1946, N. 144), alle ore 16 del 13 giugno il Re Umberto di Savoia lasciava la Sua Patria, ed alla radio fu letto il proclama di protesta, che, tra l’altro, dice:

                                    “(…) Improvvisamente questa notte, in spregio alle leggi ed
al potere indipendente e sovrano della Magistratura, il Governo  ha compiuto un gesto rivoluzionario assumendo, con atto unilaterale ed arbitrario poteri che non gli spettano e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire violenza.”.

Il Re, non abdicatario (se lo avesse fatto avrebbe dovuto riconoscere il sopruso di cui era stato fatto bersaglio), lasciando la Patria si sacrificò per il bene della medesima. Ma, pur protestando, sciolse dal giuramento di fedeltà quanti lo avevano prestato ma “non da quello verso la Patria”.
            Ed eccoci all’esilio, allora (ed ora non più, come vedremo tra poco) sancito dalla XIII Disposizione Transitoria e Finale della Costituzione della repubblica italiana, la quale condannava lui ed i nascituri a questa inumana e mediovale pena. In questo doloroso periodo della sua vita il Re, dalla villa portoghese, ha voluto essere sempre presente nelle vicissitudini, liete e tristi, dell’amata e lontana Patria, rimanendo fedele, naturalmente, alle scelte di principio. Presente nei suoi tradizionali messaggi di fine d’anno, nei quali ha sempre messo in risalto l’importanza della pace, della giustizia sociale e dell’unità.
            E’ bello e doveroso qui ricordare che, nell’occasione del Centenario dell’Unità d’Italia  - il 17 marzo 1961 - Re Umberto sia stato più presente di chiunque altro. Infatti alla solenne assise della Consulta dei Senatori del Regno convocata, per l’occasione, in Torino fu letto il suo messaggio, che tra l’altro recita:
(…) L’epica impresa poté grado a grado raggiungere l’altissimo fine,
 perché il re Vittorio Emanuele II, con a fianco Camillo di Cavour,
 aveva assunto con mano ferma la direzione
 e la responsabilità del moto nazionale,
coraggiosamente superando difficoltà di ogni genere.
Attorno ad essi sorsero da ogni parte d’Italia
 – magnifico prodigio –
 falangi di patrioti, sempre tutti presenti nei nostri grati cuori.
L’apostolato di Mazzini e l’eroismo di Garibaldi integrarono l’opera meravigliosa, risultato di forze confluenti e contrastanti, fuse nella sintesi della Monarchia nazionale. Discordie e rancori di partiti furono arsi dal sentimento religioso della Patria: così sorse il Regno d’Italia. (…)”.

            Il Re concesse poi onorificenze sabaude ad illustri personalità e si fece rappresentare dal Duca di Bergamo, Adalberto di Savoia-Genova (1898-1982) in Teano, per lo storico incontro tra il Re Vittorio Emanuele II ed il generale Giuseppe Garibaldi.
            Ma oltre a queste presenze storiche, Egli fu presente, e con aiuti cospicui, in occasione di tutte le tragiche calamità naturali che hanno colpito la nostra Terra: la sciagura del Van Yont del 1963; i numerosi terremoti (Valle del Belice del 1968; Friuli del 1976; Irpinia del 1981; frana di Ancona del 1982). Fu presente anche con le famiglie di attentati terroristici, mafiosi e con le vittime di rapimenti. La Sua costante presenza fu anche graditissima fra i campioni dello sport italiani, succedutisi ed affermatisi nei lunghi anni di esilio. Ma riteniamo che la presenza più bella, più significativa era quella per gli italiani che si recavano a trovarLo in Cascais, e che  riceveva con nessuna formalità od etichetta.
            Memorabile fu l’incontro con il Sovrano a Beaulieu sur Mer del 4 giugno 1978, occasione nella quale chi scrive, neanche diciottenne, ebbe l’onore di conoscere e salutare il Re d’Italia, Umberto II di Savoia.
            La proposta di legge costituzionale per l’abrogazione dell’esilio portava la data del 10 marzo 1981. Proposta che si è iniziata a discutere in aula – dopo che era stata ferma 140 giorni in commissione, solo il giorno 8 marzo 1983, e ciò quando il Re era grave nell’Ospedale Cantonale di Ginevra, e, purtroppo, si aspettava il peggio. Durante questa, oseremmo dire, “presa in giro”, ci fu la gara tra i nostri politici, tranne isolati casi, riguardo alla faziosità ed al riportare notizie false e tendenziose sulla vita del Re e su Casa Savoia.
            Chi lo avrebbe detto che avremmo dovuto attendere ancora diciannove anni, e ciò fino al 10 novembre 2002, per assistere – finalmente – all’”esaurimento”, come recita letteralmente la legge costituzionale 23 ottobre 2002, N. 1, degli effetti dei commi primo e secondo della XIII Disposizione Transitoria e Finale della Costituzione.
            Quindi, il 18 marzo 1983, il Re Umberto ci ha lasciati, e ci ha lasciati lucido, con – sulle labbra - la parola che più amava, che più sentiva, che è stata la ragione di tutta una vita: “Italia”.
             I solenni funerali si celebrarono, alla impressionante presenza di tantissimi italiani, nell’Abbazia di Hautecombe, ove il Re, secondo le Sue ultime volontà,  volle esservi sepolto provvisoriamente, se fosse deceduto lontano da Cascais, in attesa, naturalmente, della sepoltura nel Pantheon di Roma.
Nell’epilogo desidero riportare tre significativi pensieri del Re: 

“Chi affronta la responsabilità, le preoccupazioni, gli oneri, i disagi e talora i rischi della democratica lotta per il ritorno della Monarchia, da’ esempio della dote più bella e più alta dell’Uomo: la fede che vuol dire certezza”;

“La repubblica è un regime estraneo alle tradizioni nazionali, imposto”

badate bene dice “imposto

in un momento di generale turbamento”.
            Il terzo, scoperto solo il 22 marzo 1983 – a quattro giorni dalla scomparsa – nel Suo scrittoio di Cascais:

“(…) poco importa a  me d’esser giudicato da un tribunale di uomini… ne’ mi giudico da me stesso poiché non ho coscienza di aver commesso alcunché; ma non per questo sono giustificato: mio Giudice è il Signore”.

“Io mi avanzo pieno di speranza alle Tue soglie del Tuo divino Santuario la cui fulgida luce ravvisai sul sentiero misurato dai miei passi mortali.
Alla Tua chiamata, o Signore, io vengo tranquillo”.


            Ecco quella fede, quella speranza, nonché quella religiosità che hanno caratterizzato tutta la Sua vita  e che Gli hanno dato la forza di sperare nel futuro.
            Quindi quei politici che negarono al Re (nel 1983), dopo 37 anni di esilio - anche con un permesso straordinario - il sacrosanto rientro ed il Suo desiderio di morire in Italia, credevano di aver vinto.
            Umberto di Savoia, riposando nella quiete e nella religiosità della Abbazia di Hautecombe, in quella Savoia, ove mille anni fa Umberto Biancamano fu il Capostipite della Dinastia - in attesa della giusta sepoltura nel Pantheon di Roma – è, e di gran lunga il vincitore in Signorilità, in Fede ed in Amor di Patria.
            Così è, così Lo ricordiamo e così Lo benediremo.