NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 28 ottobre 2011

GIOACCHINO VOLPE


(1876-1971)
di Gianluigi CHIASEROTTI

Cade quest’anno, e precisamente il giorno 1 ottobre, il quarantesimo anniversario della scomparsa di Gioacchino Volpe, uno storico innovatore del  Secolo XX, sicuramente, da ricordare nel CL Anniversario della proclamazione del Regno d’Italia.
Il Volpe nacque a Paganica, in provincia de L’Aquila, il 16 febbraio 1876; si trasferì con la famiglia prima ad Aquilea, e poi a Santarcangelo di Romagna.
Nel 1895 si iscrisse all’Università Normale di Pisa, laureandosi in Lettere. Gioacchino Volpe fu allievo dello storico Amedeo Crivellucci (1850-1914) e pubblicò sulla rivista “Studi storici” i suoi primi lavori dedicati alla Pisa Mediovale.
Il Volpe, dal 1906 al 1940 fu professore di Storia Moderna, prima (1906-1924) all’Accademia scientifica di Milano, eppoi (1924-1940) all’Università di Roma. Diresse la Scuola di Storia moderna e contemporanea (dal 1906 al 1943), ed anche (dal 1935) la “Rivista Storica Italiana”.
Di indirizzo politico nazional-liberale, fu interventista e, quale Ufficiale del Regio Esercito, prese parte alla I Guerra Mondiale, svolgendo attività di propaganda per i soldati della VIII Armata, ricevendo, tra l’altro, una Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Quindi, da nazionalista e monarchico, si avvicinò al Fascismo entrando a far parte della Camera dei Deputati dal 1924 al 1929, poi si iscrisse nel 1925 al “Manifesto degli intellettuali fascisti”. Fu quindi un apprezzato membro della speciale commissione [presieduta da Giovanni Gentile (1875-1944), tra l’altro, suo compagno di studi alla Normale di Pisa] insediata dal regime fascista per lo studio delle riforme costituzionali.
Il nostro fu Accademico d’Italia dal marzo 1929, della quale fu anche segretario generale fino al 1934.
Fu uno dei fondatori dell’”Enciclopedia Italiana” (poi “Treccani”), di cui fu responsabile della sezione di storia mediovale e moderna.
Negli anni del regime fascista il nostro assolse il ruolo di importante organizzatore culturale, riuscendo, però, a conservare equilibrio e capacità di giudizio, non avendo mai a che fare con il fascismo corrotto, né con l’antisemitismo dei razzisti.
Gioacchino Volpe aiutò con il “passaporto ex allieviSabatino detto Nello Rosselli (1900-1937) ed alcuni suoi amici. Per questo suo atteggiamento, il grande intellettuale, fu osteggiato fortemente e quindi privato della cattedra all’Università, ma con alta dignità e fierezza riprese a lavorare ed a dedicarsi agli studi storici.
Diresse, quindi, fino al 1943 la scuola di storia moderna e contemporanea.
Nell’imminenza delle elezioni politiche del 18 aprile 1948, il nostro aderì al Partito Nazionale Monarchico. Dal 1963 fu il primo presidente ed animatore incomparabile della rinata “Associazione Nazionale Italia Irredenta”, fermo e tenace nel denunciare l’avvilente dettato di pace e di ingiustizie patite nei territori sottratti all’Italia prima e dopo l’infamia del trattato di Osimo. Scrisse, al riguardo, in occasione del suo 95° compleanno (1971) di sentirsi “esule morale in patria”.  
Come abbiamo visto, le prime ricerche storiche del Volpe riguardano l’età mediovale e, in particolare, la civiltà dei comuni, eppoi, dopo la I Guerra Mondiale, saturo di Medio Evo e di Età Comunale, si volse agli studi di storia moderna e contemporanea, con l’intento prevalente di cogliere ed illuminare lo sviluppo della nostra Nazione in Europa, con un “animus”, come abbiamo poc’anzi detto, nazionalista.
La produzione storiografica del Volpe puo’ comodamente essere inquadrata in quel fertile filone metodologico che Benedetto Croce (1866-1952), abbruzzese di nascita come il nostro, definì “scuola economico-giuridica”.
Il “realismo storiografico” emerse nelle ricerche sull'età medievale, da cui Volpe trasse spunti fondamentali per i suoi studi successivi sul Risorgimento italiano e l'Italia liberale, con aperture di metodo che sottolineavano gli aspetti creativi dell'esperienza umana.
Della produzione storiografica di Gioacchino Volpe ricordiamo, tra l’altro: “Medio Evo Italiano” (1923), “L’Italia in cammino” (1927), “Caporetto” (1928), “Vittorio Emanuele III” (dalla nascita alla Corona d’Albania, 1939) (ristampato, con l’introduzione di Domenico Fisichella, per la Marco Editore nel 2000), “Italia Moderna” (in tre volumi, 1949-1955).
A cura della casa editrice di Giovanni Volpe (1906-1984), figlio dell’insigne storico, particolare è l’antologia “Scritti su Casa Savoia” (1983), con presentazione di Emilio Bussi (1904-1997). Al riguardo è interessante “Il Millennio di una Dinastia” [estratto dal volume: “Un Secolo di Regno. L’Unità Nazionale”  (1959), ristampato con la prefazione di Francesco Perfetti, per la Luni Editrice nel 2000] e “Il Centenario del Regno d’Italia”  (1961), in cui, tra l’altro scrisse: “[…] La Monarchia, quella Monarchia rappresentata da quel Casato di antica origine, che nel ‘700 rimase l’unico Casato in certo senso “nazionale” della Penisola, cominciò ad operare, anche senza proporselo, per l’unità, sin da quando, nel ‘600 e ‘700, essa, per difendere il suo Stato o per guadagnare qualche provincia o città della Lombardia, ebbe a fronteggiare stranieri e soltanto stranieri, Spagna o Austria o Francia, richiamando su di sé l’attenzione, la simpatia e qualche speranza di Italiani di ogni paese, stanchi di tanta sarabanda di conquistatori e predoni, e diventando il punto di convergenza loro. […]”.
Il Re Umberto II (1904-1983) insignì  Gioacchino Volpe dell'Ordine Civile di Savoia il 15 settembre 1961, e lo creò conte il 16 febbraio 1967. In occasione del novantesimo compleanno (16 febbraio 1966), il Re, tramite il Ministro Falcone Lucifero (1898-1997), gli inviò il seguente telegramma: “Sovrano desidera Le giungano vive felicitazioni particolarmente affettuose ricorrenza Suo novantesimo genetliaco ricordando eminenti servigi resi da Vostra Eccellenza alla patria in una nobile vita di studio e di lavoro et formula fervidi voti perché Ella continui per lunghi anni ancora a servire et onorare l’Italia.”. 
Il nostro fu anche membro della Consulta dei Senatori del Regno dal 12 maggio 1960 e Presidente Onorario del Circolo di Cultura e di Educazione Politica Rex dal novembre 1968 fino alla morte, circolo dove fu un ricercato conferenziere su svariati argomenti.
Gioacchino Volpe fu, senza dubbio, uno storico di ampi interessi e di tempra notevolissima. Qualità codeste che fanno di lui uno dei maggiori rappresentanti della cultura italiana del secolo XX.

