NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 28 febbraio 2013

Juan Carlos e la monarchia spagnola


Dal Corriere della Sera

L'articolo «il declino di Juan Carlos e l'ombra dell'abdicazione» (Corriere, 25 febbraio) contiene una serie di inesattezze. 
1) E' inesatto affermare che la monarchia in Spagna fu «inaspettata mente riportata» nel 1975. Già nel 1947 una legge proclamava la Spagna monarchia, conferendo al caudillo Francisco Franco il compito di designarne il sovrano, cosa che avvenne nel 1969, con il conferimento al principe Juan Carlos della qualifica di erede al trono.
2) E' inesatta l'affermazione (a commento detta fotografia) che Alfonso Xiii «firmò la rinuncia ai diritti dinastici nel 1931». Alfonso XIII rinunciò a tali diritti il 15 gennaio 1941. poco prima di morire, designando il figlio quintogenito Juan a succedergli. 
3) E' inesatta l'affermazione (a commento della fotografia) che Francisco Franco costrinse Don Juan «ad abdicare in favore del figlio nel 1977». Franco mori nel 1975 e Don Juan - che non aveva mai voluto rinunciare ai suoi diritti in vita dei dittatore - vi rinunciò spontaneamente in favore di suo figlio nel 1977, due anni dopo la morte di Franco. 
4) E' inesatta l'affermazione che Juan Carlos «aveva sparato e ucciso il fratello maggiore, legittimo erede al trono». L'Infante Don Alfonso, nato a Roma il 31 ottobre 1941, ucciso accidentalmente da Juan Carlos all'Estoril il 29 marzo 1956, era di tre anni minore di Juan Carlos.
Leonardo Visconti di Modrone, Roma


Leonardo Visconti di Modrone, già ambasciatore d'Italia in Spagna ed erede di un'antica nobiltà, sa di cosa parlo. I suoi appunti dipingono però una realtà formale e non fattuale. I Borbone spagnoli, incapaci di evitare la crisi che portò alla terribile Guerra Civile, avevano perso il trono e il diritto (morale) a difenderlo nel 1931. La «restaurazione» avvenne per esclusiva decisione dei dittatore Francisco Franco. La dimostrazione sta nel fatto, umiliante per aristocratici e non, che Don Juan rinunciò ai suoi inutili «diritti dinastici» a favore di un figlio che già da due anni era re di Spagna per volere dei caudillo. 
Infine è invece verissimo, come già rettificato ieri, che Juan Carlos aveva tre anni più del povero Alfonsino quando lo uccise. Su questo scienze araldiche e realtà storica non confliggono.
Andrea Nicastro

Della democrazia dei democratici


I "Democratici", sempre più divertenti. Teorizzano il governo del popolo, che si esprime attraverso le elezioni.
Però il popolo ha da fare la sacrosanta cortesia di fare quello che dicono i "Democratici" : cioè non è che il popolo si possa prendere la libertà di votare uno che promette e almeno al momento non c'è motivo di dubitarne, di ridiscutere certe decisioni prese senza che il popolo venisse consultato.
Non è che il popolo possa dire che mille parassiti in parlamento sono troppi che la metà bastano e avanzano, che pagarli un quarto di quanto vengono pagati è grasso che cola per i tempi che viviamo.
Non è che qualcuno possa dire che la costituzione (mai sottoposta a referendum) non è perfetta e che magari una camera basta invece che due. Sono tanti gli italiani che si adattano a vivere in un monolocale perché i parlamentari no?
Non è che qualcuno possa pretendere che un referendum sul finanziamento ai partiti possa essere rispettato nella sua integrità e quindi i partiti se vogliono si finanziano da soli, come ha fatto Grillo.

No. Se fai tutto questo sei populista. E il populismo è cosa brutta: significa che c'è gente che vuole arrivare a fine mese,che pensa che i propri conti siano più importanti di quelli delle banche, che magari si vuole comprare una casa e crescerci dentro tranquillamente senza pagare allo stato l'affitto per averla comprata.

In sostanza i "democratici" sono tali solo quando la gente vota per loro. Guai a votare qualcun altro.
Sotto sotto credono ancora di essere quelli del Partito Guida, quelli dell'intellighentzia cooptata per stare al vertice del partito e magari anche di qualche banca.

Alla fine spero davvero che si arrendano. Come già gli intimavano 20 anni fa. 
Si arrendano ad essere dei cialtroni come tutti gli altri invece che gli spocchiosi, arroganti, saccenti, falliti che hanno sempre dimostrato di essere.

martedì 26 febbraio 2013

Numero speciale di Italia Reale

Interamente dedicato a Re Umberto II nel 30° anniversario della Sua scomparsa

Mensile di politica, cultura ed informazione

dal 1967 il giornale dei monarchici

Per contattarci o per avere informazioni :
cellulare 333 - 916.95.85

Telefax: 011 65.05.872
per riceverlo basta versare un contributo annuo di Euro 40.



