NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 23 dicembre 2012

Dal calendario dei Carabinieri


Che, viva Dio, non dimenticano che la Storia della Patria, cui hanno dato una contributo enorme, ha avuto anche un Regno.

Nella foto una trincea tenuta dai Reali Carabinieri durante la Grande Guerra.

A casa i nostri militari



di Tommaso Francavilla




Sono due soldati italiani, i fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Avevano, come tali, il compito di difendere dai pirati, su una rotta da essi particolarmente infestata, una nave che – all'ombra del Tricolore- è territorio italiano. Avevano la responsabilità non soltanto della nave in quanto tale, che è fonte importante di ricchezza e di lavoro, ma anche un equipaggio altrimenti inerme nei confronti di soggetti notoriamente senza troppi scrupoli. Hanno avvertito un pericolo ed hanno fatto i soldati, e cioè il mestiere per cui sono pagati. 

Per questo, con un vergognoso inganno, sono stati di fatto sequestrati per quasi un anno da uno Stato che dovrebbe essere nostro amico e che- praticando con loro una tecnica sadica del rinvio sistematico di decisioni che avrebbero dovuto essere immediate e scontate- ha umiliato la divisa che indossano, la bandiera sotto la quale hanno adempiuto al compito affidato, lo Stato che servono ed il governo che lo rappresenta. 
Nel frattempo questo Stato, il Nostro, ha risarcito le famiglie delle presunte vittime e soltanto dietro il versamento di una ulteriore mega-cauzione, dopo l’ennesimo beffardo rinvio della decisione di cui sopra, hanno ottenuto di poter passare il Natale a casa, prevìì impegni super-solenni a rientrare per farsi- chissà quando- processare per un reato che non c’è e che comunque, se c’è, è stato compiuto in casa nostra ed è pertanto competenza dei nostri organi giudicanti. 
Ebbene, questo impegno, da chiunque assunto, estorto a seguito di un inganno e per effetto di un comportamento illegittimo e prepotente, è moralmente e giuridicamente nullo, e non deve essere mantenuto. Abbiamo il diritto ed il dovere di tenerci i nostri Soldati, non riconsegnandoli ai loro persecutori.
Gli Stati Uniti non ci hanno mica consegnato né chi si macchiò del misfatto del Cermis né chi sparò a Callipari. I tedeschi si tengono stretti anche i peggiori criminali sopravvissuti agli orrori della Seconda guerra mondiale, e non ci hanno restituito nemmeno Kappler, quello delle Ardeatine, fuggito dal nostro carcere in una valigia. Non soltanto non li abbiamo reclamati, i boia slavi delle foibe, ma addirittura paghiamo loro una pensione, così come ci siamo giustamente ben guardati dal consegnare a Tito i nostri ufficiali,impudentemente accusati di crimini inesistenti quando semmai sono stati vittime e testimoni di crimini altrui, difendendone le popolazioni locali.
Non sono due criminali, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone: sono due soldati italiani che hanno compiuto il loro dovere adempiendo al compito loro affidato in territorio italiano. Non abbiamo né il dovere né il diritto di riconsegnarli a chi ha già dimostrato di non avere alcun riguardo non soltanto per loro, ma anche per la nostra Nazione che ne reclamava la restituzione. A nessun altro che a noi, tramite i nostri organi giudicanti, tocca valutarne i comportamenti. Hanno pagato, abbiamo pagato anche troppo. Non devono, non dobbiamo più nulla ai loro persecutori.

sabato 22 dicembre 2012

Il Partito Nazionale Monarchico - XIV parte



FORZE CENTRIFUGHE E DEBOLEZZA CENTRIPETA

Nell'aprile del 1957 un intervento del Capo dello Stato presso i presidenti della Camera e del Senato relativamente alla elezione di membri dell'Alta Corte siciliana rivelò a molti italiani, che la ignoravano, l'esistenza di codesta Corte e la possibilità di conflitti ardui a risolversi tra essa e l'Alta Corte Costituzionale.

A facile immaginare cosa accadrebbe qualora l'autonomismo regionale venisse esteso a tutto il paese e avessimo, oltre a una ventina di parlamentini, altrettante Alte Corti regionali in perpetua collisione con la Corte Costituzionale, da cui il presidente on.le De Nicola volle in quello stesso torno di tempo separare il proprio destino.

A dimostrare negli artefici della Costituzione l'assenza di spirito nazionale basterebbe il progetto del regionalismo concepito dai democristiani in funzione di un federalismo neoguelfo abbandonato dallo stesso Gioberti che n'era stato il teorico, e favorito dai social comunisti fiduciosi di creare qua e là nel paese piccole repubbliche sovietiche e miranti alla disintegrazione dello Stato come preludio alla sovietizzazione totale.

Tutto era presente negli uomini della Costituente, salvo la nazione italiana, lo Stato unitario italiano. Mancava tra essi una Destra crede del Risorgimento e capace di difenderne l'opera. Nella preoccupazione (li garantirsi contro la possibilità di nuove dittature, si minavano a cuor leggero le stesse fondamenta dello Stato.


il regionalismo è una spada di Damocle che rimane sospesa sull'Italia, un pericolo che ci minaccia tutti ma del quale pochi fra noi si danno pensiero, perché la nuova classe di governo è riuscita a inoculare nel gran numero la sua stessa insensibilità per gli interessi generali e costanti del paese.

Dalla fine della guerra la nostra piú grave infermità risiede in ciò, che gli interessi particolari sono rumorosi e armati, gli interessi generali sono muti e inermi. Le ragioni del tutto operano sui singoli a lunga scadenza e indirettamente, non fruiscono di popolarità demagogiche, per riconoscerle occorrono preveggenza e senso di patriottica abnegazione, e all'infuori della Destra raramente esse trovano chi se ne faccia portavoce; le ragioni della parte sono stimoli immediati e diretti, ricchi di riflessi elettorali, e trovano nella Sinistra e nel Centro difensori a non finire.

Se è vero che la funzione sviluppa l'organo, dovremmo attendere una larga convergenza di opinione verso gli ideali di una Destra capace di assumere la continuità del moto risorgimentale come superamento dei particolarismi di ogni specie nel primato unitario della nazione.

Nel presente la deficienza d'intima coesione, che si estende a tutto l'organismo dalla base al vertice e rende evanescente lo Stato medesimo, deriva dalle particolari circostanze nelle quali presso di noi la libertà politica venne ripristinata dalle armi straniere, e dalla interpretazione che di essa, in conseguenza di ciò, è stata comunemente data come antitesi di disciplina civile e nazionale.

Il fascismo portava l'accento sui doveri del cittadino: nel radicale rovesciamento operato dalla sconfitta, la democrazia è stata intesa come un sistema nel quale per il cittadino non esistono più doveri ma soltanto diritti; e d'altronde la stessa parola dovere suona falso sulla bocca d'uomini che a quel rovescia

mento devono la loro ascesa al potere. Un sempre maggiore benessere (che è poi un "male essere" perché deserto di contenuto spirituale) è la meta a cui ciascuno ambisce di giungere in una perpetua tensione agonistica tra gruppi e attraverso il più spregiudicato impiego di scioperi ricattatori che sono delitti di sabotaggio contro l'economia nazionale.