Presentazione dei discorsi parlamentari di Alfredo Covelli

25/10/2011 Il Discorso di Gianfranco Fini


Montecitorio, Sala della Lupa -  La Camera dei deputati è lieta di presentare la raccolta degli interventi parlamentari di Alfredo Covelli.

Saluto e ringrazio gli illustri relatori: Gerardo Bianco, Gianni Bisiach, Beniamino Caravita di Toritto, Vincenzo Trantino.

La pubblicazione dei discorsi di Covelli rappresenta il giusto riconoscimento a una figura che ha onorato la Camera con il suo senso della legalità istituzionale e della democrazia parlamentare, occupando un posto di tutto rilievo nella storia politica italiana.
I due volumi che compongono l'opera, oltre a rispecchiare i molteplici ambiti dell'impegno di Covelli in Parlamento, restituiscono un quadro vivido del suo tempo e del mondo di cui egli fu autorevole protagonista.
La sua cifra culturale e ideale la troviamo innanzi tutto nel desiderio di ricomposizione delle fratture storiche dell'Italia, a partire dalla più grave, la contrapposizione politica tra le forze repubblicane e i sostenitori della dinastia sabauda che si svolse in occasione del referendum istituzionale del 2 giugno 1946 e che si protrasse idealmente, ancorché in forme sempre più attenuate, negli anni immediatamente successivi.

Covelli fu il leader di quei settori di elettorato e di opinione pubblica che credevano nei princìpi della monarchia costituzionale e che -vale la pena ricordarlo- svolsero in una certa fase, soprattutto negli anni Cinquanta, una non trascurabile influenza sul mondo politico italiano.
Un indubbio merito storico che va riconosciuto al leader del PNM (poi divenuto PDIUM) è quello di aver favorito la partecipazione dei monarchici alla vita democratica repubblicana, rifuggendo dalla tentazione dell'estraniazione o del radicalismo.
La vita politica di Covelli fu improntata al più compiuto senso della legalità e della dignità della funzione parlamentare.

Le sue idee non lo portarono a essere tra la stragrande maggioranza dei costituenti che approvarono il testo della Costituzione repubblicana.
Ma poi, i princìpi democratici e liberali posti alla base della Carta del '48, li osservò sempre con lealtà e dedizione non venendo mai meno ai propri doveri di deputato: costante fu il suo appello al rispetto delle Istituzioni e al prestigio del Parlamento.
Covelli credeva in un parlamentarismo democratico e moderno capace di rappresentare in modo compiuto il pluralismo culturale e ideale della Nazione e di ispirare le grandi scelte politiche del Paese.

"Il concetto che un governo si qualifichi politicamente - disse in una seduta alla Camera del luglio 1955 - con i voti che esso attinge per formare e completare la sua maggioranza, non solo non può reggere ma è in assoluto contrasto con un sano e aperto regime parlamentare. In una vera democrazia parlamentare le maggioranze governative devono formarsi su un programma".

In tale prospettiva, e di vivissima attualità, il Parlamento, lungi dal configurarsi come mera istanza di ratifica della decisione governativa, era concepito come fonte primaria ed imprescindibile di legittimazione democratica.

Il leader del Partito monarchico considerava inoltre la massima Istituzione rappresentativa come una grande, libera ed intangibile assemblea di uomini eminenti, collocata al centro della società e capace di influenzarne il progresso Covelli attribuiva in tal senso al Parlamento ed alla classe politica anche la responsabilità di esercitare una delicata funzione pedagogica; la funzione, cioè, di "educare la Nazione", attraverso l'esempio, l'autorevolezza, la sobrietà e l'adempimento dei doveri civili.
Sul piano ideale e culturale, la sua costante preoccupazione fu di ribadire l'importanza di mantenere viva la memoria del ruolo cruciale svolto dalla dinastia sabauda nel processo di unificazione nazionale.
Il sentimento della lealtà che aveva ispirato l'atteggiamento dei monarchici nei confronti dello Statuto Albertino e della Casa Reale costituiva un patrimonio che la Repubblica non poteva permettersi di disperdere.

E qui è importante sottolineare che la consapevolezza di quella ricchezza storica e ideale trasmessa dall'Italia liberale e monarchica all'Italia democratica e repubblicana rappresenta uno degli elementi culturali più significativi emersi nel corso delle intense celebrazioni per il Centocinquantenario dell'unità nazionale.

Nell'orizzonte politico e ideale di Covelli non c'erano comunque soltanto l'espressione di lealtà verso Casa Savoia e l'affermazione dei princìpi della monarchia costituzionale: c'era anche il suo profondo legame con il Meridione.

Di quelle terre conosceva le potenzialità e le risorse, ma anche le tragiche contraddizioni sociali, soprattutto nel dopoguerra, quando si imponevano la ricostruzione e la pacificazione del Paese. A proposito della politica di intervento straordinario per il Mezzogiorno, Covelli si batteva perché questa fosse guarita da ogni forma di inefficienza e dissipazione, spesso causate da pratiche clientelari. "La Cassa per il Mezzogiorno che noi aiutiamo a difendere - disse nel corso di un intervento parlamentare dell'aprile del 1969 - deve essere liberata dai rami morti e restituita alla funzione propria di fornire, come disse De Gasperi, polmoni al Mezzogiorno, dando ad esso un aspetto sociale conforme a tutte le altre regioni più progredite del nostro Paese".

Per quanto riguarda il profilo strettamente politico, è importante rilevare che Covelli sosteneva una linea di allargamento dello spazio e dell'influenza delle forze politiche di destra attraverso una loro intesa sempre più stretta con i settori moderati dello schieramento italiano.

Tale politica portò, fin dagli anni Cinquanta alla vicinanza e alla collaborazione tra il Partito monarchico e il Movimento sociale italiano e alla proposta, negli anni Sessanta, di allargare l'intesa al PLI, che però non trovò disponibile il partito allora guidato da Malagodi.

Quella linea sfociò, nel 1972, nella fusione del Pdium con il Msi, che da allora aggiunse alla denominazione di partito l'espressione "Destra nazionale". In tale ambito va ricordato che Covelli partecipò nel 1976 alla breve esperienza di Democrazia nazione.
Al di là dei diversi giudizi storico-politici che si possono dare della strategia di unione delle destre perseguita a lungo da Covelli e da Almirante, si deve onestamente rilevare che l'esponente monarchico fu tra coloro che individuarono con indubbio anticipo la necessità di fornire espressione politica unitaria, attraverso una cultura moderna e democratica, a quei settori di elettorato e di società, di ispirazione di destra, che non si sentivano rappresentati, o che non si sentivano sufficientemente rappresentati, dalle forze moderate al governo nel nostro Paese.