lunedì 25 febbraio 2013

LE FOIBE E LE AMNESIE DI SANDRO PERTINI



In occasione della «Giornata del ricordo» che commemora i massacri delle foibe e l’esodo dei giuliani-dalmati mi sarebbe piaciuto rivedere le fotografie del nostro (?) presidente Sandro Pertini che, ai funerali di Tito, con aria affranta, toccava la bara del suo compagno. Firmato: sig. Caimati.
Baciava, caro Caimati: Pertini non si limitò a posare la mano sul feretro in segno di cordoglio. Lo baciò e così facendo baciò anche la bandiera jugoslava nella quale era avvolto. A dire la verità Pertini era solito sbaciucchiare bandiere e casse da morto e quindi quello che schioccò a Belgrado, in occasione dei funerali di Tito, potrebbe considerarsi normale routine. Siccome però non era la prima volta che con parole, gesti e fatti concreti l’allora presidente della Repubblica mostrava benevolenza nei confronti di chi, per ordine o per mano, aveva contribuito alla mattanza in Friuli e Venezia Giulia, viene da pensare il contrario. Non va infatti dimenticato che appena eletto presidente, si era nel 1978, Pertini concesse la grazia a quel Mario Toffanin, nome di battaglia «Giacca», che nel 1954 la Corte di Assise di Lucca condannò all’ergastolo (in contumacia, perché Botteghe Oscure riuscì a farlo riparare in Jugoslavia). Quel Toffanin che da capo partigiano della Brigata Osoppo si era aggregato, dandogli manforte, al IX Corpus titino responsabile delle foibe e che fu protagonista della strage di Porzûs. E che oltre all’ergastolo per i fatti di Porzûs avrebbe dovuto scontare anche trent’anni per sequestro di persona, rapina aggravata, estorsione e concorso in omicidio aggravato e continuato. Un criminale fatto e finito, dunque, al quale lo Stato, grazie alla famigerata «legge Mosca», elargiva persino la pensione.
Sandro Pertini gode di generale stima e talvolta, per fortuna solo talvolta, viene anche portato ad esempio. Con tutto il rispetto per i suoi ammiratori, resto però del parere che fu un mediocre presidente, assai poco indicato a rappresentare l’Italia e gl’italiani. Sul suo antifascismo ci si leva il cappello, ci mancherebbe altro; però me lo tengo ben calcato in testa alle sue gesta di antifascista a fascismo morto e sepolto. Quale fosse la caratura del suo reducismo antifascista è indicato chiaramente dal bacio al catafalco di Tito e dalla grazia a Toffanin, gesti che non possono non essere interpretati se non come espressione di consenso a quella particolare guerra partigiana, condotta con i metodi da macellaio, della Brigata Osoppo e del IX Corpus. Oltre tutto, che il condono della pena concesso a Toffanin non costituisse un misericordioso e circoscritto gesto di clemenza è confermato dal fatto che il beneficiato non ne approfittò per tornare in Italia dopo un quarto di secolo di latitanza. Restò in Jugoslavia (seguitando a percepire la pensione) fino alla morte, avvenuta nel gennaio del 1999.
(tratto da: Il Giornale, 16.2.2008)
***
Con massacri delle foibe si intendono gli eccidi perpetrati per motivi etnici e/o politici ai danni della popolazione italiana di Istria, Venezia Giulia e Dalmazia, durante ed immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, per lo più compiuti dall’ Esercito popolare di liberazione iugoslavo. Negli eccidi furono coinvolti prevalentemente cittadini di etnia italiana e, in misura minore e con diverse motivazioni, anche cittadini italiani di etnia slovena e croata. Il nome deriva dagli inghiottitoi di natura carsica dove furono gettati e, successivamente, rinvenuti i cadaveri di centinaia di vittime, localmente chiamati appunto “foibe”. Per estensione i termini “foibe” ed il neologismo “infoibare” sono in seguito diventati sinonimi degli eccidi, che in realtà furono, in massima parte, perpetrati in modo diverso. Nonostante la ricerca accademica abbia, fin dagli anni ’90, sufficientemente chiarito gli avvenimenti, nell’opinione pubblica italiana la conoscenza del tema delle foibe continua a essere influenzata da tesi di parte, che pongono l’enfasi sulle responsabilità che fascismo (prof. Mancini Roberto, istituto Nazareno) e comunismo hanno avuto nella vicenda.

Tipologia delle vittime

Tra i caduti figurano non solo personalità legate al Partito nazionale fascista, ma anche ufficiali e funzionari pubblici, parte dell’alta dirigenza italiana contraria sia al comunismo, sia al fascismo, tra cui compaiono esponenti di organizzazioni partigiane o anti-fasciste, sloveni e croati anti-comunisti, collaboratori e nazionalisti radicali e semplici cittadini.

Modalità delle esecuzioni

Nelle foibe sono stati gettati cadaveri sia di militari che di civili. In alcuni casi, com’è stato possibile documentare, furono infoibate persone non colpite o solo ferite. Sebbene quest’ultima modalità di esecuzione fosse, come già detto, solo uno dei modi con cui vennero uccise le vittime dei partigiani di Tito, nella cultura popolare divenne il metodo di esecuzione per eccellenza ed un simbolo del massacro. In realtà la maggior parte delle vittime, date per infoibate, sono stati inviate nei campi di concentramento jugoslavi dove molte furono uccise o morirono di stenti o malattia.

Quantificazione delle vittime

Nel dopoguerra e nei decenni immediatamente successivi non furono mai effettuate stime scientifiche del numero delle vittime, che venivano usualmente indicate in 15.000 (e talvolta aumentate fino a 30.000). Studi rigorosi sono stati effettuati solo a partire dagli anni novanta. Una quantificazione precisa è impossibile a causa di una generale mancanza di documenti. Il governo jugoslavo (e successivamente quello croato) non ha inoltre mai accettato di partecipare a inchieste per determinare il numero di decessi. Alcuni commentatori ritengono inoltre che una parte della documentazione sia tuttora secretata negli archivi, in particolare dell’ex Partito comunista italiano[. Gli studi effettuati recentemente valutano il numero totale delle vittime (comprensive quindi di quelle morte durante la prigionia o la deportazione) come compreso tra poco meno di 5.000 e 11.000

Testimonianze

Furono poche le persone che riuscirono a salvarsi risalendo dalle foibe comunque tra questi Graziano Udovisi, Giovanni Radeticchio e Vittorio Corsi hanno raccontato la loro tragica esperienza a storici e/o emittenti televisive.
« Dopo giorni di dura prigionia, durante i quali fummo spesso selvaggiamente percossi e patimmo la fame, una mattina, prima dell’alba, sentii uno dei nostri aguzzini dire agli altri “facciamo presto, perché si parte subito”. Infatti poco dopo fummo condotti in sei, legati insieme con un unico filo di ferro, oltre a quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia. Indossavamo i soli pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze. Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un filo di ferro, ci fu appeso alle mani legate un masso di almeno 20 k. Fummo sospinti verso l’orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera. Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, c’impose di seguirne l’esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro. Ma a questo punto accadde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il filo di ferro che teneva legata la pietra, cosicché, quando mi gettai nella foiba, il masso era rotolato lontano da me. La cavità aveva una larghezza di circa 10 m. e una profondità di 15 sino la superficie dell’acqua che stagnava sul fondo. Cadendo non toccai fondo e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole “un’altra volta li butteremo di qua, è più comodo”, pronunciate da uno degli assassini. Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott’acqua schiacciandomi con la pressione dell’aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e guadagnare la campagna, dove rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutive, celato in una buca. Tornato nascostamente al mio paese, per tema di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di essere veramente salvo. »
Questa testimonianza, della primavera del 1945, fu pubblicata la prima volta il 26 gennaio 1946 sul periodico della Democrazia Cristiana triestina La Prora e poi fu riportata integralmente nell’opuscolo Foibe, la tragedia dell’Istria, edito dal CLN dell’Istria; è stata dopo spesso citata dalla pubblicistica del dopoguerra. Anche questa testimonianza non è passata indenne di fronte alle polemiche politico-storiografiche: recentemente Pol Vice, un saggista che si richiama espressamente all’ideologia rivoluzionaria di Marx, ha pubblicato un saggio critico all’interno del quale sottopone il testo di Udovisi ad una serrata critica, giungendo ad affermare che siamo in presenza di un falso testimone.

