NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 29 maggio 2012

La Monarchia Sabauda ed i problemi sociali - V parte

V - IL PIEMONTE DI CARLO ALBERTO E DI VITTORIO EMANUELE II
di Vincenzo Pich


Molto avevano giovato i provvedimenti edilizi di Vittorio Emanuele I all'espansione della città, eppure, il 27 aprile 1831, quando Torino acclamò il nuovo Re Carlo Alberto, l'aumento ininterrotto della popolazione (1821: 89000 abitanti; 1831: 127000) aveva impedito la risoluzione della crisi delle pigioni, fonte di non indifferenti guai per i cittadini più :poveri. La realtà era che, nonostante l'« aspro vincolismo » della Restaurazione, Torino appariva « una città piena di attività economiche » (14).


Occorreva però che il nuovo Re rompesse finalmente ogni legame con tradizioni anacronistiche e preparasse il terreno per la ascesa economica e sociale del Piemonte; e così avvenne...

« Primo tra gli Stati italiani ad uscire decisamente dalla decadenza e dalla stagnazione, in cui la Restaurazione li avrebbe gettati, fu quello cui le sorti dell'indipendenza italiana andranno più intimamente legate: il Piemonte...

La resurrezione economica del Piemonte che raggiungerà il suo, climax tra il 1849 e il 1859, durante il governo dei ministeri D'Azeglio e Cavour, s'inizia ora, in questi anni, ed essa avrà non piccola importanza nella formazione di quella classe sociale - quella grande borghesia commerciale, quella nuova borghesia industriale, quella piccola borghesia consumatrice, brarnosa di :prodotti a buon mercato -, che condurranno quel paese al governo d'Italia.

Il merito della resurrezione economica piemontese spetta in primo luogo, per tempo e per merito, ai governi di Carlo Alberto (1831 -1849)... » (15).

Furono costruiti porti, strade, canali, liberalizzato, il commercio estero, ridotti i dazi sui generi più importanti, stipulati innumerevoli trattati di commercio e navigazione costituita la benemerita « Associazione Agraria Subalpina » (1842), risollevata l'industria, serica laniera, del cotone, del lino, della canapa, delle porcellane, dei metalli...

Dal 1850, la politica economica di Cavour, che rese possibile il successo, della seconda guerra di indipendenza, non fu che la continuazione « degli anni memorabili del governo di Carlo Alberto » (16).

Lo sviluppo industriale, seppure assai inferiore a quello di altri Paesi dalla storia meno tormentata e dalle risorse più favorevoli, cominciava a gettare il seme di quella questione sociale che meglio, si profilerà negli ultimi decenni dell'800 e nel '900. « Un profugo francese socialista, il Coeurderoy, che fu a Torino nel 1854, ci parla della miseria gravissima che vi si riscontrava. Salari bassi: operai rattristati dalla miseria. Il Cocurderoy ne accusava l'incapacità della politica liberale, sostanzialmente antidemocratica... il milanese Maurizio Macchi. A Torino, fondò una società di operai e diresse un giornale, il « Proletario », -con evidente tendenza -socialista... Naturalmente le questioni politiche erano al centro dei pensieri della popolazione torinese vecchia e nuova... » (17). A ciò si aggiunga che la popolazione torinese, salita a 136000 abitanti nel 1848, nel 1850 era di 160000 e nel 1854 di 178654, compresi i borghi e il contado, il che parlava in modo molto significativo a favore della vitalità singolare della capitale sabauda, politicamente ed economicamente all'avanguardia tra tutte le città italiane, nonostante talune angustie sociali dovute all'affermarsi iniziale della civiltà industriale.

Popolarissimo fu Vittorio Emanuele II: « i suoi modi schietti, l'uso regolare del dialetto con piccoli e con grandi, il suo girare a piedi per la città, le sue frasi argute e vivaci presto piacquero... Per i Torinesi il re è semplicemente " Vittorio " quando non si usa il familiaresco " Toju " ... » (18).

Vittorio Emanuele II era democratico non per calcolo, ma per istintiva bontà. Le preoccupazioni dominanti del « Padre della Patria » andavano ai problemi politici e militari, alla cui soluzione egli personalmente concorse assai più di quanto generalmente si creda, ed era naturale che così fosse, perché furono quelli gli anni decisivi della causa nazionale; ma, se fosse vissuto in tempi pacifici ed in una società industrialmente più evoluta, quanto avrebbe sentito i problemi dei lavaratori, quanto avrebbe contribuito, con slancio sincero, al loro ingresso nella, vita attiva dello Stato democratico! Soprattutto sotto l'aspetto umano, egli fu un grande, un grandissimo Re, il più grande e insuperabile forse della storia italiana, anche di quella a venire, se ci accadrà la fortuna di riavere un giorno la nostra Monarchia.

La dimostrazione più significativa della lungimirante attività dei governi di Vittorio Emanuele II, prima della proclamazione del Regno, fu data dalle grandi opere pubbliche promosse dal Conte di Cavour, prime tra esse le costruzioni ferroviarie, tanti che « in pochi anni furono costruite tutte le linee che ancora oggi costituiscono la rete principale delle ferrovie piemontesi »; altra grande opera il canale Cavour. Cresceva il disavanzo del bilancio, il debito pubblico, ma « in compenso gli indici di una più intensa, proficua attività economica si facevano sempre più evidenti... » (19).

Memori della tradizione esemplare nata con Emanuele Filiberto, il Re e i ministri, con allo testa il grande Conte, attribuivano la più grande importanza allo sviluppo economico, ritenendolo base di una società evoluta e quindi più attaccata alle conqui,ste liberali e democratiche maturate durante il Regno di Carlo Alberto: tale società, animata da un elevato senso del dovere e da una realistica consapevolezza del presente, costituiva la pietra di paragone per tutti gli italiani desiderosi di una Patria unita, libera e indipendente: ma, senza lo sviluppo economico del Piemonte, illusorio sarebbe stato il pensiero di fare l'Italia partendo da Torino.


(14) FRANCESCO COGNASSO: « Storia di Torino », Martello, Milano, 1959, pag. 478 e seguenti.

(15) CORRADO BARBAGALLO: « Le origini della grande industria contemporanea », La Nuova Italia, Firenze, 1951, pag. 411.

(16) CORRADO BARBAGALLO, opera citata, pagg. da 411 a 415.

(17) FRANCESCO COGNASSO, opera citata, pag. 529.

(18) FRANCESCO COGNASSO, opera citata pag. 534.


(19) GINO LUZZATTO: « Storia economica dell'età moderna e contemporanea - Parte seconda: l'età contemporanea », CEDAM, Padova, 1948, pagine 321, 322, 323.



sabato 26 maggio 2012

La Monarchia Sabauda ed i problemi sociali - IV parte


IV - LA RIVOLUZIONE, FRANCESE E LA RESTAURAZIONE
di Vincenzo Pich

La rivoluzione francese venne come un turbine a sconvolgere tutta l'Europa; difficile affermare se essa abbia accelerato il corso di trasformazione della società europea, già avviato dall'illuminismo e dalle riforme dei Sovrani illuminati, oppure l'abbia arrestato, perché la Restaurazione rappresentò generalmente un ritorno al l'antico e, solo dopo alcuni decenni, sfociò nei mutamenti che un diverso sviluppo della storia poteva anche far maturare prima.

« Nello stesso tempo in cui molte città approfittarono della caduta del regime napoleonico per rimettere in vigore gli istituti più caratteristici del vecchio esclusivismo municipale, anche molti altri ceti privilegiati, e in particolare la  nobiltà terriera di alcune provincie del Piemonte e del Mezzogiorno d'Italia, che mal si adattavano alla perdita degli antichi diritti feudali interpretarono la restaurazione delle vecchie dinastie come il ritorno puro e semplice a sistemi di organizzazione sociale e di politica economica, che l'azione riformatrice della seconda metà del Settecento e le leggi del periodo napoleonico sui feudi e demani dell'Italia meridionale avevano cominciato a sgretolare od a trasformare.