Vale la pena sottolineare che non si trattò di una preoccupazione effimera, ma di una esigenza importante, ancorché poco riconosciuta per molto tempo, della politica italiana, come le trasformazioni degli anni Novanta hanno del resto, per molti versi, dimostrato.

Non si possono infine dimenticare, nel tratteggiare il profilo politico di Covelli, le sue capacità di oratore vivace e facondo. Il suo messaggio programmatico contenuto nei suoi interventi in Parlamento egli sapeva comunicarlo direttamente ed efficacemente anche a quanti accorrevano ad ascoltarlo nei comizi o seguivano davanti al televisore le prime esperienze mediatiche di comunicazione politica, quali erano allora le "Tribune elettorali".

In quelle occasioni, si faceva apprezzare per la passione politica, per la veemenza oratoria e per la fermezza nei momenti di pur aspro confronto dialettico, criticando, se necessario, le idee, ma rispettando sempre le persone.

Lo stile di Covelli ci riporta ad un'Italia di valori e sentimenti certo lontana nel tempo, ma non per questo meno ricca di insegnamenti e di modelli. A partire dall'ideale della pacificazione nazionale, di cui Covelli fu coerente interprete e di cui noi abbiamo sempre il dovere di conservare vivida memoria.

mercoledì 26 ottobre 2011

Piccola rassegna stampa sui 90 anni di Re Michele I di Romania.













Il discorso di Re Michele I al parlamento rumeno

Signore e signori parlamentari,
sono trascorsi più di 60 anni dall'ultima volta che mi sono rivolto alla nazione rumena dalla tribuna del Parlamento. Ho così  voluto accogliere l'invito  dei legittimi rappresentanti del popolo.
Il nostro primo dovere è ora di ricordare coloro che sono morti per la nostra indipendenza e per la libertà, immolandosi nelle guerre e negli eventi del dicembre 1989 che portarono alla fine della
dittatura comunista. Non possiamo avere un futuro senza rispettare il nostro passato.
Gli ultimi venti anni hanno portato la democrazia e la libertà, dando il via ad un periodo di prosperità in cui il nostro popolo ha avuto l’opportunità di relazionarsi con il mondo, di realizzare  dei sogni e
di  cercare  il rafforzamento della vita familiare  a beneficio delle generazioni future. La Romania si è  molto  evoluta nel corso degli ultimi due decenni.
Lo spirito profondamente europeo della Romania di oggi si fonda sull'esistenza del Parlamento. Il nostro cammino verso l’UE è ormai irreversibile  e non sarebbe stato possibile se non grazie al rispetto
della libertà e della democrazia; così ha agito il Parlamento rumeno dal 1989, con il supporto dell’azione della Nato.
Ma la politica è un'arma a doppio taglio.  La  Democrazia  garantisce il rispetto delle libertà se attuata
seguendo le leggi e nel rispetto delle Istituzioni. Ma la politica può danneggiare i cittadini se attuata con
un’etica malvagia e piegando al proprio interesse le logiche di potere con disprezzo delle istituzioni statali.
Molte realtà della società rumena, competenti e gestite con oculatezza,  sono riuscite  ad andare avanti
nonostante la crisi economica: le piccole e medie imprese,  i  giovani e  gli  insegnanti provenienti da
università e scuole, le realtà agricole.
Il nostro popolo ha espresso eccellenze nel mondo dell’arte, in quello militare,  in quello della diplomazia  e  dei  funzionari pubblici,  nonostante la grande crisi delle comuni risorse economiche.  Ognuno è riuscito a non venir meno al proprio dovere nei confronti delle  Istituzioni e del Paese - cito come esempio l'Accademia rumena e la Banca nazionale - non curanti della crisi attuale dei valori nella quale stiamo incorrendo.
Mi dolgo del fatto che dopo due decenni  dal ritorno alla democrazia vi siano  persone anziane e malati  che debbano vivere ancora le situazioni di indigenza.
La Romania ha bisogno di infrastrutture. Autostrade, porti e aeroporti moderni sono parte della nostra forza in quanto Stato indipendente. L'agricoltura  rappresenta il nostro passato, ma anche il nostro futuro. La scuola è e sarà una pietra miliare della società.
La Regina ed io, insieme con la nostra Famiglia, continueremo nell’impegno profuso da sempre: sosterremo gli interessi fondamentali della Romania, della continuità e delle tradizioni del nostro paese.
Non potevo rivolgermi alla Nazione senza parlare della Famiglia Reale e  della sua importanza nella vita del Paese.  La Corona Reale è sì un simbolo del passato, ma  soprattutto  una  viva  rappresentazione della indipendenza, della sovranità e della nostra unità. La Corona ancor oggi rappresenta lo Stato nella sua continuità storica, e la  nazione nel suo divenire.  Il peso  della  Romania  è  rafforzato dalla lealtà,  dal  coraggio,  dal  rispetto,  dalla serietà e dalla modestia. Signore e signori parlamentari,
le istituzioni democratiche non sono disciplinate esclusivamente dalla legge, ma anche dall’etica, dal senso
del dovere. Amor di Patria e competenza sono i criteri principali della vita pubblica: la fiducia nella
democrazia, lo scopo delle istituzioni e delle loro regole!
Il mondo di domani non può esistere senza  morale, senza fede e senza memoria.  Gli
interessi particolari, il cinismo,  e la  codardia non dovrebbero rientrare nella vita. La Romania
ha  perseguito gli ideali di grandi uomini della nostra storia,  esempio di  responsabilità e
generosità.
Nel 1989 la Romania  ha visto il levarsi di  voci autorevoli provenienti da tutto il mondo in
sostegno al nostro Paese. Molti giovani si sono sacrificati per sconfiggere la tirannia  ed hanno
ottenuto il nostro tornare ad essere la nazione.
E’ora, dopo vent'anni,  di dimostrare pubblicamente la rottura con il triste passato.
Demagogia, ipocrisia, egoismo,  affezione estrema al potere non  devono trovare posto  nelle Istituzioni
rumene del 2011. Ci riporterebbero nella situazione precedente al 1989.
Si deve  persistere in una gestione limpida del bene pubblico e per preparare il nostro futuro. Dobbiamo
continuare lo sforzo iniziato per riconquistare dignità e rispetto, uniti tra di noi e con i nostri vicini e fratelli.
Ho servito la nazione rumena  per una vita lunga e ricca di eventi, alcuni felici, altri drammatici.  Sono
passati 84 anni da quando sono diventato Re e posso dire senza esitazione nazione rumena che le cose più
importanti da  preservare per la libertà e la democrazia, sono l'identità e dignità.  I rappresentanti della
società rumena hanno quindi una grande responsabilità.
La democrazia  è una fonte di arricchimento. La Romania, come tutti i paesi europei, ha bisogno di
governanti rispettati e qualificati.
I Rumeni non dovranno mai dimenticare  le  nostre terre che sono state perse a seguito della divisione
dell'Europa secondo il giogo di potenze straniere. E' loro diritto di decidere se vivere nel nostro Paese o se
rimanere separati. Oggi l'Europa è un continente dove i popoli e i confini territoriali non cambiano a seguito
delle decisioni dei politici. Il mio impegno è stato e continua ad essere valido per tutti i rumeni. Essi sono
tutti parte della nostra nazione e questo rimarrà per sempre.
Solo noi abbiamo il potere di rendere il paese rispettoso, prospero e ammirato in tutto il mondo.
La Romania di oggi è un’eredità dei nostri avi ma, come Paese, abbiamo dei precisi doveri verso i nostri figli.
Che Dio vigili su di noi!
Bucarest, 25 Ottobre 2011
Michele I di Romania