LA GUARDIA D’ONORE IN TESTA CON IL VESSILLO SABAUDO AL CORTEO PER CONDANNARE L’ATTO VANDALICO DI GENOVA CONTRO IL MONUMENTO INTITOLATO AI MARTIRI DELLE FOIBE.




Il 10 febbraio, per la Legge n° 92 del 2004, è il «Giorno del ricordo» che ogni anno commemora le vittime dei massacri delle foibe e dell'esodo giuliano - dalmata. Nello stesso giorno ignoti, con un vile atto vandalico, danneggiavano la lapide in ricordo delle Vittime delle Foibe  posta nel cimitero monumentale di Staglieno a Genova.
Il Presidente dell’Amministrazione Provinciale di Savona Angelo Vaccarezza                                                               ha deplorato e condannato il gesto e ha lanciato un’iniziativa nella sua città, Loano,                                             “per non dimenticare”.
 “Non ci sono parole per descrivere lo sdegno, non si può rimanere inermi di fronte a questo vilipendio – ha affermato Vaccarezza - A questo proposito, lo affermo con orgoglio,                                       la nostra provincia è detentrice di un primato: oltre quindici anni fa, periodo in cui ricoprivo                          la carica di vice Sindaco, fui tra i promotori dell’intitolazione a Loano proprio                                              di una strada dedicata ai Martiri delle Foibe. Loano fu quindi la prima città italiana a compiere questo doveroso gesto verso tutti coloro che sono stati perseguitati e uccisi”.

E proprio la Città di Loano, il 15 febbraio, ha ospitato nel centro storico una manifestazione                     per ricordare le vittime delle Foibe, popolata da molte bandiere tricolore e con in testa  il vessillo sabaudo portato dall’ “alfiere” Fabrizio Marabello Ispettore Nazionale per la Comunicazione dell’Istituto accompagnato dalle GG. d’ O. Marco Melgrati (Consigliere Regionale della Liguria), Franco Scrigna (Assessore Comunale di Villanova d’Albenga), Umberta Bolognesi Galati e da una rappresentanza della Guardia d’Onore della Delegazione Provinciale di Alessandria.

Un centinaio i partecipanti al corteo che, una volta partito da Piazza Rocca,                                            è giunto in Via Martiri delle Foibe, preceduto dal cerimoniale della bandiera ammainata.
Presenti una quindicina di Sindaci del savonese, folta la rappresentanza degli Alpini.                                              Come ribadito dallo spirito dell’iniziativa non è apparsa alcuna bandiera politica.                                                  Un momento dedicato alla memoria della storia italiana e un “Onore ai Caduti!”                                                        che si è sentito per le vie della cittadina rivierasca.
“Nessun altro simbolo come la nostra bandiera può onorare la memoria dei Martiri                                       dell’Istria e della Dalmazia che pagarono con la vita e con l’esilio il loro essere italiani”,                                                           aveva osservato il Presidente della Provincia di Savona.
“Spezziamo questo silenzio – aggiunge Marabello - Non possiamo ignorare la violenza di chi vuole eliminare ciò che è stato. Ricordare è un dovere per non restare prigionieri del passato.
Altresì bene ha fatto Maurizio Marrone, Consigliere Comunale torinese di “Fratelli d’Italia”,                                           a scagliarsi contro l’Anpi per aver organizzato il «Presidio antifascista per la pace e la democrazia contro i neofascismi», invitando alla mostra «Fascismo, foibe, esodo» e diramando un comunicato nel quale si ritiene «che il "Giorno del Ricordo" non possa trasformarsi in celebrazioni dell'orgoglio fascista, con volgari strumentalizzazioni, ignorando la tragedia vissuta dalle popolazioni slave con le precedenti violenze fasciste, alle quali hanno fatto seguito il tragico massacro delle foibe di migliaia di italiani e la successiva sofferenza dell'esodo.                           
Infatti, il Consigliere Marrone – prosegue Marabello - li accusa di celebrare il 10 febbraio                            «dalla parte del boia Tito. Sulla bacheca Facebook dell'evento, l'Anpi ha postato il link                                        a un sito revisionista e negazionista che condanna il riconoscimento dello Stato italiano                                agli infoibati, definendo le vittime "criminali di guerra. E nel presidio è stata allestita una mostra che dipinge lo sterminio delle foibe e l'esodo giuliano - dalmata come una reazione giustificata  al regime fascista.
Una vergogna – conclude Marabello - che offende e uccide le vittime per una seconda volta”. 

domenica 24 febbraio 2013

Elezioni


-Vorremmo tingere le bandiere come quella lì.
- Mi spiace. Quella non è tinta. E' originale.

Dal "Candido" di Giovannino Guareschi.
Testo citato a memoria. Ci scusiamo per eventuali imprecisioni.

Aggiornato il Sito di Re Umberto II



Carissimi amici, 

s'avvicina il 30° anniversario della morte in esilio del Re. 
Il sito a lui dedicato lo ricorda "solennemente" con la pubblicazione di quella che, al momento, risulta essere la prima intervista rilasciata dall'esilio portoghese, nel Dicembre 1946, appena sei mesi dopo il golpe che lo costrinse all'esilio che perdura ancora dopo 67 anni, prima ancora di trasferirsi nella residenza di Cascais.


Con il prossimo mese ci sarò la seconda parte dell'intervista ed i file con le immagini del giornale.


Nel giorno in cui, con le elezioni per il parlamento, nelle condizioni in cui ci troviamo, celebriamo l'ennesimo fallimento di questa repubblica, il nostro pensiero ancora si rivolge all'esempio del Re che ha donato tutta la sua vita all'Italia.

Il periodico ci è stato donato dall'Ambasciatore Camillo Zuccoli, che ringraziamo di cuore.