Senso della misura, concordia civile, solidarietà nel sacrificio sono divenute formule risibili. Ognuno si sente principio e fine del divenire cosmico e pretende che l'universo ruoti intorno al suo ombelico personale o di gruppo, classe, partito.

Sta bene che democratico sia lo Stato che « serve il cittadino »: ma resta a vedere se codesto servizio debba estendersi anche agli egoismi del cittadino.

Il  ministro Tambroni il 26 settembre 1957 nella sua relazione parlamentare sul bilancio degli Interni scoperse che quello dello Stato democratico « non è soltanto un problema di vertice ma anche un problema di base. All'opera dello Stato - osservò il Ministro - occorre che faccia riscontro un'educazione sociale di sempre più alto livello, perché accade che ciascuno voglia lo Stato al servizio dei suoi particolarismi e dei suoi egoismi, si preoccupi soltanto delle proprie esigenze anche quando non costituiscono diritti tutelabili né interessi meritevoli di protezione.
E ciò avviene perché lontani dallo Stato, senza fiducia in esso, il cittadino o la categoria, invece di tendere a migliorarlo, tendono a deviarlo, sicché lo Stato, anziché punto d'incontro, diventa per tutti il punto dove i contrastanti interessi sembrano non trovare il necessario riconoscimento e coordinamento.
Ecco allora che ne derivano anche contrasti tra gli uomini singoli e le categorie, in gara tra loro, in lotta tra loro, dimentichi dell'interesse generale. Così nascono la ricerca del privilegio e il disordine sociale ».

Parole d'oro, anche se tardive, dalle quali discende che la nostra democrazia è, di fatto, l'hobbesiano bellum omnium contra omnes, se pur contenuto in forme approssimativamente civili, guerra a cui lo Stato assiste imparzialmente in attesa che i cittadini divengano onesti temperanti giusti generosi. A dodici anni dalla instaurazione del novus ordo si scopre che l'educazione sociale - e potremmo anche dire civile o nazionale - è una necessità; ma ove i governanti ne prendessero direttamente cura si cadrebbe nell'aborrito Stato etico, e al contrario l'agnosticismo democratico impone di attendere la spontanea conversione degli uomini alla virtù. Intanto, affinché essi fossero interamente liberi, si sono soppresse tutte le suggestioni alla virtù sperimentate e consacrate nel corso dei secoli, prima delle quali il patriottismo, che e sempre stato il più efficace antidoto dell'egoismo individuale.

Abolendo la Monarchia si è inferto un colpo mortale al patriottismo.

La nostra maggiore necessità è di consentire in ciò che noi italiani tutti abbiamo in comune: e in un paese di tradizioni particolaristiche e di recente formazione in Stato solo l'Istituto Monarchico ha questo potere di armonizzare la volontà almeno nelle'cose essenziali.

Patriottismo significa vigile senso degli interessi generali e costanti all'interno e all'estero e prontezza a subordinare a quelli i propri interessi personali o di categoria. Monarchia e patriottismo sono termini convergenti, nel senso che non si può essere monarchici senza essere patrioti e che se esistono patrioti non monarchici la loro posizione sorge da cause transeunti.

Siamo come il quadrante di una bussola smagnetizzata, ove ogni settore si considera il polo in quanto l'ago praticamente non esiste. Anche durante il Risorgimento avevamo i partiti: unitari e unionisti, federalisti neoguelfi e federalisti neoghibellini, moderati e partito d'azione, ma la bussola italiana aveva il suo ago calamitato che indicò a tutti la via da seguire per creare il nuovo Stato.

Il secondo Risorgimento non è quello vantato dai faziosi e fondato sull'equivoco di una libertà dei cittadini da conseguire a prezzo dell'indipendenza della Nazione: il secondo Risorgimento ha ancora da compiersi e non potrà attuarsi se non nel solco del primo.

Il principio monarchico può recare grandi benefici anche dopo le limitazioni che ha consentite, come l'oro d'un monile rimane oro anche nel suoi frammenti. Un presidente non possiede il potere unificatore e moderatore proprio d'un Re; la suprema autorità è una dimensione dello spirito che non può venire conferita da alcun atto elettorale, e al suo esercizio non esiste titolo più sicuro, più onesto, più convincente della eredità.

I mali di cui soffriamo erano prevedibili sin dal funesto 2 giugno; era prevedibile che, eliminati coli la Monarchia i sensi di italianità ch'essa racchiude, poco sarebbe rimasto, all'infuori della Chiesa da un lato e dell'aberrazione classista dall'altro, presso un popolo di scarsa coesione nazionale scarsamente dotato di socialità spontanea.

Dall'alba dei tempi le due forze a cui nulla resiste e sulle quali si fonda la carriera storica dei popoli sono la disciplina e la continuità. Alla prima noi non siamo ancora giunti, ci siamo dimostrati incapaci di disciplina spontanea e abbiamo eluso la disciplina coatta. Noi giochiamo ai quattro cantoni coi diritti, sicché il dovere resta sempre vacante, e il regime repubblicano, eldorado dei diritti, non avrà mai il proposito e l'energia di assumere la funzione educativa svolta in altri tempi e luoghi dalle monarchie unitarie e dalla quale altri popoli trassero una coesione molecolare capace di resistere ai più duri sforzi.

Posto che anche presso di noi, eterni ritardatari, una tale coesione sia possibile, non si vede da chi se non dal Re, personificazione della continuità storica e della unità territoriale, essa possa tentarsi.

Non messianismo e non miracolismo, ma un naturale argine contro le tendenze centrifughe, una subordinazione di interessi, una suggestione di solidarietà nazionale, una risorgente coscienza della nostra funzione in campo internazionale.

A chi dichiara che l'età delle nazioni è tramontata e proclama come nuova parola d'ordine l'Europa, bisogna ricordare che l'architetto per la struttura portante di un edificio impiega pietre sane e compatte e riserva le pietre facili a sfaldarsi a un ufficio marginale e decorativo. Un consolidamento dell'Italia non allontanerebbe l'auspicato europeismo e le darebbe in esso una efficienza altrimenti irrealizzabile.

Le differenze











In Spagna il Re, in tempi di crisi, si riduce lo stipendio.

In Italia il presidente del Repubblica, in tempi di crisi, se lo alza ulteriormente.

Forse non è la differenza tra una Monarchia ed una Repubblica.

Forse non è neanche la differenza tra un Re ed un Presidente.

Ma di sicuro qualche differenza c'è.