Perciò il primo decennio della Restaurazione è anche in Italia, e anzi in Italia più che altrove, un periodo di gravi difficoltà economiche, di tentativi di ritorno all'antico, di arresto o almeno di grande lentezza nello sviluppo...

La parte del tutto prepondera:nte che spetta all'agricoltura nell'economia italiana resta pressoché immutata nel periodo della Restaurazione, durante il quale i progressi dell'industria, pur non mancando del tutto, sono estremamente ;lenti. La politica di Napoleone aveva lasciato l'industria in tutta l'Italia, e nella stessa Lombardia, più favorita delle altre regioni in uno stato di grave depressione... » (12)

Dopo, venticinque anni di guerre e dominazioni straniere, Torino era in condizioni molto difficili: grande la miseria del popolino; gravi gli effetti della crisi dei bozzolì (1817) per contadini, operai e borghesi; in aumento il numero dei mendicanti. A ciò si aggiunga che, se l'incremento della popolazione di Torino (1791: 94489 abitanti; 1799: 80752; 1802: 66366; 1813: 68900; 1816: 88287), rispetto alla diminuzione del periodo napoleonico, non rappresentava un' indice negativo, esso creava il problema dell'insufficienza edilizia e delle pigioni troppo alte. Il Re sentiva ì bisogni della popolazione e non tradiva la secolare :premura della sua Casa verso gli affanni dei più poveri: si distribuirono minestre e pani, si colpirono gli usurai e gli incettatori di grano, si promosse e facilitò la costruzione di nuove case nei quartieri di via Po e piazza Vittorio Emanuele, mentre si palesava la volontà di non appesantire il carico tributario nell'int,ento di sanare il disavanzo del bilancio (13).

Il Sovrano era spinto da sincero affetto per il suo popolo: non poteva dimenticare che solo una minoranza aveva parteggiato, per i francesi: ambienti di aristocrazia e borghesia irrequieta, avventurieri, gruppi di contadini agitatì contro l'autorità legittima da provocatori francesi, con il pretesto di rivendicazioni sociali.

Ma, sia sotto Vittorio Emanuele I che -durante il Regno del più severo e austero Carlo Felice, il Piemonte non riuscì a, sottrarsi a quel ristagnare, a quel ritornare indiseriminatamente, all'antico, a quel vivere tranquillo in sè, che erano state le caratteristiche fondamentali dei primi anni della Restaurazione. Se tale situazione era comprensibile all'indomani della caduta di Napoleone, dopo anni di vicende sconvolgenti, essa non poteva perdurare a lungo, se non con l'effetto di un declino irrimediabile. La Divina Provvidenza non permise che gli eventi seguissero la china sulla quale s'erano posti, e con Carlo Alberto, assai prima che il Sovrano accordasse lo Statuto ed aprisse la serie delle guerre -di indipendenza, indicando una sicura via di rinascita a tutti gli italiani, già le cose erano migliorate: i Savoia Carignano erano, destinati ad interpretare e a tradurre in atto quella sete di novità, quel bisogno di muoversi dalla mediocrità e dall'arretratezza, quel rinnovamento della società piemontese, che precedettero la realizzazione dell'unità e dell'indipendenza italiana, i grandi progressi politici, economici e sociali della seconda metà dell'800 e dei primi due decenni del nostro secolo.


(10) Carlo Emanuele IV, salito al trono alla morte del padre, il 16-10-1796.
(11) ~NICCOLO' RODOLICO- « Storia degli Italiani », Sansoni, Firenze, 1954, pag. 429.

(12) GINO LUZZATTO: «Storia economica dell'età moderna e contemporanea - Parte seconda: l'età contemporanca», CEDAM, Padova, 1948, pagine 235, 236, 238.
(13) FRANCESCO COGNASSO: « Storia di Torino », Martello, Milano, 1959, pagg. 442, 443, 444.

venerdì 25 maggio 2012

Il libro di Corrado Giusti


Ci permettiamo di (ri)segnalarvi il libro sul referendum del Nostro Amico Dottor Corrado Giusti sul referendum istituzionale.  Completo, di agevole lettura, fornisce una rapida quanto esaustiva panoramica sugli avvenimenti che ci hanno portato a questa infelice repubblica.

Recensioni

« L'argomento relativo al referendum istituzionale dei 2-3 giugno 1946 viene affrontato, nei libri di scuola (compresi quelli universitari), in maniera piuttosto superficiale. Quando Corrado Giusti ha iniziato a fare una ricerca approfondita sull'argomento si è trovato di fronte ad una serie di difficoltà oggettive: notizie frammentarie o dei tutto insufficienti; scarsa documentazione scientifica; scritti falsi e tendenziosi; giudizi affrettati o poco obiettivi, espressi da storici o da pseudo-storici di entrambe le parti in causa. Come mai tanto mistero? Perché è così difficile sapere cosa accadde? E soprattutto: cosa accadde veramente? Dalla ricerca sono emersi fatti che mettono in discussione la legalità stessa dei referendum. Ecco perché si è resa necessaria la stesura di questo libro, che ha, come unico intento, quello di fare chiarezza, di rendere accessibili a tutti le minuziose informazioni raccolte. Ne è venuta fuori una ricostruzione a metà strada tra lo storico ed il giornalistico, che racconta gli episodi che vanno dal giorno in cui fu decisa la data dei referendum fino all'annuncio dei risultati definitivi dei 18 giugno 1946. Il tutto è arricchito da lettere autentiche, da dichiarazioni di quel periodo, da un'interessante appendice documentaria (che riporta tutti i decreti, i conteggi parziali e totali e la composizione dei quattro governi che si sono succeduti dal 18 giugno 1944 al 10 luglio 1946) e da foto d'epoca [ ... ]». Giusy Vaccaro [Recensione pubblicata sulla rivista dell'I.N.G.O.R.T.P. Guardia d'Onore di maggio-giugno 2005]

Ho trovato il libro di Corrado Giusti molto interessante. Sull'argomento sono 60 anni che aleggiano misteri, fioriscono polemiche e vengono posti interrogativi in ordine alla regolarità o meno dello svolgimento dei referendum istituzionale dei 2 e 3 giugno 1946. 1 fatti e le circostanze, nel tempo, hanno assunto toni sempre più sfumati ed il Re, la Monarchia, i Savoia appaiono oggi lontanissimi dal nostro vissuto. Negli ultimi anni il tema, in qualche modo, è stato ripreso, ma in toni quasi mondani, in relazione alla decisione di consentire agli eredi di Re Umberto di tornare in Italia. In tale contesto ho giudicato il libro di Giusti interessante, perché è serio, corretto, documentato e non ha la pretesa di dare risposte e non è pervaso dalla moda dei revisionismo storico «a tutti i costi».-La sua funzione mi è sembrata quella giornalistica di alto livello, con il fine di risvegliare e stimolare gli interessi degli amanti della storia, nella speranza che prima o poi - sopite le passioni - tali interessi possano fare luce sui cosiddetti misteri, consentendoci, anche in questo caso, di rileggere la nostra storia senza polemiche e senza condizionamenti di parte. Gíancarlo Mambor [Recensione pubblicata sulla rivista dei ]'Associazione Nazionale Carabinieri Le Fíamme d'Argento di dicembre 2005]

Una rivisitazione molto originale e documentata delle vicende dei referendum istituzionale, il cui esito è sempre stato contestato dai monarchici. Uno studio pacato degli avvenimenti, con una particolare attenzione alla figura dei Re Umberto II. Ampia rassegna fotografica [Recensione pubblicata sulla rivista Agenzia di Stampa FERTdi febbraio 2006]