domenica 23 ottobre 2011

Una cravatta rossa sventola al vento

L’anno era il 1706 e nei 117 giorni che vanno dal 14 maggio al 7 settembre si decisero le sorti dell’Italia. Oltre 44.000 soldati franco spagnoli avevano attraversato le Alpi e stringevano in un cerchio di ferro e di fuoco la città di Torino, capitale del Ducato di Savoia, difesa da meno di undicimila Piemontesi. Il giorno in cui l’assedio ebbe inizio si verificò un’eclissi di sole, che incoraggiò i Torinesi a resistere, dal momento che il sole era il simbolo del re di Francia Luigi XIV, detto il “Re Sole”. E l’eclissi fu presa come un presagio di vittoria.


L’assedio tuttavia fu lungo e sanguinoso. E non mancarono episodi gloriosi, come quando Pietro Micca si sacrificò facendo saltare una galleria che i Francesi avevano scavato sotto le mura per entrare in città. Agli inizi di settembre la situazione volse però a favore degli assediati, grazie all’arrivo di un’armata austriaca comandata da un cugino del Duca di Savoia, il Principe Eugenio di Savoia.
Eugenio, fuggito giovanissimo dal convento in cui era stato rinchiuso con l’idea di farne un uomo di Chiesa, dopo varie vicende rocambolesche era giunto a Vienna facendo rapidamente carriera al servizio dell’Impero. Si era distinto per il suo valore nelle continue guerre di quegli anni, come quando fu ferito da un archibugio durante l’assedio di Belgrado del 1688. Per inciso, Eugenio di Savoia conquisterà Belgrado ancora nel 1717, dopo che era tornata sotto il dominio turco. In quella occasione il primo a scalare le mura della città fu il soldato Giovanni Vittone di Sambughetto di Valstrona, nato nel 1692 e morto nel 1721. in suo onore fu coniata persino una moneta d’oro.

Torniamo al 7 settembre 1706. Piemontesi ed Austriaci sferrarono il contrattacco. Il Duca Vittorio Amedeo II di Savoia guidò personalmente l’attacco della sua cavalleria sfondando le linee nemiche e aprendo la strada alla vittoria.
Narra la leggenda che un portaordini, ferito mortalmente dai nemici, spirò dopo aver annunciato la vittoria al Duca. Il sangue sul colletto di questo ignoto soldato divenne il simbolo del reggimento Savoia Cavalleria, rappresentato dapprima da un filetto rosso sul bavero nero e dal 1933 da una cravatta rossa.

Il Savoia Cavalleria, che esiste tuttora inquadrato nella Brigata aeromobile "Friuli", fu protagonista di un episodio bellico che ha dell’incredibile durante la campagna di Russia, nella Seconda Guerra Mondiale.
Il 23 agosto 1942, mentre l’armata italiana sul fronte russo ripiegava, incalzata dai Sovietici, in un’ansa del fiume Don le “cravatte rosse” effettuarono l’ultima carica di cavalleria della storia. Solo dei pazzi temerari potevano pensare di caricare con le sciabole contro le mitragliatrici. Eppure, contro ogni probabilità, vinsero le sciabole. 

http://it.paperblog.com/una-cravatta-rossa-sventola-al-vento-646951/

Santa Messa di riparazione

Il nostro è un blog laico nel quale trovano posto le opinioni e le religioni di tutti.
Proprio per il rispetto che abbiamo delle religioni siamo indignati ed offesi per lo scempio fatto ad una statua della Vergine Maria a Roma.
Per questo riportiamo volentieri l'invito alla Santa Messa di riparazione per la profanazione avvenuta.
Lo staff di monarchicinrete.




Parrocchia tradizionale dei Pellegrini in Roma, 29 ottobre 2011



SABATO 29 ottobre 2011 - ore 10:00 la Fondazione Lepanto invita a partecipare o a unirsi con la preghiera
alla Santa Messa nella forma extraordinaria del Rito Romano in riparazione
degli atti sacrileghi compiuti a Roma lo scorso 15 ottobre presso la
chiesa di Santa Trinità dei Pellegrini in piazza Trinità dei Pellegrini a Roma.

Fondazione Lepanto

http://blog.messainlatino.it/2011/10/parrocchia-tradizionale-dei-pellegrini.html

Tre serate con Giovannino Guareschi e Alessandro Gnocchi




«Sono molto contento di avere qui, questa sera, Alessandro Gnocchi, per poter parlare di un grande scrittore: Giovannino Guareschi, figura da riscoprire e da amare. La letteratura guareschiana è ricca di Fede e portatrice di speranza». Così ha detto Monsignor Arrigo Miglio, Vescovo di Ivrea, nell’introdurre Alessandro Gnocchi nella prima di tre di serate interamente dedicate a Giovannino Guareschi e organizzate dal Centro Culturale «Amici del Timone» di Rivarolo Canavese.
Il 17 ottobre, nel teatro dell’Oratorio San Giuseppe (Via Armondo Arborio 6) di Ivrea, Gnocchi, presentato dal Presidente dell’Associazione «Amici del Timone» (Dottor Andrea Peracchio) quale esperto di Guareschi, nonché il primo ad essersi occupato dello scrittore dal punto di vista peculiarmente cattolico, ha parlato proprio della Fede del grande scrittore tradotto in tutto il mondo, Fede che ha il suo fondamento nel rapporto con il Crocifisso e con la Chiesa. Da dove nasce un’adesione così convinta e così ragionata? Il lager fu il momento più importante per la messa alla prova della Fede di Guareschi: questa prova segnò per sempre la sua consapevolezza di essere una creatura che deve tutto il proprio essere al Creatore. Qui sta la radice della sua narrativa che coniuga umorismo e toni drammatici.
Guareschi fu testimone in prima linea dei cambiamenti epocali della civiltà cristiana: attraverso il suo “piccolo” osservatorio della Bassa egli fotografò con una lucidità sorprendente la corruzione dell’identità cristiana e la crisi della Chiesa. Come non ricordare la così attuale e drammatica introduzione a Il compagno don Camillo (riportata nell’introduzione del libro di Gnocchi-Palmaro,Giovannino Guareschi. C’era una volta il padre di don Camillo e Peppone)?