Interessante iniziativa


Nord e Sud: ve li raccontiamo su Focus Storia


Un anno fa abbiamo festeggiato i 150 anni dell’Unità d’Italia. Eppure le diffidenze fra Nord e Sud restano radicate. Perché? Forse le radici di una visione “a due velocità” del nostro Paese risalgono proprio agli anni intorno al 1860, quando si fece l’Italia?
 È una vicenda, quella del Risorgimento, che molti danno per scontata: una campagna di liberazione del Sud guidata dai Sa­voia, dai garibaldini che fecero sollevare la Sicilia e dai liberali del Nord. Ma non tutti sono d’accordo: c’è chi, nel Meridione, rimpiange il Regno delle Due Sicilie, e chi, al Nord, cerca nell'annessione dell’Italia Meridionale le cause dei mali nazionali. 
Per gli storici si tratta di interpretazioni ideologiche, che non tengono conto di una domanda chiave: come si viveva davvero nei due regni? Quali erano le situazioni reali?
Rispondiamo a queste domande su Focus Storia n° 75 (in edicola dal 21 dicembre 2012) e grazie al nostro progetto su Twitter (www.focusstoria.it/nordsud) con un viaggio nelle due Italie di metà Ottocento, all’epoca di Vittorio Emanuele II di Savoia e del suo dirimpettaio Ferdinando II di Borbone. 
Ne risulta una “fotografia” basata su fonti e dati statistici che vi riserverà più di una sorpresa. Alla fine del dossier troverete anche una ricostruzione, al limite della fantastoria, di  come sarebbe oggi il nostro Paese se invece dei Savoia avessero vinto i Borbone. Migliore o peggiore?

venerdì 21 dicembre 2012

Un principe nella Bufera: la recensione di Cervi


UN PRINCIPE NELLA BUFERA (Le Lettere, 2012)


Scritto da Mario Cervi. Il Giornale


Solo, all'oscuro delle trame politiche e troppo devoto al padre. Il futuro "re di maggio" raccontato da Francesco di Campello, suo ufficiale d'ordinanza tra il '43 e il '44 . Il conte Francesco di Campello, maggiore dell'aeronautica, fu nominato ufficiale d'ordinanza di Umberto di Savoia il 15 gennaio 1943,e mantenne l'incarico fino al 20 giugno 1944. Fu dunque a fianco di quel personaggio pallido, malinconico e enigmatico che era l'erede al trono (poi luogotenente e infine re) in momenti di estrema drammaticità per l'Italia e per la dinastia dei Savoia.

Infatti il suo diario, pubblicato da Le Lettere e dotato d'una bella prefazione di Francesco Perfetti, ha per titolo Un principe nella bufera (pagg. 124, euro 15). Campello era fin dall'infanzia un frequentatore assiduo del Quirinale, i genitori avevano avuto incarichi protocollari a corte e lui aveva giuocato, bambino, con il quasi coetaneo Umberto (nato il 15 settembre 1904 Umberto, il 9 maggio 1905 il suo ufficiale d'ordinanza).
I protagonisti di queste memorie sono due. Umberto di Savoia e il suo ufficiale d'ordinanza. Le annotazioni di quest'ultimo non modificano, anzi rafforzano, il giudizio storico sul «re di maggio». Scrupoloso nell'assolvere i suoi doveri cerimoniali, rispettoso fino all'umiliazione della volontà paterna, tenuto all'oscuro di tutte le decisioni importanti - e in quel periodo ne furono prese alcune dalle tragiche conseguenze - rassegnato a comandare un fantomatico gruppo «armate sud» che aveva il suo quartier generale a Sessa Aurunca. Le armate sud, come si vide poi, esistevano solo sulla carta e se esistevano non avevano alcuna efficienza militare. Il rapporto tra Umberto e il conte di Campello è intessuto di espressioni sconsolate, di sorrisi condiscendenti, di ripetute affermazione secondo cui nulla si può fare che Sua Maestà il padre non voglia. Il Principe si rende conto di quanto la situazione sia disperata, ma vive in una sorte di limbo fatto di formalismi e d'un continuo battere di tacchi. Rarissimamente si sbottona.
Come la volta in cui, consapevolmente o inconsapevolmente, fa dell'umorismo sconsolato. Il 18 marzo 1943 Umberto passa in rassegna la divisione motorizzata Piave che «si è presentata benissimo». «In macchina, al ritorno - cito dal diario - ho espresso al principe questa mia impressione. Mi ha detto tristemente “peccato che sia l'unica”».

Il 25 luglio il Gran Consiglio del fascismo sfiducia Mussolini e il re lo fa arrestare a Villa Savoia. Umberto non mai è al corrente di quanto bolle in pentola, chiede informazioni a Campello, anche lui disorientato, che annota. «Non mi dice nulla, lo vedo soltanto sorridere con una gran tristezza». Il leitmotiv della tristezza e dell'impotenza accompagna gli atti e i detti di Umberto. Che capisce, dopo la vergognosa catastrofe dell'8 settembre, quanto sarebbe auspicabile l'abdicazione di Vittorio Emanuele III, ma si guarda bene dal proporgliela.
Ho accennato all'altro protagonista, l'autore del diario. Francesco di Campello è un uomo coraggioso e leale che si ispira ai grandi valori patriottici e religiosi. Pur nella sua modernità di audace pilota, è un reazionario di vecchio stampo. I suoi attacchi d'ira risparmiano il fascismo (non risparmiano invece i fascisti molli del crollo mussoliniano). Odia il maresciallo Badoglio, da lui considerato un traditore piuttosto rimbecillito, e nel Regno del Sud auspica che il Re formi un governo tutto militare (quasi che il vecchio maresciallo fosse un borghese). È a volte molto acuto nel giudicare le persone, tuttavia non dimostra alcuna avversione per i generaloni, Ambrosio e Roatta in particolare, che hanno abbandonato i posti di comando per fuggire a Brindisi con la corvetta Baionetta, e che là sono stati incredibilmente confermati nei loro incarichi. I generaloni hanno forgiato un esercito a loro immagine e somiglianza, ossia pomposo e debole. Ma con loro il conte è indulgente. È invece spietato fino all'invettiva nei confronti della classe politica che, tra meschinità e indecenze, si stava alla meglio riformando. In vista del congresso dei partiti antifascisti che sarebbe stato tenuto Bari dal 28 gennaio 1944 Campello usa la sua sferza: «Non capisco cosa rappresentino questi quattro cialtroni politicanti, capeggiati da Croce, Sforza e compagni». E poi, il 29 gennaio: «Il famoso congresso di Bari è andato come si prevedeva. Discorso di Sforza, infiorato di volgarità e di insulti. Questo lurido sporcaccione sarà una vera calamità nazionale. Vedremo ora a cosa approderanno le decisioni “storiche” prese da questi buffoni».
Trapela dalle pagine un tenace antisemitismo. Ad esempio il 31 luglio 1943, durante i quarantacinque giorni badogliani; «Sulla stampa sfoghi di bassa vigliaccheria e girandola di nomi ebrei». Dopo l'armistizio sono elencate le udienze di Umberto: «Jung. Questi, benché ebreo, mi piace molto». «Memmo e Philipson, quest'altra nobile figura del ghetto sarà di grande aiuto per la causa italiana!». I sarcasmi antipolitici del conte non erano tutti immeritati. Ma la sua soluzione dei problemi sembra consistere in una giunta militare dotata di pieni poteri. Poiché le cose andarono in altro modo, Francesco di Campello lasciò la vita militare - essendosi rifiutato di giurare fedeltà alla repubblica - e fece altro. Con dignità e con successo. (Mario Cervi. Il Giornale, 23 novembre 2012)