Il libro dei Dott. Giusti è decisamente interessante; offre spunti di riflessione in merito al referendum istituzionale dei giugno 1946, un tema, in passato, presentato spesso in maniera incompleta, forse faziosa e apre una diversa prospettiva sui fatti accaduti. L'autore tratta l'argomento in maniera seria, con sagace cura in ogni dettaglio, dopo aver condotto una scrupolosa indagine negli Archivi di Stato, esaminando dichiarazioni dell'epoca e documenti (vísionabili in quanto allegati). Ha quindi ricostruito gli eventi, ma anche il clima e l'atmosfera di quel periodo, mettendo a fuoco con lucidità i sentimenti degli italiani e i retroscena non dei tutto svelati. Belle e commoventi le pagine dedicate ai martiri di Via Medina, a Napoli, tutti giovanissimi; pagíne drammatiche su cui è caduto il silenzio. Anche le foto d'epoca, di cui il libro è corredato, sono suggestive. Si evince, dalla lettura dei libro, la curiosità intellettuale che contraddistingue gli storici, persone che non si fermano alle apparenze e non solo, che ci invitano a saperne di più per riflettere, capire e non dimenticare. Maria Rosaria Miraglia

Con questo interessantissimo libro l'autore riapre una delle pagine più controverse e sempre attuali della nostra storia recente, quella relativa al referendum istituzionale dei 2-3 giugno 1946. Egli affronta l'argomento con la curiosità di chi vuoi capire come andarono davvero le cose e squarcia un velo su pagine volutamente dimenticate, come, ad esempio, quella relativa ai martiri di Via Medina, una vera e propria strage di Stato rimasta impunita, che la dice lunga sul clima che si respirava in Italia in quei giorni tumultuosi. Il libro è ben scritto ed è curato nei minimi particolari. Ne consiglio caldamente la lettura. Fiammetta Moscatelli

martedì 22 maggio 2012

I carabinieri: ecco i veri tecnici


In Campania due carabinieri, un generale in pensione e un giovane ufficiale, hanno risanato due aziende sanitarie coperte dai debiti. Ma se ne parla troppo poco...


È passato inosservato un caso doppio e incoraggiante che provieneda una delle più scoraggianti regioni del sud, la Campania. Un anno e mezzo fa, la Regione Campania, visto il buco gigantesco della sanità, in particolare a Napoli e Salerno, che credo avesse il record italiano, decide di chiamare due commissari, due tecnici molto speciali.
Un generale dei carabinieri in pensione e un giovane ufficiale dell'Arma, due Maurizi, Scoppa e Bortoletti. I due militi hanno risanato le loro aziende sanitarie con risultati sorprendenti: abbassato il debito, pagati in tempi ragionevoli i creditori, tagliate spese assurde, come le spese legali (a Salerno costavano 165 milioni, la Sanità curava più gli avvocati che i malati).
A luglio sono in scadenza e trattandosi di un commissariamento a tempo, probabilmente non saranno riconfermati, e questo sarebbe un peccato. Però mi chiedo: perché non se ne parla, perché la Campania è guidata dal centro-destra? Ma soprattutto mi chiedo: e se il modello campano fosse esportato nel resto d'Italia, a cominciare dalla vicina Puglia di Vendola? E se fosse un'idea anche a livello nazionale? Per carità, non sto rimpiangendo il golpe De Lorenzo, il Piano Solo di 50 anni fa, le sciabole e i colonnelli. E so che anche i carabinieri hanno i loro guai. Però, pur nel degrado generale, i carabinieri sono tecnici che non rispondono allo Straniero o alla Banca, ma allo Stato e all'Amor Patrio. Sono meglio motivati. E tra loro ci sono fior di eccellenze (anche in altri corpi). Alla fine, ci salveranno i Carabinieri?

lunedì 21 maggio 2012

La Marcia su Roma? Servì a Mussolini per rassicurare l’Italia


Ma cosa sarebbe accaduto se il Re avesse firmato lo stato d’assedio e avesse impedito la Marcia su Roma? Ci sarebbe stata la guerra civile, i rossi sarebbero accorsi a dar manforte ai militi che fino al giorno prima sputavano o si sarebbero alleati ai fascisti? Non ci sarebbe stato il fascismo? Domande di patafisica che mi ponevo l’altro giorno a Gorizia, parlando della Marcia su Roma novant’anni dopo, al Festival «èStoria».
Cosa fu la Marcia su Roma? Una controrivoluzione preventiva, come scrisse l’anarchico Luigi Rossi e dissero i comunisti? Un colpo di stato, come scrisse Missiroli? Una crisi parlamentare con salutare soluzione extraparlamentare, come pensò Croce? Una rivoluzione indolore, senza vittime e senza caos, come poi disse il Re? Un’insurrezione che poi diventò regime, come scrisse Mussolini? Una rivolta solo minacciata, una parata con prova simulata di rivoluzione? Sul piano dei fatti la Marcia su Roma fu tutto questo. Ma nel suo significato politico la Marcia su Roma fu una «rivoluzione rassicurante». Così fu concepita dal suo Capo. Fu una rivoluzione rassicurante perché volle rassicurare il Paese e il suo establishment, il popolo e i “palazzi”. Già dal 1921 il rivoluzionario Mussolini aveva lasciato i toni antisabaudi, anticlericali e antiborghesi. Con la Marcia rassicurò la Corona, lo Stato, le Istituzioni, le forze armate e i militi, la Magistratura, la Chiesa, la Borghesia, il Capitale, e pure il Parlamento, fece un governo di coalizione. E rassicurò gli italiani che si sarebbe ripristinata la legalità, l’ordine pubblico, la vita normale, la sicurezza sociale.
«Tutto funzionò in quei giorni - disse sette anni dopo il Re - non ci furono vittime, le scuole restarono aperte, i tribunali, i magistrati fecero il loro dovere, gli operai andarono ugualmente fiduciosi a lavorare». La rivoluzione, per il Re, riportò ordine nel «popolo più indisciplinato della terra»
.[...]

domenica 20 maggio 2012

Una notizia a lungo attesa! La Costituente Monarchica


UN PROGETTO PER L'ITALIA

CONVOCAZIONE DELLA COSTITUENTE MONARCHICA

Noi, esponenti di associazioni e movimenti monarchici, abbiamo deciso di impegnarci assieme in un progetto politico unitario per restituire dignità e benessere alla Nazione Italiana da decenni mal governata da partiti che si sono rivelati dei comitati d'affari spesso al centro di malversazioni e illeciti.

Riteniamo sia giunto il momento di rifondare lo Stato su nuove basi, eliminando gli innumerevoli sprechi e allegerire la pressione fiscale, defenestrando la nauseabonda casta al potere e tornando alla bella politica che è servizio per la collettività e non il perseguimento di interessi privati.

Siamo consapevoli che la gravissima crisi del sistema costituzionale e dell'economia nazionale è stata largamente determinata da una classe politica autoreferenziale, inetta, scandalosamente privilegiata, capace di imporre pesanti sacrifici agli italiani senza riuscire a garantire sicurezza e certezza del lavoro, tutela della famiglia, della proprietà privata e del risparmio. 

Non è un caso che più del 40% dei cittadini diserti le urne considerandosi non rappresentati o traditi. Moltissime famiglie italiane sono cadute in una situazione di povertà e tantissime altre, stante l'alto tasso di disoccupazione e l'irresponsabile inasprimento della pressione fiscale, già da quest'anno, non riusciranno a mantenere il livello di benessere che avevano raggiunto, con un crollo del livello dei consumi nazionali e ulteriore recessione. 

Crediamo che l'Italia abbia bisogno di un nuovo Risorgimento al quale i MONARCHICI, debbano, a pieno titolo contribuire, nella proposta di un progetto politico per il rinnovamento della società, dell'economia, della cultura, per la riforma dello Stato, per una ridefinizione del ruolo dell'Europa costruita lontano dalle necessità della gente e molto vicina agli interessi di pochi, nel perseguimento della sicurezza dei cittadini e della difesa dell'identità Nazionale, nella valorizzazione delle tradizioni ed economie delle comunità locali, contro la globalizzazione ed i poteri forti del mondialismo.

E' PERTANTO CONVOCATA L'ASSEMBLEA COSTITUENTE MONARCHICA CHE DARA' VITA AD UN NUOVO SOGGETTO POLITICO, PER COSTRUIRE ASSIEME IL NOSTRO FUTURO, SOTTO IL SIMBOLO DI STELLA E CORONA, GARANZIA DI AZIONE POLITICA CRISTALLINA E DI AMORE PER LA PATRIA.