[...]

giovedì 20 ottobre 2011

In Australia sempre meno repubblicani

Si riunisce il Commonwealth, visita di 11 giorni della Regina Elisabetta 
SYDNEY - La regina Elisabetta è giunta oggi in Australia per una visita di 11 giorni, la sua 16/ma e verosimilmente ultima nell'ex colonia britannica, di cui è capo di stato. Principale impegno della regina, 85 anni, accompagnata dal principe Filippo, è la riunione biennale dei capi di governo dei 54 paesi del Commonwealth, a Perth il 28 ottobre.
La coppia reale è stata accolta nell'aeroporto militare di Canberra dal governatore generale d'Australia Quentin Bryce e dal Premier Julia Gillard, oltrechè da 200 scolari. È stato tenuto a distanza un gruppetto di animalisti che protestava per l'uso di pelle d'orso nei cappelli delle guardie di Buckingham Palace. A Canberra Elisabetta II incontrerà oltre alla Gillard il leader dell'opposizione Tony Abbott. Seguirà una tappa a Brisbane, con un ricevimento per le persone colpite dalle alluvioni e dai cicloni della scorsa estate, una a Melbourne, e quindi Perth.
La regina, che visitò l'Australia la prima volta appena incoronata nel 1954, è ancora molto amata dagli australiani: secondo un sondaggio il sostegno per la monarchia è salito al 55% mentre quello per la repubblica è sceso al 34%, il minimo in 23 anni. Ma i repubblicani non mollano: sono previste infatti proteste contro la corona britannica.
ATS

lunedì 17 ottobre 2011

Ricordando Andrea Provana (1511-1592)


di Marco BONGI

In questo mese di ottobre, nel quale si commemora fra i cattolici l'importante battaglia di Lepanto, vorrei brevemente richiamare, visto che quest'anno ricorre il quinto centenario della sua nascita, uno dei comandanti militari che si distinsero in quel frangente ovvero l'ammiraglio Andrea Provana di Leinì (1511 - 1592).
Egli comandava il piccolo drappello di navi inviate dal ducato di Savoia, uno stato che non poteva certo vantare, fino a quel momento, grandi tradizioni in ambito marinaresco. L'unico sbocco sul mare del ducato era rappresentato infatti dai porti di Nizza e Villefranche.
La flottiglia piemontese era composta pertanto soltanto da tre galee: Capitana, Margherita e Piemontesa. Si battè tuttavia con grande eroismo. La Capitana, su cui era imbarcato l'ammiraglio, fu circondata da due navi turche e il Provana colpito alla testa da un proiettile. Si salvò grazie all'elmo donatogli dal duca di Urbino Francesco Maria II Della Rovere.
Ma ben presto la galea sabauda riuscì a rompere l'assedio ed a catturare, a sua volta, due imbarcazioni ottomane. Cadde invece eroicamente la "Piemontesa" ma dopo aver però resistito a lungo agli assalti rendendo possibile poi la controffensiva cristiana.
Degli oltre duecento uomini che erano a bordo se ne salvarono soltanto dodici.
Ma Andrea Provana si era già distinto, in precedenza, per importanti missioni politiche e militari a favore della Cristianità.
Da governatore di Nizza si era molto impegnato a contrastare gli ugonotti infiltrati dalla Francia. Assieme alla flotta spagnola partecipò inoltre a numerose spedizioni contro i pirati barbareschi e, in particolare, si distinse nella riconquista della piazzaforte di Penon de Velez avvenuta nel 1563.
Due anni dopo lo troviamo invece impegnato nella difesa di Malta, assediata dai Turchi, accanto ai Cavalieri Gerosolimitani. In tale occasione si ricorda la rocambolesca cattura di una nave-spia nemica che, una volta neutralizzata, non riuscì ad avvisare il sultano turco di una manovra a sorpresa che ruppe l'assedio all'isola.

[...]

venerdì 7 ottobre 2011

Nuovo aggiornamento del sito dedicato a Re Umberto II

La seconda parte dell'intervista di Ortoleva del 1976 è stata aggiunta al sito.
Buona lettura!

http://www.reumberto.it/gente76-2.htm

Trono ed altare, la storia del rapporto Savoia e Curia romana

Interessante convegno sul rapporto tra lo Stato della Chiesa e la dinastia Sabauda tra il Cinquecento e l'Ottocento
LUCA ROLANDI TORINO


Si è svolto recentemente a Roma, Venaria Reale e Torino un interessante convegno di studi che ha messo in luce il rapporto tra Casa Savoia e la Curia Romana tra il Cinquecento e l'Ottocento nel cuore dell'epoca risorgimentale.

Studiosi italiani e francesi, esperti archivisti e docenti illustri hanno cercato di scandagliare il rapporto, non sempre facile, tra l'autorità politica della corte piemontese e i legati pontifici, i nunzi e i rappresentanti dello Stato della Chiesa.

Introdotto dalla sessione romana, presso l'Università La Sapienza con gli interventi dal padrone di casa prof. Franco Piperno, i prof. Jean Francois Chauvard, Ecole francaise de Rome e Andrea Merlotti, Ufficio studi La Venaria Reale, ha visto gli interventi di Paolo Prodi, Maria Teresa Silvestrini, Elisa Mongiano, Paolo Alvazzi del Frate, Francesco Margiotta Broglio e le conclusioni dell'On. Valerio Zanone.
Questo primo appuntamento è stato realizzato in collaborazione con l'Università della Sapienza e l'École française, e il sostegno dell'Associazione dei Piemontesi a Roma. Le successive due giornate hanno esplorato la storia delle relazioni fra lo Stato sabaudo e i principali Stati europei. E la concomitanza con il 150° dell'unità nazionale ha portato a scegliere come primo oggetto di analisi i rapporti fra le corti di Roma e Torino. 

A differenza delle dinastie italiane più recenti - come Medici e Farnese - i Savoia non cercarono mai, o forse non riuscirono ad esser protagonisti nelle complesse dinamiche della politica della curia romana: non a caso, con un'unica eccezione, dalle loro fila non uscirono cardinali.

Furono, invece, attenti a non rinunciare mai al diritto, ottenuto nel Medioevo, di nominare i vescovi e gli abati residenti nei propri Stati, non esitando a sostenere lunghi ed aspri scontri con i pontefici che lo misero in discussione. Anche la Regia Cappella di corte fu un importante terreno di definizione delle prerogative della corte - e dello Stato - rispetto a quelle del clero.



La dinastia costruì intorno al sacro importanti elementi della propria immagine: si pensi al culto della Sindone e dei martiri della legione tebea. Il convegno ha ripercorso queste e altre tematiche dal Cinquecento all'età contemporanea: si apre, infatti, con una tavola rotonda sui concordati dal regno di Vittorio Amedeo II a quello di Vittorio Emanuele III.



Tra i molti ed interessanticontributi segnaliamo la comunizione del professor Gianfranco Armando (Archivio Segreto Vaticano) sul tema "Santa Sede e Savoia: un secolare rapporto a partire dalle carte vaticane",  che ha illustrato lo stato dell'arte delle carte relative alla documentazione inviata dai nunzi in Savoia alla Segretria di Stato e la corrispondenza iin copia in partenza da Roma verso Torino. 