Lo staff

www.reumberto.it/benedettini46.htm


sabato 23 febbraio 2013

Nel discorso sulle tombe reali al Pantheon va ripensata l’identità italiana

Stampa
Scritto da Dino Cofrancesco   
domenica 14 novembre 2010
l'Occidentale - Un altro tormentone, tra poco, rimbalzerà sui giornali: il ritorno in Italia delle salme di Vittorio Emanuele III e della moglie, rispettivamente, da Alessandria d’Egitto e da Montpellier. Si prevede una ‘guerra dei simboli’ che ancora una volta sarà lo specchio fedele di una cultura civica sempre più lontana dall’Occidente. Per i fondamentalisti del ‘republicanism’ – ne fu un prototipo Alessandro Galante Garrone fieramente avverso al rientro dei Savoia in Italia – le spoglie devono restare dove si trovano, non potendosi perdonare al vecchio monarca la complicità col fascismo, la firma delle leggi razziali, la rassegnazione alla guerra a fianco della Germania nazista. Per i monarchici, le bare non solo devono tornare in patria ma venir tumulate al Pantheon, dove riposano i primi due re d’Italia e la regina Margherita. Sennonché è forse venuto il momento di chiedersi come mai quello che Stendhal definiva “il più bel resto dell’antichità romana”, il simbolo per antonomasia della romanità imperiale (lo fece costruire da Augusto nel 27 a.C. e restaurare Adriano fra il 118 e il 128), ospiti, assieme alle tombe reali, un servizio permanente di Guardie d’onore, non molto lontano dal Quirinale su cui sventola la bandiera della Repubblica italiana. Che i nostalgici della monarchia abbiano tutto il diritto di coltivare la memoria dei Savoia è scontato ma che lo facciano in un monumento pubblico è per lo meno anomalo. I numerosi turisti stranieri che lo visitano, qualora fossero minimamente interessati alla nostra storia, potrebbero legittimamente chiedersi :”Ma che razza di repubblica è questa che pone sugli altari un Re e sia pure il fondatore dello Stato nazionale (Vittorio Emanuele), e assieme a lui il figlio (Umberto I) e la nuora (Margherita di Savoia) ma non consente in nessun angolo di terra italiana la sepoltura del nipote (Vittorio Emanuele III) e del pronipote (Umberto II)?” 
La decisione di trasformare il tempio di tutti gli antichi dei – Pantheon, appunto –  in una sorta di Santa Croce della nuova e definitiva capitale, presa dopo la morte del primo re d’Italia, non solo ne alterava, sotto il profilo estetico, l’interno – già manomesso ,all’inizio del VII secolo, dalla sua ‘conversione’ in chiesa cristiana, Santa Maria ad Martyres – ma rivestiva un trasparente significato simbolico: la continuità tra la Roma dei Cesari e la Roma… dei Savoia, la realizzazione, ad opera della monarchia, del sogno mazziniano della Terza Roma (al quale, in definitiva, con segno ideologico alquanto mutato, si richiamava la stessa dittatura fascista, restaurando l’impero sui ‘colli fatali’).
Il simbolo romano, com’è noto, contrappose, negli anni del Risorgimento, i liberali, e soprattutto i cattolici liberali, ai democratici. E’ emblematico, a tal riguardo, il discorso pronunziato in Senato il 23 gennaio1871 da Stefano Jacini, in difesa di Firenze capitale: “Firenze non solo è, per lo meno, pari a Roma, come grande città moderna, ma la supera grandemente per salubrità di clima, locché parmi cosa non indifferente. […] Firenze concilia mirabilmente le esigenze dell’Italia settentrionale con quelle della meridionale, mentre Roma s’accosta troppo al mezzogiorno. Or bene, l’ubicazione non può mancare di far sentire i suoi effetti sui rapporti civili e sociali di un paese. […] Io sono Lombardo, ma se le circostanze avessero fatto sì che si fosse proposto di trasportare la capitale, p. es., a Milano o a Piacenza, io mi sarei opposto, non solo come Italiano, ma ben anche come Lombardo; imperocché son convinto che il bene di una parte della patria italiana sia inseparabile dal bene del complesso e che solo un equo equilibrio può conciliare il bene delle singole parti col bene di tutta la Nazione”. E così spiegava la romanomania: “Nelle lotte nazionali i tedeschi avrebbero invocato il nome d’Arminio; i Francesi, di Giovanna d’Arco; gli Svizzeri, di Guglielmo Tell. Noi che avremmo potuto ricorrere alle memorie della Lega Lombarda, il nome di chi invocammo? il nome del distruttore di Cartagine. Noi eravamo deboli, noi eravamo sconsiderati dall’Europa press’a poco come i Raia della Turchia, i Fellah d’Egitto o gli Indiani soggetti alla Compagnia delle Indie. Noi eravamo un popolo taillable et corvéable à merci. Questo ci bastava! La prima idea di Roma capitale è dunque un prodotto della rettorica, di quella rettorica la di cui influenza, ad Italia costituita, dovrebbe essere la prima cosa da abolire, se vogliamo veramente prendere posto tra le nazioni moderne più civili”.
Ben prima del lombardo Jacini, il piemontese Massimo D’Azeglio, aveva scritto in Questioni urgenti. Pensieri 1861: “Chi ha proclamato in quest’occasione Roma capitale d’Italia, ha speculato sull’effetto rettorico-classico che produce ancora quel nome sulle moltitudini, le quali in fatto di coltura intellettuale non son venute più in qua del Campidoglio. Ha stimato che nessuno avrebbe forse osato prendere ad esaminare il valore di una simile idea; ma io oserò sempre, e molti altri con me oseranno discutere gli affari del paese; e se io mi sento in qualche modo legato al pensiero degli amici, non mi sento però punto sbigottito dalla maestà della Rupe Tarpea. l’Italia e il mondo hanno finalmente il diritto di domandare se ha da durare eternamente questo Campidoglio. Hanno il diritto di presentare i loro nuovi titoli e domandare se l’eguaglianza avanti la legge, la legittimità fondata sul consenso dei popoli, se il sistema delle rappresentanze nazionali, della pubblicità degli atti amministrativi ecc. ecc. non valga in materia politica tutta l’antica sapienza romana; se il rispetto reciproco delle nazioni fra loro, il fiorire de’ commerci, delle industrie e del benessere generale non valga i trionfi che ingombravano di schiavi la Via Sacra, e che pel vinto terminavano colle tenebrose torture del carcere Mamertino; se finalmente alle moli degli anfiteatri, ed al diletto di veder sull’Arena palpitare le membra de’ Reziarii, de’ bestiari ecc. ecc. non sia preferibile lo spettacolo di una locomotiva che trasporta colla rapidità del vento una massa d’uomini tutti eguali, tutti liberi, bastante a popolare un paese?”
Ben diverso era l’atteggiamento di Giuseppe Mazzini e del suo discepolo e rivale, Giuseppe Garibaldi. Ne L’iniziativa del 1870, come in molti altri scritti, il profeta genovese così rievocava la ‘romanità’, che il suo seguace Goffredo Mameli, nell’Inno nazionale,che porta il suo nome, avrebbe voluto far rivivere: “La magnifica parola religiosa dell'evangelista Giovanni: Perché tutti siamo uno in noi come tu, Padre, sei in me e lo sono in te, s'era fatta realtà nella patria romana. Ogni uomo credeva nei fati di Roma: sentiva dentro sé una scintilla della grande anima di Roma; Roma s'era incarnata in ciascuno de' suoi figli, e ciascuno si sentiva forte della sua forza e mallevadore dei suo avvenire. Per questo Roma diede spettacolo unico ai secoli d'una città conquistatrice del mondo. Ed è questa fede, questa facoltà d'immedesimarsi nella patria come in un pensiero vivente destinato a svolgersi nell'indefinito dei tempi; questa potenza d'amore che abbracci in uno passato, presente e futuro d’Italia; questa coscienza d’esser ministri a una tradizione di grandezza iniziata da Dio e che deve, attraverso ogni ostacolo, continuare nella vittoria – questa fede un raggio della quale fu dato, sullo spirare dell’ultimo secolo, alla Francia repubblicana e bastò a farla più forte di tutta l’Europa congiunta a’ suoi danni – che manca tuttavia agli Italiani”.
Né era da meno l’eroe dei due mondi che, rievocando, ad esempio, nei Mille, i simboli di Giunio Bruto, che aveva condannato “a morte i propri figli, perché creduti implicati in una congiura contro lo Stato”, e di Manlio dittatore,che fece “decapitare in sua presenza il valoroso suo figlio vincitore d’un gigante latino, che aveva sfidato a pugna singolare i migliori dell’Esercito Romano, perché aveva trasgredito il divieto dittatoriale di non uscire dalle fila commentava, traboccante di ammirazione: “Questi due fatti d’insuperabile disciplina, sono forse la chiave di quella severissima disciplina Romana che condusse le Legioni su tutto l’orbe conosciuto e di cui si trovò un saggio sotto le ceneri di Pompei, d’un Legionario che, coll’arma al piede, lasciossi coprire dalle ceneri senza muoversi. […] Roma!... in te spero, in te che lavata dall’immondizia di cui sei insudiciata oggi, riapparirai risplendente dell’aureola della libertà come a’ tempi de’ tuoi Cincinnati, non più per aggiogar le nazioni, ma per chiamarle alla fratellanza universale”.