L'ASSEMBLEA COSTITUENTE " è fissata per i giorni 13 e 14 ottobre a Roma presso la sala ex ASI di Via Fracassini. I dettagli della manifestazione saranno resi pubblici prossimamente. 

Tutti coloro che amano l'Italia e intendono contribuire ad un nuovo Risorgimento, apportatore di benessere e felicità, sono invitati a comunicare a contattare questo comitato promotore e a fornire il loro contributo.

I PROMOTORI DELLA COSTITUENTE MONARCHICA

Ing. Andrea di Gropello, Avv. Roberto Vittucci Righini, Prof. Lorenzo Beato, Dott. Antonio Buccioni, Dott. Franco Ceccarelli, Alberto Claut, Dott.Gian Piero Covelli, Dott. Ugo d'Atri, Avv.Massimo Mallucci e Dott. Angelo Novellino.

Hautecombe, Mausoleo- Abbazia dei Savoia


L'abbazia cistercense di Hautecombe (Savoia,Rhône-Alps, Francia) si raggiunge sia dal lago che in auto. Il lago è quello di Bourget, che ci accompagna lungo tutto l'itinerario che effettuiamo in automobile provenendo da Chambery (27 chilometri circa). Dal lago probabilmente, l'atmosfera sarebbe ancor più magica ma anche così non è male...
Immersa in una natura rigogliosa e abbondante di acqua, con cascatelle che tintinnano scendendo dal monte, i prati, il lago e gli uccellini che cantano ad ogni ora, è il posto giusto per ritrovare la pace interiore. I Savoia, dal 1300, ne avevano fatto il loro mausoleo, non certo a caso. 


[...]

Sondaggio, sale sostegno alla monarchia Britannica

(ANSA) - LONDRA - Otto britannici su dieci sostengono la monarchia, stando a un sondaggio reso noto oggi nel Regno Unito, secondo il quale l'aumento di popolarita' della casa reale e' dovuto all'effetto del matrimonio di William e Kate e per il Giubileo di diamante della regina Elisabetta. Una minoranza, il 13%, e' invece convinta che il Paese debba diventare una repubblica. La rilevazione e' stata condotta da Ipsos Mori su un campione di circa mille britannici e pubblicato dal Daily Telegraph.

http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Esteri/sondaggio-sale-sostegno-monarchia/19-05-2012/1-A_001581652.shtml