La stanza di Mario Cervi


Nessun astio verso Umberto II, ma la storia non si cancella


Caro dottor Cervi, lei si è «accostato con rispetto» all'autobiografia postuma di Miriam Mafai. Peccato non si sia accostato con altrettanto rispetto alla figura di Umberto II recensendo il libro «Un principe nella bufera». Va be' che lei era ufficiale l'8 settembre e ha visto da vicino quanto successe. Ma sono passati tanti anni e l'astio da lei accumulato per questa tragedia dovrebbe essersi attenuato. Non c'è niente di peggio del rancore dei vecchi. Posso pensare che il titolo i sottotitoli e le didascalie del suo articolo non siano farina del suo sacco ma restano tuttavia vergognosi. Ma quali «segreti e debolezze del principe triste?». Un uomo buono, un gran gentiluomo era Umberto II. Sfoghi su altri (ce ne sono molti) il suo inestinguibile malanimo.
Università di Genova


Rispondo brevemente a una lettera, accorciata per motivi di spazio, che addita al pubblico disprezzo una mia recensione: con i conseguenti titoli e sottotitoli. Ho usato rispetto sia verso Miriam Mafai sia verso il Re di maggio. Il che non mi ha impedito di sottolineare le menzogne che i militanti comunisti tipo la giovane Mafai raccontavano agli operai e ai contadini italiani, né di sottolineare il ruolo defilato e passivo che Umberto svolse. Il rispetto non m'indurrà mai a scrivere che Miriam Mafai volle la democrazia quale i liberali l'intendono, né a scrivere che Umberto - buono e gentiluomo, chi lo nega - ebbe una tempra di decisionista in momenti nei quali di decisionismo e non di fughe l'Italia e la monarchia avrebbero avuto gran bisogno. Il sottotitolo che al professor Vignoli non piace era inappuntabile. Penso che ci sia qualcosa di peggio del rancore dei vecchi, ed è l'intolleranza dei fanatici.

giovedì 20 dicembre 2012

Caro Benigni, questa Costituzione non è il Vangelo

Di Marcello Veneziani
La Costituzione non è il Vangelo né la Divina Commedia.
Per carità, capisco l'intento pedagogico e m'inchino al successo mediatico della Costituzione narrata dal comico di Stato e mistico delle istituzioni, il Beato Benigni.

L'avesse raccontata un costituzionalista, non avrebbe avuto neanche l'otto per mille di quegli ascolti. È giusto ridare fiducia agli italiani, indicare riferimenti positivi, motivare la politica, suscitare dignità di cittadinanza. Però lasciatemi scartare la caramella costituzionale di Benigni. Per prima cosa c'è troppo glucosio, troppa retorica stucchevole. C'era un che di forzato e manieristico in quell'euforia da finto-invasato. Esagerati i suoi elogi a pure ovvietà di buon senso o intenzioni magnifiche quanto irrealizzabili. Nel suo fervore mistico, Benigni l'ha paragonata ai Dieci Comandamenti ma per dire che la nostra Carta è superiore perché - ha notato il comicostituzionalista - le Tavole dettate dal Signore esprimono solo divieti, mentre la nostra Carta è positiva, invoglia a desiderare.
Superato lo choc iperglicemico, mi addentro nello slancio erotico verso la Costituzione, decantata addirittura come la più bella del mondo. A proposito d'amor patrio noto una lacuna della nostra Costituzione: di amor patrio non ne accenna affatto. La patria è citata solo all'art. 52 per la difesa dei confini (poi difesi con le basi Usa): pochino per fondare un patriottismo della Costituzione. Del resto molti Costituenti, con tutto il rispetto, erano patrioti di patrie altrui; per un terzo di loro la patria era l'Unione Sovietica. All'amor patrio, ricordo a Benigni in versione Napolitano, la sinistra è giunta di recente. Ricordo bene che vari decenni dopo la Costituzione era ancora reazionario e fascista sventolare il tricolore. La scoperta della patria avviene a sinistra soprattutto per mettere in contraddizione il centrodestra con l'alleato leghista. D'altra parte suona un po' grottesco scoprirsi trombettieri della patria mentre si plaude alla perdita della sovranità nazionale e al nuovo collaborazionismo filo-tedesco che detta leggi, premier e prelievi.
Ma poi, si sa, non bastano belle costituzioni per fare buone democrazie. Anche l'Urss aveva una Costituzione federale, repubblicana e democratica, se è per questo. E pensate all'uso giacobino della Dichiarazione dei diritti umani, dalla Carta alla ghigliottina. No, le carte non bastano; non sono atti ma premesse e promesse. Sarebbe lungo l'elenco degli articoli traditi e disattesi. Si pensi alla violazione del diritto costituzionale di scegliersi i propri rappresentanti, con una legge elettorale che non è stata cambiata. Sarebbe poi penoso ricordare alle vestali che gridano «Giù le mani dalla Carta» che la medesima è stata ritoccata di recente due volte e per due cose che mortificano la sovranità: le modifiche del titolo quinto e il pareggio di bilancio. Ovvero più poteri alle sciagurate regioni e lo scettro in mano agli eurocrati della finanza.
Avvertite poi Benigni che monarchia non è sinonimo di tirannide, ci sono monarchie di antica nobiltà che possono dare lezioni di libertà e democrazia a tante smandrappate e sinistrate repubbliche.
La nostra è una buona Costituzione, chiara e ben scritta, che risulta davvero un compromesso di alto profilo fra le culture più importanti del Paese: la cultura cattolica, laico-liberale, socialista e comunista. Più un convitato di pietra che chiamerò la cultura nazionale: nella Costituzione c'è l'umanesimo del lavoro di Gentile, c'è la scuola e la tutela dell'ambiente di Bottai, c'è la Carta del lavoro, il sistema previdenziale e lo Stato sociale, l'intervento pubblico nell'economia, il Concordato e il Codice Rocco.
Ma dopo aver mangiato la caramella costituzionale di Benigni, ti resta un languore: ma davvero dobbiamo riversare il nostro amor patrio su una Carta, un Dettame? Dire come fa Benigni che la Costituzione ci protegge non è meno religioso che dire la Madonna ci protegge. È una fede, non un fatto. Sappiamo per esperienza che non bastano né le leggi né le preghiere per fermare il degrado, il declino, il malaffare, la malavita, il malessere italiano.
Mentre il Beato Benigni si allontana, spargendo odore di violetta, vorrei dire: rispettatela di più e amatela di meno, questa Costituzione, osservatela di più e cantatela di meno. Si ama la patria perché è la tua origine, la tua terra, la tua lingua, la tua storia, la tua tradizione, il tuo habitat, i tuoi cari, la tua casa. Non perché lo prescrivono articoli di legge. Non confondete i sentimenti con i regolamenti.

Il Partito Nazionale Monarchico - XIII parte


SUGGESTIONI DELLA STORIA

Comprensibile che i francesi siano repubblicani. La Francia da cinque secoli è una nazione, dal 1400 ha costituito, con la unità territoriale entro le sue frontiere naturali, un governo centralizzato presente in tutto il paese, e la sua gente possiede atavicamente un forte senso nazionale e un orgoglioso attaccamento alla sua terra. Un popolo che ha approfondito nella propria anima il principio unitario non ha più bisogno di vederlo incarnato in una dinastia.

A partire dai Merovingi la monarchia durò in Francia quattordici secoli, ma la monarchia « nazionale » cominciò con Luigi XI di Valois che vinse le ultime resistenze del grande feudalesimo politico, e i francesi vissero sino all'Ottocento, come nazione, con la monarchia; poi l'abbandonarono quando sul loro suolo la nazione era una quercia plurisecolare.
Come l'acciaio sottoposto a una data tempera acquista una più forte coesione molecolare, cosi un popolo passando nella sua interezza al secolare vaglio della storia diventa nazione, acquista una più salda coesione interna.