Un rapporto in chiaroscuro che nei secoli ha avuto momenti di grande intesa ed altri, sopratutto negli ultimo secolo preso in esame di fortissima frizione. Dal documento del 1 luglio 1560 in cui papa Pio IV, accreditava monsignor Francois Bachaud come nunzio apostolico presso il duca di Savoia Emanuele Filiberto all'ultimo nunzio monsignor Benedetto Antonio Antonucci che lasciò Torino nell'aprile 1850, poco prima dell'approvazione della Legge Siccardi, molta acqua è passata tra il Tevere e il Po.



giovedì 6 ottobre 2011


La ricorrenza del 150° anniversario dell'Unità d'Italia è stata l'occasione per ristudiare (anzi, spesso "studiare" per la prima volta!) un'epoca che sembra decisamente - e forse purtroppo - più remota di quanto in realtà non sia. Gli scaffali delle librerie hanno accolto studi, saggi, rievocazioni e romanzi accomunati dal tema del Risorgimento. In questa selva intricata è bene muoversi con una guida di provata esperienza, come Vittorio Scotti Douglas che da anni si occupa di questo periodo. Per la sua curatela e per i tipi delle Edizioni dell'Orso è ora uscito il volume intitolato Rapporti tra la Spagna e il regno di Sardegna, tra il 1814 e il 1860. Studi, inventari e documenti inediti, che sarà presentato sabato prossimo, 8 ottobre alle ore 10 nella Sala delle Conferenze dell'Archivio di Stato a Torino.

L'opera è il risultato di attente ricerche finalizzate a mettere in luce gli aspetti meno noti del rapporto - nella fase immediatamente precedente l'Unità - tra la Spagna il Regno Sabaudo: buona parte del libro, per esempio, è dedicata alla schedatura della corrispondenza intercorsa tra la Segreteria di Stato sabauda e la Spagna.
Il volume (così come il convegno) è voluto e finanziato dall'Associazione Culturale Italia e Spagna.

L'incontro è aperto al pubblico e si articolerà secondo il seguente programma:

Ore 10.00 Nerio Nesi, Presidente dell'Associazione Culturale Italia e Spagna
Le ragioni di una scelta

Ore 10.10
Saluti delle Autorità

Ore 10.45 Romano Ugolini, Presidente dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano
I rapporti ispano-sabaudi prima dell'Unità visti dall'Italia

Ore 11.15 Isabel Pascual Sastre, Universidad Rey Juan Carlos
I rapporti ispano-sabaudi prima dell'Unità visti dalla Spagna

Ore 11.45 Alberto Gil Novales, José Urquijo Goitia, Vittorio Scotti Douglas
Le opinioni degli Autori

Ore 12.30
Dibattito col pubblico


Il programma del Circolo Rex

Sempre grazie alla cortesia del Nostro Amico Ing Giglio pubblichiamo in anteprima la prima parte del programma di conferenza del benemerito circolo Rex.
Naturalmente l'invito è quello di intervenire numerosi.

23 ottobre Sergio Boschiero:
"Centocinquantenario del Regno d'Italia: un primo bilancio"

6 Novembre Conte Enzo Capasso Torre delle Pastene:
"Gli Albori del Risorgimento nel pensiero italiano del '700"

20 Novembre Capitano di Vascello dr Ugo D'atri
"Monarchici nel 2011"

4 Dicembre dr Ing Domenico Giglio:
"Un giovane Regno d'Italia, una grande Marina Militare"

29 Gennaio Sen . Prof Domenico Fisichella
"Il pensiero cattolico nel Risorgimento Nazionale"


Agli amici del circolo Rex ed ai conferenzieri i nostri migliori auguri!
Lo staff

mercoledì 5 ottobre 2011

San Francesco d'Assisi, Patrono d'Italia

"San Franesco, il più Italiano dei Santi, il più santo degli Italiani "
Venerabile Pio XII,

 

Il 18 giugno 1939, Sua Santità Pio XII, a tre mesi dalla sua elezione, proclamava San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia.

“[...] poiché la Divina Provvidenza ha voluto che la Cattedra Romana di S. Pietro fosse stabilita in Italia, la Nostra volontà non può non rivolgersi in modo particolare a promuovere i vantaggi spirituali degli Italiani. [...]
Difatti San Francesco poverello e umile vera immagine di Gesù Cristo, diede insuperabili esempi di vita evangelica ai cittadini di quella sua tanto turbolenta età, e ad essi anzi, con la costituzione del suo triplice ordine aprì nuove vie e diede maggiori agevolezze, per la correzione dei pubblici e privati costumi e per un più retto senso dei principi della vita cattolica. [...]Pertanto di Nostro «Motu proprio» di certa scienza e dopo matura deliberazione colla pienezza di nostra apostolica podestà, in virtù delle presenti letteredichiariamo da questo momento e costituiamo in perpetuo San Francesco d’Assisi e Santa Caterina da Siena Patroni Primari d’Italia.
Con la stessa autorità e in forza delle presenti da valere in perpetuo decretiamo che in Italia e nelle isole adiacenti, si celebrino ogni anno, dall’uno e dall’altro clero, nei giorni stabiliti, le feste degli stessi Patroni con relativa Messa ed Officio in rito doppio di prima classe, ma senza ottava, nonostante qualsiasi cosa in contrario. [...]

da http://www.messainlatino.it/

martedì 4 ottobre 2011

Monarchici e non monarchici

Articolo pubblicato grazie alla cortesia dell'Ing. Domenico Giglio

Un insospettabile Spadolini  analizza i tanti modi di essere monarchici, nel 1950, con una lucidità inattesa.

di GIOVANNI SPADOLINI
da "Il Borghese" 15 Maggio 1950

QUANDO l'on. Nenni ha impostato alla Camera, con l'impeto generoso che lo distingue, la questione della revisione del Concordato, l'interruzione più significativa fu quella dell'on. Leone Marchesano, monarchico. « Oggi è chiaro », esclamò a un certo punto Nenni, « che la Chiesa tiene al guinzaglio lo Stato»; e l'on. Marchesano, di rimbalzo «E non poteva essere diversamente». In quel momento, il parlamentare monarchico intendeva alludere alla funzione storica che la Monarchia italiana assolse rispetto alla Chiesa, funzione che fu a volta a volta di antitesi, di ostilità, di rèmora, di freno, tesa ad ogni momento ad affermare l'autonomia dello Stato, la sua validità rivoluzionaria, collegata alla soluzione giacobina del Risorgimento.
Ma quanti sono, in Italia, i monarchici dichiarati che abbiano il coraggio di ricollegarsi a quel filone?     