sabato 19 maggio 2012

L’ORDINE DEI SANTI MAURIZIO E LAZZARO



440 anni di Storia e di Tradizione
 (1572-2012)
di Gianluigi CHIASEROTTI

Cade quest’anno il quattrocentoquarantesimo anniversario della nascita dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, uno degli Ordini squisitamente dinastici della Real Casa di Savoia [gli altri sono l’Ordine Supremo della Santissima Annunziata, di cui cadono i 650 anni dalla fondazione (1362-2012), l’Ordine Civile di Savoia e l’Ordine al Merito di Savoia].
Ma più che di una “nascita”, si deve parlare di una “restaurazione”, o meglio di una “unificazione” in quanto entrambi gli ordini (di San Lazzaro e di San Maurizio) di già esistevano, e fu il duca Emanuele Filiberto di Savoia “Testa di Ferro” (1528-1580) a volerne quanto sopra.
L’Ordine di San Maurizio sorse per opera del duca Amedeo VIII di Savoia “il Pacifico(1383-1451), il quale, ritiratosi dagli affari dello Stato, andò a vivere, come un anacoreta, nel monastero di Ripaglia (fr. “Ripaille” presso Thonon-les-Bains) sul Lago Lemano e fondò un Ordine Cavalleresco che assunse il nome di San Maurizio, patrono della Casa Sabauda.
Esso non aveva alcun carattere ufficiale, e, nei primi anni, fu semplicemente detto “Militia Sancti Mauritii”.
Codesto Santo godeva di un culto speciale nella Savoia e da tempo si era anche radicato nelle vicende sabaude medesime.
Fin dal secolo XIII, infatti, la Dinastia batteva moneta in San Maurizio d’Agauno, tanto che erano dette monete mauriziane. Inoltre il conte Amedeo VI di Savoia “il Conte Verde(1334-1383) usò un’insegna di guerra e di devozione, accanto ad altre, recante l’effigie del Santo (si narra che Maurizio, bella figura di soldato e di martire, capitano della Legione Tebea il 22 settembre 286 d. C., nella stretta pianura di Agauno e di Ternide, sotto l’imperatore Massimiliano, si immolò con la sua legione per il trionfo della fede di Cristo).
Anche al tempo del duca Amedeo VIII si fece riferimento a San Maurizio, e ciò nel grido di guerra delle genti sabaude: «Saint Maurice, Savoie ou Bonne Nouvelle». Mentre nel testamento del detto Duca si legge: «[…] servire Dio nella vita regolare e claustrale, nel rinunciare al fasto mondano, […] nell’aiutare lo Stato con il consiglio, nelle difficoltà politiche». Praticamente vi era il desiderio che i suoi successori si interessassero all’Ordine che, tra l’altro, non aveva ricevuto alcuna conferma da parte dell’autorità religiosa.
L’Ordine, invece, di  San Lazzaro di Gerusalemme, il più antico dei due, cavalleresco e militare di Terra Santa, era essenzialmente a carattere ospedaliero.
Le sue origini non sono ben note, ma le si riportano, senza dubbio, alla I Crociata (1096-1099), quella comandata da Goffredo di Buglione (Godefroy de Bouillon), sotto il regno di Baldovino I di Gerusalemme [1058(?)-1118].
Si chiamò di San Lazzaro, dal nome del mendico, pieno di piaghe, il quale aspettava l’elemosina alla porta del ricco Epulone (Lc. 16, 19-31) o dal nome del fratello di Marta, resuscitato da Gesù (Gv. 11, 1-44), che, secondo una leggenda francese e quindi alcun senza fondamento storico, lo si volle Vescovo di Marsiglia (Sec. XI). Ma tutto ciò probabilmente deriva da una confusione storica di codesto Lazzaro ed un omonimo vescovo di Aix.  
Quest’ordine, sotto la protezione e l’aiuto dei Sommi Pontefici, sin dal 1227, venne creato al fine di curare gli affetti dalla lebbra, male endemico e pericoloso. Ed inoltre ebbe lo scopo di aiutare i pellegrini e di difendere i luoghi Santi.
Fu approvato (1257) dal papa Alessandro IV (Rinaldo dei Conti di Segni, 1254-1261) che lo pose sotto la regola di Sant’Agostino.
Caduta (1291) San Giovanni d’Acri, i membri dell’Ordine di San Lazzaro si trasferirono in Europa e fondarono ospedali e lazzaretti.
Per svariate divergenze interne all’Ordine, il papa San Pio V [Antonio Michele Ghisleri (nato nel 1504), 1566-1572] cedette alle pressioni del cancelliere Carlo Cicogna  (13 gennaio 1571), il quale rinunciò a detto titolo in favore del duca Emanuele Filiberto di Savoia.
A questo punto, praticamente, egli aveva due ordini caduti – come si dice - “in somno” (quello di San Maurizio non era stato più concesso dal morte del duca Amedeo VIII) e pensò, dopo la grande e morale vittoria cristiana nella battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571), di unificarli, e ciò come fece anche il Granduca di Toscana, Cosimo I de’ Medici (1519-1574), creando l’Insigne Sacro Militare Ordine di Santo Stefano Papa e Martire {con la Bolla Pontificia “His quae” del giorno 1 febbraio 1562 del papa Pio IV [Giovanni Angelo Medici (nato nel 1499), 1559-1565]}.  
L’Ordine dei  Santi Maurizio e Lazzaro nasce ufficialmente con le Bolle Pontificie “Christiani Populi” e “Pro Commissa Nobis”, sottoscritte dal papa Gregorio XIII [Ugo Boncompagni (nato nel 1502), 1572-1585], rispettivamente il 16 settembre 1572 ed il 13 novembre 1572, 440 anni or sono, con le quali si davano disposizioni per ripristinare l'Ordine Militare Religioso di San Maurizio ponendolo sotto la Regola di San Benedetto della Congregazione Cistercense prima, e di quella di Sant’Agostino poi, e fondendolo “de jure” con l’Ordine Ospitaliero Gerosolimitano di San Lazzaro di Gerusalemme, uno dei quattro più antichi Ordini Crociati (gli altri erano quelli dei Cavalieri di San Giovanni, i Templari ed i Cavalieri Teutonici) risalente, come abbiamo visto,  alle prime Crociate in Terra Santa e per qualche tempo con giurisdizione anche sui Cavalieri di San Giovanni (l’attuale Sovrano Militare Ordine di Malta).
Il secondo documento papale (13 novembre 1572) stabiliva altresì che il Duca di Savoia ed i suoi legittimi successori sarebbero stati Gran Maestri del nuovo Ordine ed avrebbero avuto la facoltà di emanare statuti e costituzioni.
In quella stessa occasione venne concessa la nuova insegna della Milizia, con l’utilizzo della croce verde, antico simbolo dei Cavalieri di San Lazzaro, e della croce bianca trilobata dell’Ordine di San Maurizio. Croci che  furono sovrapposte, come lo sono attualmente.
E non si trattava di un’unione a soli fini estintivi, ma di una forte sinergia di “realeaeque principalis” per cui i due Ordini originari riunivano insieme finalità e patrimoni integrandosi reciprocamente.
Le sue finalità principali sulle quali acquisì grandi benemerenze sino ai nostri giorni, furono la difesa della fede, le opere di carità in soccorso ai bisognosi e di assistenza agli infermi.
Praticamente la funzione iniziale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro era molto simile a quella dell’Ordine di Malta. Infatti anche nel Mauriziano si avevano cavalieri frati professi dei tre voti tradizionali (obbedienza, castità e povertà) ed occorreva produrre le prove di nobiltà al fine di accedere all’Ordine medesimo.
Gli ammessi nell’Ordine, tutti giovani di buona famiglia, erano, come si è detto, obbligati ai voti di povertà, obbedienza e castità coniugale, dovevano combattere per la fede cattolica e potevano prendere una sola moglie ma solo dopo un noviziato di almeno cinque anni in Convento.
Nel caso fossero rimasti vedovi, era per loro vietato sposarsi nuovamente ed avevano l’obbligo di far professione di fede. Dovevano digiunare il venerdì ed il sabato di ogni settimana, portare la Croce dell’Ordine per tutta la vita e recitare solennemente alcune particolari preghiere quotidiane.
L’Ordine visse periodi di fulgore e di gloria a seguito di cospicui lasciti e donazioni.
La bufera rivoluzionaria francese soppresse ogni attività dell’Ordine in Piemonte, nazionalizzandone i beni e bruciandone gli archivi sotto i c. d.  “alberi della libertà”. Ciononostante l’istituzione cavalleresca continuò normalmente ad operare in Sardegna, ove si era trasferita la Corte Sabauda.
Ma dopo il Congresso di Vienna (1814-15) e la c. d. Restaurazione, l’Ordine Mauriziano ebbe nuovamente le sue funzioni.
Nel 1851, l’Ordine ha una svolta storica.
Infatti il Re Vittorio Emanuele II (1820-1878) ne modificò (16 marzo) profondamente la costituzione. Si abolirono le prove nobiliari e perse il suo carattere religioso e militare. Divenne un ordine al merito, ma sempre dinastico. Fu, quindi, diviso in cinque classi: cavaliere di gran croce, grand’ufficiale, commendatore, ufficiale e cavaliere, e ciò per equiparare il nostro a quello Militare di Savoia.
Fu poi istituito il decreto di nomina sia di “motu proprio”, sia che su proposta del governo.
Nonostante l’opposizione del Vaticano, che ravvisò la propria giurisdizione sull’Ordine Mauriziano, basata su carte diplomatiche che riconoscevano assoluta indipendenza all’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro come Ordine Religioso e Militare, qualificandolo – la Santa Sede – come Ente Ecclesiastico di Diritto Pubblico, la XIV Disposizione Transitoria e Finale della Costituzione Repubblicana, al terzo comma, lo faceva suo mantenendolo come Ente Ospedaliero e demandandone l’operatività ad una legge che venne promulgata quindici anni dopo. Infatti, con la Legge 5 novembre 1962, n. 1596,  i beni dell’Ordine Mauriziano vennero eretti in Ente Ospedaliero, con compiti di istruzione, beneficenza e culto, posto sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica e sotto la diretta vigilanza del Ministero degli Interni.
Una prestigiosa ricompensa militare, tuttora concessa, fu quella che il Re Carlo Alberto (1798-1849) istituì con Regio Decreto 19 luglio 1839 per l’Esercito: la Medaglia d’Oro Mauriziana. Nasceva così, e ciò al fine di premiare dieci lustri di eccellente condotta nelle Regie Armate, riservata ai soli ufficiali decorati dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro ed emessa in due formati, Grande e Piccola, a seconda del ruolo da Ufficiale Superiore od Inferiore rivestito dal concessionario.
Nel 1924, parte di queste disposizioni vennero abrogate dal Re Vittorio Emanuele III (1869-1947) che non volle più limitare la concessione della Medaglia ai soli Cavalieri dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro ma a tutti gli Ufficiali delle Forze Armate.
La Medaglia Mauriziana, personalizzata con il nome e cognome dell’insignito, rimaneva nella proprietà del decorato e veniva sorretta da un nastro verde.
Tra il 1955 ed il 1956 codesta decorazione venne fatta propria dall’ordinamento militare Repubblicano, cambiò la denominazione in Medaglia Mauriziana al Merito di dieci lustri di carriera militare e sarà assegnata anche ai Sottufficiali.
Giungiamo quindi, in codesto “excursus” rapido, incompleto e sintetico della storiografia dell’Ordine in parola, ai nostri giorni, e cioè quando il Principe di Napoli e Duca di Savoia, Vittorio Emanuele, XVII Gran Maestro dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, ha voluto - con Suo magistrale “motu proprio” del giorno 11 giugno 1985 – rivedere, modificare e rendere più moderni gli Statuti dell’Ordine, e ciò in ottemperanza di un desiderio del Suo Augusto Genitore, il Re d’Italia Umberto II di Savoia (1904-1983), il quale, il 30 settembre 1973, volle presiedere ufficialmente ad una solenne celebrazione nell’Abbazia di Saint Maurice d’Agaune, in Svizzera, per il quarto centenario della fondazione dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.
I nuovi statuti constano di ventinove (XXIX) articoli e tutelano tutta la funzione dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Esso è retto dal Gran Maestro che è il Capo della Casa di Savoia e da un Gran Magistero, il quale è così composto: il Consiglio dell’Ordine, la Giunta Mauriziana, il Gran Cancelliere, il Tesoriere Generale ed il Gran Priore.
Attualmente l’Ordine è così diviso:
a) per i cavalieri in cinque classi: cavalieri di gran croce decorati di gran cordone, grandi ufficiali, commendatori, ufficiali e cavalieri;
b) per le dame in tre classi: dame di gran croce decorate di gran cordone, dame di commenda e dame (Statuti, art. 2).
In casi particolari possono essere istituite, con Decreto Magistrale, delle commende di giuspatronato onorario cui corrisponde il titolo di commendatori di giuspatronato onorario (Statuti, art. 3).
La tradizione dell’Ordine è rimasta invariata.
Al riguardo ritorna alla mente quanto scritto negli Statuti dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro del 1608, come indirizzo di vita dei cavalieri mauriziani:
«Non essendo la vita dell’huomo che militia sopra la terra come disse quel gran servo di Dio Job; oltre la militia che averanno da essercitare per difesa, et esaltazione di santa Chiesa con infedeli, et heretici, pensino d’avere continua pugna contra i nemici invisibili della salute nostra, et contra i vity; et per esser più gagliardi, non solo delle forze del corpo, ma di quelle dello spirito».
Esso è e rimane nelle tradizioni della nostra storia patria che non possono fare a meno di dimenticare la funzione fondamentale ed unificatrice che ebbe la Real Casa di Savoia.
Quindi nella complessa attuale e particolare realtà, l’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro continua ancora la sua funzione e tradizione di vitalità storica ed il suo elevato spirito caritativo.