Anche i tedeschi non hanno bisogno della monarchia perché nessun popolo è come essi penetrato di spirito nazionale. La parola che ricorre più spesso nel loro linguaggio è «zusammen», insieme, stare insieme essere uniti, essere compatti. Anche in Germania la nazione fu creata dalla monarchia, dagli I Hohenzolern e mise tali radici che, dopo una sconfitta di portata apocalittica, dopo la frattura del paese in  due tronconi, anche oggi nella Germania libera l'inno nazionale è « DeutschIand úber alles », e tutti sappiamo come i tedeschi di - Bonn col loro agire « zusammen », col loro operare solidalmente abbiano in pochi anni riacquistato in Europa il primato economico a cui segue una crescente quotazione nella politica internazionale.

Come in Francia e in Germania, cosi in Spagna, in Inghilterra, in Olanda, nei paesi scandinavi, nell'Europa danubiana e balcanica, in Polonia, in Russia, le nazioni furono create dalle monarchie tra i secoli XV e XIX. Le monarchie diedero unità al territorio, unità al popolo, elevarono il popolo a nazione educandolo al senso della disciplina collettiva e della continuità storica, che sono i fondamenti della nazione.

Il sentimento monarchico preluse al sentimento nazionale, lo sviluppò, lo fortificò.
In ogni grande regione geografica le popolazioni suddite di uno stesso sovrano, gradualmente, nella comune devozione alla Corona si compenetrarono d'una comunione di spiriti e di interessi, presero coscienza della loro identità etnica, sentirono nella loro terra la loro patria, appresero d'essere un popolo solo.

Più tardi, quando questa coscienza era in tutti consolidata, nel secolo scorso o in questo secolo, i popoli estrosi come i francesi o faziosi come gli spagnoli o politicamente arretrati come i russi, eliminarono la monarchia quasi struttura ormai superflua, ciò ch'era vero nei riguardi unitari come dimensione storica dinanzi all'estero, ma non era altrettanto vero relativamente all'equilibrio interno.

In effetti nel corso dell'Ottocento la Francia ebbe tre rivoluzioni, nel '30, nel '48, nel '70, e quindi le periodiche affaires - Boulanger, Dreyfus, Caillaux, ecc. - che testimoniano la persistente crisi politica di quel paese; la Spagna, liquidata la monarchia nel 1931, ebbe la guerra civile e poi la dittatura, e quando finirà la dittatura possiamo essere certi che, se non ripristinerà la monarchia, riavrà la guerra civile; la Russia passò dall'autocrazia zarista al più tirannico regime che - con Stalin dio in terra o despota sanguinario, la cosa non cambia - si sia mai veduto sulla terra.
E’ interessante notare che proprio i popoli nei quali più antichi e acquisiti sono cosi il sentimento nazionale come la moderazione politica, e che perciò potrebbero senza danno rinunciare all'istituto monarchico i popoli di natura più flemmatica e interessata e di tradizioni più liberali ed evolute, inglesi, olandesi, scandinavi, sono quelli che più gelosamente conservano le loro monarchie, secondo le forme fissate dal costituzionalismo, e che rimangono più fermamente devoti alle loro Case regnanti. L'inno nazionale degli ìnglesi è «God save the King», e accanto alle parole che invocano la protezione di Dio sul Re essi hanno il motto «right or wrong my country»   , ragione o torto la mia patria innanzi a tutto. E in virtù di quel motto che il popolo britannico ebbe, dopo i Romani, la più fortunata carriera storica che si conosca.

L'Italia giunse ultima all'unità nazionale. Dinanzi ai quattro o cinque secoli degli altri grandi popoli europei, noi abbiamo, nel 1957, 87 anni di vita unitaria.
Una causa geografica di questo ritardo è la conformazione della penisola, cause storiche furono le lunghe dominazioni straniere e il fatto che sino al secolo XIX a noi mancò una monarchia abbastanza forte per assumere il ruolo di eliminazione dei particolarismi regionali, che negli altri paesi le monarchie avevano compiuto fin dai secoli XV e XVI. Anche in Italia vi furono tra il 1300 e il 1400 tentativi unitari mossi a volta a volta dal Reame di Napoli, dal Ducato di Milano e dalla Repubblica di Venezia, ma andarono falliti e, dopo mezzo secolo di guerre, nel 1454 la pace di Lodi fissò la situazione politico-territoriale che si conservò sostanzialmente sino al Risorgimento e che, accanto a numerosi minori, comprendeva sette Stati principali: Repubblica di Venezia, Ducato di Milano, Ducato di Savoia, Repubblica di Genova, Granducato di Toscana, Stato Pontificio, Reame di Napoli.

La eliminazione di codesto frammentarismo operata dal Risorgimento e la conseguente creazione dello Stato unitario fu un «miracolo», o almeno tale deve giudicarsi da chi guardi il passato con l'esperienza della nostra generazione. Questo miracolo fu compiuto dalla Casa di Savoia.

La Monarchia sabauda non fu una occasione o un espediente, fu la condizione insostituibile del riscatto nazionale. Il patriota napoletano Luigi Settembrini scrisse: « L'esercito sardo è il filo di ferro che ha cucito l'unità italiana ».

Occorre riflettere che noi non avevamo, all'infuori del campo culturale, alcuna tradizione unitaria. Ferdinando II di Borbone diceva: «I patrioti vogliono unire ciò che non è mai stato unito», e aveva ragione. Soltanto nell'età romana la penisola era stata politicamente unita come parte del più vasto organismo dell'Impero; nel secolo passato essa era politicamente frazionata da 13 secoli, dal 568, anno dell'invasione dei Longobardi, e non aveva se non tradizioni politiche regionali e municipali. L'unità italiana era un dato puramente spirituale limitato alla lingua e alla cultura, era un ideale invano predicato da un grande politico: Machiavelli, e da alcuni grandi poeti: Dante nel medioevo, Alfieri e Foscolo nell'età moderna. La schiera dei patrioti, come venivano chiamati i novatori che volevano fare della penisola la patria di tutti gl'Italiani, cominciò a ingrossare soltanto nel 1848, allorché il moto risorgimentale passò dal campo delle aspirazioni e dei conati infruttuosi al campo delle realizzazioni concrete con la prima guerra d'indipendenza, sostenuta dal piccolo Regno di Sardegna contro il potente Impero Austriaco. Per la sproporzione delle forze la guerra ebbe un esito infausto che fu scontato da Carlo Alberto, ma la sua morte ne consacrò il gesto ch'egli aveva compiuto il 25 marzo al passaggio del Ticino sovrapponendo lo Scudo sabaudo al Tricolore italiano.