Il cuore dei liberali non batteva per Roma ma per la Lotaringia, per quell’Europa di mezzo – ricomprendente, grosso modo, l’Olanda, il Belgio, l’Alsazia, la Borgogna, la Svizzera francese, il nord-ovest italiano – in cui erano nate le nazioni moderne e si erano affermate la sacralità e la dignità della persona umana col corollario di diritti civili e politici che ne sarebbe derivato. Era l’Europa di Benjamin Constant e di Alessandro Manzoni – che com’è noto sempre ebbe in uggia la romanità e il “misero orgoglio d'un tempo che fu” – , il crogiuolo del moderno liberalismo legato al cristianesimo protestante (Ginevra, Losanna) e a quello cattolico con venature giansenistiche (Piemonte, Lombardia, Toscana). Era la grande ‘communitas’ spirituale, al di sopra delle ‘nationes’, che aveva inventato l’istituto moderno della ‘rappresentanza’ fondandolo su una ‘libertas’ nata dalle ‘libertates’ e aveva contrapposto al gubernaculum, il complesso dei poteri di cui il re poteva disporre nel reggere il suo popolo, poteri nei quali la sua volontà era assoluta, la iurisdictio, e cioè il potere di rendere giustizia, nell’esercizio del quale il re non era libero, ma vincolato dalle antiche consuetudini e, in seguito, dalle carte costituzionali. In quest’ottica, Firenze, Milano, Torino erano assai più vicine alla Lotaringia di quanto non lo fosse la ‘città eterna’, sicché, indipendentemente dalle preoccupazioni di garantire al papa un brandello di potere temporale per poter assolvere la sua missione di Vicario di Cristo e non rischiare di ridursi a cappellano di qualche dinasta, venivano sentite come città italiane. Soprattutto Firenze che aveva visto nascere la lingua e in cui si erano manifestate le prime espressioni, ad un alto livello retorico-letterario, di un’identità spirituale e politica da recuperare. Dai versi di Dante “Ahi serva Italia, di dolore ostello,| nave sanza nocchiere in gran tempesta, | non donna di province, ma bordello!” (Canto VI del Purgatorio) a quelli di Petrarca, citati nella chiusa del Principe di Machiavelli : “Vertú contra furore | prenderà l'arme, et fia 'l combatter corto: | ché l'antiquo valore | ne gli italici cor' non è anchor morto”. (Italia mia, benché 'l parlar sia indarno).
Al mito (democratico) di Roma si lega non tanto il complesso del tempo perduto mentre gli altri paesi europei percorrevano decisamente le strade della modernità, quanto un orgoglio ritrovato – “Gino, eravam grandi e là non eran nati”, per citare Giuseppe Giusti. Ha rilevato il compianto Giuseppe Are, ne L’Italia e i mutamenti internazionali 1971-1976 (Ed. Vallecchi 1977): “E’ noto che l’evento più importante della nostra storia moderna, il Risorgimento, fu concepito e compiuto con la volontà di “ricongiungere l’Italia all’Europa vivente”, per usare la splendida espressione del Cattaneo […] Nei momenti più involutivi di questa storia ha prevalso invece la convinzione che non avessimo nulla da imparare dagli altri, ritardi da recuperare: che anzi fossero le nostre particolari esperienze nazionali ad avere un valore esemplare anche per gli altri paesi” Aggiungerei: non solo “nei momenti involutivi” ma, altresì, in quelli ‘creativi’ quando la fiducia nelle proprie forze e nello stellone d’Italia ingenera in molti la sensazione che il ritardo stesso sia una condizione di partenza fortunata in quanto consente di cominciare da zero e tanto meglio se confortati da quanto fummo in grado (noi chi?) operare in un passato lontano.
 E tuttavia va riconosciuto che se lo stesso Manzoni, ormai prossimo alla dipartita, votò a favore di Roma capitale, vi doveva essere qualche ‘buona ragione’ a favore di tale soluzione. L’aveva illustrata del resto il gran Conte nel famoso discorso alla Camera del 25 marzo 1861. “La questione della capitale non si scioglie, o signori, per ragioni né di clima, né di topografia, neanche per ragioni strategiche; se queste ragioni avessero dovuto influire sulla scelta della capitale certamente Londra non sarebbe capitale della Gran Bretagna, e forse nemmanco Parigi lo sarebbe della Francia. La scelta della capitale è determinata da grandi ragioni morali E’ il sentimento dei popoli quello che decide le questioni ad essa relative. Ora, o signori, in Roma concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali che devono determinare le condizioni della capitale di un grande stato. Roma è la sola città d'Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d'oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio, di una città, cioè destinata ad essere la capitale di un grande Stato. Convinto, profondamente convinto di questa verità, io mi credo in obbligo di proclamarlo nel modo più solenne davanti a voi, davanti alla nazione, e mi tengo in obbligo di fare in questa circostanza appello al patriottismo di tutti i cittadini d'Italia e dei rappresentanti delle più illustri sue città, onde cessi ogni discussione in proposito, affinché noi possiamo dichiarare all'Europa, affinché chi ha l'onore di rappresentare questo paese a fronte delle estere potenze possa dire: la necessità di aver Roma per capitale è riconosciuta e proclamata dall'intiera nazione. Io credo di avere qualche titolo a poter fare quest'appello a coloro che, per ragioni che io rispetto, dissentissero da me su questo punto; giacché, o signori, non volendo fare innanzi a voi sfoggio di spartani sentimenti, io lo dico schiettamente: sarà per me un gran dolore il dover dichiarare alla mia città natia che essa deve rinunciare risolutamente, definitivamente ad ogni speranza di conservare nel suo seno la sede del Governo”.
L’argomento addotto da Cavour per cui “Roma è la sola città d'Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali” viene ripreso nel II Capitolo – L’idea di Roma – di uno dei capolavori della storiografia italiana del Novecento, la Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896 (Ed. Laterza 1951). Trattando delle conseguenze del Venti Settembre, Federico Chabod faceva rilevare che “Una nuova forza s’imponeva, con Roma capitale, nella appena iniziata storia dell’Italia unita, una forza capace di bene e di male; potente incitamento e vessillo di raccolta e segno di individualità nazionale ne’ giorni in cui la patria non era ancora una, e sempre atta ad ispirar alte idealità, chi volesse accoglierla a guisa di comandamento morale che una grande tradizione imponeva alla nuova Italia; ma pure capace di influire sinistramente sui destini della patria, chi si lasciasse invece abbagliare e insuperbire e sognasse ritorni impossibili”. E concludeva: “Solo a Roma si poteva sul serio e continuativamente pensare a’ fantasmi antichi, che altrove avrebbero, rapidamente, perso forza ed efficacia. Per rinnovare l’invocazione goethiana alle pietre e agli alti palazzi, per attendere da loro la parola incitatrice, bisognava, anzitutto, aggirarsi tra quelle pietre e quei palazzi. Ora, il ceto politico a cui erano affidati i destini dell’Italia unita stava per trasferirsi definitivamente tra le antiche pietre”.
Tornando alle tombe reali, l’opinione pubblica saggia e liberale, umiliata nel 1876 dall’avvento della Sinistra storica, avrebbe dovuto proprio non farsi “abbagliare e insuperbire”, sognando “ritorni impossibili” ed esigere la sepoltura di Vittorio Emanuele II sotto l’Altare della patria, dal momento che il ‘Re Galantuomo’ era stato determinante nel riunire le sparsi membra della penisola – come l’onesto Garibaldi gli riconobbe anche in momenti di ‘antagonismo’ politico e di netto rifiuto delle istituzioni parlamentari e liberali, peraltro mal funzionanti. Non avrebbe mai dovuto consentire, però, che le tombe dei Savoia venissero collocate nel tempio legato ai nomi dei più eccelsi imperatori romani (Augusto e Adriano) e che, oltretutto, evocava un’idea, quella di impero appunto, screditata nell’epoca che vide il trionfo del ‘principio di nazionalità’ . Tale principio, va ricordato, delegittimava secolari compagini statuali ,come l’Austria-Ungheria, pur se “avevano per secoli adunato e disciplinato le genti di gran parte dell’Europa, e indirizzatele al lavoro del pensiero e della civiltà”, come annotava nel suo diario Benedetto Croce nel novembre del 1818, in una delle Pagine sulla guerra che andrebbe considerata tra i più alti documenti spirituali del XX secolo. (v. L’Italia dal 1914 al 1918. Ed. Laterza 1965). In un’ottica di sobrio e non retorico patriottismo, gli italiani che si stavano rimboccando le mani negli anni della prosa, avrebbero dovuto esigere la sepoltura di Umberto e Margherita in una basilica medievale o rinascimentale che, in qualche modo, evocasse l’”italianità culturale” e, possibilmente, il forte legame dell’Urbe con la città di Dante, di Petrarca, di Boccaccio, dell’umanesimo civile e di Machiavelli, che era stata la culla della civiltà letteraria italiana e aveva fatto rivivere, nell’Europa moderna, lo splendore artistico e culturale dell’antica Atene.