giovedì 17 maggio 2012

Le nostre scuse

Ci accorgiamo solo ora di alcuni commenti inviati per alcuni post uno dei quali da quasi un mese.
Il tardivo accorgimento è dovuto ad una interfaccia rivoluzionata per il blogger.
Ciò che prima era messo in assoluta evidenza adesso lo  è un po' meno.
Ce ne scusiamo con gli amici che ci seguono e, qualche volta, ahimè raramente, ci commentano.
Presteremo per il futuro il massimo dell'attenzione

La Monarchia Sabauda ed i problemi sociali - III parte


III - DA CARLO EMANUELE I A VITTORIO EMANUELE I: IL SEICENTO E IL SETTECENTO
di Vincenzo Pich


I due secoli che vennero dopo la morte di Emanuele Filiberto non furono certamente tranquilli per il Ducato di Savoia e poi, dopo la breve parentesi dei Sovrani sabaudi Re di Sicilia (1713-1718), per il Regno di Sardegna: da un lato, i Principi continuarono a manifestare la loro vocazione italiana, cercando ostinatamente di estendere i domini in direzione della penisola; dall'altro, il complesso gioco bellico delle grandi potenze, Francia, Spagna e Austria, li costrinse, fino alla pace di Aquisgrana (1748), ad una spregiudicata quanto necessaria politica di equilibrio, avente per scopo essenziale la conservazione dell'indipendenza e dell'esistenza stessa dello Stato.

Le cure della guerra non impedirono però a Carlo Emanuele I, Vittorio Amedeo I, Carlo Emanuele II, Vittorio Amedeo II Re di Sicilia prima e poi Re di Sardegna, Carlo Emanuele III, Vittorio Amedeo III, di continuare la politica economica e sociale di Emanuele Filiberto. Non minore interesse mostrarono Carlo Emanuele IV e Vittorio Emanuele I, pur nelle terribili difficoltà che incontrarono per l'espansione francese in Piemonte, poi culminata nell'annessione alla Francia.

Se l'economia piemontese rimaneva ancora fondamentalmente agricola, al principio del '700, come dimostrarono gli studi dell'Einaudi e del Prato, non si avevano quegli squilibri nella distribuzione delle terre, caratteristici di altre regioni italiane.

I beni feudali immuni da ogni tributo rappresentavano meno del 7% della superficie totale ed erano rare le famiglie nobili che possedessero grandi estensioni di terra; a queste restavano i gradi superiori dell'esercito e dell'amministrazione civile, nei quali davano prova di operosa fedeltà alla Dinastia.

I beni ecclesiastici, quasi totalmente liberi da tributi, erano l'11% della superficie totale; oltre il 55% di essa era invece oecupato da pioprietà private senza vincoli, nè immunità, e soggette ai tributi; il resto era costituito da beni comuni (17%) e terre infruttifere (9%).

La proprietà allodiale o privata era in parte considerevole, specie in montagna e nelle colline del Monferrato, frazionata fra un gran numero di proprietari coltivatori diretti; ma, anche dove non prevaleva la piccola proprietà, la terra era generalmente suddivisa in piccole aziende rurali, sulle quali vivevano da tempi remoti le famiglie dei coloni parziari, eredi dei servi liberati in massa da Emanuele Filiberto, e tuttavia ancora legati alla terra e al proprietario da vincoli consuetudinari.

Purtroppo, non per colpa dei Principi, ma per l'evoluzione dei tempi, dopo i primi decenni del XVIII secolo, tale quadro socialmente tranquillo e umano venne trasformandosi, per effetto del diffondersi del sistema dell'affitto, ma in peggio, perchè si formò una classe intermedia di affittuari tra i proprietari e i coloni, e molti di questi furono trasformati in miseri lavoratori salariati (7).

In particolare, Carlo Emanuele I, « senza praticare una politica antimagnatizia, cerca maggiore equilibrio o minore squilibrio, tra i ceti. Certo, moltiplicando i feudi, egli li svalutò. La nobiltà, così, più facilmente evolse in patriziato civile, » (8).

E su Vittorio Amedeo Il e Carlo Emanuele III:

« Cominciarono Re e ministri col voler conoscere bene la realtà, su cui volevano operare. Quindi, inchieste sulle nuove provincie orientali, su l'assetto della proprietà fondiaria in tutto il territorio, su la popolazione agricola, su le finanze comunali, su le Opere Pie, in vista di una riforma radicale della pubblica assistenza (1717); accertamenti compiuti da appositi Delegati su le località più adatte per impiantar lanifici; prospetti delle fabbriche di seterie e relative maestranze e produzione; minuziosi rapporti su lo stato delle foreste; rilievi di vasta portata per addivenire alla formazione del catasto geometrico particellare, iniziati già nel 1697, cioè 20 anni prima del celebre catasto milanese del 1718... Non sempre agli studi seguirono i provvedimenti e non tutti i provvedimenti ebbero il loro effetto utile. Ma certo è che progressi grandi si videro in tante e tante attività. Apparvero, accanto alla piccola industria tradizionale, segni di una industria capitalistica... Si ingrossarono le fila di un operoso ceto medio che traeva alimento dalle professioni liberali, dagli uffici pubblici, dal commercio e da,ll'industria.... con qualche spostamento del centro di gravità della nazione dalla aristocrazia e dal clero alla borghesia, pur seguitando aristocrazia e clero ad occupare un posto grande nella società piemontese e savoiarda... Ma forse l'opera maggiore del Regno di Vittorio Amedeo (11), in fatto di attività civili, fu quella dedicata alle Leggi e Costituzioni di Sua Maestà... Un'opera del genere, rispondente ai tempi, l'aveva già fatta Amedeo VIII, nel '400. A distanza di tre secoli, essa è ripresa e migliorata... » (9).

Si è già accennato, nel corso di questo breve, capitolo, al passaggio della conduzione della, terra dalle forme tradizionali di colonia parziaria, gradite ai contadini, al sistema delle grandi affittanze, che trasformò molti contadini in braccianti. Alla trasformazione si giunse non per capriccio, ma perchè l'affitto favoriva lo sfruttamento capitalistico, della terra, anche se turbava l'equilibrio sociale delle campagne a danno delle plebi. Le suppliche dei contadini, sfruttati da fittavoli e proprietari, arrivarono a Vittorio Amedeo III. « Il Re venne incontro, a quel suo popolo umile e caro; e furono resi più difficili e gravi -di tasse i contratti di
grandi affittanze; e nel 1797 fu emanato un editto di divieto delle affittanze di cui il canone superasse le cinquemila lire. L'editto non potè avere esecuzione; da lì a pochi mesi il Piemonte; era occupato dai Francesi. Anche se ciò non fosse avvenuto, la buona volontà del Re (10) e la forza di una sua legge non avrebbero potuto opporsi agli ostacoli di un complesso fatto economico e alla coalizione d'interessi di grandi fittavoli e di molti e potenti cointeressati della stessa nobiltà e soprattutto della borghesia cittadina. Sono tra questa gente colpita dall'editto del 1797, non pochi di quelli che accolsero come liberatori i Francesi » (11).

Come Vittorio Amedeo III e Carlo Emanuele IV, nell'ultimo decennio del '700, così gli altri Principi sabaudi non furono mai insensibili alla miseria e alla sofferenza; e, negli umili che avevano protetto contro le prepotenze e gli egoismi, trovarono sempre a conferma di una fedeltà che, si manifestava nei momenti felici e in quelli difficili della Patria e della Monarchia.