Non c'è dubbio che la restaurazione monarchica avrebbe un senso solo come espressione di una grande reazione laicista, attraverso una forte politica estera e una rigorosa unità amministrativa. Ma il dramma dei monarchici è quello di non poter accettare gli strumenti della sedizione o della sovversione a costo di negare se stessi e la loro pregiudiziale fondamentalmente conservatrice e unitaria. Se la Monarchia si identifica con la causa dell'ordine, come promuovere una ribellione? Se la Monarchia presuppone la unità, come gettare il paese nella divisione? Se la Monarchia si fonda sulle masse, come confonderla con una reazione borghese?

Da qualunque punto di vista si consideri, un eventuale ritorno monarchico presuppone un intervento o una mediazione straniera o comunque una forma di appoggio dell'uno o dell'altro blocco di potenze, un tale concorrere di circostanze internazionali che lo renda possibile o necessario. Al tempo della discussione sul Patto Atlantico, i parlamentari monarchici si astennero e non pochi si dichiararono contrari, coerenti a tutta la tradizione nazionalista, che si era sempre opposta alle alleanze con le potenze marittime in vista di un grande blocco continentale, capace di tutelare gli interessi e le aspirazioni espansionistiche dell'Italia. Alcuni eminenti pubblicisti di destra arrivarono a sostenere, con argomenti tutt'altro che irrilevanti, la necessità di una politica di equidistanza fra il gruppo occidentale e quello orientale (Nenni ha ripreso le tesi dagli storici e dai diplomatici della Monarchia), con una mano tesa, se necessario, verso la Russia e le potenze dell'est, destinate ad assumere prima o poi l'ufficio proprio della conservazione e dell’equilibrio europeo, un tempo rappresentato dall'Austria e dalla Germania: ed è probabile che il calcolo di Badoglio, al tempo della ripresa dei rapporti diplomatici con Mosca, non fosse molto diverso.

Ma per i monarchici di oggi si propone un grave quesito: come conciliare l'anticomunismo prevenuto, fanatico, ossessionante che va dagli estremi delle dame patronesse a quelli delle squadre d'attivisti con la loro posizione di «machiavellismo » internazionale, con la loro linea di attesa che potrebbe domani piegare anche verso la Russia? E d'altra parte, se una ripresa monarchica presuppone un ritorno allo spirito e alle idealità nazionali, che animarono le generazioni dell'unità, come accordarlo con la politica del Piano Marshall e degli aiuti americani? Costumi ed abitudini, relazioni personali, orientamenti ideologici, interessi economici volgono la maggior parte dei monarchici verso l'occidente e la concezione occidentale della vita ma può bastare ciò a superare l'avversione alla Inghilterra e la diffidenza verso l'America, l'odio verso il laburismo e il protestantesimo?

I monarchici sanno fin troppo bene che il massimo cemento unitario fu rappresentato in Italia, per ottant'anni, dalla politica estera, da quella serie di iniziative temerarie, che sole potevano supplire alle insufficienze della formazione nazionale, dando al paese la sensazione della forza, l'illusione della potenza, il fantasma della grandezza. Ma un «rovesciamento di alleanze » non aprirebbe la strada a tutte le sedizioni. Non potrebbe essere che la causa monarchica coincidesse a un certo punto con la causa dei rivoluzionari? Sono problemi che i monarchici preferiscono lasciare senza risposta. Ma  non si deve credere che non li avvertano. Ogni giorno di più, l'ipotesi monarchica assume un sottinteso «sovversivo » rispetto allo Stato: la grande coalizione di destra, che il P. N. M. caldeggia, dal Movimento Sociale ai liberali, non è che una specie di «ricatto» alla democrazia cristiana, una minaccia scoperta alla classe dirigente repubblicana perché rinunci alla sua politica e adotti un indirizzo e un orientamento diversi.

Ma quali? Su tal punto, le vedute dei monarchici non sono chiare, almeno quattro essendo le «varietà» politiche che li caratterizzano, e tutte in contraddizione fondamentale fra loro. Primi, per anzianità, vengono i monarchici clericali, coloro che si rifanno alla filosofia di De Maistre, che giurano nella dialettica di Bossuet, che si propongono a modello Solaro della Margarita, che credono all'attualità del «trono e altare». Agli occhi del gruppo, che si ricollega idealmente ai clerico - moderati della «Rassegna nazionale», solo l'alleanza fra il Papato e la Monarchia potrebbe resistere al dissolvimento della vita nazionale, riportando all'equilibrio dell'ancien régime, all'ordine della società organica, che ignorava le secessioni di classe e di fede, la dialettica delle idee e la gara dei partiti, gli squilibri del capitalismo e gli abissi delle lotte sociali. La loro posizione, a sottinteso romantico e reazionario, presuppone la svalutazione del liberalismo e della democrazia, non senza una nostalgia dichiarata e sottintesa del paternalismo corporativo; e su tal punto vi è indubbiamente una confluenza con le posizioni dei fascisti monarchici. Ma quale antitesi in tutto il resto!

Pur prescindendo da quanto il fascismo rappresentò di giacobinismo plebeo, di reviviscenza ghibellina, di rivolta del piccolo borghese anticléricale e massone, certo è che la sostanza della politica religiosa dì Mussolini si rifece a un'ispirazione «bonapartista», mirò cioè a rattacher les prétres et la réligion allo Stato col sottinteso di sfruttare la protezione cattolica nella politica imperialistica e non senza la speranza di arrivare a una Chiesa nazionale: proprio l'opposto di quello a cui guardano gli ultimi reazionari alla Bonald o alla Veuillot, in cui rivive più violenta che mai la condanna dello Stato a vantaggio dell'ideale della Chiesa. La Conciliazione è interpretata dagli uni come la premessa perché lo Stato ritorni alle sue origini confessionali, alla logica pessimistica imposta dalla stessa insufficienza del potere civile, ma per gli altri è viceversa il presupposto per valorizzare lo Stato guerriero e conquistatore, missionario e imperialista, che non conosce altro limite al di fuori della forza e della potenza.

Ed ancora.Vi sono i monarchici nazionalisti, che si rifanno a Corradini e a Federzoni ed in linea teorica risalgono talvolta a Maurras e a Daudet: la loro posizione si differenzia da quella dei M.S.I., in quanto vede nell'alleanza col cattolicesimo uno strumento della « morale sociale », una difesa dell'ordine, ma
coincide nel fine di assegnare alla Chiesa una funzione di appoggio io alla «nazione», allo «Stato nazionale», rinnovando l'eterna retorica della Croce e dell'Aquila. Vi sono infine i monarchici liberali, parte disseminati nelle formazioni legittimiste, parte dissimulati nello stesso partito ufficiale, che, più coerenti e consapevoli di tutti, identificano la causa monarchica cori quella di una difesa degli istituti tradizionali del paese dalle insidie dei neoguelfismo e dalle minacce del sovversivismo, pronti a rivendicare il 20 settembre e l'eredità di Ricasoli e di Menabrea.