Con quell'emblema la Dinastia diede all'Italia nel corso di pochi decenni indipendenza dagli stranieri, unita territoriale, libertà politica; la elevò al rango di Grande Potenza, ne raggiunse le frontiere naturali, la integrò con le conquiste d'oltremare.
Ma noi abbiamo soltanto tre generazioni di vita unitaria, breve periodo nel divenire di un popolo, e )punto nella gracilità del nostro spirito nazionale, la scarsa coesione interna, nella deficienza di senso storico risiedono le cause delle successive rovine abbattutesi sul paese. Noi non abbiamo alcun motto e corrisponda al «right or wrong my country» degli inglesi, al «gloire à notre France éternelle» dei francesi, al «DeutschIand úber alles» dei tedeschi, e non abbiamo tali parole nel linguaggio perché non le abbiamo nell'anima.
Sc esisteva in Europa un popolo che più di ogni altro aveva bisogno per il proprio consolidamento morale e pratico di conservare il principio unitario istituito dalla monarchia, questo è l'italiano. Se esisteva una capitale che per essere sede del maggior potere religioso della terra aveva necessità di tenere il potere civile con un istituto di antico prestigio, questa è Roma. Dinanzi ai duemila anni del pontificato i mille anni della Dinastia sabauda stabilivano un equilibrio.

Alla sommità di una collina sorgevano due grandi querce che davano un profilo al paesaggio: una di esse è stata abbattuta, e necessariamente l'altra attira gli sguardi, nella solitudine giganteggia più che mai contro il cielo, dà un profilo all'orizzonte.
Dire che non occorre preoccuparsi di consolidare la nazione perché ormai l'era delle nazioni è tramontata e bisogna guardare oltre, è un discorso vacuo. Il solito paragone che sentiamo ripetere: «Come nel secolo passato i vari Stati regionali italiani scomparvero per dar vita allo Stato nazionale, cosi ora i vari Stati nazionali dell'Europa ecc.», è un paragone che non calza. Richiamando in proposito un solo punto, nel secolo scorso gli abitanti dei vari Stati italiani parlavano la stessa lingua e avevano interessi convergenti; gli abitanti dei vari Stati europei parlano lingue diverse e hanno interessi in gran parte divergenti. Hanno diversità di religione, di cultura, di  indole, di costume, di istituti, di sviluppo storico, di livello civile.
Fare di essi un unico Stato è un ideale antico. L'europeismo non è una novità e cominciò con Cario Magno.
Il tentativo di unificazione europea con la forza, compiuto nel solco storico in cui si compirono le unificazioni nazionali, fallì con Carlo V d'Asburgo, con Napoleone, con Hitler e speriamo fallisca col Soviet Supremo.
L'unità europea consensuale - che ha essa pure antecedenti secolari risalendo a Enrico IV dei Borboni di Francia - rimane anche oggi un'aspirazione, un oggetto di conferenze, un'occasione di viaggi diplomatici. All'atto pratico, salvo accordi internazionali più o meno estesi e impegnativi quali vengono stipulati da secoli, ogni Stato conserva la propria personalità e sovranità, ogni governo deve dipanare da solo le sue aggrovigliate matasse, ogni popolo deve trovare nelle proprie energie e nel proprio territorio i mezzi per nutrirsi, deve difendere da solo la sua moneta, valorizzare le sue capacità e il suo lavoro dinanzi agli altri e in concorrenza con gli altri. In questo travaglio un vigoroso sentimento nazionale, ossia la prontezza a sentire in comune i problemi comuni, la vigile nozione degli interessi generali e costanti, interni ed esterni del paese, è una necessità primordiale. A differenza della povertà la ricchezza non conoscere frontiere; e la coesione interna, utile ai ricchi, è indispensabile ai poveri.
Il patriottismo non è nulla di arbitrario e opinabile, è il senso stesso della difesa collettiva, è l'articolazione intelligente e generosa di ciascuno nel complesso sociale. Patriottismo è tolleranza, comprensione e amore reciproco e dignità dinanzi agli stranieri, dare ai doveri sui diritti una precedenza da cui derivano tutte le virtú spirituali e temporali. La presenza di tedeschi, inglesi e americani in casa nostra negli anni sciagurati avrebbe dovuto darci almeno una importante lezione, mostrandoci come essi, d'ogni nazione, si vogliano bene tra loro e si sostengano a vicenda, mentre un motivo della loro disistima per noi fu il toccare con mano la nostra palese e occulta dissunione, fu il ricevere a quintali denunzie anonime rette da italiani ai comandi tedeschi contro altri italiani accusati di antifascismo, e poi diretti da italiani ai comandi inglesi e americani contro altri italiani accusati di fascismo. Essi cestinavano quella spazzatura.
Oggi dobbiamo porci una precisa domanda: il Risorgimento è da considerare un evento positivo della nostra storia o è da giudicare un errore? Abbiamo noi o non abbiamo il diritto di divenire come gli altri popoli una nazione? Ci siamo uniti per risolvere insieme i problemi che, separati, non potevamo risolvere o per consumare le nostre energie nelle risse intestine? A una risposta affermativa consegue la necessità di ristabilire il principio unitario; se la risposta è negativa dobbiamo rallegrarci della repubblica.

La quale Repubblica non potrà essere che rossa o nera; l'Italia non potrà divenire se non un paese satellite di Mosca, o un paese a regime clericale che ripristinerà, salve le forme, il potere temporale, nella soggezione al protettorato americano. E’ anche possibile una Repubblica nera striata di rosso, un confessionalismo indirizzato a un bolscevismo sedicente cristiano. Ma in gioco non è solo l'essenza dello Stato liberale o totalitario, a economia privata o collettivizzata; in gioco non è soltanto la indipendenza a cui abdichiamo o abdicheremo in favore di questo o quel Grande: in gioco è la stessa unità. Il regionalismo esteso a tutto il paese segnerà le linee di frattura prestabilita che al primo urto esterno lo ridurranno in pezzi.

Sino ad ora le regioni costituite in Ente, pur tra infinite grane, conflitti di competenza, danno finanziario allo Stato, non hanno visibilmente compromesso l'unità perché due sono isole, due sono zone periferiche a contatto col corpo della penisola che conserva il suo ordinamento tradizionale, e tutte e quattro dialogano solo con la burocrazia romana, la cui tardità e pazienza serve da silenziatore alla petulanza indipendentista; ma quando l'innovazione venga estesa a tutto,il territorio, quando ogni Regione sia a diretto contatto d'altre Regioni e Roma interamente esautorata sia sommersa dal coro delle proteste, si moltiplicheranno gli attriti, si inaspriranno i particolarismi le gelosie le rivalse, e le difficoltà della convivenza toccheranno i limiti della sopportabilità. Noi siamo ancora gli italiani paragonati da Dante all'agnello « che lascia il latte - della sua madre e semplice e lascivo - seco medesmo al suo piacer combatte ».

Il regionalismo è desiderato dai comunisti perché contano di prevalere dove già hanno l'amministrazione dei maggiori comuni, e ora essi chiedono anche la soppressione dei prefetti perché il loro scopo è di disossare lo Stato. Su questa rovinosa strada i democristiani seguono la Sinistra perché la loro unità essi l'hanno nell'unità della Chiesa, perché non si curano dello Stato che non «sentono» come non «sentono» la Nazione, perché sanno che tolto di mezzo il prefetto non resterà nella provincia, anzi nella diocesi, altra autorità che il Vescovo.

La Repubblica creata dagli uomini che vollero e favorirono la sconfitta, l'umiliazione, la retrocessione della Patria, è l'anti-risorgimento. Essa è avviata a distruggere l'opera del Risorgimento. Perciò il suo avvento fu salutato con gioia dai nemici e dai falsi amici esterni e interni dell'Italia.