http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=30404

giovedì 21 febbraio 2013

Citazione sulla Monarchia




Esistono delle idee che, per via della loro radice metafisica, sovrastano i tempi, non sono di ieri, di oggi o di domani ma posseggono una perenne attualità. 
A seconda delle circostanze, tali idee possono essere realizzate o meno, in forma ora più pura, ora più condizionata, senza che ciò, comunque pregiudichi il loro intrinseco valore, la loro dignità, il loro rigoroso carattere normativo. 
Fra tali idee, retaggio di quel mondo che noi chiamiamo il mondo della Tradizione rientra la Monarchia.

J. Evola

domenica 17 febbraio 2013

Il Re Simeone II ad Assisi

LL. MM. Il Re Simeone e la Regina Margarita dopo aver fatto visita alle tombe di Casa Savoia nella Basilica di Superga hanno proseguito il Loro viaggio nella penisola recandosi in visita ad Assisi.





Assisi, luogo ove  si sposarono i genitori S.M. il Re,   il Re Boris e la Regina Giovanna, figlia di Re Vittorio Emanuele III, e dove la Regina Giovanna volle essere sepolta.

mercoledì 13 febbraio 2013

L'anti-stato


di Tommaso Francavilla


Ieri la Magistratura italiana ha confermato di essere diventata una sorta di onnipotente anti-Stato, capace di far saltare il Paese in qualsiasi momento. 