(7) GINO LUZZATTO: «Storia economica dell'età moderna e contemporanea - Parte seconda: l'età contemporanea», CEDAM, Padova, 1948, p~agine 151, 152.


(8) GIOACCHINO VOLPE: «Prolusione: il millennio di una Dinastia», Roma, 1959, pag. 29.

(9) GIOACCHINO VOLPE: «Prolusione: il millennio di una Dinastia», Roma, 1959, pagg. 42, 43, 44.


martedì 15 maggio 2012

Casa Savoia e la Classe Operaia - III parte

Sul sito dedicato a Re Umberto II la terza ed ultima parte dell'intervista di Mario Viana al Re sul rapporto tra la Casa Reale d'Italia e le aspirazioni sociali dei lavoratori intorno al 1900.
Buona lettura!

http://www.reumberto.it/viana53-2.htm

Gioielli della Corona. Dopo 66 anni mistero fitto sull'oro dei Savoia


Il tesoro è custodito da Bankitalia. Ma resta il rebus su chi ne ha diritto

Roma, 13 mag. L'oro dei Savoia resta un mistero. 

di Andrea Ducci 

Il prossimo 5 giugno sarà il sessantaseiesimo anniversario. Alla vigilia dell’estate del 1946 la cassa centrale della Banca d’Italia ingoiò un tesoro registrato sotto il nome «gioie di dotazione della Corona del Regno». Da quel momento i cosiddetti gioielli della Corona d’Italia appartenuti ai Savoia non hanno mai più visto la luce rimanendo sepolti in un caveau dell’istituto di Via Nazionale.
E’ un mistero tipicamente italiano il perché sessantasei anni non siano stati sufficienti a stabilire la proprietà di quei gioielli trasferendoli nella disponibilità di chi ne ha titolo. L’ultimo a vederli è stato Falcone Lucifero quando all’indomani del referendum costituzionale del 1946 fu incaricato, in qualità di ministero della Real Casa, di affidarli in custodia alla Banca d’Italia. Il contenuto di questo deposito dormiente un po' speciale si è però trasformato in un letargo durato oltre mezzo 
secolo perché incardinato nella mai definita querelle tra casa Savoia e la Repubblica Italiana.
Il Mondo, nel numero in edicola venerdì prossimo, ricostruisce la vicenda a dieci anni esatti dalla decisione della procura di Roma di rimuovere il vincolo che impediva di esaminare e catalogare i gioielli. Tanto che nel 2006, dopo sessanta anni di letargo, Bankitalia ha preso coraggio e scritto alla Presidenza del Consiglio chiedendo indicazioni sul comportamento da tenere in quanto depositaria.
Nel frattempo innumerevoli musei e curatori di mostre si sono fatti sotto per esporre i beni della Corona Italiana. Richiesta mai soddisfatta perché i cofanetti sigillati possono essere aperti solo da chi ne ha diritto. Ma dal 1946 ad oggi non è mai stato stabilito se questo diritto sia in capo alla Repubblica Italiana o agli eredi Savoia. Un Paese credibile quanto tempo deve impiegare per assegnare la legittima proprietà di un bene a un privato o, d’altra parte, restituirlo alla collettività in modo che possa beneficiarne? Unica certezza è che per ora nessuno può vederli, catalogarli, né, tanto meno, fare una perizia. Così il 5 giugno si celebrerà l’ennesimo anniversario di uno dei tanti inspiegabili misteri della storia italiana.

lunedì 14 maggio 2012

Spagna, macché nozze d’oro La monarchia non brilla più


Tra guai giudiziari, scandali e scappatelle la famiglia reale è sempre più in crisi. Ed è gelo tra Juan Carlos e la regina Sofia: niente festa per i 50 anni di matrimonio.



di Luciano Gulli

I matrimoni nati da colpi di fulmine, e financo da innamoramenti, dioguardi, sono affari da cameriere: bagatelle che riguardano il popolo minuto. Nel rarefatto mondo dell’aristocrazia non sono necessari.
Al contrario: sono temuti, se non proprio aborriti. Nulla è infatti più effimero, più incerto, più temerario di un matrimonio nato da una storia d’amore. I Te Deum che accompagnano le nozze di teste coronate glorificano, certificandoli, i destini di due casati; non necessariamente i sentimenti di due persone.
Così era, prima che il vento della democrazia scompigliasse i costumi di un mondo che affondava le sue certezze nella Tradizione.
Per Juan Carlos di Borbone e Sofia di Grecia, che domani celebreranno le loro nozze d’oro («un contratto che dura da cinquant’anni», ha titolato a sangue freddo il Paìs) la tradizione venne rispettata in pieno. Merito di Federica di Grecia, la madre di lei, che nel 1954, impegnata nella ricerca di un fidanzato di rango per quella sua figlia così perbene, ma così scialbetta, organizzò una crociera nell’Egeo invitandovi gli scapoli più appetibili dell’epoca. Il Borbone era fra quelli imbarcati.
Sicché parlare di «celebrazione», visto poi che la coppia ha deciso di non festeggiare in alcun modo, né pubblico né privato, un evento che lascia freddi entrambi, pare un tantino fuori luogo.
Non è un gran momento, per i reali di Spagna. E siccome non è un gran momento neppure per la Spagna, inguaiata da una crisi economica tale che anche retrospettivamente non si capiscono i sorrisi dell’ex premier socialista Zapatero (mai abbastanza corbellato da questo giornale) la ricorrenza rischia di essere salutata da un imbarazzante silenzio, se non da qualche fragorosa pernacchia.
Fresco reduce dallo scandalo innescato dal safari in Botswana (con tanto di foto filtrata sui giornali, dove lui, armato di fucile, lui presidente del Wwf! posa accanto alla carcassa di un elefante) don Juan deve sopportare in questi giorni anche lo sgradevole assalto di certa stampa che sempre meno velatamente accenna alla sua «tenera amicizia», come si diceva una volta, con la principessa tedesca Corinna Zu Sayn Wittgenstein, una trentina d’anni più giovane di lui, che va per i 74.
«Abdicazione», è il sostantivo che sempre più spesso ronza nelle orecchie dell’anziano ganimede. Perché anche questo aspetto: le 1500 amanti accreditategli dalla biografia di Pilar Eyre, cosa che in un Paese (sedicente) macho gli aveva procurato la considerazione e l’invidia di un mondo cattolicamente permissivo, gli viene ora rimproverato.
È che in tempi grami l’ostentazione, il lusso, le amanti, i safari a migliaia di euro al giorno, gli appannaggi milionari, mentre i disoccupati toccano quota sei milioni suscitano irritazione, quando non ira.
Fosse stata una coppia normale, Juan Carlos e Sofia di Grecia si sarebbero lasciati da un pezzo. Non si amavano. Ora quasi non si sopportano. Quando è rientrato dall’Africa per farsi operare all’anca, rotta durante il safari, Sofia ha aspettato un giorno intero prima di fargli visita (26 minuti: toccata e fuga) al capezzale. 
È stata una buona madre, Sofia, e una regina molto professionale. Dal ruolo di sposa, forse lei stessa non si era aspettata granché. Per una donna della sua epoca (ha 73 anni) e della sua educazione, sopportare le scappatelle del marito faceva parte del gioco, purché il gioco restasse coperto da un certo riserbo. E poi, per una cattolica come lei, la parola divorzio non esiste. Quando sua figlia, l’infanta Elena, minacciò di separarsi dal marito Jaime de Marichalar, Sofia si oppose, ripetendole ciò che un giorno si sentì dire da sua suocera, donna Maria de las Mercedes: «Figlia mia, hay que aguantar (tieni duro). Abbiamo dei doveri».
Insomma, un panorama di mestizie.
Aggravato, e non ce n’era bisogno, dallo scandalo finanziario in cui è naufragato il genero di don Juan, Inaki Urdangarin, duca di Palma di Maiorca e marito della Infanta Cristina, un leggerone accusato di sottrazione di fondi pubblici per 2,3 milioni di euro.
Così, Sofia prende le distanze, mentre il re, confuso e frastornato dagli eventi, fratturato e anche un po’ sputtanato, vede la sua popolarità al minimo da quando salì al trono nel 1975. E tutto questo mentre dalla stampa, dalla tele, dal popolo, sale quel fastidioso ronzio: «Abdicazione...!».

venerdì 11 maggio 2012

Torneresti alla Monarchia???