Senza un rinsavimento dei molti che restituisca al paese il suo centro di cristallizzazione, il suo principio di unità territoriale e di continuità storica, il dissolvimento morale e materiale giungerà sino alle ultime conseguenze: l'Italia rivestirà il costume di Arlecchino.

mercoledì 19 dicembre 2012

Mussolini marciò su Roma ma il vero golpista fu Facta


di Mario Cervi

Aldo A. Mola rilegge il 28 ottobre del '22 scaricando le responsabilità sul presidente del Consiglio. Tesi audace, troppo tenera con i SavoiaA cura di Aldo A. Mola, infaticabile ricercatore nei meandri della Storia maggiore e minore, esce ora il saggio Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce.




Inediti sulla crisi del 1922 (Edizioni del Capricorno, pagg. 376, euro 25). Il tema è dunque quello, inesauribile, della «marcia su Roma». Il volume offre abbondante materiale burocratico - verbali delle riunioni di governo, lettere ai prefetti o dai prefetti, uno stringatissimo «diario della casa militare del re» - che confermano il clima di marasma istituzionale e di dilagante violenza nel quale avvenne la presa di potere del fascismo. Con un Mussolini che nel caotico spettacolo sta una spanna sopra tutti gli altri - incluso il vecchio e assente Giolitti - per risolutezza, abilità tattica, cinismo, spregiudicata demagogia.
Come presidente del consiglio Luigi Facta, un brav'uomo piemontese controfigura di Giolitti, era del tutto inadeguato al ruolo che la Storia gli assegnò. Il 20 ottobre 1922, «mentre la convocazione del congresso del Partito Nazionale Fascista a Napoli minacciava d'incendiare il Paese il governo approvò il regolamento per la vendita di accendini e pietre focaie». Il 24 ottobre Facta aveva comunicato a Vittorio Emanuele III, illudendolo e illudendosi, che il progetto d'una marcia su Roma era tramontato. Uscì dal torpore ottimistico il 28 ottobre, quando già le camice nere avviavano il loro percorso eversivo. Il Consiglio dei ministri deliberò allora, all'unanimità, «di proporre al Re la proclamazione dello stato d'assedio». La notizia di quella misura estrema fu diramata prima che il Re desse il suo assenso. Come tutti sappiamo non lo diede, Mussolini arrogante e fremente a Milano vide schiudersi, senza bisogno d'ulteriori azioni, la strada verso Roma: dove arrivò in vagone letto e dove le sue squadre s'aggirarono per poco, prima d'essere rimandate a casa.
Monarchico convinto - oltre che fervente giolittiano - Mola enuncia e ribadisce in queste pagine una tesi che è storicamente minoritaria e che personalmente non condivido. La tesi cioè che sia per la marcia su Roma sia per gli ulteriori atti del fascismo il Re si sia attenuto scrupolosamente allo statuto albertino, abbia esercitato i suoi poteri, abbia adempiuto i suoi doveri.
Cito Mola: «Ne fosse o meno consapevole, quando dette per scontata l'approvazione dello stato d'assedio da parte del Re fu Facta a compiere l'unico colpo di Stato davvero tentato il 28 ottobre 1922: l'esautoramento del sovrano e delle sue prerogative statutarie». Impostato così il problema delle responsabilità, e trasferita la colpa insurrezionale dalle rumoreggianti squadracce a Facta e ai suoi ministri, Mola vuole anche smentire chi attribuisce il rifiuto del Re al timore d'un avvento, in sua vece, del Duca d'Aosta, e a esitazioni delle forze armate. Vittorio Emanuele III umiliò il governo in carica e agevolò la cavalcata fascista sulla capitale perché lo stato d'assedio «gli venne proposto da un governo ormai dimissionario e quindi in carica per l'ordinaria amministrazione, cioè inadeguato a fronteggiare un'emergenza di quella portata». Lo stato d'assedio, insiste Mola, avrebbe impedito una soluzione statutaria della crisi.
Rispetto l'opinione di Mola, limitandomi a rilevare che il Re, a San Rossore, doveva sapere dei telegrammi che Facta inviava ai prefetti. Come a quello di Pisa, il 26 ottobre. «Vi sono fondati timori che sia imminente un moto rivoluzionario fascista contro uffici e organi governativi. Governo dispone che qualora ciò si verifichi, dopo esperito ogni altro mezzo, si faccia uso delle armi». Se non era lo stato d'assedio, ci somigliava molto.
Con le mie obiezioni all'impostazione di Mola non voglio in alcun modo riabilitare una dirigenza politica che si lasciò sopraffare - per ignavia, incapacità, incertezza - da un Mussolini che aveva tutte le qualità mancanti a Facta e compagnia. Ma l'idea che l'itinerario della monarchia - dalla marcia su Roma al Tribunale speciale, alle leggi razziali e allo sciagurato coinvolgimento nella guerra - sia avvenuto nel pieno rispetto della legalità non mi convince nemmeno un po': di sicuro sarebbe stato molto rischioso per il Re opporsi all'Insonne che aveva anche un vasto consenso popolare. Optò per la prudenza e la rassegnazione, non per lo Statuto.

venerdì 14 dicembre 2012

Umberto Ambrosoli: 'Non sono di destra'

... non sono monarchico.

di Roberto Di Caro


«Sì, mio padre era monarchico e anch'io ho fatto parte da ragazzo di gruppi tradizionalisti e ordini cavallereschi. Ma nel mio pantheon ci sono Pertini e la Iotti». Parla lo 'strano candidato' del centrosinistra per la Lombardia.
[...]

E quell'altro comunista, "Berlinguer chi, il padre della giornalista?", che oggi nessuno nomina più? 
«Io lo cito senza alcun imbarazzo, per la sua visione di cosa può essere anche oggi la sinistra».

Vivaddio! Ci voleva uno come lei, di formazione monarchica... 
«Un momento. Che i miei genitori si siano conosciuti all'Umi, Unione monarchica italiana, è un fatto. Che il mio nome, Umberto, venga dal senso dato alle circostanze di quell'incontro, anche. Ma io non ho mai militato in formazioni politiche monarchiche. E' un modello istituzionale che reputo anacronistico». 

Ho letto che da ragazzo frequentava la sede milanese di via Donizetti. 
«Non rammento di esserci mai stato. E' vero invece che a 14 anni, nel rispetto della memoria di mio padre, ho fatto parte di una associazione non politica ma di conservazione della tradizione. E in seguito di un ordine cavalleresco intitolato, se non ricordo male, ai santi Maurizio e Lazzaro. Facevamo beneficenza. Mi ci portò l'avvocato Lodovico Isolabella (sponsor di Pisapia sindaco di Milano, già leader dei monarchici milanesi, tuttora dominus dello studio professionale dove Ambrosoli esercita, ndr.), delegato degli Ordini cavallereschi lombardi. Lasciai dopo l'arresto di Vittorio Emanuele di Savoia nell'inchiesta di Potenza: il riferimento storico di quegli Ordini era comunque la real casa, e quella vicenda ne aveva definitivamente tradito il significato». 
[...]
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/ambrosoli-non-sono-di-destra/2195886/24


Non fu una marcia dei Savoia


Articolo di Giuseppe Lombardo, pubblicato sul suo blog, Controcorrente, il 28 Ottobre 2012, nell'anniversario della Marcia su Roma.
L'autore, cortesemente, ci autorizza alla ripubblicazione sul nostro blog e di questo lo ringraziamo vivamente oltre a fargli i nostri complimenti.