Con la mega-condanna di Pollari e Mancini, ad onta di pronunciamenti di Governi di ogni colore e della stessa Corte Costituzionale, ha inferto un colpo mortale ai nostri Servizi Segreti, sguarnendo di fatto la nostra sicurezza nazionale.
Con l’arresto dell’AD di Finmeccanica ha colpito egualmente a morte la nostra economia, di fatto boicottandone la competitività internazionale. 
In entrambi i casi ha applicato a modo sua la legge in totale dispregio di quel “senso dello Stato”, di quella consapevolezza degli interessi nazionali, che dovrebbero ispirare tutti i Servitori della Nazione.
E sono passate poche settimane da analoghe prodezze sull’ILVA, a carico di scienziati condannati per non aver previsto l’imprevedibile, ai danni di un giornalista reo di essere “politicamente scorretto”. 
La “magistratocrazia” dilaga senza remore e senza pudore. E’ il contrario della democrazia. E’ la peggiore delle tirannidi.


S.M. il Re Simeone II in visita alla Basilica di Superga


Il 10 Febbraio LL.MM. il Re Simeone II, Zar dei Bulgari, nipote somigliantissimo del nostro Sovrano Umberto II, e S.M. la Regina Margarita, hanno fatto visita privata alle tombe dei Reali di Casa Savoia in Superga.



S.M. rende omaggio alla tomba di Re Carlo Alberto, Suo avo.


mercoledì 6 febbraio 2013

I Savoia si autocensurarono per negare l’origine sassone


LA DINASTIA , DOPO SECOLI DI ALLEANZA FRA STATO SABAUDO E SACRO ROMANO IMPERO, SCELSE DI DIMENTICARE GLI ANTENATI ALEMANNI


La scelta di re Carlo Alberto per mettersi alla testa del Risorgimento italiano


Per cinque secoli, dal Medio Evo al primo Ottocento, i Savoia furono fieri di essere principi del Sacro Romano Impero Germanico. Si proclamavano discendenti del principe sassone Beroldo, stirpe alemanna del duca Vitichindo di Sassonia, antagonista di Carlo Magno, capostipite del casato Wettin, di cui i Savoia si vantavano di essere degno ramo cadetto. Tutta l’Europa, meno la Francia, li riconosceva in tale rango e quali rappresentanti dell’Imperatore nella penisola italiana, pertanto superiori ai principi italiani. Lo stato sabaudo era orgoglioso di tale primato e di un’identità che non era nè francese nè italiana. Migliaia di soldati sabaudi versarono sangue per difenderla nei secoli. Ma tanta millenaria gloria, a lungo propagandata, fu cancellata in pochi anni da re Carlo Alberto. Non la giudicava più politicamente utile per mettersi alla testa del movimento di unificazione italiana. 

Così Vitichindo e Beroldo vennero epurati. Le loro memorie allegoriche furono cancellate dal Palazzo Reale di Torino e dalle altre regge sabaude. Al posto di Beroldo fu promosso, come capostipite sabaudo, il presunto suo figlio Umberto Biancamano, il primo Savoia di cui vi è provata documentazione,presentato però come discendente di una famiglia di antichi romani, trasferitasi nella Borgogna , in cui divenne egemone, prima di governare la Savoia.  

A riaprire questa pagina di storia genealogica, che gli storici risorgimentali fecero di tutto per tacitare, è da ieri il convegno «Stato Sabaudo e Sacro Romano Impero», organizzato dall’Istituto storico italo germanico di Trento e dal Centro Studi della Reggia di Venaria, diretto da Andrea Merlotti. I lavori oggi e domani proseguono all’Archivio di Stato di Torino. Venticinque storici internazionali ricostruiscono memorie millenarie, che dal 1361 videro i Savoia compresi nei principi germanici. 

È un’epopea che nasce dalle gesta di Vitichindo, nell’ottavo secolo dopo Cristo duca di Enger in Vestfalia, nemico dei Franchi e come tale eletto simbolo dell’indipendenza sabauda dalla Francia. Suo discendente, verso l’anno 998, fu Beroldo. Una saga vuole che, fedelissimo all’Imperatore, scoprì in flagrante adulterio l’Imperatrice. Uccise il suo amante e poi riparò alla corte di Rodolfo III di Borgogna, che lo nominò comandante delle sue truppe e signore della savoiardaValle Moriana. L’imperatore, giustiziata la moglie fedifraga, per premiare la fedeltà di Beroldo, coronò la carica con il titolo di Conte di Savoia. 

Tanto fu decantato dagli storici della dinastia, fra i quali Emanuele Filiberto Pingone, genealogista del Duca Emanuele Filiberto di Savoia, che nel 1562 inserì nel suo stemma anche le insegne di Vitichindo e Beroldo: uno scudo rosso, con un bianco cavallo rampante.. Fregiarono in seguito tutte le opere di storia sabauda. Carlo Emanuele I le volle nella Galleria Grande di Palazzo Reale. Carlo Emanuele II le diffuse sul ciclo di dipinti delle «Glorie sassoni», che ancora corona il Salone degli Svizzeri. Fece ricordare Beroldo anche nella sala delle Guardie del Corpo.  

Iconografia sassone apparve alla Reggia di Venaria, al Castello di Moncalieri, a Palazzo Madama. Finchè Carlo Alberto fece smantellare tutto, salvo il ciclo pittorico della sala degli Svizzeri, dove però venne rimosso l’affresco in volta che raffigurava Giove nell’atto di incoronare la Sassonia. Per il risorgimento tricolore quella allegoria appariva ormai scorretta. Fu sostituita dalla tela di Gonin che raffigura la nascita dell’ Ordine sabaudo dell’Annunziata. Le origini sassoni dovevano essere dimenticate. 