Fino al 1946 l'Italia era una monarchia costituzionale basata sullo Statuto albertino: il vertice dello Stato si configurava come un organo denominato Corona, il cui titolare aveva il titolo di re d'Italia. La titolarità della Corona si trasmetteva ereditariamente in maniera conforme alle leggi di successione dinastica. Nel 1946 l'Italia divenne una repubblica e fu, nello stesso anno, dotata di un'Assemblea costituente al fine di munirla di una costituzione avente valore di legge suprema dello stato repubblicano, onde sostituire lo Statuto albertino sino ad allora vigente. 

Si trattò di un passaggio di evidente importanza per la storia dell'Italia contemporanea dopo il ventennio fascista ed il coinvolgimento nella seconda guerra mondiale. La transizione si svolse in un clima di esasperata tensione e rappresenta un controverso momento della storia nazionale assai ricco di eventi, cause, effetti e conseguenze, che è stato anche considerato una rivoluzione pacifica dalla quale si produsse una forma di stato poco differente dall'attuale. 

La nascita della repubblica fu accompagnata da polemiche circa la regolarità del referendum che la sancì. I presunti brogli elettorali ed altre supposte azioni "di disturbo" della consultazione popolare, tuttavia, non sono stati mai accertati dagli storici, pur avendo costituito un tema di rivendicazione da parte dei sostenitori della causa monarchica 

Il 2 giugno 1946, insieme alla scelta sulla forma dello stato, i cittadini italiani (comprese le donne, che votavano per la prima volta) elessero anche i componenti dell'Assemblea costituente che doveva redigere la nuova carta costituzionale. 

Nella giornata del 2 giugno e la mattina del 3 giugno 1946 ebbe dunque luogo il referendum per scegliere fra monarchia o repubblica. Sia pure di misura, si ebbe una maggioranza dei voti validi in favore della soluzione repubblicana, anche se non mancheranno ricorsi e voci di brogli. 

Il 10 giugno, alle ore 18:00, nella Sala della Lupa a Montecitorio la Corte di Cassazione diede lettura dei risultati del referendum così come erano stati inviati dalle prefetture (la repubblica ottenne 12.717.923 voti, mentre i favorevoli alla monarchia risultarono 10.719.284), senza però procedere alla proclamazione della repubblica e rimandando al 18 giugno il giudizio definitivo su contestazioni, proteste e reclami.  
[...]

giovedì 10 maggio 2012

9 MAGGIO 1946 UMBERTO II ASCENDE AL TRONO D´ITALIA




Re Umberto II Re d'Italia 1946-83
Re Umberto II Re d'Italia 1946-83


ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE REGINA ELENA ONLUS


Torre Annunziata (NA), 9 maggio 2012

Nella chiesa parrocchiale di S. Giuseppe di Torre Annunziata, l'Associazione Internazionale Regina Elena Onlus ha partecipato al S. Rosario seguito dall’accensione della lampada votiva in onore della Madonna per Re Umberto II e poi alla S. Messa celebrata dal Rev. Parroco Don Ferdinando Ciani Passeri nel 66° anniversario dell'ascesa al Trono d'Italia di quarto Re d'Italia.
Il 9 maggio 1946, a Villa Maria Pia a Napoli, Re Vittorio Emanuele III abdicò in favore del figlio, il Principe Ereditario Umberto di Savoia, scelse il titolo di Conte di Pollenzo e, alla partenza per un esilio volontario con la Regina Elena, indirizzò una lettera al Presidente del Consiglio, donando la sua inestimabile collezione di monete al popolo italiano.
Re Umberto II donò al Papa la Sacra Sindone.
Due grandi Re che la Napoli fedele non dimentica.

Spagna, un trono che scricchiola. E il matrimonio regale...


hare on printJuan Carlos è un tipo particolare. Quando il colonnelo Tejero entrò alle Cortes pistola in pugno sicuro che il suo fumettistico golpe sarebbe stato appoggiato dalla corona, fu l'allora giovane monarca a convincere la Terza armata che stava marciando verso Madrid decisa a occupare dopo il Parlamento gli altri centri di potere a desistere dall'azione che avrebbe fatto ripiombare la Spagna negli incubi del franchismo. La Guardia Civil, così,  dopo una resistenza durata una notte, si arrese, ma Tejero ha potuto festeggiare pochi giorni fa i suoi 80 anni libero dopo avere pagato il dovuto alla giustizia. Il Borbone guadagnò una popolarità che in Europa era seconda solo a quella di Elisabetta,godendosi la vita alla Zarzuela e in giro con la sua barca nel miglior modo possibile.  Ma con l'età, Juan Carlos ha perso non solo il suo aplomb, ma soprattutto la fiducia dei suoi sudditi. Direte: la monarchia spagnola conta abbastanza poco rispetto al governo che si alterna nella penisola iberica, ma mette d'accordo tutti, fa tenere in piedi un Paese nel quale catalani a oriente e baschi a settentrione desidererebbero tanto farsi uno Stato loro. Nel nome del re questa suddivisione non c'è mai stata. Ma i tempi passano e la crisi diventa sempre più grave e con la gravità della crisi il re rischia davvero di perdere la testa.

Juan Carlos è un tipo particolare. Quando il colonnelo Tejero entrò alle Cortes pistola in pugno sicuro che il suo fumettistico golpe sarebbe stato appoggiato dalla corona, fu l'allora giovane monarca a convincere la Terza armata che stava marciando verso Madrid decisa a occupare dopo il Parlamento gli altri centri di potere a desistere dall'azione che avrebbe fatto ripiombare la Spagna negli incubi del franchismo. La Guardia Civil, così,  dopo una resistenza durata una notte, si arrese, ma Tejero ha potuto festeggiare pochi giorni fa i suoi 80 anni libero dopo avere pagato il dovuto alla giustizia. Il Borbone guadagnò una popolarità che in Europa era seconda solo a quella di Elisabetta,godendosi la vita alla Zarzuela e in giro con la sua barca nel miglior modo possibile.  Ma con l'età, Juan Carlos ha perso non solo il suo aplomb, ma soprattutto la fiducia dei suoi sudditi. Direte: la monarchia spagnola conta abbastanza poco rispetto al governo che si alterna nella penisola iberica, ma mette d'accordo tutti, fa tenere in piedi un Paese nel quale catalani a oriente e baschi a settentrione desidererebbero tanto farsi uno Stato loro. Nel nome del re questa suddivisione non c'è mai stata. Ma i tempi passano e la crisi diventa sempre più grave e con la gravità della crisi il re rischia davvero di perdere la testa.

Se la Spagna  se la passa male, dunque, Juan Carlos se ne frega: va a uccidere gli elefanti in Botswana quando i suoi compatrioti cominciano a non sapere come giungere alla fine del mese e non dice una parola di conforto. Tutt'altro: si porta dietro l'amante del momento e si fa scoprire. Donnaiolo l'aitante (una volta) coronato lo è sempre stato, ma stavolta ha passato il limite. Le fotografie con Corinna Larsen apparse la prima volta nel 2006, ma poteva essere un caso, si sono riproposte anche in questo viaggio e la regina Sofia ha fatto due e due quattro: va bene chiudere gli occhi, va bene fare finta di nulla quando la scappatella resta fra le mura di qualche hostal, ma sulle prime pagine dei giornali davvero no. E poi, Corinna con la mano nella mano per soccorrere il re fratturato all'anca prorpio nella sfortunata trasferta africana della caccia grossa non l'ha retta. Tutti eventi che hanno portato adesso a una decisione assolutamente senza eguali: la regina Sofia e il re Juan Carlos non festeggeranno i cinquant'ani di nozze assieme.
[...]