Come spesso accade, quando un opinionista si interessa di storia e pretende di scrivere tesi che abbiano una validità scientifica, sovente questi incede in giudizi che hanno una particolare peculiarità: quella di essere frutto di un’elaborazione molto parziale, di un conformismo asfissiante, di una sorta di cappa anacronistica che si rovescia, fra l'altro con costante puntualità, in una eterogenesi dei fini. Come era ampiamente prevedibile, in tale prospettiva è stata affrontata e rivisitata la ricorrenza storica dell'anniversario della marcia su Roma. Nel denunciare il “golpe autorizzato”, sulle colonne del Fatto Quotidiano, Angelo d’Orsi ha scritto: «L’ascesa al potere di Mussolini fu effetto non della capacità militare dei fascisti, quanto del tradimento dei suoi doveri costituzionali perpetrato dal capo dello Stato, il re Vittorio Emanuele III, complice l’inettitudine della classe politica, pronta all’abbraccio, rivelatosi poi mortale, con i fascisti, oppure convinta che si trattasse di un fenomeno transitorio e trascurabile. Fu dunque un atto eversivo, ma con il consenso dell’autorità, dai più alti gradi, fino alle sedi periferiche del potere civile e militare, largamente occupate dagli squadristi, senza incontrare resistenza» (Sabato 27 Ottobre, p. 22). Vero solo in parte. Tento di replicare sulle colonne di questo blog, nell’attesa che la grande stampa interpelli esimi ordinari di prestigiosi atenei, affinché possano portare un contributo al dibattito sicuramente più autorevole di quello espresso dal sottoscritto.
Le ragioni che hanno portato all’esilio del monarca, alla fine del secondo conflitto bellico mondiale, sono perlopiù legate all’epilogo della guerra, per l’appunto, e non, come spesso si sostiene, al ruolo e alla contiguità di Casa Savoia con il golpe mussoliniano. La genesi del fascismo ha una storia costituzionale profondamente diversa e parte dalla crisi degli strumenti di difesa dello Stato messi a disposizione dallo Statuto albertino. Facciamo un passo indietro e poniamoci un quesito: in quale clima Benito Mussolini organizzò la prova di forza delle camicie nere, prova di forza che avrebbe spianato la strada alla dittatura prima ed al Ventennio poi? Ebbene, all’alba dell’ottobre del 1922 tre questioni si presentavano all’ordine del giorno nell’agenda di governo: il caro pane, la questione adriatica di Fiume e della Dalmazia ed il rischio di un’incombente sedizione militare che cavalcasse il facile slogan della vittoria mutilata. Quest’ultimo punto, in particolare, suscitava il malumore ed i brontolii degli ex combattenti. A fronte dei paventati scioperi del biennio rosso, si diffuse sempre più una crescente preoccupazione fra gli industriali, gli agrari ed i ceti medi, una preoccupazione che poteva essere domata soltanto da un’energica direzione al governo dello Stato. Questo era un elemento riconosciuto dai quadri dirigenti dell’allora Parlamento e ciononostante nessun esponente politico di primo piano sembrava sfiorato dall’idea che fosse ormai giunto il momento di varare provvedimenti ad hoc.
Nel contesto di straordinaria difficoltà e di generale impasse innescata dalle dimissioni di Bonomi, Giolitti – eminenza grigia della politica italiana pre-fascista – suggerì per la guida del Gabinetto il nome di Luigi Facta, che coniugava una modestissima esperienza ministeriale con una riconosciuta incapacità politica. Posto alla guida di un esecutivo fragile, frazionato in molteplici componenti e da forze in antitesi fra loro, Facta non lesinò lusinghe al rampante Benito Mussolini, premendo insistentemente affinché potesse accettare la carica di Ministro degli Interni. Attorno al leader dei fasci di combattimento si era composto un composito accorpamento di tre gruppi sociali: gli ex combattenti, gli agitatori futuristi e i lettori “trasversali” del Popolo d’Italia. Ne sarebbe venuto fuori un movimento antipolitico di massa, ma forse sarebbe più corretto esprimersi secondo la dizione dell’antiparlamentarismo. In questo spazio quanti erano stati in trincea cercarono il sostegno per un difficile reinserimento nella vita civile di un paese ancora agricolo, che non prometteva loro nulla di buono, neanche il miraggio del riscatto sociale. Come ha giustamente sottolineato Roberto Martucci, questa enorme massa non poteva sentirsi rappresentata dalla vecchia classe dirigente liberale, responsabile di una guerra mai voluta e combattuta senza un fine.

Ora, sarebbe stato plausibile che il capo supremo delle forze armante, punto di riferimento dei combattenti smobilitati, prendesse posizione contro quella che per lui era l’Italia del Vittorio Veneto per togliere le castagne dal fuoco ad un ceto politico rivelatosi incapace? Di più: il futuro Duce, allorquando millantava un’efficiente organizzazione militare, utilizzava la retorica bellicista per trattare in segreto con Giolitti, Facta e Nitti, chiedendo dai quattro ai cinque portafogli ministeriali. Vittorio Emanuele III era a conoscenza degli scambi.
Perché allora il sovrano non firmò il decreto che avrebbe sancito lo Stato d’assedio ed avrebbe impedito all’Italia di cadere nelle mani di un governo autoritario e nazionalista? Innanzitutto lo Stato d’assedio rappresentava, a norma di Statuo, uno strumento d’intervento eccezionale, deciso dal Governo a tutela dell’ordine pubblico in situazioni di estrema emergenza. La dichiarazione implicava l’immediata nomina di generali quali Regi Commissari: essi sarebbero dovuti subentrare ai prefetti divenendo superiori nel rango ad ogni sindaco. Inoltre si sarebbe dovuta sospendere l’amministrazione della giustizia penale ordinaria, con divieto assoluto per l’Autorità giudiziaria di procedere nell’espletamento di qualunque atto, esautorata nelle proprie funzioni da appositi Tribunali militari. Questi avrebbero potuto ricorrere alle immediate fucilazioni qualora avessero avuto anche il vago sospetto di una minaccia posta all’ordine pubblico. I criteri erano decisamente elastici: la passata per le armi poteva essere sancita anche per quanti fossero stati trovati dalla forza pubblica in assenza di documenti d’identità personale in zone considerate pericolose. A corollario vi era la chiusura di scuole ed università, oltre la censura sulla stampa.
A questo punto è legittimo chiedersi: 1) perché Vittorio Emanuele avrebbe dovuto ricorrere a misure così onerose quando Benito Mussolini era considerato un papabile alleato di governo da parte di tutte le forze liberali presenti nel quadro sistemico? 2) Quale governo avrebbe dovuto gestire un simile scenario, posta la conclamata incapacità della classe dirigente nell’ordinaria amministrazione? 3) Come si sarebbe potuto poi arginare lo strapotere dei militari in seguito alla revoca dello Stato d’assedio?

http://giuslom.blogspot.it/2012/10/non-fu-una-marcia-dei-savoia.html