Ma così non accadde. Quando re Umberto I nel 1900 fu ucciso a Monza da un anarchico italiano il «Popolo Subalpino», gli dedico un monumento che ancora lo raffigura a Superga come «Re Allobrogo», in armi sassoni. La storica Saniye Al Baghadi, del Politecnico di Monaco di Baviera, dice che è simile alla statua che la Vestfalia ha dedicato a Vitichindo. 

http://lastampa.it/2012/11/22/cronaca/costume/i-savoia-si-autocensurarono-per-negare-l-origine-sassone-k8rwzT2ZgwwNWY3jXzixuL/pagina.html

domenica 3 febbraio 2013

Napolitano ci costa 228 milioni di euro


Tre milioni di euro per le spese di acqua, luce, gas e tv; 372mila euro per abiti e biancheria; 545mila euro per i mobili, 144mila euro per bestiame e macchinari agricoli. E altro ancora...
Non basta tagliare alcuni rami per sfoltire un albero gigante. Per questo, al netto della riduzione del personale e della spesa, il Quirinale continua a gravare inesorabilmente sul bilancio dello Stato (e quindi dei contribuenti).
Duecentoventotto milioni di euro. Una cifra che, se paragonata a quella di Buckingham Palace o del palazzo presidenziale tedesco, fotografa perfettamente l'anomalia italiana. Il Colle costa quasi dieci volte in più dell'equivalente tedesco, circa otto volte tanto il palazzo della Regina Elisabetta, il doppio dell'Eliseo, tanto per fare solo alcuni esempi.
Tuttavia, per il segretario generale della Presidenza, Donato Marra, fare un paragone del genere è controproducente, specie "in riferimento alle forme di Stato monarchico" dove i "costi di funzionamento degli apparati delle Case reali gravano solo in parte su una dotazione specifica (appannaggio, civil list), mentre per la parte restante sono assunti direttamente a carico del bilancio dello Stato".
Sul sito della presidenza della Repubblica viene spiegato che la dotazione a carico del bilancio dello Stato resta su un livello sostanzialmente analogo a quello del 2008, che è stato esteso a tutto il personale di ruolo il regime previdenziale contributivo, che talepersonale di ruolo è stato ridotto di 24 unità (da 823 a 799) mentre è rimasto sostanzialmente stabile (da 103 a 102 unità) l'ammontare del personale comandato e a contratto; che anche il personale militare e delle forze di Polizia distaccato per esigenze di sicurezza si è ridotto di 42 unità (da 861 a 819). Insomma, nel corso del settennato il personale complessivamente a disposizione dell'Amministrazione si è pertanto ridotto di ben 461 unità.
Tuttavia resta il fatto che la spesa complessiva prevista ammonti a 228 milioni di euro. Ma come viene ripartita questa spesa? Dal documento analitico di bilancio pubblicato sul sito della presidenza della Repubblica si evidenzia per esempio una cifra di più di 3 milioni di euro per le spese di acqua, luce, gas e tv; superano i due milioni e mezzo (2.620.828) le spese della voce "consiglieri e consulenti" del Presidente della Repubblica.
Inoltre, 185mila euro servono per portare Giorgio Napolitano in giro per il mondo; 372mila euro per abiti e biancheria; 545mila euro per la manutenzione dei mobili. Se non bastasse, ci sono poi 398mila euro per le spese di cucina, banchetti e cene istituzionali. Per il bestiame e le attrezzature agricole, il Colle spende 144mila euro. 
Tra le voci più costose del bilancio c'è quella relativa alla tenuta di Castelporzianoper la quale (oltre a uno specifico contributo del ministero dell’Ambiente di 500mila euro e i quasi 50mila euro derivanti dalla vendita di esemplari di fauna selvatica della tenuta) si spendono, sola per la gestione forestale e faunistica, 120mila euro.
E poi ci sono 580mila in agenzie di informazioni, pubblicazioni, servizi fotografici e video, 160mila euro di spese postali. Insomma, se da un lato è apprezzabile lo sforzo attuato nel ridurre la spesa complessiva, dall'altro questa resta comunque a livelli spropositati. Sopratttutto in tempo di crisi economica.

http://www.ilgiornale.it/news/interni/napolitano-ci-costa-228-milioni-euro-881525.html

venerdì 1 febbraio 2013

Ancora dubbi sul referendum...


gif

Era il 2 giugno 1946 quando in Italia si voto' il referendum per stabilire la forma istituzionale dello Stato, cioè tra Repubblica e Monarchia dopo il termine della seconda guerra mondiale. Si voto' a suffragio universale e per in Italia, votarono anche le donne. Non furono ammessi al voto i cittadini della Venezia Giulia, della Dalmazia, dell’Alto Adige e della Libia (allora ancora italiana). Si disse che questi italiani avrebbero votato in seguito , ma non se ne fece più niente.
Grande campagna elettorale per una votazione storica che avrebbe cambiato per sempre la vita politica italiana. In tutto il paese vi furono comizi e manifestazioni



jpggif


Sono state proposte diverse interpretazioni sociologiche e statistiche del voto che avrebbero intravisto influenze della condizione economica del momento, dell'ingresso dell'elettorato femminile, o da molti altri fattori. Una tesi sostenuta da alcuni è che la causa delle preferenze fra monarchia e repubblica fosse da ricercarsi in una differenziazione sociale: i ceti più istruiti sarebbero stati repubblicani mentre quelli dove l'analfabetismo era maggiore avrebbero avuto una preferenza per il campo monarchico. Questa tesi, che cercava di far leva sulla contrapposizione fra città-proletariato industriale (di norma dotato comunque di una istruzione maggiore) e campagna-proletariato contadino, non trova ormai sostenitori.
Alcuni analisti, del campo repubblicano e di quello monarchico, affermarono anche che la repubblica avrebbe potuto ricevere un minimo vantaggio dal voto femminile, fortemente voluto dalla sinistra, perché nelle aspettative di quella parte le donne sarebbero state più sensibili all'equazione, enfatizzata in propaganda, «monarchia=guerra, repubblica=pace.
Alla fine dai dati del voto l'Italia risultò divisa in un sud monarchico e un nord repubblicano. Le cause di questa netta dicotomia possono essere ricercate nella differente storia delle due parti dell'Italia dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. Per le regioni del sud la guerra finì appunto nel 1943 con l'occupazione alleata e la progressiva ripresa del cosiddetto Regno del Sud, che, grazie agli aiuti stranieri e all'allontanamento del fronte, aveva riguadagnato una certa tranquillità e un certo benessere.
Per contro, il nord dovette vivere quasi due anni di occupazione tedesca e di lotta partigiana (contro appunto i tedeschi e i fascisti della RSI) e fu l'insanguinato teatro della guerra civile (che ebbe echi protrattisi anche molto dopo la cessazione formale delle ostilità). Le forze più impegnate nella guerra partigiana facevano capo a partiti apertamente repubblicani (partito comunista, partito socialista, movimento di Giustizia e Libertà).


[...]

http://pulcinella291.forumfree.it/?t=64796855