L'ala monarchica dei liberalismo, l'unica che senta il legame profondo fra la Monarchia e le tradizioni risorgimentali che simularono la rivoluzione, affidando all'istituto regio una funzione rivoluzionaria e progressiva, la difesa di tutti quegli ideali che erano stati consumati e bruciati nel compromesso del '60; ma come potranno mai accordarsi, almeno nel fondo della coscienza, con i monarchici reazionari, che negano la stessa validità plebiscitaria dello Stato italiano, o con i monarchici nazionalisti e fascisti, che combattono gli istituti parlamentari e democratici che soli giustificarono l'usurpazione sabauda? Perché opporsi alla Repubblica guelfa in nome di un'ipotetica Monarchia clericale o bonapartista? Il ritorno dei Savoia, con l'appoggio della Chiesa, implica la rinuncia della Corona a tutte le pregiudiziali del Risorgimento
quindi svaluta in anticipo la funzione futura del liberalismo: al monarca che si inginocchia a Cascais, un liberale coerente dovrebbe preferire un presidente che prende la messa al Quirinale.

Quando i liberali parlano di «restaurazione monarchica», non di rado alludono a una grande reazione borghese. Avversari della Chiesa per definizione, gli ultimi eredi della vecchia Destra sanno benissimo che la borghesia italiana ha strappato molte delle sue conquiste in una lotta sorda e difficile con la tradizione cattolica e che, se un pericolo la sovrasta, è quello di essere liquidata gradualmente dal riformismo guerra, che annulla tutte le antitesi di classe in una politica a sottinteso popolare e di massa. Ma qual è la borghesia che potrebbe appoggiare domani un ritorno dei Savoia? Chi fondò il Partito, nazionale del lavoro, uno dei nuclei dell'attuale partito legittimista, ebbe la vaga intuizione che la tradizione monarchica in Italia non si fonda affatto sull'alta borghesia industriale e sulla plutocrazia, che arieggiò sempre a sentimenti repubblicani, ma sulla piccola borghesia dei lavoratori autonomi, professionisti liberi, coltivatori diretti, affittuari, proprietari, esercenti, artigiani, alleata alle grandi masse del mezzogiorno, sacrificate dal protezionismo del nord.

Se un giorno vasti strati di popolo si volgessero verso una restaurazione della Corona, ciò avverrebbe solo per trovare istintivamente una protezione, una tutela, uno schermo contro le insidie del privilegio, che in una Repubblica incontra sempre meno resistenza che in una Monarchia; per creare in altre parole l'illusione di un'autorità imparziale, equilibratrice, superiore ai partiti. In tal senso la Monarchia potrebbe essere, per molti gruppi del paese, tiri correttivo alla democrazia, un riparo dalle sorprese del suffragio universale, una reazione alla prevalenza della demagogia. La Monarchia non può sperare niente dai ceti dirigenti del paese, dai nuclei monopolisti della finanza e dell'economia, che tendono ad asservire il potere politico purchessia e temono ogni mutamento, sai esso restaurazione o rivoluzione. In tutt'altra direzione è il suo destino: in tutti quegli strati grigi, umiliati, sacrificati, impoveriti, dispersi, ma sempre vivi e presenti e operanti, di « borghesia del buon senso che teme il pericolo comunista ma non vuole il governo dei preti, che voterebbe per Saragat ma diffida delle scissioni socialiste, che accetta il progresso ma si ribella alle riforme di De Gasperi, che va in chiesa ma non tollera il predominio dell'Azione cattolica. P- la borghesia che non nega la libertà di lavoro ma è disturbata dagli scioperi, che comprende le rivendicazioni del proletariato ma vuole i treni in orario, che non è imperialista ma non può rinunciare all'esercito e alla Somalia, è la borghesia che rimprovera a Einaudi il suo aspetto dimesso e non riconosce il Papa per suo sovrano.

Ai suoi occhi, la Repubblica ha due colpe gravissime: ha quasi rinunciato alla politica estera ed ha promosso Il regionalismo, sacrificando i due nessi che soli davano un senso e un valore alla tradizione dell'unità. Le atouts di un movimento monarchico che facesse appello a tali sentimenti, sempre presenti nel paese, sono tutt'altro che trascurabili: e l'on. De Gasperi lo sa meglio di tutti. Dopo il virtuale esautoramento di una coalizione di partiti laici (lo spettacolo
dell'ultima crisi ministeriale è stato a tal proposito ammonitore), dopo il fallimento dell'unità socialista, che libera il terreno all'on. Dossetti e all'iniziativa riformatrice dell'Azione cattolica, in antitesi al comunismo, il massimo pericolo che minacci per le prossime elezioni regionali la democrazia cristiana è a destra, in una grande coalizione di destra, a sottinteso nazionalista, che opponga al partito dominante legittimisti, neofascisti, conservatori e clericali, non senza un'estrema punta liberale. L'on. De Gasperi lo sa benissimo: e ciò spiega la sua tenace opposizione all'uscita dei liberali dal governo, che scopre il suo fianco destro, il più seriamente minacciato almeno sul piano elettorale e parlamentare.

Facile profezia affermare che la D.C. non rinuncerà a nessun mezzo per impedire la formazione di una «terza forza» a destra, ora che è momentaneamente sospesa quella di una «terza forza» a sinistra. L'arma migliore che essa ha è di far leva sul «senso dello Stato» che è proprio dei liberali e dei monarchici più consapevoli: rinnovare, in altre parole, la esperienza della terza Repubblica. Solo difendendo l'unità nazionale, minacciata dal regionalismo, e simulando una politica estera, in mancanza di un'autonomia effettiva, la classe di governo potrà liquidare le sue antitesi di destra e salvare la Repubblica, con una politica che si ricolleghi alle stesse pregiudiziali monarchiche.

Ma avrà, in quest'opera, l'appoggio dei socialisti? L'on. Saragat, tempo fa, non esitò a citare Silvio Spaventa, il grande teorico della Destra, per ricordare che la presenza del Pontificato aveva imposto all'Italia unita la necessaria alternativa di una Monarchia forte. L'on. Nenni ha recentemente chiesto la revisione del Concordato con lo spirito di un nazionalista liberale, che ha la coscienza dell'autonomia dello Stato e non vuole che la Chiesa interferisca in materia di matrimonio e di scuole, coerente a tutte le premesse del laicismo borghese. L'avversione principale dell'on. Romita e del suo partito è per l'Azione cattolica e quindi per la Sinistra democristiana, che sola è idealmente fedele allo spirito del rinnovato neoguelfismo, di quel or socialismo cattolico », che rinnova l'insegnamento dei papi nel mondo moderno.

Oggi come oggi, forse, il miglior repubblicano è l'on. De Gasperi, che simula nel suo giuoco politico la coscienza istituzionale del paese, che non esiste. Nessuno come lui e il suo gruppo di governo ha interesse a opporsi a una coalizione di destra, a una, ripresa monarchica sotto vesti nazionaliste o liberali. Ma fino a che punto la democrazia cristiana saprà ripetere l'esperienza della classe dirigente della terza Repubblica?